sabato 30 marzo 2013
Baustelle, Fantasma Tour 2013
I Baustelle sono stati immensi, stasera.
Sono abituata a concerti che sono bagni di folla e di sudore, dai quali emergi lavata di birra, con i capelli che odorano di sigarette ed erba, chiedendoti dove siano finite le tue corde vocali. Quella di stasera, invece, è stata un'esperienza del tutto diversa.
Eppure, travolgente.
Ho capito cosa significano i Baustelle dal vivo quando, dopo, "Il futuro", Bianconi ha attaccato con "Nessuno". Lui seduto, l'atmosfera raccolta, l'intero teatro in silenzio, ad ascoltare.
Perciò stanotte dormi qui
che non esiste oscenità
freghiamo la pornografia.
E dammi figli e verità
e sesso orale e santità
non mi resta più nessuno tranne te.
Azzeccata la scelta delle luci, bisogna riconoscerlo. Sono di quelle impietose, che ti illuminano senza indulgenza, mentre piangi in terza fila, di fronte a Francesco.
Luci che ti spogliano. Lasciandoti nuda in una Siberia incandescente di emozioni.
"Nessuno" ti sbatte a terra, poi t'illude con la tregua di certe formule epiche che solo i Baustelle sanno creare, rassicuranti quanto qualcuno che ti fa rialzare solo per poterti centrare meglio con il colpo seguente.
Io credo nel caos e nella violenza [...]
credo nel peggio che deve arrivare [...]
E quindi mi servono armi, lo so.
Unica, poi, la miscela di poesia e tristezza che combinano per ottenere il loro romanticismo.
Ed accarezzi con la mente le rughe che ti regalai.
Chiudono così, perché il colpo di prima non ti aveva ancora tolto abbastanza fiato:
E vieni a vivere con me un mondo atroce
vieni qua a sopportarne la follia.
Dammi figli e oscenità
e tenerezza e dignità
non ho mai amato nessuno come te.
Bene, siamo solo al secondo pezzo, ti dici, mentre le luci finalmente si abbassano di nuovo e tu, cercando di fingere un ritocco al trucco, ti asciughi gli occhi.
I pezzi da "Fantasma" continuano, e sono una continua discesa e risalita degli Inferi dell'animo umano.
"Diorama" è di una crudeltà quasi tenera, mentre descrive certe vite vuote. Vuote, ma così vicine.
Io, che non ho giorni da sprecare, so i dolci posti dove andare.
Andrò al parco, a farmi passeggiare un po',
che non ho cani a cui badare.
Ho davvero poche necessità.
Abbiamo davvero poche necessità.
Eppure, come vorremmo trovarlo, quel Diorama dove non esiste prima, né poi, dove il tempo non ci può far male, dove marcire in eterno con le nostre poche necessità.
In fondo, giace qui, ad libitum, la tua imbecillità.
"Monumentale" è un tragico ritratto della finitezza umana. Degli uomini che si disperano nei cimiteri e che si prosciugano la mente fra televisione, internet, dibattiti politici, talent show.
Per un giorno non studiare e non chattare, ma piuttosto stringi forte chi ti ama.
Fra le mute tombe del Monumentale, trovi Dio, trovi Montale, in un'opaca infinità.
I cimiteri non danno pensieri.
A me piacciono i cimiteri, infatti. Ci vado a fare foto.
Il focus sull'umanità, sull'uomo e sull'umano continua ad allargarsi e a stringersi, canzone dopo canzone.
Noi non ci lasceremo mai, e, anche se fosse, sarà il Tempo, non sarà l'Eternità.
E abbi cura un po' di te e trova un uomo onesto che ti voglia bene.
Scusa.
Sto per attaccare.
Adesso.
Sì.
E la musica che ho scritto eccola qua, modellata su di te, sulle tue complessità.
E' per il finale della Temporalità, quando tutto cesserà.
Guerra o pace, passerà.
Tu non la senti, non importa.
Ciò che conta è che mi pensi, qualche volta,
che tu mangi, che non pianga,
e che non siano violentati dalla vita
-perché, tanto, è limitata-
i tuoi occhi.
Rachele è indescrivibile. La sua voce è una lama dall'Abisso: ti apre in due, mandandoti in frantumi e facendo sì che tu ti ferisca con le tue stesse schegge.
Che cosa resta di noi, che scopiamo nel parcheggio?
Cosa resta di noi, un rottame di Volkswagen?
Il ricordo, si sa, trasfigura la Realtà
la verità se ne sta sulle stelle più lontane.
Ci rimane una città, un lavoro sempre uguale,
una canzone che fa sottofondo all'Indecifrabile.
Proprio questa siete andati a ripescare. Che precisione. Che tempismo. Che talento nel tradurre la nebulosa di pensieri che ho in testa.
Cosa rimane di noi,
ora che siamo amati, e odiati, e traditi,
e non c'è più limite?
Divellere. E' questo il verbo che si addice all'azione che compiono certe canzoni.
Che cosa resta degli anni passati ad adorarti?
Cosa resta di me, delle bocche che ho baciato in discoteca?
Che cosa ne è della nostra relazione?
Stupidi noi, che piangiamo disperati.
Che cosa resta dei sogni che avevamo nella testa?
La nostra esperienza a che cosa servirà?
Capisci da dove nascono i testi dei Baustelle quando scorgi lei passarsi due dita sugli occhi, alla fine di "L'aeroplano".
Sfreccia in cielo un aeroplano.
Io ti amo, e non ti penso mai.
Sono strani, i Baustelle. Perché ti regalano una strana forma di speranza, che nasce dopo che ti hanno sbriciolata. Sono un po' come David Foster Wallace [anche per il puro, meraviglioso, non-sense di certe immagini].
Ho atteso quella intro per mezzo concerto.
E, quando è iniziata, mi sono accorta che bisognava rendermi agonizzante per farmi ascoltare questa canzone così, con il sorriso, e il cellulare impegnato in una telefonata.
La morte non esiste più,
non parla più,
non vende più,
mio folle amore.
La vita non uccide più
i nostri baci
i nostri sogni
e le parole.
Come sai decifrare bene, Bianconi, i desideri di pace confusi di noi poveri uomini.
Stringimi le mani, non è niente, che la guerra passerà.
[Passerà, vero?]
"Il corvo Joe" è un tuffo in quell'estate in cui bevevamo caffè amarissimi, passeggiavamo lungo il fiume o sul lungolago, esplorando certi Baratri davvero neri, e ci scambiavamo pezzi di vita seduti al tavolino di un bar, o chattando a notte fonda.
Quanta vita contengono le canzoni? Quante canzoni contiene una vita?
Giorni in cui sembravi perduto, ed evocavi il passato,
giorni che telefonavi e mi lasciavi da sola a brancolare nel buio.
E dubitavi di me.
Siamo troppo avvezzi a stare male,
a proteggerci dal Sole,
dalla radioattività.
Bisogna avere fede. Navigare nello spazio siderale. Presupporre l'aldilà.
Bsogna avere fede. Navigare nello spazio siderale. Superare l'aldilà.
Tanti stanchi simboli di troppo tempo fa. Oggi cambio pagina, chi vuole andare, va.
Bisogna avere fede ed esplorare ogni spazio siderale. Abolire l'aldilà.
Così ti stringo forte e grido "Amore".
Cerco il Bene nell'errore e l'Eterno nell'età.
[Mi piace l'amore disperato dei Baustelle.
Mi piace l'amore disperato.]
Bianconi è un meraviglioso dandy d'altri tempi. Teatrale, poetico, Romantico, strafottente a tratti. Prende in giro noi e i nostri piccoli, ma invalicabili, dolori, e al contempo ci consola come pochi altri.
"Fantasma" è davvero inquietante, come solo una panoramica sull'esistenza può essere. Dal vivo dà i brividi, complici anche le luci giocate magistralmente [la pelle d'oca durante "Conta' l'inverni" è degna di un incubo notturno, anche se a me ha ricordato un po' "Bianca" di Moretti].
Le tematiche affrontate sono quelle dei Baustelle cresciuti, con qualche anno in più rispetto ad "Amen", qualche cicatrice in più, qualche esperienza di vita in più: l'amore è onnipresente e sempre sofferto, ma a tratti ricoperto da un'inedita, fulgida, luminosità, molto vitale; il tempo, che passa, che rimane, che sprechiamo; la società, il sistema politico, la religione: sono cambiati i nomi, ma è angosciante notare come le situazioni da "Il regno animale" non siano mutate, e non per cecità di Bianconi; la letteratura, la filosofia, la storia: le citazioni non si contano.
Lo spettacolo è ideato per la rappresentazione in teatro. Si ascolta, ce lo si gode, lasciandocisi trapassare da lato a lato.
La tensione emotiva rimane ininterrotta per due ore. Per questo li ho definiti immensi, perché non è da tutti riuscire ad essere così empatici e artistici allo stesso tempo.
L'intero teatro è rimasto seduto per tutto lo spettacolo.
Fino ai saluti.
Francesco ha presentato la band, ci sono stati gli inchini di rito, il gruppo è uscito ringraziando, ricoperto da applausi.
E gli applausi non sono terminati una volta che le tende hanno inghiottito i musicisti.
Sono proseguiti per una decina di minuti, abbastanza per far bruciare i palmi delle mani.
Abbastanza per far rientrare i Baustelle.
Luci rosse, una magistrale "Charlie fa surf" in versione acustica.
All'inizio di "La guerra è finita", abbiamo mollato le sedie.
Mai stata così in prima fila. Le mani sul palco, la band a mezzo metro.
"Andarsene così" è stata una struggente e degna conclusione, con il gruppo a prendersi gli applausi e a conversare con il pubblico dal palco. A cinquanta centimetri, ripeto.
Posso dire di aver contato i peli bianchi della barba a Bianconi.
[Nel caso dovessero uscire delle foto ufficiali, sono la bionda con gli occhi lucidi che sussurra "Grazie" nel mezzo della folla urlante, di fronte a Francesco.]
giovedì 28 marzo 2013
Sacher rimpicciolite | Time may change me, but I can't trace time.
Avevo scritto un post.
Bello, forse. Scritto bene, magari. Senza fare strage della grammatica italiana, si spera.
Bello, forse. Scritto bene, magari. Senza fare strage della grammatica italiana, si spera.
Era una digressione di quelle che, un tempo, mi piacevano tanto, e mi facevano sentire come una che aveva capito tutto della vita. Una di quelle pagine da Romantica nata nel secolo sbagliato. Una ventina di righe da sedicenne-diciassettenne che sente palpitare il cuore mentre legge di Streben e di Sehnsucht. Uno sfogo da esistenzialista fallita. Un tributo a Nietzsche da filosofa di provincia.
E poi, niente, l'ho cancellato.
Perché? Perché mi racconto le stesse, identiche, cose da anni, ormai.
Perché? Perché mi racconto le stesse, identiche, cose da anni, ormai.
Ogni tanto ci credo ancora, ogni tanto non molto. In ogni caso, non volevo pubblicare l'ennesimo post wannabe-esistenzialista.
Ultimamente non scrivo molto, ed è strano, per me. Leggo, questo sì, sempre. Ma scrivo con poco entusiasmo. Gli stravolgimenti che hanno interessato la mia vita in questi ultimi mesi [trasferimento, lavoro/i, persone e Persone] mi hanno fatto capire che sto cercando qualcosa di nuovo, che pretendo qualcosa di diverso da me stessa, che tutto quello che prima mi faceva sentire appagata ora non mi basta più.
Ultimamente non scrivo molto, ed è strano, per me. Leggo, questo sì, sempre. Ma scrivo con poco entusiasmo. Gli stravolgimenti che hanno interessato la mia vita in questi ultimi mesi [trasferimento, lavoro/i, persone e Persone] mi hanno fatto capire che sto cercando qualcosa di nuovo, che pretendo qualcosa di diverso da me stessa, che tutto quello che prima mi faceva sentire appagata ora non mi basta più.
[E mi fermo, perché sto per ricadere in un ragionamento sulle dinamiche dei desideri che renderebbe la cancellazione della bozza di cui sopra inutile.]
Forse, riscoprirò il piacere vivo dello scrivere quando avrò qualcosa di nuovo da dire. Come afferma Franzen in uno dei saggi contenuti nell'ultimo "Più lontano ancora" [ve ne consiglio la lettura, è un libro illuminante, e le parti in cui parla dell'amico suicida David Foster Wallace sono di dolorosa bellezza], non è possibile continuare a scrivere rimanendo identici a se stessi, bisogna cambiare di continuo, crescere.
Ecco, forse, sto crescendo. Forse. Non diciamolo troppo forte, che qualcuno potrebbe illudersi.
In realtà non avrei mai pubblicato questa ricetta, perché le foto non mi soddisfano. Ma su Fb l'anteprima vi era piaciuta, come queste tortine cioccolatose erano piaciute a chi le aveva assaggiate, quindi mi son detta: "E scrivilo, un post, a che ti serve un blog se lo aggiorni una volta al mese?".
Quindi eccomi qui a proporvi delle mini-sacher che della sacher classica non hanno nulla, se non l'abbinamento di cioccolato e albicocca. Non sono dei muffins, ma si fingono cupcakes grazie al cucchiaio di panna a coprire la cupoletta. L'impasto ha un intenso profumo di cioccolato e custodisce un cuore morbido di confettura di albicocche. In più, se li consumate caldi [altrimenti basta riscaldarli per 20-30 secondi nel microonde], hanno quell'effetto "fondant au chocolat" che di certo non dispiace [le foto, purtroppo, non rendono: le ho fatte il giorno dopo con l'ultimo superstite].
Insomma, fingiamo che aprile non sia alle porte e, approfittando di questo inverno persistente, concediamoci questa iniezione di cioccolato.
Quindi eccomi qui a proporvi delle mini-sacher che della sacher classica non hanno nulla, se non l'abbinamento di cioccolato e albicocca. Non sono dei muffins, ma si fingono cupcakes grazie al cucchiaio di panna a coprire la cupoletta. L'impasto ha un intenso profumo di cioccolato e custodisce un cuore morbido di confettura di albicocche. In più, se li consumate caldi [altrimenti basta riscaldarli per 20-30 secondi nel microonde], hanno quell'effetto "fondant au chocolat" che di certo non dispiace [le foto, purtroppo, non rendono: le ho fatte il giorno dopo con l'ultimo superstite].
Insomma, fingiamo che aprile non sia alle porte e, approfittando di questo inverno persistente, concediamoci questa iniezione di cioccolato.
MINI-SACHER [o piccoli coulants au chocolat con cuore di albicocca]
Ingredienti [per 4 tortini]
80 g di cioccolato fondente [dal 50% al 65%, se la percentuale di cacao è più alta, eliminate il cacao in polvere e aggiungete 20 g di farina]*
20 g di farina
20 g di cacao amaro
70/80 g di zucchero [dipende da quanto è fondente il vostro cioccolato e dalla dolcezza della vostra confettura]
80 g di burro
2 uova
una punta di lievito per dolci
2 uova
una punta di lievito per dolci
confettura di albicocche q.b.
panna montata e cacao amaro [o scaglie di cioccolato] per servire
Procedimento
Accendere il forno sui 180°C.
Fondere il cioccolato con il burro a bagnomaria o nel microonde. Mescolarvi, poi, lo zucchero, la farina e il cacao setacciati, il lievito. Infine, le uova, uno alla volta.
Dividete il composto in uno stampo per muffins: riempite gli spazi con un paio di cucchiai, ponete un cucchiaino circa di confettura nel centro, ricoprite con dell'altro impasto.
Infornate e cuocete per 10 minuti [potete arrivare fino a 15 nel caso vogliate un risultato più stabile].
Servite, se volete, con un cucchiaio di panna montata posto sulla cima, o di fianco, e spolverato con un po' di cacao amaro o con qualche scaglia di cioccolato fondente.
Fondere il cioccolato con il burro a bagnomaria o nel microonde. Mescolarvi, poi, lo zucchero, la farina e il cacao setacciati, il lievito. Infine, le uova, uno alla volta.
Dividete il composto in uno stampo per muffins: riempite gli spazi con un paio di cucchiai, ponete un cucchiaino circa di confettura nel centro, ricoprite con dell'altro impasto.
Infornate e cuocete per 10 minuti [potete arrivare fino a 15 nel caso vogliate un risultato più stabile].
Servite, se volete, con un cucchiaio di panna montata posto sulla cima, o di fianco, e spolverato con un po' di cacao amaro o con qualche scaglia di cioccolato fondente.
giovedì 7 marzo 2013
Banana pancakes | For the love of breakfast
Sono ormai quasi due mesi che mi sono trasferita qui, a Modena, e settimana prossima sarà il turno di un nuovo trasloco.
Ho trovato il mio bucolocale, la mia mansardina con soffitto di travi in legno e finestre vista tetti, la mia libreria da riempire con i miei libri, la mia cucina eufemisticamente essenziale, persino senza forno [ma chi se ne importa, in qualche modo si farà], con un lavandino da far traboccare di tazze con fondi di caffè e cucchiaini sporchi di yogurt, i miei pochi mq in cui mantenere in ordine il mio disordine.
Non realizzo ancora bene il concetto "casa mia", ma non vedo l'ora di andare a viverci.
Mi sarebbe però dispiaciuto non lasciare traccia di quella che è stata la "casa di transizione", che mi ha ospitata in queste prime settimane modenesi, fra le pagine di Food Therapy.
Sono sicura di aver già sviscerato il mio amore profondo e fedele nei confronti della colazione che, anche vivendo da sola, è rimasta un appuntamento importante, nonostante mi siano mancati prodotti da forno homemade [casa di transizione, dicevo poco sopra, immaginate l'attrezzatura da cucina disponibile, sorvolando, poi, sul forno impossibile da accendere, dato che farebbe saltare la corrente].
Questi pancakes sono stati davvero una rivelazione. [In rete circolano già da un po', io li avevo visti da Stefania qualche tempo fa]. Perfetti per una colazione da favola, non necessitano una dispensa fornitissima, un frigo straripante, e nemmeno il possesso dell'intero catalogo Kitchen Aid. La classica ricetta, insomma, che nei manuali di cucina indirizzerebbero a single, workaholics senza tempo per spesa&fornelli o professionisti in pigrizia.
Bastano due ingredienti: una banana [magari proprio l'ultima rimasta, ormai in fase di mummificazione] e un uovo.
Il risultato? Pancakes.
Dimenticatevi merendine confezionate o il solito yogurt con i cereali: questi pancakes sono velocissimi da preparare e leggerissimi [1 uovo + 1 banana = meno di 200 kcal, giusto per dire], oltre a costituire una colazione equilibrata e sana: proteine, zuccheri, fibre, vitamine, potassio e molto altro.
Sono eccezionali già al naturale [soprattutto se la banana è ben matura], ma volendo si possono declinare in varianti più golose:
- fragole fresche [o confettura di fragole, o coulis di fragole, come quello che trovate qui, o fragole disidratate mescolate alla pastella]
- cioccolato [a pezzi dell'impasto, fuso, tritato grossolanamente e lasciato cadere sulla pila di pancakes]
- sciroppo d'acero o miele [a pioggia]
- una spolverata di cannella [spolverata, o kg, dipende quanto ne siete addicted]
- burro e zucchero di canna [che languidamente si fondono sulla superficie dell'ultimo pancake]
- ogni genere di frutta secca
- Nutella [un evergreen]
Breakfast lovers, vi ho convinti a provarli?
BANANA PANCAKES [per due persone]
Ingredienti
2 banane medie, ben mature
2 uova
Procedimento
In una ciotola, schiacciare le banane con la forchetta [non frullarla, altrimenti la ricetta non funziona!]. Aggiungere poi le uova, mescolando bene.
Scaldare un padellino antiaderente [volendo, si può ungere con un po' di burro].
Versare un'adeguata quantità di pastella. Aspettare finché la superficie non si sia ricoperta di bolle e asciugata, quindi, girare il pancake. Terminare la cottura [ci vorranno circa 3-4 minuti in totale].
Ho trovato il mio bucolocale, la mia mansardina con soffitto di travi in legno e finestre vista tetti, la mia libreria da riempire con i miei libri, la mia cucina eufemisticamente essenziale, persino senza forno [ma chi se ne importa, in qualche modo si farà], con un lavandino da far traboccare di tazze con fondi di caffè e cucchiaini sporchi di yogurt, i miei pochi mq in cui mantenere in ordine il mio disordine.
Non realizzo ancora bene il concetto "casa mia", ma non vedo l'ora di andare a viverci.
Mi sarebbe però dispiaciuto non lasciare traccia di quella che è stata la "casa di transizione", che mi ha ospitata in queste prime settimane modenesi, fra le pagine di Food Therapy.
Sono sicura di aver già sviscerato il mio amore profondo e fedele nei confronti della colazione che, anche vivendo da sola, è rimasta un appuntamento importante, nonostante mi siano mancati prodotti da forno homemade [casa di transizione, dicevo poco sopra, immaginate l'attrezzatura da cucina disponibile, sorvolando, poi, sul forno impossibile da accendere, dato che farebbe saltare la corrente].
Questi pancakes sono stati davvero una rivelazione. [In rete circolano già da un po', io li avevo visti da Stefania qualche tempo fa]. Perfetti per una colazione da favola, non necessitano una dispensa fornitissima, un frigo straripante, e nemmeno il possesso dell'intero catalogo Kitchen Aid. La classica ricetta, insomma, che nei manuali di cucina indirizzerebbero a single, workaholics senza tempo per spesa&fornelli o professionisti in pigrizia.
Bastano due ingredienti: una banana [magari proprio l'ultima rimasta, ormai in fase di mummificazione] e un uovo.
Il risultato? Pancakes.
Dimenticatevi merendine confezionate o il solito yogurt con i cereali: questi pancakes sono velocissimi da preparare e leggerissimi [1 uovo + 1 banana = meno di 200 kcal, giusto per dire], oltre a costituire una colazione equilibrata e sana: proteine, zuccheri, fibre, vitamine, potassio e molto altro.
Sono eccezionali già al naturale [soprattutto se la banana è ben matura], ma volendo si possono declinare in varianti più golose:
- fragole fresche [o confettura di fragole, o coulis di fragole, come quello che trovate qui, o fragole disidratate mescolate alla pastella]
- cioccolato [a pezzi dell'impasto, fuso, tritato grossolanamente e lasciato cadere sulla pila di pancakes]
- sciroppo d'acero o miele [a pioggia]
- una spolverata di cannella [spolverata, o kg, dipende quanto ne siete addicted]
- burro e zucchero di canna [che languidamente si fondono sulla superficie dell'ultimo pancake]
- ogni genere di frutta secca
- Nutella [un evergreen]
Breakfast lovers, vi ho convinti a provarli?
BANANA PANCAKES [per due persone]
Ingredienti
2 banane medie, ben mature
2 uova
Procedimento
In una ciotola, schiacciare le banane con la forchetta [non frullarla, altrimenti la ricetta non funziona!]. Aggiungere poi le uova, mescolando bene.
Scaldare un padellino antiaderente [volendo, si può ungere con un po' di burro].
Versare un'adeguata quantità di pastella. Aspettare finché la superficie non si sia ricoperta di bolle e asciugata, quindi, girare il pancake. Terminare la cottura [ci vorranno circa 3-4 minuti in totale].
Photo: thanks to Marta Rizzato and her gorgeous 35mm.
... siamo delle persone serie, sì.
Iscriviti a:
Post (Atom)









