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venerdì 5 giugno 2015

Riso integrale, zucchine, edamame, pomodori secchi, gomasio. | Giugno.

Giugno, un'altra metamorfosi.
Cambiano le ore, le luci, le temperature, le correnti d'aria.
Dopo una breve pausa d'incertezza, ho iniziato a muovermi in una nuova, sconosciuta, cucina. Spazi minuscoli rispetto ai precedenti, organizzazione millimetrica, disciplina dell'ordine, precisione e severità, metodi di lavoro inediti ai quali devo plasmarmi, manualità da assorbire. C'è una nuova sala dove buttare lo sguardo di tanto in tanto: tavolini di legno scuro e rugoso, candele colanti, lo spazio dettato dalle casse di legno dei vini, buona musica sempre in sottofondo. Ci sono tardi e rilassati pasti del personale - chiacchierando di grandi chef, piatti e cucina, o di tutto il resto, la libreria dove ho lavorato si trova a due passi dal ristorante, per minare lo stipendio ogni mattina e anche il Lago è vicinissimo, a salutarmi dopo ogni fine e prima di ogni inizio.
Vorrei pensare al futuro con più leggerezza o, forse, vorrei meno incertezze. Accadono cose che mi ricordano quanto ancora sia lontana l'indipendenza e, allo stesso tempo, accadono persone che mi assicurano come non sia l'indipendenza a importare davvero, ma l'autonomia. E, allora, io mi chiedo quanto davvero sia autonoma, quando io sia, etimologicamente pensando, in grado di decidere da sola le leggi secondo cui vivere.
Mentre cerco - ancora, sempre - la misura di me, continuo a crescere, osservare, imparare, amare, fare fatica, cercare, eludere le mie difese, rompere i miei schemi, vivere il più possibile.
Sto leggendo un libro di quelli che desideri non finiscano mai, uno di quei libri che ti offrono la possibilità di vivere mille vite, solamente leggendo, d'imparare mille nuove sfaccettature dell'essere umano e del suo sentire; s'intitola "Atti osceni in luogo privato", l'ha consigliato la mia cara Mareva, qui ne trovate un'esaustiva recensione, io lo suggerisco a voi.
Siamo andati a guardare il nuovo film di Sorrentino e, per quanto mi sia parso un po' troppo costruito sull'ossatura de La grande bellezza e di This must be the place, per quanto alcune inquadrature mi siano sembrate una sfacciata emulazione delle simmetrie magiche di Wes Anderson [Paolo, non basta un hotel per replicare il Grand Budapest], l'ho adorato. M'è scesa anche una lacrima, verso la fine, ma non per il film in sé, ma per quella capacità che hanno i film di piazzare al momento giusto della giusta giornata la giusta battuta - e farti crollare, e farti realizzare [che, poi, forse, si tratta più della battuta sbagliata nel momento sbagliato della giornata sbagliata, comunque]. Per il resto, ricorderò la digressione su orrore e desiderio, qualcuno dei soliti aforismi di Sorrentino sui grandi temi della vita, l'inquietudine che m'ha tenuta sveglia per metà notte, la bellezza di Rachel Weisz.
Vorrei scrivere di più, leggere di più, cucinare - non al lavoro - di più. Vorrei del tempo solo per noi, più passeggiate sul Lago - con le mani sui fianchi e il profumo dei gelsomini a stordirci, più sere libere per guardare film e ricordarci della cena passata la mezzanotte, più mattine trascorse a letto, dimentichi del mondo, più occasioni per scappare da qualche parte insieme, solo noi.

Ogni tanto mi chiedo quand'è che tutto s'è fatto così pratico, concreto, prioritario. Dove sia finito il tempo lento, l'edonismo fine a se stesso, le giornate vuote a contemplare la vita.
È un po' come pensare al freddo di gennaio ora, mentre i piccoli iceberg nel mio caffè gelido si sciolgono a vista d'occhio: è davvero esistito?


Estate chiama leggerezza, piatti freschi e poco impegnativi, verdurine e colori: per questo ho deciso di postare questo riso freddo, incredibilmente sano, senza nemmeno il sale, ma saporito, buono, soddisfacente. Il carboidrato integrale del riso assicura energia per molte ore, le zucchine crude rimangono croccanti, il pomodoro secco dà sapidità, gli edamame dolcezza, il gomasio alle alghe una nota di umami che ci piace sempre molto, la canapa un extra di proteine e una buona dose di preziosi Omega 3 e 6, che abbassano il colesterolo e aiutano a togliere la fame nervosa [ogni tanto rispunta l'erborista che c'è in me], succo di limone, pepe e olio EVO condiscono il tutto.
Ovviamente, la realizzazione è di una semplicità imbarazzante.


Un'insalata di riso

Ingredienti [per 2]

140 g di riso integrale
1 zucchina grande, ma non acquosa
8 pomodori secchi medi
60 g di edamame lessati e tolti dal baccello
2 cucchiai di gomasio alle alghe*
2 cucchiai di semi di canapa* [possibilmente non decorticati]
il succo di un limone
miso [opzionale]
olio EVO
pepe
basilico

Procedimento

Lessate il riso [ci vorranno circa 45 minuti] sciogliendo nell'acqua un cucchiaio di miso al posto del sale e tenendolo piuttosto al dente.
Intanto, tagliate a cubetti piccolissimi la zucchina e lasciatela marinare nel succo di limone.
Scolate il riso, passatelo sotto l'acqua fredda per fermare la cottura, eliminate tutta l'acqua.
Condite il riso con la zucchina, i pomodori tagliati a julienne, gli edamame, il gomasio, la canapa. Regolate di pepe e aggiungete un filo d'olio.
Potete mangiarlo subito, oppure, lasciarlo riposare per qualche ora in frigorifero: i sapori si svilupperanno meglio. Prima di servirlo, aggiungete un paio di foglie di basilico fresco, affettate sottilmente.

*Gomasio: lo trovate ormai in tutte le erboristerie un po' fornite e nei negozi bio; sceglietene uno con una buona percentuale di alghe, conterrà meno sale e vi fornirà tutti i loro super poteri [wakame, dulse, nori e compagnia bella contengono tutti gli amminoacidi essenziali, minerali e fibre. Lo trovate anche di solo sesamo, con sesamo nero, con erbe provenzali, con altre erbe aromatiche, con curcuma e curry; oppure, potete farvelo a casa, tritando sesamo tostato e gli aromi che preferite.

sabato 13 settembre 2014

#lecenedelmercoledì, un risotto e una pavlova.

Ricordo un pomeriggio, doveva essere attorno agli inizi di marzo, durante il quale stavo facendo una camminata ossigenante con un collega, approfittando di un'oretta di pausa fra un turno e l'altro in cucina.
Passeggiavamo appena fuori città, fra gli alberi ancora spogli di un sentiero costeggiante un campo. Il sole iniziava ad essere tiepido, si stava tranquillamente in maglione e jeans.
Chiacchieravamo di cucina - ma dai? - e di cuochi, quando, all'improvviso, mi sono voltata verso di lui e, con tutta l'euforia di una fanatica, anche saltellando un po', ho esclamato: - Dai, facciamo il mestiere più bello del mondo! Non trovi?
Lui ha ridacchiato: - Aspetta, vedrai fra qualche anno...
Ma, in fondo, credo lo pensasse anche lui.

Un simile picco di entusiasmo mi è capitato anche qualche sera fa, durante i titoli di coda dell'ennesimo film ambientato in una cucina ["Chef", quello di Jon Favreau, ma anche quello di Daniel Cohen è molto carino].
Ho chiuso il pc, mi sono rotolata sul letto, ho lanciato gli occhi sul soffitto, spalancato le braccia, e sospirato, felice.
Quanto amo il mio lavoro, penso di aver detto.

Forse, tutto sta nel realizzare che il cibo non è e non può essere solamente nutrimento. Non può ricoprire un ruolo semplicemente pratico.
Non saremo mai scevri da pensieri ed emozioni nello schiudere le labbra dinnanzi a una forchetta, a un cucchiaio, a un cucchiaino, a due dita che trattengono un boccone.
Il cibo ha una componente psicologica troppo forte [basti pensare a tutte le perversioni cui può giungere il rapporto con esso] perché possa essere ignorata.
E io, ogni volta che me ne ricordo, mi sento una privilegiata a poter cucinare per qualcuno, a poterlo appagare con qualcosa preparato da me. E il privilegio è uguale alla responsabilità del decidere del pasto di una persona: niente mi fa mantenere la concentrazione in cucina come pensare a quanto mi metta di cattivo umore mangiare male [così come poche altre cose mi lasciano un ricordo felice come un'ottima cena].
Dico di fare il mestiere più bello del mondo perché ho capito la potenzialità del cibo, e se ogni sera in cui mi metto ai fornelli si conclude con qualcuno che mi ringrazia, sorridente, per la cena, vado a dormire decisamente soddisfatta.
E, poi, cucinare è un gioco infinito e stare in cucina è quanto di più spossante e divertente ci sia ["divertente" non vuol dire "non-serio": ho sempre ammirato chi riuscisse a godersela senza perdere di professionalità, e io spero di arrivare al punto in cui sarò bravina, ma senza aver perso l'entusiasmo]. Ad esempio, ieri sera ho fatto il mio primo venerdì da sola e, se all'inizio ero nel panico, sommersa da comande e con tutti i fuochi occupati, a fine servizio il mio unico pensiero era "Dai, rifacciamolo", da quanta adrenalina avevo in corpo.
Forse hanno ragione quelli che dicono che se fai il lavoro che ami, non lavorerai un solo giorno della tua vita.

Certo, cucinare per i clienti è soddisfacente, ma mai quanto cucinare con qualcuno che sia più di un numero. Fra i momenti della settimana che preferisco ci sono #lecenedelmercoledì [sì, ci siamo inventati anche l'hashtag, perché siamo una famiglia di social-stressati], con Padre e Fratello.
E' incredibile come la famiglia diventi importante quando non è più una convivenza necessaria. E loro, d'altra parte, sono le mie cavie preferite.

Ho pensato di rubare due minuti alla cena per scattare qualche foto, perché - è assurdo - ma cucinando sempre al ristorante [facciamo che non vi racconto delle mie cene stanche e imbarazzanti di quando sono a casa da sola], di materiale per il blog ne ho davvero poco.
La luce è quella che è, i piatti magari non sono perfetti, ma visto il successo che hanno riscosso ho pensato di buttare giù un post.


RISOTTO AI PORRI E BOTTARGA, CON OLIVE, CAPPERI E LIMONE

Spesso sfrutto parenti o amici per sperimentare procedimenti o abbinamenti che voglio provare.
Alla base di questo piatto c'è del porro fondente [porri lasciati cuocere per ore, in pratica], in contrappasso alla loro dolcezza c'è la mia adorata bottarga [ho degli ingredienti-feticcio e la bottarga è uno di questi, al momento], usata sia in mantecatura che come spolverata finale, e la sapidita di capperi e acciughe arrostiti in forno [volevo farne una polvere, ma poi ho pensato che ci sarebbe stata già la bottarga grattugiata, non volevo sembrasse tutto troppo uniforme]. Infine, qualche scorzetta di limone, per l'acidità - e perché metterei scorza di limone ovunque, ammettiamolo.
L'ho mantecato all'olio, perché mi sembrava che il burro stonasse un po' in mezzo a questi ingredienti. L'unico consiglio che posso darvi è quello di tenere la bottiglia dell'olio in frigo, in modo che sia ben freddo: sarà più semplice.
Perdonate le dosi un po' approssimative.



Ingredienti [per 2]

200 g di riso [scegliete il vostro preferito per i risotti, ma che ve lo dico a fare?]
1 porro
50 g circa di bottarga di muggine grattugiata
un cucchiaio di olive taggiasche
un cucchiaio di frutti del cappero
1-2 scorze di limone
olio evo

Procedimento

Affettate sottilmente il porro, mettetelo in una casseruola con un paio di cucchiaio di olio e lasciatelo stufare per 2-3 ore, a fuoco bassissimo [in caso di necessità aggiungete poca acqua].
Quando sarà completamente sfaldato, frullatelo col minipimer.

Dividete a metà capperi e olive, asciugateli fra due pezzi di carta assorbente, disponeteli su una teglia rivestita di carta forno e fate arrostire in forno a 100°C per circa 2 ore.

Usate il porro come fondo per il risotto [io non ho aggiunto olio]: fatelo rosolare leggermente, tostateci il riso finché diventi traslucido e procedete con la cottura [io ho usato della semplice acqua mantenuta a bollore, ma se avete un buon brodo usate pure quello].
Mantecate con metà della bottarga grattugiata e l'olio freddo di frigo.
Servite con le olive, i capperi, la scorza di limone a julienne e la bottarga restante.




PAVLOVA CON SUSINE E POLLINE

Non ho mai amato meringhe e meringate, poi ho scoperto le pavlove, con la loro cascata di frutta fresca e acida, e me ne sono innamorata.
Questa volta l'ho proposta con delle susine fatte leggermente caramellare in uno sciroppo di melograno [Andy, non ti ringrazierò mai abbastanza per avermelo portato dall'Azerbaijan ] e del polline [così, l'ho visto sulla scaffale e ho pensato di aggiungerlo, ma devo ammettere che la leggera punta di amaro-mieloso ci sta anche bene, oltre al fatto che è bellissimo].
Per qualche minuto, a tavola è calato il silenzio, mentre i cucchiaini affondavano nella panna grondante di frutta e sciroppo, incontravano lo scudo di meringa e poi, rompendolo, scivolavano nel cuore morbido e cedevole [la meringa della pavlova non dev'essere completamente asciutta].
Ah, forse manca di contrasto cromatico, ma non mi è spiaciuto questo semplice sovrapporsi di ori e bianchi.



Ingredienti

120 g di albumi a temperatura ambiente
240 g di zucchero semolato finissimo [passatelo un attimo al mixer, nel caso]

250 g di panna montata [non zuccherata, ma a voi la scelta]

3 susine
1 cucchiaio di zucchero di canna
2 cucchiai di sciroppo di melograno [facoltativo]

polline

Procedimento

Montate gli albumi, aggiungendo gradualmente lo zucchero quando iniziano ad essere spumosi. Quando avete ottenuto una meringa lucida e compatta, distribuitela su una placca da forno [ovviamente rivestita] in più porzioni, ricavando una conca al centro di ognuna.
Cuocete in forno a 90°C-100°C per circa un'ora [le meringhe devono staccarsi dalla carta, ma senza essere totalmente asciutte: picchiettate il fondo, quando è cotto, ma l'interno non suona vuoto, sono pronte].

In un padellino, cuocete brevemente le susine affettate con lo zucchero e lo sciroppo di melograno.

Al momento del servizio, ponete una meringa su ogni piatto, ricopritela con un paio di cucchiaiate di panna, lasciateci scivolare sopra un po' di susine col loro sciroppo, completate con una spolverata di polline.

sabato 23 novembre 2013

Curry di verdure al limone.

Ogni tanto scrivo per puro bisogno di qualcosa da fare.
Oggi, alle 1.01, ho bisogno di qualcosa da fare.

Ho lavorato fino alle 21, poi sono andata in palestra.
Il più delle volte corro contando i km e le calorie bruciate. Di tanto in tanto, mi capita di correre finché non mi chiedono di scendere dal tapis roulant, perché devono chiudere.
Certe sere rido di me, mentre osservo il mio riflesso, affannato e sudato, nello specchio: correre per chilometri senza spostarsi di un metro, che follia, che cosa stupida e insensata.
[Poi, penso che, spesso, accade anche nella vita, come se fosse tutto un'immensa ruota per criceti.]
Sono una professionista delle fughe immaginarie, soprattutto quando devo sfuggire a me stessa. E la mia fantasia è talmente vivace che mi illude di riuscire a scappare correndo forsennatamente su un macchinario inchiodato a terra.
Corro da una vita, senza mai riuscire a seminarmi. Ci vuole del talento.

Ma direi che l'1.19 di venerdì sera [che, tecnicamente, sarebbe già sabato, ma è oggettivamente troppo presto per parlare già di domani, e poi domani ho troppo da fare, non so se voglio che arrivi, o, forse, sì, che arrivi, in fretta, e mi riempia dei suoi impegni e non mi lasci nemmeno un attimo di noia assassina] non è un orario consono a sviscerare un argomento già vagamente affrontato da scrittori e filosofi di giusto qualche secolo di civiltà umana.
Facciamo che vi racconto del curry di oggi, ché le spezie fanno decisamente meglio dell'esistenzialismo.

Da quando un mio carissimo amico, il biondo che avrà sempre un posto esclusivo nel mio cuore [sì, Lorenzo, sto parlando di te ♥], mi ha portata a pranzo in quel meraviglioso ristorantino thailandese a Soho [del quale, ça va sans dire, non ricordo il nome], ho sviluppato una leggera ossessione per il curry. Da allora ricerco la ricetta perfetta, collezionando miscele di ogni sfumatura e profumo.
Effettivamente, potrei inaugurare una nuova categoria di ricette, qui su Food Therapy, non so perché non mi sono mai fermata a fotografarne qualche versione.
Oggi, però, mi sono decisa - finalmente - a dedicare un post all'ennesimo piatto giallo di curcuma e speziato ai limiti della fusione delle papille.
L'idea di questo curry nasce dalla summa di altre versioni, c'è un po' del mio classico curry di verdure, un po' del curry di pollo di Luis, un po' del contorno al curry ideato da un talentuoso cuoco amico di Marta.
E un po' della mia mania di prendere tutte le spezie possibili, e infilarle nel wok.

Rimane molto fresco, il limone si bilancia magicamente col curry, che ne smorza l'acidità, in una salsa cremosa che s'infiltra nel basmati alla perfezione. Grassi? Praticamente zero.






CURRY DI VERDURE AL LIMONE 

Ingredienti [per tre]
verdure miste [io ho usato due carote, tre zucchine e un paio di manciate di fagiolini]
2 limoni piccoli [o uno grande]
1 cucchiaio di olio 

1 spicchio d'aglio
1 cucchiaio abbondante di fecola di patate [o amido, o farina]


spezie e aromi: curry [quello normale, che trovate in qualsiasi supermercato], paprika, coriandolo, un paio di foglie d'alloro, cannella, noce moscata, semi di nigella, quello che vi capita sottomano

riso basmati per servire

Procedimento
Fate soffriggere lo spicchio d'aglio in camicia nell'olio. Aggiungete le carote a tocchetti, e togliete l'aglio. In successione, con un paio di minuti di differenza fra una verdura e l'altra, aggiungete i fagiolini e le zucchine, sempre tagliati in modo che abbiano, più o meno, la stessa dimensione.
Versate il succo dei limoni e acqua sufficiente a coprire le verdure. 

In una tazza, mescolate le spezie [abbondate col curry, per quanto riguarda le altre, invece, regolatevi secondo il vostro gusto], la fecola e l'acqua sufficiente a sciogliere quest'ultima. Aggiungete il tutto alle verdure.
Cuocete, aggiungendo altra acqua se necessario [ricordate che deve rimanere ben cremoso], finché le verdure non siano pronte, mantenendole comunque un po' croccanti. Servite con il riso.

+ quando sono in fase no carbs me lo preparo senza riso, è comunque ottimo
+ i più arditi, possono aggiungere un paio di cucchiai di cocco grattugiato: secondo me ci sta alla perfezione

+ potete aggiungere un cucchiaio di miele, per rendere il tutto un po' agrodolce











mercoledì 8 giugno 2011

A volte basta cambiare il metodo


In questi giorni ho la mente in sovraccarico. Dormo pochissimo e sono sempre in giro, sto consumando i cd che ho in auto. Iperattività, eccesso di caffeina, fisiologico risveglio da cambio stagione… mah, non saprei. Secondo me semplicemente tanta voglia di fare, qualsiasi cosa.
Sono in trepida attesa d’iniziare una cosa, nella quale mi metterò molto alla prova, nella quale devo giocarmi al meglio le carte che ho in mano… e aspettare mi fa impazzire. Sono una persona che agisce, anche se alle volte non sembrerebbe. Non riesco a stare in attesa, soprattutto quando quell’attesa precede qualcosa d’importante. Non riesco a stare ferma, a vegetare, i tempi morti mi uccidono e accorgermi di sprecare istanti di vita mi manda in paranoia. Dovrei darmi una rilassata, lo so. Che poi non aspetto un cenno divino o qualcos’altro di altrettanto improbabile o incerto, no, aspetto una risposta che arriverà, solo che devo aspettare ancora troppo tempo. I due giorni più lunghi degli ultimi tempi, ve lo posso garantire.
Così, mentre metto fretta all’orologio, tento di tenermi occupata con attività manuali delle più improbabili (fare andare le mani funziona quasi sempre, quando bisogna lasciare il cervello un po’ da parte): svuotare tutti i cassetti della mia scrivania e ordinare il loro contenuto (fatto avvenuto solo una volta prima d’ora, ovvero al montaggio del sopracitato mobile), disporre i libri in libreria secondo genere, autore, casa editrice, altezza della copertina e tono di colore, macinare chilometri per la provincia di Novara con la Piccola Ka (l’adorato botolo che guido, senza il quale non saprei davvero come fare).
Ovviamente, mi sono autoeletta responsabile di tutti i pasti della famiglia. A partire dalla colazione (quando ti svegli tre ore prima dell’alba i pancakes sono quasi riduttivi da preparare ;), passando per il pranzo, raggiungendo la cena. 
Se lo scopo è distrarre il più possibile la mente, un normale piatto di pasta è troppo semplice e veloce da preparare. Così, mi sto dilettando in sperimentazioni d’ogni sorta, sfruttando fratelli, genitori e amici come cavie. L’altra sera, ad esempio, avevo un’oretta libera prima di cena e, mentre spostavo pacchetti di pasta e di riso alla ricerca d’ispirazione, è saltato fuori un pacchetto di riso venere, destinato a giacere dimenticato in un angolo, preda del tempo e degli insetti. Nel mio immaginario (e per la mia limitata esperienza) riso venere chiama gamberi e zucchine. Però, che noia, sempre le solite ricette. Abbiamo infiniti ingredienti che potremmo sfruttare, ci sono centinaia di aromi che non immaginiamo nemmeno, e ci ritroviamo sempre a cucinare quel piatto di pasta, quella pizza, quell’insalata, quel dolce. Lo so, la familiarità è confortante e, spesso, non si ha il tempo di pensare una nuova ricetta, ma ogni tanto uno sforzo creativo si può fare.
Questa volta, ad esempio, ho scelto di riportare tutti i sapori della ricetta per così dire classica, modificando semplicemente la composizione del piatto.
Uno specchio verde acceso di zucchine saltate, il riso venere presentato in modo un po’ più ricercato, qualche gambero (poi rivelatosi gamberetto, meravigliose sorprese da prodotto surgelato last minute) glassato nel Cognac e una spolverata di sesamo tostato in padella. Semplicissimo, rapido (il tutto si prepara nel tempo di cottura del riso), scenografico q.b.
Ed è bastato cambiare il metodo di preparazione.
(funziona anche con la vita, a volte ;)





TORTINO DI RISO VENERE CON VELLUTATA DI ZUCCHINE, GAMBERI AL COGNAC E SESAMO TOSTATO

  • INGREDIENTI (per 4)

500- 700 g di riso venere (cresce poco in cottura, quindi regolatevi voi con le porzioni, io ne ho fatto un pacchetto intero per quattro persone, ed è scomparso senza problemi ;)

Per la vellutata:

5 zucchine (le mie erano quelle mignon dell’orto della nonna… anche qui, regolatevi voi)
uno spicchietto di aglio
olio evo
sale&pepe q.b.

Per i gamberi:

700 g di gamberi surgelati (scegliete quelli che preferite, a me piacciono i gamberoni mega della pescheria, freschi e polposi, ma questa volta ho dovuto ripiegare sul pratico surgelato per questioni di tempo, ma che si è rivelato comunque soddisfacente)
un pizzico di paprica o un peperoncino affettato (se vi piace)
Cognac (anche il brandy va bene, così come un ottimo Armagnac, che io metterei dovunque)
sale&pepe

sesamo

  • PROCEDIMENTO

Iniziare lessando il riso, che ha una cottura molto lunga (dai 45 ai 50 minuti).
Intanto, in una padella, soffriggere l’aglio in camicia in un filo d’olio. Quando avrà rilasciato un po’ del suo aroma, togliere lo spicchio e versarvi le zucchine, pulite e affettate.
Far saltare per qualche minuto, ritoccare di sale e pepe.
Quando le zucchine saranno abbastanza cotte (le dobbiamo frullare, quindi l’importante non è la consistenza, bensì che mantengano il loro verde brillante: basta, quindi, davvero una saltata rapida), versarle nel mixer e frullarle, aggiungendo olio (o acqua, se non volete incrementare i grassi) per regolare l’emulsione. Il risultato dovrà essere una vellutata piuttosto densa.
Scaldare nuovamente la stessa padella dove sono state saltate la verdure e, quando rovente, buttarci i gamberi scongelati e senza residui di ghiaccio (per essere sicuri che non rimanga acqua: passatina al micro, scolare e via di padella), farli cuocere brevemente. Regolare si sale e pepe, dare un tocco di piccante (se piace) e poi innaffiare con il Cognac (o simili). A questo punto, fare quella cosa figa che si vede alla tele: inclinare la padella in modo che un po’ del liquido (che è diventato una sorta di bisque, alla fine) sfiori la fiamma del fornello, l’alcool prenderà fuoco e ciò permetterà di eliminare il sapore alcolico (che alla fine stona), mantenendo però l’aromaticità del liquore. In più, l’evaporazione rapida garantisce una cottura ottimale: il gambero non si lessa, mantiene la consistenza e riesce meravigliosamente glassato, il tutto in una manciata di minuti. Versare i gamberi in una ciotola e metterli da parte.




E con questo vi saluto, miei cari, ci rileggiamo presto.
Un bacione!

mercoledì 3 novembre 2010

Endorfine prêt à porter (e al microonde)

Sono giorni grigi. O, meglio, assolutamente luminosi e variopinti per certi aspetti, finché i ritmi frenetici non s'interrompono, finchè non si ferma la danza arancione e rossastra delle foglie autunnali che riescono a coprire e mascherare anche il nero dell'asfalto, finchè le risate non si perdono su o giù da un metrò, finchè non ci si ferma e si lascia che l'ombra alla fine arrivi a toccarci, a sfiorarci i piedi.
Sono assolutamente contenta e soddisfatta in molti momenti, mi ritrovo a sorridere dietro i libri, a correre senza sentire il fiato accorciarsi dietro a bus e metrò, a mangiare cornetti a colazione leccandomi gli sbuffi di zucchero a velo sui lati delle labbra. Eppure ci sono tanti pensieri a riempirmi la testa, tanti vortici a smuovere le acque altrimenti tranquille. La mancanza di sonno che stride con gli esami in avvicinamento, tanti dubbi, qualche momento triste, molta confusione, molta difficoltà nel riconoscere come le cose stiano davvero andando.
Una persona qualche giorno fa mi ha detto “E' il tuo momento”. Mi ripeto questa frase, fra me e me, in ogni istante in cui vorrei avere mille mani e mille cervelli per risolvere tutto. Non mi posso davvero preoccupare di ogni cosa, per certi versi non sono in grado, per altri non è il mio ruolo, il mio compito.
In effetti sì, sarebbe proprio ora di ritornare al mio posto e iniziare a guardare la vita dal mio punto di vista, perchè, a conti fatti, quella che la sta vivendo sono io.
E per scongiurare malumori e nervosismo quale soluzione è migliore di una piccola coccola?
Cielo grigio, pioggia su pioggia, economia aziendale ad aspettarmi sulla scrivania.
Qualcosa di semplice, veloce, sempre buono. Il comfort food per eccellenza.
Perfetto per uno di quei momenti in cui ci vuole una dose extra di endorfine.
Complice la mia ormai celebre (da queste parti) pigrizia e una relazione ormai stabile col il Signor Microonde, ho optato per una versione ancora più veloce e semplice del riso al latte.
A me è piaciuto davvero tanto, ci voleva ;) caldo, morbido, avvolgente come un piumone.
Note di cannella e di arancio a punteggiare un pentagramma di vaniglia e latte.
Devo dire altro?

La ricetta, ovviamente. E' quasi imbarazzante scriverla e postarla, vista la sua semplicità, ma secondo me questa dose di buonumore da gustarsi a cucchiaiate merita davvero.



RISO AL LATTE al microonde

  • INGREDIENTI

500 ml di latte (preferibilmente intero)
100 g di riso
200 g di zucchero
vanillina
una grattata di scorza d'arancia
cannella
cioccolato fondente, a discrezione della golosità personale ;)

  • PREPARAZIONE

Versare in un contenitore idoneo alla cottura al microonde il latte e lo zucchero. Scaldare per due minuti alla massima potenza. Prelevare e mescolare finchè lo zucchero non sia completamente sciolto.
Aggiungere il riso e gli aromi (in pizzichi, o in quantità esagerate, come preferite ;) ), rimettere nel forno e far cuocere alla massima potenza per 5 minuti.
Mescolare.
Proseguire la cottura per circa un quarto d'ora a una potenza di 300- 450 W, in modo che il riso si ammorbidisca bene e assorba tutto il latte (ricordarsi di mescolare di tanto in tanto).
E' pronto quando i chicchi di riso saranno arrendevoli, quasi a sciogliersi in bocca, i sapori ben amalgamati e la consistenza cremosa.
Attendere che si raffreddi un po', porzionare in coppette di vetro, aggiungere una spolverata di cannella e/o il cioccolato fondente a scaglie.
Armarsi di cucchiaino, di divano e...




Prima il piacere, in questo caso, ma alla fine arriva anche il momento del dovere o, più propriamente, delle doverose scuse: scusatemi per la mia assenza, dal mio e dai vostri blog. Mi è mancato tutto tantissimo, e alla sera la voglia di accendere il pc era spesso tanta, ma nel migliore dei casi la parte più ragionevole di me stessa si tuffava a peso morto sotto le coperte, nel peggiore annegava fra le pagine dei testi universitari.
Probabilmente in questi giorni riuscirò a postare un po' e a rimettermi in pari con i vostri post, lo spero davvero.
Per ora buona notte a tutti :D