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venerdì 5 giugno 2015

Riso integrale, zucchine, edamame, pomodori secchi, gomasio. | Giugno.

Giugno, un'altra metamorfosi.
Cambiano le ore, le luci, le temperature, le correnti d'aria.
Dopo una breve pausa d'incertezza, ho iniziato a muovermi in una nuova, sconosciuta, cucina. Spazi minuscoli rispetto ai precedenti, organizzazione millimetrica, disciplina dell'ordine, precisione e severità, metodi di lavoro inediti ai quali devo plasmarmi, manualità da assorbire. C'è una nuova sala dove buttare lo sguardo di tanto in tanto: tavolini di legno scuro e rugoso, candele colanti, lo spazio dettato dalle casse di legno dei vini, buona musica sempre in sottofondo. Ci sono tardi e rilassati pasti del personale - chiacchierando di grandi chef, piatti e cucina, o di tutto il resto, la libreria dove ho lavorato si trova a due passi dal ristorante, per minare lo stipendio ogni mattina e anche il Lago è vicinissimo, a salutarmi dopo ogni fine e prima di ogni inizio.
Vorrei pensare al futuro con più leggerezza o, forse, vorrei meno incertezze. Accadono cose che mi ricordano quanto ancora sia lontana l'indipendenza e, allo stesso tempo, accadono persone che mi assicurano come non sia l'indipendenza a importare davvero, ma l'autonomia. E, allora, io mi chiedo quanto davvero sia autonoma, quando io sia, etimologicamente pensando, in grado di decidere da sola le leggi secondo cui vivere.
Mentre cerco - ancora, sempre - la misura di me, continuo a crescere, osservare, imparare, amare, fare fatica, cercare, eludere le mie difese, rompere i miei schemi, vivere il più possibile.
Sto leggendo un libro di quelli che desideri non finiscano mai, uno di quei libri che ti offrono la possibilità di vivere mille vite, solamente leggendo, d'imparare mille nuove sfaccettature dell'essere umano e del suo sentire; s'intitola "Atti osceni in luogo privato", l'ha consigliato la mia cara Mareva, qui ne trovate un'esaustiva recensione, io lo suggerisco a voi.
Siamo andati a guardare il nuovo film di Sorrentino e, per quanto mi sia parso un po' troppo costruito sull'ossatura de La grande bellezza e di This must be the place, per quanto alcune inquadrature mi siano sembrate una sfacciata emulazione delle simmetrie magiche di Wes Anderson [Paolo, non basta un hotel per replicare il Grand Budapest], l'ho adorato. M'è scesa anche una lacrima, verso la fine, ma non per il film in sé, ma per quella capacità che hanno i film di piazzare al momento giusto della giusta giornata la giusta battuta - e farti crollare, e farti realizzare [che, poi, forse, si tratta più della battuta sbagliata nel momento sbagliato della giornata sbagliata, comunque]. Per il resto, ricorderò la digressione su orrore e desiderio, qualcuno dei soliti aforismi di Sorrentino sui grandi temi della vita, l'inquietudine che m'ha tenuta sveglia per metà notte, la bellezza di Rachel Weisz.
Vorrei scrivere di più, leggere di più, cucinare - non al lavoro - di più. Vorrei del tempo solo per noi, più passeggiate sul Lago - con le mani sui fianchi e il profumo dei gelsomini a stordirci, più sere libere per guardare film e ricordarci della cena passata la mezzanotte, più mattine trascorse a letto, dimentichi del mondo, più occasioni per scappare da qualche parte insieme, solo noi.

Ogni tanto mi chiedo quand'è che tutto s'è fatto così pratico, concreto, prioritario. Dove sia finito il tempo lento, l'edonismo fine a se stesso, le giornate vuote a contemplare la vita.
È un po' come pensare al freddo di gennaio ora, mentre i piccoli iceberg nel mio caffè gelido si sciolgono a vista d'occhio: è davvero esistito?


Estate chiama leggerezza, piatti freschi e poco impegnativi, verdurine e colori: per questo ho deciso di postare questo riso freddo, incredibilmente sano, senza nemmeno il sale, ma saporito, buono, soddisfacente. Il carboidrato integrale del riso assicura energia per molte ore, le zucchine crude rimangono croccanti, il pomodoro secco dà sapidità, gli edamame dolcezza, il gomasio alle alghe una nota di umami che ci piace sempre molto, la canapa un extra di proteine e una buona dose di preziosi Omega 3 e 6, che abbassano il colesterolo e aiutano a togliere la fame nervosa [ogni tanto rispunta l'erborista che c'è in me], succo di limone, pepe e olio EVO condiscono il tutto.
Ovviamente, la realizzazione è di una semplicità imbarazzante.


Un'insalata di riso

Ingredienti [per 2]

140 g di riso integrale
1 zucchina grande, ma non acquosa
8 pomodori secchi medi
60 g di edamame lessati e tolti dal baccello
2 cucchiai di gomasio alle alghe*
2 cucchiai di semi di canapa* [possibilmente non decorticati]
il succo di un limone
miso [opzionale]
olio EVO
pepe
basilico

Procedimento

Lessate il riso [ci vorranno circa 45 minuti] sciogliendo nell'acqua un cucchiaio di miso al posto del sale e tenendolo piuttosto al dente.
Intanto, tagliate a cubetti piccolissimi la zucchina e lasciatela marinare nel succo di limone.
Scolate il riso, passatelo sotto l'acqua fredda per fermare la cottura, eliminate tutta l'acqua.
Condite il riso con la zucchina, i pomodori tagliati a julienne, gli edamame, il gomasio, la canapa. Regolate di pepe e aggiungete un filo d'olio.
Potete mangiarlo subito, oppure, lasciarlo riposare per qualche ora in frigorifero: i sapori si svilupperanno meglio. Prima di servirlo, aggiungete un paio di foglie di basilico fresco, affettate sottilmente.

*Gomasio: lo trovate ormai in tutte le erboristerie un po' fornite e nei negozi bio; sceglietene uno con una buona percentuale di alghe, conterrà meno sale e vi fornirà tutti i loro super poteri [wakame, dulse, nori e compagnia bella contengono tutti gli amminoacidi essenziali, minerali e fibre. Lo trovate anche di solo sesamo, con sesamo nero, con erbe provenzali, con altre erbe aromatiche, con curcuma e curry; oppure, potete farvelo a casa, tritando sesamo tostato e gli aromi che preferite.

sabato 23 novembre 2013

Curry di verdure al limone.

Ogni tanto scrivo per puro bisogno di qualcosa da fare.
Oggi, alle 1.01, ho bisogno di qualcosa da fare.

Ho lavorato fino alle 21, poi sono andata in palestra.
Il più delle volte corro contando i km e le calorie bruciate. Di tanto in tanto, mi capita di correre finché non mi chiedono di scendere dal tapis roulant, perché devono chiudere.
Certe sere rido di me, mentre osservo il mio riflesso, affannato e sudato, nello specchio: correre per chilometri senza spostarsi di un metro, che follia, che cosa stupida e insensata.
[Poi, penso che, spesso, accade anche nella vita, come se fosse tutto un'immensa ruota per criceti.]
Sono una professionista delle fughe immaginarie, soprattutto quando devo sfuggire a me stessa. E la mia fantasia è talmente vivace che mi illude di riuscire a scappare correndo forsennatamente su un macchinario inchiodato a terra.
Corro da una vita, senza mai riuscire a seminarmi. Ci vuole del talento.

Ma direi che l'1.19 di venerdì sera [che, tecnicamente, sarebbe già sabato, ma è oggettivamente troppo presto per parlare già di domani, e poi domani ho troppo da fare, non so se voglio che arrivi, o, forse, sì, che arrivi, in fretta, e mi riempia dei suoi impegni e non mi lasci nemmeno un attimo di noia assassina] non è un orario consono a sviscerare un argomento già vagamente affrontato da scrittori e filosofi di giusto qualche secolo di civiltà umana.
Facciamo che vi racconto del curry di oggi, ché le spezie fanno decisamente meglio dell'esistenzialismo.

Da quando un mio carissimo amico, il biondo che avrà sempre un posto esclusivo nel mio cuore [sì, Lorenzo, sto parlando di te ♥], mi ha portata a pranzo in quel meraviglioso ristorantino thailandese a Soho [del quale, ça va sans dire, non ricordo il nome], ho sviluppato una leggera ossessione per il curry. Da allora ricerco la ricetta perfetta, collezionando miscele di ogni sfumatura e profumo.
Effettivamente, potrei inaugurare una nuova categoria di ricette, qui su Food Therapy, non so perché non mi sono mai fermata a fotografarne qualche versione.
Oggi, però, mi sono decisa - finalmente - a dedicare un post all'ennesimo piatto giallo di curcuma e speziato ai limiti della fusione delle papille.
L'idea di questo curry nasce dalla summa di altre versioni, c'è un po' del mio classico curry di verdure, un po' del curry di pollo di Luis, un po' del contorno al curry ideato da un talentuoso cuoco amico di Marta.
E un po' della mia mania di prendere tutte le spezie possibili, e infilarle nel wok.

Rimane molto fresco, il limone si bilancia magicamente col curry, che ne smorza l'acidità, in una salsa cremosa che s'infiltra nel basmati alla perfezione. Grassi? Praticamente zero.






CURRY DI VERDURE AL LIMONE 

Ingredienti [per tre]
verdure miste [io ho usato due carote, tre zucchine e un paio di manciate di fagiolini]
2 limoni piccoli [o uno grande]
1 cucchiaio di olio 

1 spicchio d'aglio
1 cucchiaio abbondante di fecola di patate [o amido, o farina]


spezie e aromi: curry [quello normale, che trovate in qualsiasi supermercato], paprika, coriandolo, un paio di foglie d'alloro, cannella, noce moscata, semi di nigella, quello che vi capita sottomano

riso basmati per servire

Procedimento
Fate soffriggere lo spicchio d'aglio in camicia nell'olio. Aggiungete le carote a tocchetti, e togliete l'aglio. In successione, con un paio di minuti di differenza fra una verdura e l'altra, aggiungete i fagiolini e le zucchine, sempre tagliati in modo che abbiano, più o meno, la stessa dimensione.
Versate il succo dei limoni e acqua sufficiente a coprire le verdure. 

In una tazza, mescolate le spezie [abbondate col curry, per quanto riguarda le altre, invece, regolatevi secondo il vostro gusto], la fecola e l'acqua sufficiente a sciogliere quest'ultima. Aggiungete il tutto alle verdure.
Cuocete, aggiungendo altra acqua se necessario [ricordate che deve rimanere ben cremoso], finché le verdure non siano pronte, mantenendole comunque un po' croccanti. Servite con il riso.

+ quando sono in fase no carbs me lo preparo senza riso, è comunque ottimo
+ i più arditi, possono aggiungere un paio di cucchiai di cocco grattugiato: secondo me ci sta alla perfezione

+ potete aggiungere un cucchiaio di miele, per rendere il tutto un po' agrodolce











lunedì 4 novembre 2013

Clafoutis di melanzane e pomodorini. | I am the bones you couldn’t break.

Se ho imparato una cosa, in questi pochi anni, è che creare comporta sempre un mutamento interiore, a prescindere dal risultato.
C'è questo grigio insostenibile, e io combatto la mia personale battaglia per conquistare il Sole nel modo a me più familiare: cucinando. A volte, bisogna tenersi in vita un po' da soli, e creare è il modo più immediato di r-esistere [e cucinare è, per me, il modo più immediato di creare].
La mia insofferenza ieri ha prodotto questo clafoutis di verdure, mi ha fatto guardare un film in lingua originale, leggere un libro, andare al lavoro, allenarmi per un'ora e mezza in palestra dopo aver staccato, programmare un oggi a base di mostre e cinema. E la vostra?



Per riportare indietro un po' di estate, si pescano dal frigorifero le ultime melanzane, qualche pomodorino sfuggito alla pasta del pranzo precedente e si inforna tutto, sommergendolo con una soffice pastella gialla. Qualche fogliolina di origano, timo e maggiorana e scaglie di pecorino, che si scioglieranno a contatto con la superficie calda, completano questa sorta di sformato, cremoso, ma consistente, ottimo a tutte le temperature. 
Ah, la ricetta è ispirata da questa meraviglia qui, della cara Ross [la ragazza ha appena pubblicato un libro, lo sapevate?]: ho semplicemente sostituito la panna con il latte, aggiunto un po' di pecorino, dei pomodorini e un po' di profumo verde. 



CLAFOUTIS DI MELANZANE E POMODORINI

Ingredienti
250 ml di latte [vegetale, nel caso siate intolleranti]
3 uova fresche
70 g di farina 00
30 g di pecorino + q.b. per la superficie
sale&pepe
aromi a scelta

una melanzana grande
6-7 pomodorini

olio evo q.b.
uno spicchio d'aglio

Procedimento
Lavate le melanzane e tagliatele a cubetti. Fatele appassire in padella con un filo d'olio e lo spicchio d'aglio schiacciato, in camicia [per non aggiungere troppi grassi, potete diluire l'olio con dell'acqua]. Salate a piacimento.

Preriscaldate il forno a 180°C.

Separate i tuorli dagli albumi. Mescolate i primi al latte, con la farina e il pecorino grattugiato, pepate.
Montate a neve i bianchi e incorporateli delicatamente agli altri ingredienti. 

In una pirofila, distribuite 1/3 delle melanzane [foderate con la carta forno, oppure ungete leggermente fondo e lati]. Ricoprite con la pastella e terminate con le melanzane rimaste. Affettate in quattro i pomodorini e disponeteli sulla superficie del clafoutis.
Infornate per 20-30 minuti. Quando è ben rassodato, sfornate e cospargete immediatamente la superficie con dell'altro pecorino. 
Prima di servire, aggiungete qualche erba aromatica [mettendole a crude eviterete la nota amarognola che acquistano in cottura].


lunedì 14 ottobre 2013

Pumpkin crush.

Ottobre è, senza dubbio, il mese più hipster di tutti.
Aprite Tumblr: verrete sommersi da cumuli di foglie variopinte, con i vari "October", "Hello, October", "Welcome back, October" -possibilmente in helvetica-. Anche su Instagram la situazione è simile: tutti a salutare il decimo mese.

A me ottobre piaceva. Sono nata ad ottobre, adoravo l'aria che tornava fredda, in un perfetto ossimoro con lo scaldarsi dei colori, sono sempre stata il contrario delle meteoropatia [umore pessimo quando fuori splendeva il sole, energia ed entusiasmo con cieli grigi e pioggia battente - ora le cose sono un po' cambiate, la mia serotonina è ormai troppo provata per non trovare conforto in un cielo blu M&M's], mi sollazzavo in pomeriggi bigi, fra tazze di tè, piumoni, letti e divani, luci oblique.
Quindi, ottobre rientra ufficialmente nella lista di ciò che amavo anche prima che diventasse mainstream [come gli occhiali con montature importanti, Harry Potter, Holly Golightly, cerchi e triangoli -doppi sensi, portatemi via-, libri, librerie e biblioteche, David Foster Wallace etc].
Mentre mi trattengo dal convertire il nickname di ognuna delle mie personalità presenti sul web in "Ottobre", spargere foglie secche sulle copertine di Facebook e Twitter, riempire un album di Flickr con foto di alberi spogli e tatuarmi in fronte "Autumn", godo silenziosamente di questo ottobre un po' freddo, degli stivali -quando solo una settimana fa me ne stavo spiaggiata sui prati di Villa Torlonia in shorts e canottiera-, della pioggia e dei lampi che mi entrano in camera di notte, dei litri di tè che mi bevo ogni giorno -tanto fa bene, no?-, dei pomeriggi a prender freddo camminando lungo il fiume.
Fra i must have di ogni autunno, un posto d'onore è riservato alla zucca.
Appurato che Halloween, per me, rimarrà sempre un inutile secondo Carnevale, lascio ai colleghi anglosassoni tutto il divertimento di tagliuzzare queste tondeggianti meraviglie arancioni secondo canoni estetici a me incomprensibili. Da parte mia, mi limiterò a mangiarne giusto qualche kg, sotto qualsiasi forma: vellutate, chips, gnocchi, tortelli [sono per metà mantovana, ve l'ho mai detto? *sopracciglio inarcato e ammiccante*], muffins, dolci, cakes e. Suggerimenti?
Dai, che punto a diventare arancione prima di dicembre anche quest'anno.

Nel caso non sia chiaro che, in quanto a zucca, faccio sul serio, oggi vi propongo ben due ricette.
Un dignitoso cake di zucca e gorgonzola, perfetto sia come aperitivo [se riuscite a non mangiarne cinque o sei fette] sia come piatto principale, magari accompagnato a un'insalata di rucola o radicchio [o radicchio e rucola, o quello che volete: perché mi fate parlare di abbinamenti?], e una versione molto light but tasty: zucca al forno, con semini vari [in una vita precedente devo essere stata un pappagallo], pepe, salvia e rosmarino.




CAKE DI ZUCCA AL GORGONZOLA

Sono partita dalla base dei cake salati di Ilona Chovancova [il suo libro rimane la Bibbia dei cakes, dolci e salati, sebbene io mi ritrovi sempre a modificare qualche grammatura -alcuni risultano un po' troppo pesanti, o sbaglio?], togliendo qualche grasso e sostituendo il groviera con della crescenza. Il risultato è un cake molto morbido, grazie alla zucca, e saporito.


Ingredienti
200 g di farina 00
2 uova
100 ml di latte
200 g di crescenza
200 g di gorgonzola a cubetti
300 g di zucca grattugiata
16 g di lievito in polvere istantaneo [non vanigliato]
sale, pepe
semi di zucca tostati

Procedimento

Preriscaldate il forno a 180°C.
Sbattete le uova con il latte e la crescenza e mescolate bene, in modo che non rimangano grumi [le fruste sono l'ideale]. Aggiungete la zucca grattuggiata e la farina. Salate, pepate, incorporate il lievito e, infine, il gorgonzola [senza mescolare troppo, in modo che i cubetti non si disfino].
Versate l'impasto in uno stampo oliato e cosparso di pan grattato [ma va bene anche della normale farina].
Distribuite un po' di semi di zucca sulla superficie, infornate per circa 50 minuti.
Prova stecchino. 




ZUCCA AL FORNO

Ingredienti
Zucca
Semi misti [io ho usato un mix Rapunzel con zucca, girasole, lino e grano saraceno, ma solo perché non avevo mandorle o pinoli]
Aglio
Pepe
Rosmarino
Salvia
Sale
Olio e.v.o.

Procedimento
Preriscaldate il forno a 200°C.
Affettate la zucca sottilmente [potete utilizzare una mandolina per un effetto chips] e distribuitela su una teglia ricoperta da carta forno [se volete potete anche oliarla un po'].
Condite con i profumi, i semi, il sale. Aggiungete qualche spicchio d'aglio in camicia, semplicemente schiacciato. 
Infornate per 20-30 minuti [sempre per un effetto chips: modalità ventilata].




domenica 6 ottobre 2013

Roma | Non m'importa di cercare leggi di stabilità

Scrivo suol retro della carta d'imbarco, sgualcita dalle decine di passaggi per tasche, borse, angoli della valigia. Sono in aereo, ci siamo da poco staccati dall'asfalto di Fiumicino. Per una volta, non ho un posto sull'ala. Peccato ci siano le nuvole, e non riesca a vedere le luci della costa tirrenica. Scrivo appoggiando il foglio sulla copertina color verde Adelphi di Simic, sulle gambe, perché quelli di EasyJet mai -proprio mai- riescono a pulire i tavolini pieghevoli. 
Fra le dita ho una matita rosa fluo, rubata da una scrivania che mi mancherà. 

Scrivo, guardo mio fratello dormire nel sedile a fianco, spio le nuvole dall'oblò troppo stretto, sento l'uomo seduto dietro di noi aprire la confezione del suo muffin di plastica. 
Ho in testa i Radiohead, i Dire Straits, i Baustelle, Vasco Brondi, gli Air, Le Vergini Suicide, Trainspotting, Dogville che dovevi farmi vedere, ma poi no, e qualche bacio. Meravigliose teste bionde. Tovaglie sporche di tabacco e di vino. Sorprese. Doppi gelati per pranzo. Bottigliette d'acqua svuotate dentro a magliette, prati verdissimi e cieli assurdamente tersi, ad ottobre. Quartieri come opere di Dalì, con lampadari appesi sopra le strade e tappeti sui muri. Tramonti su San Giovanni, quando ti fermi e trattieni il respiro chiedendoti in quale altra città ci sia quella luce, quella che non se va mai, quella che c'è anche di notte, quando torni a casa abbracciata e un po' brilla.

Perdonaci, Roma, se questa volta non siamo rimasti tutta la notte sotto il Colosseo ad aspettare un'alba di nuvole rosa. Perdonaci se ci siamo svegliati a pomeriggio inoltrato, se siamo rimasti felici a cantare canzoni tristi mentre lavavamo i piatti, anziché immergerci nei tuoi musei e nelle tue bellissime rovine. Perdonaci se, come schizofrenici, abbiamo mangiato cacio e pepe, amatriciana e saltinbocca, ma anche wakame e avocado, ceci allo yogurt e pollo al curry. Perdonaci se abbiamo rimandato le Catacombe, Villa Borghese e chissà che altro, ma avevamo qualche film da guardare, tutti insieme nella sua camera azzurra, fra i fili di fumo delle nostre sigarette, i bicchieri di vino, gli incastri di gambe e braccia. Perdonaci, Roma, le nostre "e" troppo aperte, impareremo. Perdonaci, Roma, i nostri sorrisi, i pomeriggi di penombra in camera da letto, il gelato trasformato in cheesecake, i nostri occhi distratti da altri occhi, questo viverti senza sbranarti, ma in un sornione godere della tua bellezza, semplicemente respirando fra le tue strade, lungo il tuo fiume, dentro la tua storia, questo spudorato stare bene, la nostra sana anormalità, l'equilibrio degli squilibri, i brindisi all'eterno entusiasmo, il guardarsi a un binario e dirsi: "Io sono schifosamente felice, e tu?".

Incrocio lo sguardo della hostess. Mi chiede se desidero qualcosa. Rispondo di no, ma la ringrazio.
Penso che, in fondo, per essere schifosamente felici ci vuole poco.
Una serie di incredibili coincidenze.
Un blog. Un commento a un post. Un nickname che si trasforma in un nome. Raccontarsi le proprie vite una sera, su hangout. Decidere di andare a Roma. Pensare di trovarsi per bere qualcosa, per aggiungere un volto a delle parole. Osare un "Io, in questa città, vengo a viverci", mentre il sole cala dietro San Pietro e me ne sto seduta sul parapetto di Ponte Sant'Angelo. Decidere di farlo davvero, di cambiare di nuovo casa, letto, veduta dalla finestra della cucina. Prenotare un biglietto aereo per il proprio compleanno, tornare. Festeggiare con una famiglia conosciuta venti giorni prima.
A rifletterci, ora, non sono solo coincidenze: sono scelte. La felicità deriva sempre da una scelta, come l'infelicità. Scegliere di essere felice non mi appartiene, non sono mai stata capace, perché mai avrei dovuto, c'era così tanto da fare, al di là dell'essere felice.
Il problema della felicità è che, spesso, bisogna essere egoisti per sceglierla. Bisogna davvero mettere tutto il resto da parte: è un aut-aut, non esistono vie di mezzo, se vuoi essere felice devi buttare via quello che non serve, una sorta di minimalismo del benessere. 
Certe rinunce sono inevitabili: la vita è troppo vasta per un unico luogo, per un'unica famiglia, per un unico gruppo di amici, per un unico grande amore. Non permettersi l'euforico delirio della libertà è un suicidio.

"Se vuoi una storia d'amore eterna, innamorati di una città." [cit. Una Snob]
Io di Roma mi sono proprio innamorata. L'ho considerata una città "da visitare", finché non mi sono trovata sotto le mura della Basilica di Massenzio. E, improvvisamente, ho sentito qualcosa pungermi gli occhi, degli inspiegabili spilli.
Ho camminato urtando i passanti per non distogliere lo sguardo dal Vittoriano, ho girato Roma di notte, a piedi, godendo spudoratamente di quel vuoto di gente, che lascia risuonare l'eco della magnificenza della città. Ho dormito pochissimo, senza mai sentirmi stanca. Abbiamo visitato i Musei Vaticani due volte, tornando all'entrata grazie al passaggio segreto indicatoci da una guida sulla quale -noi biondi in vacanza- avevamo fatto colpo. Sono entrata nella Cappella Sistina e, finché non mi sono trovata al centro, non mi sono voltata a guardare il Giudizio Universale, un'assurda via di mezzo fra Orfeo e Stendhal. Sono rimasta incredula a fissare il soffitto, i colori, la tensione di quelle braccia, di quelle dita. Sarei rimasta per sempre all'interno del Pantheon, ad osservare la pioggia entrare dall'oculo, lenta e fittissima, quell'ipnotico cadere di luce ed acqua.
Sono stata trafitta da troppa Bellezza per rimanere indifferente. Mai potrei anche solo tentare di racchiuderla in delle parole.
Descrivere non serve, raccontare neppure, le fotografie, poi, sono una presa in giro. Bisogna trovarsi lì, e arrendersi. Lasciarsi invadere dallo stupore.

Il retro della carta d'imbarco è finito da un pezzo. Ho continuato a scrivere su una nota dello smartphone.
Siamo appena atterrati.
Scendiamo dall'aereo per ultimi. Torno presto. 

Fotografie di Roma non ve ne lascio [mi limito ad ammorbare il popolo di Facebook, contenti?], ma la parentesi culinaria voglio farla. Certo, sarei troppo banale a darvi la mia versione della cacio e pepe, vero?




ICE CREAM CAKE

Ingredienti
300 g di biscotti secchi [noi avevamo gli Oro Saiwa, ma potete usare quelli che preferite, anche abbinandoli ai gusti di gelato]
150 g di burro fuso
2 cucchiai di miele
cannella, un pizzico di sale

1 kg di ottimo gelato [il nostro era di Gelatario, se non lo conoscete dovete provvedere]

Procedimento
Tritate finemente i biscotti, mescolateli al burro fuso, al miele, alla cannella e al sale.
Disponeteli sul fondo di una tortiera con apertura a cerniera. Mettete in freezer per una decina di minuti.
Intanto, lasciate ammorbidire un po' il gelato.

Riprendete la base, e distribuitevi il gelato. Se scegliete due gusti, come nel nostro caso, vi consiglio di utilizzare una sac à poche per distribuirli in modo che rimangano separati.

Rimettete in tutto in freezer fino al momento di servire il dolce.

[I nostri gusti? Ricotta con pistacchi e cioccolato + crema con biscotti Gentilini]


INSALATA DI AVOCADO, WAKAME E PINOLI [ricetta di Iaia]

Ingredienti [per 5 persone]
2  avocado ben maturi
Alga wakame reidratata
Pinoli
Salsa di soia
Succo di limone

Procedimento
Tagliate gli avocado a cubetti. Mescolateli all'alga e ai pinoli [si potrebbero anche tostare, perché no]. Condite con la salsa di soia e il succo di limone, a piacere.


CECI CON CAROTE E SALSA DI YOGURT SPEZIATA

Ingredienti [sempre per 5 persone]
250 g di ceci [una scatola, insomma, ma se li avete secchi è meglio]
una carota
yogurt [magro o intero, l'importante è che non sia zuccherato]
spezie e aromi a volontà: curcuma, curry, paprika, cumino, coriandolo, origano, pepe nero

Procedimento
Fate saltare in padella i ceci e la carota tagliata sottilmente [se avete pelapatate/mandolina è perfetto].
Intanto, mescolate allo yogurt le spezie, regolandovi con l'assaggio.
Servite i ceci e le carote con la salsa.

domenica 12 agosto 2012

You ain't born typical

Era un po' di tempo che corteggiavo la torta di zucchine. Quella celeberrima che si vede in rete da un po', che ogni libro di cakes americani propone. La corteggiavo. Perché io amo le zucchine [sì, proprio quelle verdure insulse e insapori, che in pratica contengono solo acqua e fibre, quelle]: ne mangio a piantagioni, in ogni modo e... e mi fermo, prima che questo post diventi un'ode alla zucchina.
Dicevamo di una torta, dolce, di zucchine.
Avevo messo questa piacevole ossessione da parte, un po' come si fa con le storie d'amore che, si teme, non possano giungere a lieto fine, finché non l'ho vista qui. Ero al lavoro, e temo di aver ignorato apertamente un paio di clienti mentre scorrevo la ricetta e, mentalmente, aprivo la dispensa per controllare di avere tutti gli ingredienti. L'intenzione era quella di prepararla a notte fonda, non appena fossi tornata a casa. Poi l'insonnia mi ha portata altrove [l'insonnia, o l'assenza di mandorle in casa, fate voi].

L'ho sfornata il pomeriggio seguente, mentre qualcuno fotografava gusci di uova e mangiava dei bucatini improvvisati, ed è stata assaggiata davanti a un film, mentre qualcuno beveva birra e qualcuno tè verde freddo.

Considerazioni:
- in cottura sprigiona un profumo identico a quel surrogato di crema alla vaniglia che tutti abbiamo mangiato da piccoli; davvero identico, per quanto inspiegabile, sì
- rimane incredibilmente morbida e soffice e profumata
- manda in crisi le papille gustative: le poverine, dopo l'assaggio, si ritrovano bombardate da zucchina-mandorla-impasto di torta dolce-zucchero di canna-zucchina e si chiedono che caspita stiate mangiando
- i fratelli non l'apprezzano molto, soprattutto quelli che seguono un programma alimentare a base di birra e che esclude le verdure, soprattutto quelle molto verdi
- è innegabilmente buona. E in questo "buona" metteteci tutto: è perfetta per la colazione, rientra nella categoria delle torte confortanti, quelle che fanno casa-famiglia-tranquillità-pace [in realtà è semplicemente allucinogena], è sana [fibre, un po' di olio giusto per illudere l'impasto che sì, dai, ti ho messo dentro anche dei grassi, ora puoi diventare bello morbido, zuccheri contenuti, possibilità di usare la vostra farina preferita, e chi ne ha più ne metta] e poi è bella.
[Questi sono, è chiaro, pareri personali, ma confido nel vostro buonsenso e so benissimo che nessuno prende ciò che è scritto qui come realtà oggettiva; insomma, mi conoscete.]

Ora la smetto di divagare e, magari, vi trascrivo la ricetta, che ne dite?
Datele una chance.
Dovete solo accettare il fatto di lasciar scivolare delle zucchine in un impasto con zucchero, uova, farina, mandorle.
Ogni azione insolita merita una chance, ogni inaspettata unione. In fondo, è al di fuori del convenzionale che si colloca lo stupore. E lo stupore è da ricercare, anche quando si tratta, semplicemente, della sorpresa per il sapore un po' atipico di una torta un po' verde.



TORTA DI ZUCCHINE [ricetta di Martina, fra parentesi le mie modifiche]

Ingredienti
400 g di farina setacciata
400 g di zucchine non troppo acquose
300 g di zucchero [ne ho messi 200, e 2/3 erano zucchero di canna]
4 uova
100 g di mandorle
un bicchiere non troppo capiente di olio extravergine di oliva [80 g]
una bustina di lievito [16 g]
un pizzico di sale

Procedimento
Preriscaldate il forno a 175°C.
Pulite le zucchine e grattugiatele [non frullatele, rilascerebbero troppa acqua nell'impasto]. Tritate le mandorle senza polverizzarle [il "croccantino" sotto i denti ha sempre il suo perché ;) ].
Lavorate con la frusta le uova, lo zucchero e il sale, finché non avrete ottenuto un composto chiaro e spumoso.
Aggiungete l'olio, a filo, e le mandorle. Unite le zucchine e la farina setacciata con il lievito, alternandoli.

Versate il composto in uno stampo [io ne ho usato uno a ciambella, ma potete anche scegliere il classico "da torta", o magari quello lungo da cake, o anche farne dei muffins, perché no].
Infornare e cuocere per 35-40 minuti.
Prova stecchino. 






[Foto: Marta Rizzato]

lunedì 5 dicembre 2011

Dicembre

E’ Natale da fine Ottobre: le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. 
Io vorrei un Dicembre a luci spente e con le persone accese.

Charles Bukowski.

Lo vorrei anch'io, Charles.


Dicembre è già qui.
Il profumo dei camini accesi che affumica l'aria, un po' più fredda, così, da un giorno all'altro.
Il rosso intenso. I rami di pino che sanno ancora di resina. Le città illuminate. Il Duomo che si staglia, latteo, nel cielo già notturno, quando esci dall'Università alle 17. Il cielo rosa di notte, quando vuole nevicare. Le distese di neve intatta. Quando al mattino ti svegli e senti quel silenzio assoluto, che ti dice che fuori è tutto bianco, prima che tu apra le persiane. Le strade ghiacciate di notte. Le sciate. I cieli stellati in montagna. I biscotti speziati che papà porta dalla Germania. La cioccolata con la cannella appena macinata e la scorza di arancia grattugiata. Dormire con due piumoni, ma in canottiera. Il pandoro. I guanti, gli occhiali che si appannano quando entri in un bar. Le albe coperte di brina. Dicembre.

Meno luci, più persone.
Meno pensieri, più parole.
Meno quaderni, più racconti a voce.

In fondo, Dicembre mi piace.
Il problema sono le carenze di spirito natalizio, che mi rendono un po' acida (più del solito, sì :) e un tantino poco tollerante, in situazioni come: ressa da shopping natalizio, esagerato impiego di luminarie multicolori, riproduzione di canzoni eccessivamente natalizie.

[piccola nota: madre e sorella quest'anno hanno avuto carta bianca -io non sono stata interpellata, ovviamente- e si stanno sbizzarrendo ricoprendo ogni superficie domestica con addobbi e luci; la domenica mattina mi sveglio con un cd natalizio che già suona in cucina, mentre le sopracitate scelgono le due compilation da riprodurre in seguito; mia nonna sta già stilando la lista della spesa per il pranzo di Natale.
Ho paura che inizieranno a crescermi ciuffi di pelo verde.]

Come a contrastare questo rapido e chiassoso appropinquarsi del Natale, almeno in cucina, rimango ferma all'autunno, facendo fuori le scorte di zucca stipate nel freezer.
Personalmente adoro questo ortaggio.
Metà della mia famiglia è di origini mantovane, sono cresciuta fra risotti e tortelli di zucca. Ora mi piace moltissimo nature, al forno, con una macinata di pepe e qualche granello di sale. O in versione vellutata.
Nei dolci non l'avevo ancora provata, complici i nasi arricciati di chi mangia i miei esperimenti in cucina.
[Ogni tanto ho l'impressione che se preparassi solo crostate con la marmellata e torte di cioccolato, qui, sarebbero tutti felicissimi.]
Visto lo scarso entusiasmo, ho lasciato perdere l'idea di infornare la classica Pumpkin Pie americana, e ho optato per un simil-moelleaux, dove il cacao avrebbe nascosto l'arancione della zucca e, insieme agli amaretti, mimetizzato il sapore.
Il risultato? Nel giro di una cena e di una colazione, erano rimaste solo le briciole.
Facciamo progressi, dai ;)

Se anche voi avete ancora della zucca superstite, magari surgelata, provate questo dolce: semplicissimo, senza burro né olio e goloso. Sembra un vero moelleux, ma, incredibilmente, conta un terzo delle calorie.
Amaretti, cacao e zucca, poi... c'è bisogno che vi descriva l'effetto? ;)




MOELLEUX DI ZUCCA, con cacao e amaretti


  • INGREDIENTI


500 g di polpa di zucca, cotta e frullata
150 g di zucchero
100 g di farina 00
2 uova
200 g di amaretti finemente tritati
2 cucchiai di cacao amaro di ottima qualità
6 g di lievito
latte q.b.
un pizzico di sale


  • PROCEDIMENTO


Preriscaldare il forno a 190°C.

Lavorare lo zucchero con le uova, fino a rendere queste ultime ben chiare.
Aggiungere la polpa di zucca, gli amaretti, la farina, il cacao, il lievito e il pizzico di sale.
Per quanto riguarda il latte, va dosato in base all'umidità della zucca: aggiungetene quanto basta per ottenere un composto fluido, ma non liquido.
Versare l'impasto in uno stampo precedentemente imburrato e infarinato. Cuocere in forno caldo per un'ora.
Prova stecchino.

(il giorno dopo, ben fredda, guadagna 10 punti! ;)




E il vostro, di Dicembre, com'è, come sarà?
Natalizio? O solo... Dicembre?

a.

lunedì 25 luglio 2011

Mi piace cucinare, semplicemente.

[...] perchè una cosa è certa: cucinare fa stare bene e mette in pace con il mondo.
Sigrid  conclude con questa frase la prefazione del suo ultimo libro, e mentre la leggevo, stamattina, nell'assonnata alba del lunedì, pensavo che niente avrebbe potuto adattarsi di più a me e al mio modo di vivere la cucina.
Per tanti, vari, motivi, amo più cucinare che mangiare.
Forse perchè la cucina è l'applicarsi al cibo, è unire il proprio pensiero razionale a ingredienti materiali e tentare una fusione armonica. Forse perchè cucinando devo semplicemente seguire una ricetta, precisa nelle sue grammature e nei suoi procedimenti, che sia scritta in un libro, in una pagina web o nella mia mente. Forse perchè cucinare è un altro modo di comunicare, l'ennesima via per trasmettere qualcosa, con pennelli che sono cucchiai e colori che sono ingredienti.
Ma forse perchè, semplicemente, creare qualcosa pasticciando fra pacchi di farina, uova, forno e fornelli mi piace. Sì, mi piace, e per una volta cerchiamo di vedere le cose nel più banale dei modi, senza cercare significati profondi o metafore di vita :)

Così, sulla linea del limpido e schietto, questa settimana partiamo con un piatto di pasta.
Sì, un semplice, normalissimo, piatto di pasta. Cucinata per un gruppetto di dodicenni (sorella e amiche) di ritorno da una giornata di piscina, affamate e stanche.
I sapori? Pomodorini appena colti, mozzarella di bufala (quella buona ;) e basilico fresco.
Certo, proprio un normale piatto di pasta, a ben guardare, non è... c'è qualche tocco di Agnese, che però si avverte solamente, mentre all'apparenza rimane un'innocua pasta fredda ;)

Eccovi la (non) ricetta, variazioni personali comprese :)




PASTA FREDDA CON POMODORINI SEMI-CONFIT, MOZZARELLA DI BUFALA E OLIO AL BASILICO

  • INGREDIENTI

200 g di pasta grossa (avevo finito l'integrale, ma secondo me ci sarebbe stata benissimo!)
pomodorini ciliegia
una mozzarella di bufala da 150 g circa
foglie di basilico fresco
mezzo cucchiaino di zucchero
olio evo
sale

  • PROCEDIMENTO

Cuocere la pasta al dente in abbondante acqua salata. Scolarla e lasciarla raffreddare, aggiungendo un filo d'olio.
Nel frattempo pulire e tagliare in quattro i pomodorini. In una padella, far soffriggere in un cucchiaio di olio uno spicchio d'aglio in camicia. Aggiungere i pomodori e farli saltare per circa un minuto (devono solo insaporirsi), aggiustando l'acidità con lo zucchero e bilanciando con un pizzico di sale.
Creare un'emulsione con le foglie di basilico e un po' di olio (la consistenza dipende da quanto olio utilizzate: io ne ho messo pochissimo e il risultato era quasi un pesto; se ne aggiungete, sarà più simile a un olio al basilico. La scelta è vostra, l'importante è sfruttare il profumo del basilico al meglio).
Condite la pasta fredda con l'emulsione di olio al basilico, i pomodorini semi-confit e la mozzarella (non affettatela con un coltello, "sfilacciatela" semplicemente: rimane con una consistenza migliore ed è anche più bella, secondo me :)





E' tutto :)
E dopo questa difficilissima ricetta vi lascio al vostro lunedì, io torno al mio.
Buona settimana a tutti, a presto.

a.

ps: vi ricordo l'appuntamento con Food Therapy oggi pomeriggio in diretta su Puntoradio, dalle 18.00 :)

mercoledì 20 luglio 2011

Il temporale, di tutto questo, se ne frega.


- Non devi mai farti certe domande. Lei sarà sempre più veloce di te.
E per lei intendeva una massa nera, nella quale saettavano lampi di luce azzurra, dalla quale scaturivano tuoni roboanti, che andava ingrandendosi alle spalle di me, ciclista molto teorica, che con la sua mountain bike e il suo scoordinato completo pantaloncini+canottiera+superga stava per iniziare la sua pedalata.
In effetti, erano minacciose quelle nubi di tempesta che iniziavano a divorare pezzi di cielo sereno, crescendo sempre di più... eppure... non so, i temporali mi sono sempre piaciuti.
E mi è sempre piaciuto andare in bici, correre in bici. Dai fuori pista nei boschi, graffiandosi le braccia fra i rami e intercettando ragnatele che ti s'impigliano fra le ciglia, alle lunghe discese di asfalto liscio, quando vai così veloce che ti sembra di volare e devi socchiudere gli occhi, perchè l'aria è talmente forte da farli bruciare.
Mi è sempre piaciuto consumare lettori mp3 ascoltandoli per ore, mentre percorrevo chilometri su chilometri, scandendoli con canzoni cariche, arrabbiate, tristi, tamarrissime o ridicole, rock, indie, o pop, canzoni che in mezzo al nulla della campagna più selvaggia, sola con la tua bici, puoi anche cantare a squarciagola, tanto ad ascoltarti ci sono solo le spighe di grano e le zanzare. 
Mi è sempre piaciuto andare veloce, perchè, almeno finchè non ti fermi, ti sembra di essere più veloce dei tuoi pensieri, e, soprattutto, capace di mettere sempre più chilometri fra te e quello da cui stai scappando.

Poi capitano giorni in cui tenti di scappare da un temporale. Ma in realtà vuoi solo che ti raggiunga, e che ti sommerga con tanta, tanta, pioggia. Furiosa, battente, fredda. Pioggia, sulla pelle.
Ed è proprio bello. Ti fermi, scendi dalla bici, e attorno a te ci sono solo gocce, tuoni e lampi. E tu puoi essere una ragazza appena tornata dal lavoro, con il suo mascara che si scioglie, un iPod non certo idrorepellente infilato nell'elastico dei pantaloncini, puoi avere anche un'imminente cena con degli amici, e non il tempo per renderti nuovamente presentabile, ma al temporale, di tutto questo, non gliene frega niente. Sei uguale a quella fogliolina sulla quale le gocce cadono impietose, sei uguale all'asfalto caldo sul quale la pioggia evapora, sei uguale al fiume che scorre incurante di tutto questo, alla cui acqua se ne aggiunge altra. Ed è bello, perchè il temporale se ne frega anche dei tuoi pensieri, e li mette a tacere, facendoti capire che basta della semplice acqua per sovrastarli. Seppur momentaneamente.

Ammetto che, dopo un'oretta, quando ormai i pesci ti nuotano nelle scarpe e hai l'aspetto di un mostro di palude, ti viene da chiederti se fosse proprio necessario, tuffarsi in quell'oceano sopra il livello del mare. No, non era necessario, però ha fatto un gran bene, come tante altre cose non necessarie ;)

Torni a casa, ti fai una doccia calda, sebbene sia luglio inoltrato, poi apri il frigo per vedere di cosa ti puoi cibare (due ore di bici sotto il temporale creano un bel buco nello stomaco, posso assicurarvelo ;) ), perchè ormai la cena con gli amici è stata trasformata in un dopocena con gli amici, e ti ritrovi ad essere implorata da tre zucchine dimenticate da chissà quando nel cassetto degli ortaggi, una mezza confezione di ricotta avanzata dall'ultima colazione ricotta, miele & cereali, un pacchetto di squacquerone... e ti ricordi anche di un rotolo di pasta sfoglia abbandonato in freezer, in attesa di ispirazione, o di temperature accettabili per l'accensione del forno.
Decidi di salvare i dispersi, di accendere il forno (magari, generando ulteriore calore in casa, hai qualche possibilità di far sparire le squame che ti sono spuntate, dopo l'immersione nella campagna novarese) e d'improvvisare un quiche.
Ah, sì, mi piacciono molto anche le quiche, oltre ai temporali e alle biciclettate catartiche.

Sfoglia croccante e dorata, una crema di formaggi aromatizzata da un po' di menta (che con le zucchine, si sa...), timo e maggiorana, qualche pinolo tostato e delle zucchine affettate sottili.
Semplicissima. Ma gustosa.
Così, nel caso vi capiti di accendere il forno, fra un temporale e l'altro, e abbiate voglia di qualcosa di sfizioso.




SFOGLIA CON FORMAGGI E ZUCCHINE


  • INGREDIENTI

un rotolo di pasta sfoglia
    3-4 zucchine
    150 g di ricotta
    300 g di squacquerone (o altro formaggio morbido a vostra scelta)
    un paio di cucchiai di pinoli
    menta, timo e maggiorana q.b.
    olio evo
    sale&pepe 


    • PROCEDIMENTO

    Preriscaldare il forno a 200°C.
    Mondare e affettare sottilmente le zucchine. Far tostare i pinoli in una padella antiaderente.
    Lavorare i formaggi con le erbe aromatiche, il sale e il pepe. Se volete, aggiungere un filo d'olio.Srotolare la pasta sfoglia su di una teglia da forno. Spalmare la crema di formaggi tralasciando 1-1.5 cm di bordo. Distribuirvi le zucchine. Terminare con i pinoli tostati. Ripiegare verso l'interno i bordi e infornare per 20-50 minuti, finchè la sfoglia non sarà ben cotta.




    Ricettina davvero easy, ma, che dire, c'è voglia di vacanza anche in cucina ;)
    Buona giornata a tutti, a presto.

    a.

    ps: ho poco tempo libero, ma le novità promesse stanno prendendo forma, siate pazienti!

    ... Blogger stamattina si è preso la libertà di decidere font e formato... non so che dire, ma sono molto infastidita!

    venerdì 10 giugno 2011

    Love it healthy


    Ieri sera sono uscita da un certo appuntamento (ha qualcosa a che fare con quella cosa di cui vi parlavo l’altro giorno ;) e, anziché tornare subito a casa, sono andata a farmi un giro ad Arona. Era quasi ora di cena, così mi sono presa un gelato nella mia gelateria preferita (almeno uno dei miei kg lo devo a loro, ma è un kg di cui mi pento ben poco ;) e me lo sono gustato passeggiando sul lungo lago. La sera, in quell’orario sacro che va dalle sette alle nove, quando tutti sono a cena, è ancora più bello. Deserto, solo qualcuno che fa jogging o che porta a spasso il cane. Con quella luce calda ma velata, che accarezza ogni forma e allunga le ombre, disegnandole sinuose ed eleganti, che riflette sullo specchio del Lago creando un effetto particolare, rendendo la sua superfiche simile al mercurio liquido. E tu sei libera di camminare a passi lenti e leggeri, sorridendo ai tuoi pensieri e mangiando un gelato per cena.
    Cose semplici, che s’incastrano perfettamente fra loro, che hanno un retrogusto che, guarda, guarda, assomiglia alla serenità.

    E di semplicità parliamo anche in cucina, oggi. Durante uno dei pomeriggi in Fiera, chiacchieravo con Emanuela, amica e compagna di quelle giornate, riguardo le insalate fredde con i cereali. Parla di orzo, parla di avena, parla di kamut e ti viene voglia di goderti un sanissimo piatto di questi chicchi ben più saporiti e gustosi del banale riso bianco. Io li adoro il più naturale possibile: con tonno e pomodorini, con zucchine e menta, con ricotta e basilico, con feta e olive. Come spesso accade, l’idea originale di un’insalata di cereali con verdurine fresche è stata rivoluzionata semplicemente aprendo la dispensa e cercando qualcosa da infilarci dentro.
    Questa volta, in fondo al mobiletto erano rimasti piselli secchi, lenticchie (anch’esse secche) e un mezzo pacchetto di orzo perlato.
    Premettendo che adoro i legumi (sono ricchi di nutrienti preziosi, praticamente privi di grassi e hanno quella giusta quantità di fibre che li completa alla perfezione –fra l’altro, sapete che le fibre sono prive di calorie? E, anzi, il nostro corpo brucia calorie nel difficile compito di digerirle. Quindi, più è elevata la percentuale di fibre di un alimento, più aumentano le possibilità che sia leggero e più il nostro apparato digerente deve faticare per assimilarlo… meglio di una corsetta al parco, o quasi ;)- ) e che questi carboidrati a basso indice glicemico sono quelli che preferisco, sono passati giusto due o tre secondi prima che finissero in pentola.
    Poteva uscirne una classica zuppa, ma ho deciso di farne una versione asciutta, più estiva e sfiziosa. Ho cotto il tutto in un brodo vegetale improvvisato, per dare un po’ più di sapore, profumato con rosmarino e pepe (taaaanto pepe, che adoro!).
    Ricetta!




    INSALATA FREDDA DI ORZO, LENTICCHIE E PISELLI

    • INGREDIENTI

    200 g di orzo
    500 g di lenticchie secche
    500 g di piselli secchi
    una carota
    mezza cipolla
    un paio di coste di sedano
    sale&pepe
    rosmarino
    olio evo

    • PROCEDIMENTO

    In una pentola, mettere a bollire dell’acqua salata con le verdure fresche. Nel frattempo, sciacquate in abbondante acqua fredda l’orzo e i legumi, finchè l’acqua non sarà limpida. Aggiungerli al brodo e cuocere per circa mezz’ora (confesso di non aver misurato la cottura, ho semplicemente assaggiato di tanto in tanto). Quando cotto (a me piacciono più che al dente, ma decidete voi il grado di cottura secondo il vostro gusto), scolate il tutto, togliete le verdure (potete affettarle e aggiungerle all’insalata, volendo), fate saltare in padella per qualche istante, senza olio, ma solo con gli aghi di rosmarino tritati.
    Servite con un’abbondante macinata di pepe nero e un filo d’olio.


    Due ricette salate di seguito? C'è aria di cambiamento? ;)

    Buon weekend a tutti, un abbraccio!
    Agnese

    mercoledì 8 giugno 2011

    A volte basta cambiare il metodo


    In questi giorni ho la mente in sovraccarico. Dormo pochissimo e sono sempre in giro, sto consumando i cd che ho in auto. Iperattività, eccesso di caffeina, fisiologico risveglio da cambio stagione… mah, non saprei. Secondo me semplicemente tanta voglia di fare, qualsiasi cosa.
    Sono in trepida attesa d’iniziare una cosa, nella quale mi metterò molto alla prova, nella quale devo giocarmi al meglio le carte che ho in mano… e aspettare mi fa impazzire. Sono una persona che agisce, anche se alle volte non sembrerebbe. Non riesco a stare in attesa, soprattutto quando quell’attesa precede qualcosa d’importante. Non riesco a stare ferma, a vegetare, i tempi morti mi uccidono e accorgermi di sprecare istanti di vita mi manda in paranoia. Dovrei darmi una rilassata, lo so. Che poi non aspetto un cenno divino o qualcos’altro di altrettanto improbabile o incerto, no, aspetto una risposta che arriverà, solo che devo aspettare ancora troppo tempo. I due giorni più lunghi degli ultimi tempi, ve lo posso garantire.
    Così, mentre metto fretta all’orologio, tento di tenermi occupata con attività manuali delle più improbabili (fare andare le mani funziona quasi sempre, quando bisogna lasciare il cervello un po’ da parte): svuotare tutti i cassetti della mia scrivania e ordinare il loro contenuto (fatto avvenuto solo una volta prima d’ora, ovvero al montaggio del sopracitato mobile), disporre i libri in libreria secondo genere, autore, casa editrice, altezza della copertina e tono di colore, macinare chilometri per la provincia di Novara con la Piccola Ka (l’adorato botolo che guido, senza il quale non saprei davvero come fare).
    Ovviamente, mi sono autoeletta responsabile di tutti i pasti della famiglia. A partire dalla colazione (quando ti svegli tre ore prima dell’alba i pancakes sono quasi riduttivi da preparare ;), passando per il pranzo, raggiungendo la cena. 
    Se lo scopo è distrarre il più possibile la mente, un normale piatto di pasta è troppo semplice e veloce da preparare. Così, mi sto dilettando in sperimentazioni d’ogni sorta, sfruttando fratelli, genitori e amici come cavie. L’altra sera, ad esempio, avevo un’oretta libera prima di cena e, mentre spostavo pacchetti di pasta e di riso alla ricerca d’ispirazione, è saltato fuori un pacchetto di riso venere, destinato a giacere dimenticato in un angolo, preda del tempo e degli insetti. Nel mio immaginario (e per la mia limitata esperienza) riso venere chiama gamberi e zucchine. Però, che noia, sempre le solite ricette. Abbiamo infiniti ingredienti che potremmo sfruttare, ci sono centinaia di aromi che non immaginiamo nemmeno, e ci ritroviamo sempre a cucinare quel piatto di pasta, quella pizza, quell’insalata, quel dolce. Lo so, la familiarità è confortante e, spesso, non si ha il tempo di pensare una nuova ricetta, ma ogni tanto uno sforzo creativo si può fare.
    Questa volta, ad esempio, ho scelto di riportare tutti i sapori della ricetta per così dire classica, modificando semplicemente la composizione del piatto.
    Uno specchio verde acceso di zucchine saltate, il riso venere presentato in modo un po’ più ricercato, qualche gambero (poi rivelatosi gamberetto, meravigliose sorprese da prodotto surgelato last minute) glassato nel Cognac e una spolverata di sesamo tostato in padella. Semplicissimo, rapido (il tutto si prepara nel tempo di cottura del riso), scenografico q.b.
    Ed è bastato cambiare il metodo di preparazione.
    (funziona anche con la vita, a volte ;)





    TORTINO DI RISO VENERE CON VELLUTATA DI ZUCCHINE, GAMBERI AL COGNAC E SESAMO TOSTATO

    • INGREDIENTI (per 4)

    500- 700 g di riso venere (cresce poco in cottura, quindi regolatevi voi con le porzioni, io ne ho fatto un pacchetto intero per quattro persone, ed è scomparso senza problemi ;)

    Per la vellutata:

    5 zucchine (le mie erano quelle mignon dell’orto della nonna… anche qui, regolatevi voi)
    uno spicchietto di aglio
    olio evo
    sale&pepe q.b.

    Per i gamberi:

    700 g di gamberi surgelati (scegliete quelli che preferite, a me piacciono i gamberoni mega della pescheria, freschi e polposi, ma questa volta ho dovuto ripiegare sul pratico surgelato per questioni di tempo, ma che si è rivelato comunque soddisfacente)
    un pizzico di paprica o un peperoncino affettato (se vi piace)
    Cognac (anche il brandy va bene, così come un ottimo Armagnac, che io metterei dovunque)
    sale&pepe

    sesamo

    • PROCEDIMENTO

    Iniziare lessando il riso, che ha una cottura molto lunga (dai 45 ai 50 minuti).
    Intanto, in una padella, soffriggere l’aglio in camicia in un filo d’olio. Quando avrà rilasciato un po’ del suo aroma, togliere lo spicchio e versarvi le zucchine, pulite e affettate.
    Far saltare per qualche minuto, ritoccare di sale e pepe.
    Quando le zucchine saranno abbastanza cotte (le dobbiamo frullare, quindi l’importante non è la consistenza, bensì che mantengano il loro verde brillante: basta, quindi, davvero una saltata rapida), versarle nel mixer e frullarle, aggiungendo olio (o acqua, se non volete incrementare i grassi) per regolare l’emulsione. Il risultato dovrà essere una vellutata piuttosto densa.
    Scaldare nuovamente la stessa padella dove sono state saltate la verdure e, quando rovente, buttarci i gamberi scongelati e senza residui di ghiaccio (per essere sicuri che non rimanga acqua: passatina al micro, scolare e via di padella), farli cuocere brevemente. Regolare si sale e pepe, dare un tocco di piccante (se piace) e poi innaffiare con il Cognac (o simili). A questo punto, fare quella cosa figa che si vede alla tele: inclinare la padella in modo che un po’ del liquido (che è diventato una sorta di bisque, alla fine) sfiori la fiamma del fornello, l’alcool prenderà fuoco e ciò permetterà di eliminare il sapore alcolico (che alla fine stona), mantenendo però l’aromaticità del liquore. In più, l’evaporazione rapida garantisce una cottura ottimale: il gambero non si lessa, mantiene la consistenza e riesce meravigliosamente glassato, il tutto in una manciata di minuti. Versare i gamberi in una ciotola e metterli da parte.




    E con questo vi saluto, miei cari, ci rileggiamo presto.
    Un bacione!

    giovedì 20 gennaio 2011

    Nobody said it was easy

    Ogni tanto c'è bisogno che qualcosa vada liscio nella vita. Che non ci siano nodi, che non ci siano grinze, che non ci siano pieghe o buchi. Non che io ami la calma piatta (anzi), ma a un certo punto capita di guardarsi allo specchio e dirsi “Basta, sono stanca.”, chiedersi chi si sia dimenticato di dipingere la linea dell'arrivo, chi ti abbia distrattamente lasciata a correre, continuamente, perdifiato, senza sosta.
    Ne stanno succedendo troppe e io sono un po' stordita da tutto questo, sballottata dai flutti che si abbattono sul ponte della mia esile caravella (Patrician III non c'entra nulla con questa metafora, no, vero tesoro?).
    Così, ecco che mi metto a cucinare comfort food. Cosine che iniziano a prendersi cura di te mentre le prepari, che ti avvolgono nel loro calore e che ti ripetono affettuosamente che va tutto bene, a ogni boccone.

    (ma, dico, è normale che io parli del cibo come di un essere umano?! Sorvoliamo.)

    Oggi vi lascio una crema di piselli delicata ma saporita, da gustare con un filo di olio extravergine di oliva e una macinata di pepe, godendosi la consistenza di velluto fino all'ultimo cucchiaio.
    Perchè, sì, ogni tanto qualcosa di liscio e semplice ci vuole.




    VELLUTATA DI PISELLI

    • INGREDIENTI

    400 g di piselli (io ho usato quelli surgelati)
    3 patate medie
    una carota
    una cipolla
    20 g di panna da cucina (opzionale e/o sostituibile con del latte, o ricotta)
    olio extravergine di oliva
    sale
    pepe

    • PREPARAZIONE

    Soffriggere con un cucchiaio di olio la cipolla e la carota. Nel frattempo pulire, pelare e tagliare le patate. Quando il soffritto sarà ben appassito aggiungere le altre verdure (i piselli anche ancora congelati). Ricoprire con dell'acqua, versare la panna, aggiustare di sale. Far cuocere per 45-60 minuti, finchè le patate non saranno morbide. Frullare.



    Servire calda con un filo d'olio evo crudo, una macinata di pepe e, volendo, dei crostini preparati facendo tostare (o saltando in padella) dei cubetti di pane.