giovedì 30 agosto 2012

Torino


Siamo andati a trovare Henri Cartier-Bresson a Torino, ieri.
Ci ha accolti nel suo palazzo di marmi, nelle sue stanze dove i pavimenti alternavano il grigio-azzurro al bianco.
Ci ha raccontato il Novecento senza utilizzare parole. E allora ho capito il significato di quel suo “per guardare bene bisognerebbe essere sordomuti”.
Ci ha raccontato lo sguardo di Sartre e quello di Ezra Pound, spiegandoci che, per lui, fare un ritratto significava poggiare un punto interrogativo su qualcuno. E io osservavo quei punti interrogativi attonita, perché stavo guardando negli occhi qualcuno che, per primo, aveva guardato me negli occhi.
Ci ha raccontato di Alberto Giacometti, dei suoi scheletri di metallo e calce, spigolosi come la sua mente.
Ci ha raccontato di strade che non abbiamo mai visto, di luoghi che forse non riusciremo mai a conoscere, di un secolo talmente denso da far apparire come diluito il nostro.
E’ affascinante, Henri.
Ti seduce con le sue diagonali di ringhiere, con le sue cornici di buchi nei muri, con le sue prospettive rassicuranti, con i suoi contrasti che sono spirali in cui ti perdi, con il suo gioco continuo di luce e ombra.
Ti seduce con corpi sfuocati che si mescolano, con scarpe catturate prima che spariscano seguendo la loro proprietaria, già inghiottita dalla stanza, con teste che sembrano annodate nelle tende.
Ti seduce perché è riuscito nella sfida più difficile per noi umani: eternare gli attimi.
Gli attimi, le vite, le sofferenze, gli amori.
L’ho amato, semplicemente.
E ho amato la città, nonostante un inizio poco entusiasmante nel traffico della periferia.
Non riuscivo a staccare gli occhi dal cielo su Torino.
[Il rimando alla canzone dei Subsonica è tanto istintivo quanto d'obbligo]
Il gelato alla vaniglia di Grom è l’estasi dei sensi. Il sorbetto ai mirtilli, d’altra parte, ha una consistenza divina. Sa di velluto viola, quel viola di cui ti tinge le labbra e che poi ti porti in giro per tutto il pomeriggio.
Piazza Castello è sterminata. La Mole non è mai alta quanto ce la si immagina.
Abbiamo camminato tutto il giorno, ovviamente perdendoci spesso e volentieri. Noi e le cartine, che strano rapporto.
Via Po è costellata di bancarelle. Ci sono quelle con i libri di edizioni vecchissime che compreresti in blocco. Copertine azzurre e bordeaux di un'eleganza che ora si fatica a trovare sugli scaffali delle librerie.
Qua e là graffiti enormi ricoprono muri dei palazzi e dell'Università. PicTurin è un bellissimo colpo di genio.
Stamattina il cielo è grigio "settembre in anticipo", nuova tonalità di colore per descrivere un cielo autunnale ad agosto. Pioviggina. Scrivo sorseggiando tè caldo, e ripenso a quando per colazione mangiavo il gelato.
[Momento post-it personale: urge un post riassuntivo di quest'estate.]
La giornata a Torino è volata via.
Questo mese è volato via.
Questa estate è volata via.
Ma rimane. Questa estate rimane. 















Bene, ora che ho fatto la persona seria e culturalmente impegnata [la mia ghost writer è proprio qui di fianco a me, stiamo pensando alla pasticceria dove andare a comprare i dolci per il prossimo post, così, poi, Marta Rizzato può fotografarli. Io pubblico, ma solo quando Blogger è simpatico e fa quello che gli dico. Altrimenti chiamo qualcuno anche per quello], posso aggiornarvi sulle avventure di Andy, Angie ed Audrey [non vedevate l'ora, ammettetelo!].
Erano anche loro a Torino, ieri. Dovevano incontrare Percy, un amico di Angie. In realtà, non si è ben capita la relazione fra i due: Angie è stata piuttosto evasiva, ma, a giudicare da certi sguardi che si lanciavano, si potrebbe dire che Percy ed Angie abbiano condiviso lo stesso naso, e certo non una volta sola.
Percy, d'altronde, è il classico bello e maledetto di cui tutte, prima o poi, s'innamorano. Ha il carisma nei tratti e un'eleganza soffusa, conferita forse dai colori scuri che volentieri indossa, forse dal fascino vintage tipico delle sue linee.



Se con Angie il suo fascino aveva già funzionato, presto anche Andy ed Audrey hanno iniziato a provare una certa simpatia nei suoi confronti. 

Li ha accompagnati a vedere una mostra fotografica e, dopo, hanno fatto una lunga passeggiata per Torino. 


Nei pressi dell'Università, Audrey s'è invaghita di un letterato che, pigramente, se ne stava appoggiato a una ringhiera, contemplando la profondità delle sue riflessioni.
Andy, che quel genere di letterati lo conosce bene [ne fa parte lui stesso, ma non fateglielo notare], è subito andato a riprendere la figlia. I genitori... mai portarseli in vacanza.
Angie e Percy, nel frattempo, erano altrove. Altrove... forse a ridefinire i tratti della loro relazione?

E dopo questo fondamentale apporto alla vostra giornata, vi auguro che possa proseguire in maniera più significativa.
Magari nel prossimo post inserirò anche una ricetta, che dite? Mi sembra di aver visto la parola "food", da qualche parte, nel titolo di questo blog...

A. 

martedì 28 agosto 2012

Storie di occhiali e di affinita' elettive.

Andy era un bel paio di occhiali. La montatura squadrata, razionale, circondava lenti leggermente graffiate dalla distrazione, dal suolo disordinato di quei pensieri sui quali spesso cadeva. Amava quando le parole attraversavano le sue lenti, quando lo facevano con eleganza e bellezza, dopo essere scaturite da una penna, sua, o altrui.
Aveva una figlia, Audrey. Non appena gli era comparsa dinnanzi, con la sua montatura esuberante, dalle inconsuete sfumature violacee, Andy aveva capito che, con lei, disciplina e ordine sarebbero stati solo i nomi di un'infinita serie di tentativi di regolare l'entropia insita nella natura della figlia. Così, l'aveva lasciata crescere senza imposizioni caratteriali, ed Audrey aveva imparato ad utilizzare l'arte e la creatività come principi ordinatori, per dare senso al suo disordine.
I due avevano trovato i giusti compromessi per convivere, la giusta distanza dalla quale osservarsi e osservare la vita dell'altro. Si divertivano a pungersi a vicenda, lui con i suoi spigoli netti e duri, lei con le sue punte di vivace irrazionalità.
Audrey trascorreva molto tempo con sua zia, Angie. Sorella di Andy, Angie era un gatto randagio.
Una montatura totalmente nera, con due lenti trasparenti dalle dicotomiche gradazioni. La vita aveva smussato e allungato le sue linee diritte, essenziali, ma, alla prima occhiata, riusciva a mantenere la maschera di ordine e raziocinio.
Andy ed Angie avevano circa la stessa età, ma si erano conosciuti davvero solo alle porte dell'età adulta, porte che nessuno dei due aveva davvero voglia di attraversare. Si somigliavano, e non solo per le tonalità scure che, come ombre sempre presenti, circondavano le loro lenti. 
Angie andava a caccia di sguardi, nella vita. -Sai riconoscerli-, le diceva spesso la nipote. Angie ridacchiava, ribattendo che con gli sguardi non è mai un univoco riconoscersi. Quasi fosse un gioco di specchi.




E, in effetti, loro tre erano così, specchi trasparenti che si erano riconosciuti.
Avevano lenti dalle quali filtrava ogni sfumatura di colore, ogni raggio di luce, ogni frammento di vita, ma, quando si osservavano, riuscivano non solo a vedere tutto ciò che era già passato fra le linee di quelle montature, ma anche i propri tratti personali, come fossero riflessi.
Andy, Angie ed Audrey erano, prima di tutto, compagni di vita.



Signore, signori, ho il piacere di presentarvi "Glasses Stories", le avventure di Andy, Angie ed Audrey. Perché, se è vero che "life's too short to wear boring glasses", figuriamoci per essere dei banali occhiali da vista.
Eccovi dunque le vicissitudini di questo bizzarro trio, storie costruite su ciò che passa attraverso le lenti dei miei occhiali, ovviamente, e di quelli di Andrea e Marta. Potrei dilungarmi molto su questi due loschi figuri, ma, per ora, vi basti sapere che, anche noi, altro non siamo se non compagni di vita, con tutto ciò che questo comporta.

Bene, dopo aver sparato la mia quotidiana dose di assurde futilità, passiamo a qualcosa di serio e importante.
Cioccolato. Serissimo e importantissimo cioccolato. No, non sto esagerando.
Pensate al quadratino di cioccolato. Pensate alla sfoglia sottile perfettamente temperata, al suono che produce quando la spezzate fra i denti. Pensate al vostro cioccolatino preferito, quello che scartate lentamente, quello che lasciate sciogliere languidamente sulla lingua, in religioso silenzio, con la calma di un rito, rito che si conclude con voi che distendete le pieghe dell'involucro della pralina passandoci con attenzione l'unghia, mentre vi cullate in quel retrogusto dalle mille risonanze.
Pensateci. Ecco. Vi sembra esista qualcosa di più serio e importante?
No, direi di no.
E allora sublimiamola, questa materia divina.
Prendete il vostro cioccolato preferito. Unitelo alla panna [ma che sia panna fresca, mi raccomando, una nuvola candida]. Lasciate che si mescolino, che si fondano, che l'uno diventi indissolubile, inseparabile, dall'altro.
E' un'affinità elettiva, quella fra il cioccolato e la panna. E lo percepite nel momento esatto in cui affondate il cucchiaino nella mousse, e trovato un composto soffice e compatto allo stesso tempo, costellato da alveoli che ne garantiscono aereosità e leggerezza.
E poi portate il cucchiaino alla bocca. E capite che il cioccolato unito alla panna è semplice, pura, assoluta, estasi.

La ricetta è di Maurizio Santin, dal blog di Sara.




MOUSSE DI CIOCCOLATO E PANNA

Ingredienti
200 g di panna freschissima
150 g di panna montata
180 g di cioccolato fondente all'85%

[Attenzione: qui dovete giocare un po' con le proporzioni, in base alla percentuale di cacao del cioccolato che preferite, infatti, cambieranno le dosi di questo ingrediente. Per esempio:
- 250 g per un cioccolato al 55%
- 215 g per un cioccolato al 75%]

Procedimento
Fare a pezzetti il cioccolato e trasferirlo in una ciotola. Portare a ebollizione la panna fresca e versarla sul cioccolato, mescolando energicamente con una frusta, fino a completo scioglimento dei pezzetti [il risultato dev'essere una ganache lucida e setosa].
Incorporare delicatamente la panna montata al cioccolato fuso.
Trasferire la mousse in bicchierini e lasciare raffreddare per almeno 6 ore in frigorifero.




L'estasi di Andy.
 ... anche gli occhiali mangiano la mousse di cioccolato.




Ebbene no, questo non è un food blog professionale, da oggi ufficialmente.
Più che un ricettario, Food Therapy è un ricettacolo delle assurdità create dalla mia mente, mi spiace avervi illuso del contrario.
Siete ancora in tempo per fuggire, comunque. Ma, nel caso decidiate di restare, sappiate che siamo solo all'inizio.

The best is yet to come.
[as always]

A.


[Foto di Marta Rizzato, ma ormai lo sapete.]

giovedì 23 agosto 2012

Semplicita'.

Ho questo dolce incastrato nella cartella "bozze" dal 7 di agosto.
Ma, nonostante il caldo, non avrei potuto pubblicarlo che oggi.

Il clafoutis di Martina.
Martina, lei.
Non sapendo ancora bene cosa dire [perché "grazie" sembra sempre insufficiente, per quanto sia l'unica parola che riesca a contenere tutto quello che si prova nei confronti di una persona], ho scelto di pubblicare il suo clafoutis.
Dopo questa delusione, avevo deciso di lasciar perdere. Come sempre, però, mi è un po' difficile arrendermi a un risultato poco soddisfacente, così, sfogliando l'archivio di Martina, mi sono convinta a dare al dolce francese un'ulteriore chance.
E, questa volta, il clafoutis è stato promosso.
E' di una semplicità disarmante. Sia nella preparazione, che nei sapori. Si tratta, infatti, di un morbido impasto che avvolge la frutta, lasciandosi irrorare dal succo zuccherino che quest'ultima rilascia in cottura. Da mangiare col cucchiaino, anche direttamente dalla pirofila, come è successo al soggetto delle foto.

Semplicità disarmante. O semplicemente disarmante.
Racchiuderei in questi binomi la giornata di ieri.
Persone. Universi. Abissi.
Vita.

Non dico altro, qui non è necessario.
Lascio la parola al suo clafoutis.




CLAFOUTIS DI PESCHE E MANDORLE [di Martina]

Ingredienti
3 uova
150 g di latte
90 g di farina 00 
4 cucchiai di zucchero [io ne ho messi due e mezzo, le pesche erano molto mature]
i semi di 1/2 baccello di vaniglia

3 pesche 
zucchero di canna
un paio di cucchiai di mandorle a lamelle

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180 °C.
Sbattere con una frusta le uova e lo zucchero, fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Aggiungere la farina setacciata, mescolando delicatamente dall'alto verso il basso. Versare a filo il latte e, infine, unire la vaniglia.
Disporre in una pirofila imburrata le pesche, ricoprirle con l'impasto. Spolverare la superficie con lo zucchero e spargervi le mandorle.
Infornare per circa mezz'ora, controllare il dolce affinché non s'indurisca troppo.





[Foto: Marta Rizzato]



lunedì 20 agosto 2012

Con questo caldo un post utile sarebbe chiedere troppo.

Agosto incendia persino l'aria, quest'anno.
Osservo il cielo dalla finestra e mi sembra che sia evaporato anche l'azzurro.
Sopravvivo con caffè ghiacciato [litri e litri di questo, per intenderci], gelato, granita, gelo, gazpacho [devo pagare qualche extra, per l'utilizzo di tutte queste g?]. Non credo di aver mai chiesto tanto ghiaccio al mio freezer come in questi giorni.

D'altra parte, però, dalle sette di sera alle sette del mattino l'estate è magnifica.
Prima di attaccare al lavoro, alle otto, mi godo la pioggia di luce calda che bagna i tetti, l'asfalto bollente, le montagne che circondano il Lago, quella luce bassa che filtra fra gli alberi, che sembra infilarsi sotto pelle.
Il finestrino dell'auto abbassato, la musica giusta, le strade secondarie per evitare il traffico.
L'estate si fa perdonare così, con la luce.
E con i cieli stellati, che sono davvero immensi, in queste notti. Immensi da perdercisi, per poi ritrovarsi nelle albe, che ad agosto sono davvero atomiche, con il rosa e l'arancione che esplodono nel cielo violetto, ancora livido di notte.
Non mi perdo un'alba, ultimamente. E ogni mattina, mentre bevo la mia dose maxi di caffè, seduta sul balcone, gli occhi nel cielo, mi ritrovo a ringraziare l'insonnia: perché l'estate è magnifica, dalle sette di sera alle sette del mattino. Davvero magnifica.

Il post in programma per oggi prevedeva cioccolato e panna. Mi scioglievo al solo scriverne.
E allora, anziché evitare di pubblicare inutilità, ho pensato bene vi spargere anche qui qualche estratto del mio imperdibile account Instagram.


In realtà, un sottofondo utile potrebbe anche esserci.  Per esempio, potrei raccontarvi dei chili di frutta surgelata che vivono, beati loro, nel mio freezer. Pesche, frutti di bosco, anguria, quellochetrovo.
Quando ho voglia di qualcosa di fresco, tiro fuori un sacchettino [non sono assolutamente maniacale, no, nel pesare ogni singola porzione al grammo, affatto.] e scelgo fra tre opzioni: smoothie, granita, o gelato.

How to? 

Nell'ordine:

- smoothie: mixer + frutta surgelata + acqua fredda

- granita: mixer + frutta surgelata [+ eventualmente un goccio d'acqua]

- gelato: mixer + frutta surgelata + 2-3 cucchiai di yogurt [per 180 g di frutta]
Okay, quest'ultimo è più un facciamo-finta-sia-gelato, lo ammetto, ma risulta comunque cremoso e buonissimo -ecco, mi raccomando la frutta, che sia matura e che sappia di qualcosa-]

Più che semplice. E non ho inventato nulla: l'idea del simil-gelato l'ho trovata da Elisa.
Potete aggiungere zucchero, ovviamente. Io macino cannella un po' dovunque, con le pesche bianche è divina. Anche il cardamomo non è male. E un mezzo limone spremuto, qua e là, ci sta sempre bene.





Che dire, forse ho finito di blaterare.
Vado a cercare di abbassare la mia temperatura corporea sotto una doccia gelida, sempre non mi si siano fusi i polsi sul portatile.

Buona serata a tutti! :)

A.

Ps: Grazie, con la G maiuscola e gli occhi a pronunciarlo, per le risposte all'ultimo post. Quelle arrivate tramite i commenti, quelle tramite mail, quelle via sms, quelle altrove.
La salvezza sta nel riconoscersi. 
Grazie.

venerdì 17 agosto 2012

Questo dolce lo mangio anche io.

Perché contiene frutta, e poco altro.
E non fa paura.

Vorrei avere parole per raccontarvi, ma ancora non le trovo.
Perché togliersi la maschera per lasciarsi guardare, davvero, fino in fondo, è molto più semplice quando si è in due e si è seduti a un tavolo, e si parla fra i caffè, quando si è in due e si è in macchina, e la direzione è l'Iperuranio, quando si è in due e ci si scambia la propria vita attraverso quelle lettere moderne e straordinariamente veloci che sono le mail.
Con tutti i vostri occhi a guardarmi, è molto più complicato. Ma stanotte, l'ennesima notte di sonno divorato dall'insonnia, non ho voglia di scrivere con la maschera sul viso. Pesa anche lei, a fine giornata.
E allora vi dico che sì, questo dolce lo mangio anch'io.
E non mi fa paura.

La ricetta è di Iaia.
E con Iaia vorrei prepararla, prima o poi. Con lei, e con ogni sguardo che ha lasciato cadere la maschera e l'ha appoggiata sul tavolo, di fianco alla mia.




GELO DI MELLONE

Ingredienti [per 12 porzioni medio-piccole]
500 ml di succo di anguria [ottenuto frullando e privando dei semi il frutto]
60 g di zucchero [che io mi sono dimenticata, ehm ehm, ma, insomma, l'anguria è già così dolce, caspita!]
45 g di amido di mais, o simili
mezzo cucchiaino di cannella in polvere

Procedimento
Sciogliere l'amido [e lo zucchero] nel succo. Profumare con la cannella e portare il tutto a bollore. Spegnere il fornello non appena la miscela si sia ben addensata. Dividere nei bicchierini e lasciar raffreddare.
Un passaggio in frigo ci sta benissimo.
Decorare con scaglie di cioccolato fondente, l'ideale, oppure con pistacchi non salati, o, ancora, con fiori di gelsomino.

[La versione seria e dettagliata della ricetta, la trovate qui.]




[Foto: Marta Rizzato, un'altra che la maschera l'ha dimenticata da qualche parte, tempo fa.]

domenica 12 agosto 2012

You ain't born typical

Era un po' di tempo che corteggiavo la torta di zucchine. Quella celeberrima che si vede in rete da un po', che ogni libro di cakes americani propone. La corteggiavo. Perché io amo le zucchine [sì, proprio quelle verdure insulse e insapori, che in pratica contengono solo acqua e fibre, quelle]: ne mangio a piantagioni, in ogni modo e... e mi fermo, prima che questo post diventi un'ode alla zucchina.
Dicevamo di una torta, dolce, di zucchine.
Avevo messo questa piacevole ossessione da parte, un po' come si fa con le storie d'amore che, si teme, non possano giungere a lieto fine, finché non l'ho vista qui. Ero al lavoro, e temo di aver ignorato apertamente un paio di clienti mentre scorrevo la ricetta e, mentalmente, aprivo la dispensa per controllare di avere tutti gli ingredienti. L'intenzione era quella di prepararla a notte fonda, non appena fossi tornata a casa. Poi l'insonnia mi ha portata altrove [l'insonnia, o l'assenza di mandorle in casa, fate voi].

L'ho sfornata il pomeriggio seguente, mentre qualcuno fotografava gusci di uova e mangiava dei bucatini improvvisati, ed è stata assaggiata davanti a un film, mentre qualcuno beveva birra e qualcuno tè verde freddo.

Considerazioni:
- in cottura sprigiona un profumo identico a quel surrogato di crema alla vaniglia che tutti abbiamo mangiato da piccoli; davvero identico, per quanto inspiegabile, sì
- rimane incredibilmente morbida e soffice e profumata
- manda in crisi le papille gustative: le poverine, dopo l'assaggio, si ritrovano bombardate da zucchina-mandorla-impasto di torta dolce-zucchero di canna-zucchina e si chiedono che caspita stiate mangiando
- i fratelli non l'apprezzano molto, soprattutto quelli che seguono un programma alimentare a base di birra e che esclude le verdure, soprattutto quelle molto verdi
- è innegabilmente buona. E in questo "buona" metteteci tutto: è perfetta per la colazione, rientra nella categoria delle torte confortanti, quelle che fanno casa-famiglia-tranquillità-pace [in realtà è semplicemente allucinogena], è sana [fibre, un po' di olio giusto per illudere l'impasto che sì, dai, ti ho messo dentro anche dei grassi, ora puoi diventare bello morbido, zuccheri contenuti, possibilità di usare la vostra farina preferita, e chi ne ha più ne metta] e poi è bella.
[Questi sono, è chiaro, pareri personali, ma confido nel vostro buonsenso e so benissimo che nessuno prende ciò che è scritto qui come realtà oggettiva; insomma, mi conoscete.]

Ora la smetto di divagare e, magari, vi trascrivo la ricetta, che ne dite?
Datele una chance.
Dovete solo accettare il fatto di lasciar scivolare delle zucchine in un impasto con zucchero, uova, farina, mandorle.
Ogni azione insolita merita una chance, ogni inaspettata unione. In fondo, è al di fuori del convenzionale che si colloca lo stupore. E lo stupore è da ricercare, anche quando si tratta, semplicemente, della sorpresa per il sapore un po' atipico di una torta un po' verde.



TORTA DI ZUCCHINE [ricetta di Martina, fra parentesi le mie modifiche]

Ingredienti
400 g di farina setacciata
400 g di zucchine non troppo acquose
300 g di zucchero [ne ho messi 200, e 2/3 erano zucchero di canna]
4 uova
100 g di mandorle
un bicchiere non troppo capiente di olio extravergine di oliva [80 g]
una bustina di lievito [16 g]
un pizzico di sale

Procedimento
Preriscaldate il forno a 175°C.
Pulite le zucchine e grattugiatele [non frullatele, rilascerebbero troppa acqua nell'impasto]. Tritate le mandorle senza polverizzarle [il "croccantino" sotto i denti ha sempre il suo perché ;) ].
Lavorate con la frusta le uova, lo zucchero e il sale, finché non avrete ottenuto un composto chiaro e spumoso.
Aggiungete l'olio, a filo, e le mandorle. Unite le zucchine e la farina setacciata con il lievito, alternandoli.

Versate il composto in uno stampo [io ne ho usato uno a ciambella, ma potete anche scegliere il classico "da torta", o magari quello lungo da cake, o anche farne dei muffins, perché no].
Infornare e cuocere per 35-40 minuti.
Prova stecchino. 






[Foto: Marta Rizzato]

martedì 7 agosto 2012

Bianco luce


Bianco come certe notti, trascorse a sfogliare i ricordi, a enumerare i futuri possibili, a mescolare i pensieri, a osservare, osservarsi, osservarti.
Bianco come i muri, da ricoprire di scritte.
Bianco come le luci accecanti dei concerti, quando sotto il cielo estivo ti ritrovi stretta dalla folla a cantare a saltare a urlare a godere di canzoni che fanno male.
Bianco come le pagine da riempire di lettere.
Bianco come il sale, quello del mare sulla pelle, ma non solo.
Bianco come quello che si sporca, perché lo vivi.

Bianco come certe giornate.
Ma questa è una di quelle cose che capiscono pochi, pochissimi, di quelli che leggono.

Bianco come un cheesecake che è solo un cheesecake, senza altro a colorarlo, a mascherarne, coprirne, il sapore.
Una grattata di scorza di limone, i semi di un baccello di vaniglia, solo questo.
Ricotta, yogurt e panna. No, niente Philadelphia: leggete un po' qua.
Il velluto in una fetta, il cheesecake con la consistenza migliore che abbia mai fatto.



CHEESECAKE

Ingredienti
200 g di biscotti secchi
70-100 g di burro fuso [scegliete voi quando lo volete burroso ;) ]

400 g di ricotta
200 ml di panna da montare
250 g di yogurt bianco [è perfetto quello greco, ma va benissimo anche il classico yogurt intero]
due uova
100-150 g di zucchero di canna [dipende da quanto lo volete dolce]
50 g di maizena
La scorza di un limone
I semi di un baccello di vaniglia

Procedimento
Preriscaldare il forno a 160°C.
Ridurre in polvere i biscotti con il mixer, mescolarli al burro e utilizzare il composto ottenuto per rivestire uno stampo.
Lasciare raffreddare in frigorifero.
Lavorare la ricotta con lo yogurt e lo zucchero, finché quest'ultimo non sia ben sciolto.
Aggiungere, uno alla volta, le uova. Setacciare la maizena, aromatizzare la crema con la scorza e i semi prelevati dal baccello di vaniglia.
Completare con la panna, non montata.
Versare la crema sulla base di biscotti e infornare per circa un'ora. Lasciare nel forno fino a completo raffreddamento.

Vi consiglio di mangiarla il giorno seguente, meglio se fredda di frigorifero [con queste temperature è perfetta].

mercoledì 1 agosto 2012

I need a change, I need a change of skin.

Notate qualcosa di diverso?

Ci stiamo ancora lavorando, ma il merito di tutto quello che vedete è di Marta Rizzato.
Compagna di Vita, fotografa per passione, grafica per improvvisazione, Menestrella per follia, Brerina per vocazione.
Scelgo di descrivervela per quello che fa, perché tentare di descriverla per quello che è sarebbe in ogni modo una limitazione.

Qui, il suo about.me.

Allora, cosa ne pensate? :)


Ps: quella del banner è proprio la mia calligrafia, Marta l'ha riprodotta dopo avermi fatto riempire, ieri sera, un foglietto di scritte "Food Therapy". E' una figa, che vi devo dire.

Agosto

Agosto sorge alle sei, stamattina, e ha un'alba coperta da nuvole.
Agosto sorge e io vado a comprare dello sciroppo d'acero, non appena apre il supermercato.
In pantaloncini della tuta e canottiera, con i capelli ancora bagnati dalla doccia, gli sguardi di disapprovazione della gente e il sorriso sulle labbra.
Agosto sorge e in radio passano i Rolling Stones. E sono perfetti.
Agosto sorge e io ti preparo i pancakes con lo sciroppo d'acero, perché non è possibile che tu non l'abbia mai assaggiato.
Facciamo colazione con pancakes, smoothie e caffè.
Poi torniamo a letto, perché le nuvole sono sparite e agosto è fuori dalla finestra, bollente e accecante.
Agosto aspetta.



PANCAKES 

Ingredienti
125 g di farina
125 g di latte circa
25 g di burro
un uovo
un cucchiaino di lievito per dolci
un pizzico di sale

Procedimento
Fondere il burro in un padellino antiaderente.
Intanto, sbattere l'uovo con il latte. Aggiungere la farina, il lievito e il sale.
Versare il burro nel composto. Se dovesse risultare ancora troppo denso, ritoccare la consistenza con ancora un po' di latte.
Scaldare per bene il padellino, versarvi una dose di pastella.
Lasciar cuocere il pancake finché sulla superficie compaiono delle bollicine. Girarlo e completare la cottura.
Impilare i pancake in un piatto, e annegarli nello sciroppo d'acero.


Ovviamente le foto sono improvvisate e tremende, in diretta da Instagram e dalla fotocamera giocattolo del mio cellulare.
Ovviamente questa ricetta è personalizzabile in tutti i modi che potete immaginare [cambiate tipo di farina, cambiate tipo di latte, togliete il burro, aggiungete lo zucchero, mangiateli con il gelato, lo yogurt greco, la marmellata, la sempiterna Nutella...].
Ovviamente è un post scritto più per raccontare, che per la ricetta in sé.

Buon agosto, a tutti.