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lunedì 17 giugno 2013

Lemon meringue pie | Di qua

Ogni tanto -spesso, più volte al giorno-, ripercorro questi due decenni e un po' che sono la mia vita. Gli anni fluiscono senza intoppi, più o meno linearmente, finché, a un certo punto, mi blocco, come incontrassi un crepaccio. E mi rendo conto di non aver fatto altro, da allora, se non costeggiare quella gola profonda, senza mai essere riuscita a superarla, senza mai aver trovato, che so, un ponte, un tronco d'albero caduto che mi permettesse di raggiungere l'altro lato [ho giocato troppo a Tomb Raider, okay] o un insperato e improvviso ricongiungersi dei due lembi di terra. Costeggio quel baratro e, intanto, cerco, in qualche strano modo, di vivere come se mi trovassi sull'altra sponda della voragine. Ogni giorno mi sveglio e butto l'occhio al di là. Mi alzo, lavoro, faccio quello che devo e quello che non devo, vedo gente, frequento persone, e intanto la coda del mio occhio continua a vederla, quella sorta di Eden negato. Rimango spesso seduta sull'orlo, con le gambe che penzolano nel vuoto, ad osservare quella che sarebbe potuta essere la mia vita, se la terra, a un certo punto, non avesse deciso di spaccarsi. Quando sto bene, quando riesco a tenere insieme tutti i miei pezzi, a dare un ordine alle mie giornate e alle mie notti, mi dimentico quasi dell'esistenza di quella crepa, vivo anche così. E non è un vivere mediocre, anzi: a volte raggiungo picchi d'insospettabile felicità. Ma c'è sempre, sempre, in un angolo della mia mente, il pensiero sognante di riuscire, un giorno, a trovare il modo di provare come sia, la vita di là, la vita con la terra tutta unita sotto i piedi, la vita senza un baratro sempre al proprio fianco.
Nel mio vivere di qua, però, un po' ho costruito, ho fatto in modo di sistemarmi agiatamente. E' bastato entrare nell'ottica di pensiero della "deviazione": una strada è chiusa? No problem: c'è una deviazione che permette comunque di arrivare alla meta. Magari ci si mette un po' di più, magari la via è stretta e cosparsa di buche, anziché essere una bella linea dritta di asfalto nero lucente, magari ci si graffia la carrozzeria attraversando un bosco di rami taglienti e incolti, ma ci si riesce.
Nel vivere di qua, poi, ho trovato molte, molte davvero, Cose Belle. Forse, chi lo sa, prima o poi, "di là" sarà "di qua", o "di qua" e "di là" si fonderanno, o li scoprirò identici, oppure "di là" vedrà la sua importanza sbiadire, come quella di ogni futuro possibile che non si fa presente, e io smetterò di lanciare lo sguardo a un altrove ideale -ideale, ideale è la parola chiave.
Chi è felice ha ragione, diceva Tolstoj.
E io me lo ripeto ogni giorno, ogni, ogni, giorno: non importa dove, non importa quando, come e con chi. Ciò che mi importa è fare di tutto per essere felice da questa parte del baratro.

Siamo tornati, come avrete notato, ai post notturni, con le loro ermetiche introduzioni alle ricette, tipicamente da foodblog. Il fatto è che mi capita spessissimo, in cucina e altrove, di dover rinunciare a un progetto iniziale e dover far comunque saltar fuori qualcosa. Il progetto iniziale in questione era un goduriosissimo gelato alla crema [della mia avventura estiva in gelateria vi racconterò in un'altra occasione]. Peccato che, all'alba delle 23 e qualcosa di qualche sera fa, mi si sia rotto il freezer. Quindi, cosa me ne facevo, io, bionda sprovveduta, con un litro e passa di gelato alla crema non ancora allo stadio di gelato? Be', mi pare ovvio: una crostata.
L'evoluzione è, in realtà, semplicissima: il gelato alla crema, quello artigianale, badate bene, consiste in pratica in crema pasticcera con una buona percentuale di panna. Quindi, basta aggiungere un cucchiaio di amido, riportarla sul fuoco, stendere un guscio di frolla, infornare e il gioco è fatto [sempre che non vogliate sfruttare l'opzione pavlova eretica, o mangiarvela a cucchiaiate].
Avendo, inoltre, gli albumi della pasticcera da smaltire, la scelta è ricaduta sulla classica lemon meringue pie: la crema fresca e acidula, la meringhetta croccante e morbida allo stesso tempo, entrambe racchiuse e sorrette da un sempre rassicurante strato di frolla, fanno sempre il loro bell'effetto. Se la servite ben fresca di frigo, poi, è un dolce più che adatto a qualcuna di queste sere estive.

Qualche accorgimento che ho adottato?
  • una base poco zuccherata, per non risultare stucchevole insieme a crema e meringa
  • la scorza del limone aggiunta solo alla meringa, mentre nella crema pasticcera ho utilizzato il succo: in questo modo la crema risulta fresca, ma non aggressiva, mentre le scorzette danno una bella sferzata al carattere fin troppo dolce della candida meringa
  • albumi pastorizzati [la meringa di questo dolce, infatti, non è cotta completamente] con lo zucchero scaldato, ma non ridotto a sciroppo [metodo pescato non mi ricordo da quale manuale di pasticcera, se qualcuno dovesse riconoscere la fonte e segnalarmela, la inserirò nel post più che volentieri]: vi spiego tutto durante il procedimento
  • il procedimento, per intero, è un po' lunghetto: ma, come al solito, basta organizzarsi; potete preparare la frolla e la crema la sera prima, farcire la crostata poco prima di servirla, aggiungere la meringa all'ultimo, come preferite


LEMON MERINGUE PIE

Ingredienti
Per la frolla
250 g di farina 00
60 g di zucchero 
1 uovo
130 g di burro freddo
un pizzico di sale

Per la crema pasticcera [versione ricca, per quella classica andate qui]
250 g di latte fresco intero
250 g di panna fresca
4 tuorli
90 g di zucchero
1 baccello di vaniglia
il succo di due limoi
40 g di amido di mais/maizena/fecola di patate

Per la meringa
4 albumi
lo stesso peso in zucchero
la scorza di 1-2 limoni
1 cucchiaino di 
 amido di mais/maizena/fecola di patate
un pizzico di zucchero 

Procedimento
Preparate, innanzitutto, la crema pasticcera. Il procedimento è identico a quello che trovate in questo post.

Per la pasta frolla: mettete, nel mixer, farina e burro -ben freddo, mi raccomando-: fate lavorare finché il composto non sarà "sabbiato", ovvero, la farina avrà incorporato in briciole non troppo grosse tutto il burro. Aggiungete gli ingredienti rimanenti e lasciate il mixer lavorare fino alla formazione di una palla liscia e  omogenea. Coprite e mettete in frigo per almeno mezz'ora.
[Come sempre: mixer/planetaria/mani è uguale: l'importante è non surriscaldare né maneggiare eccessivamente l'impasto]


Portate il forno a 180°C.


Imburrate e infarinate uno stampo da crostata [se ha i bordi a cerniera, non come il mio, è ancora meglio]. Riprendete l'impasto dal frigo e stendetelo in una sfoglia piuttosto sottile [3-5 mm], magari aiutandovi con due fogli di carta da forno, il mattarello e due guide. Ponetela nello stampo, ritagliate i bordi, ricoprite con un foglio di carta forno e riempitelo di fagioli secchi/appositesfereperlacotturainbianco.
Cuocete per 20 minuti. Dopo questo tempo, togliete fagioli/sfere e carta forno e proseguite la cottura per altri 10 minuti, in modo che il fondo si asciughi per bene.

A cottura ultimata, riempite il guscio con la crema pasticcera. Rimettete in forno per 10-20 minuti [dipende dalla densità della vostra crema, tenete presente che, a dolce ultimato, dovreste riuscire a tagliare delle fette precise], finché la superficie non sarà totalmente rassodata.
Lasciate raffreddare in forno, con lo sportello un po' aperto.
Dopo qualche ora -più aspettate e meglio è-, circa una mezz'ora prima di servirla, preparate la meringa.

Per pastorizzare gli albumi senza lo sciroppo di zucchero: mettete lo zucchero in pentolino [fondo antiaderente] e scaldatelo per qualche minuto [non deve raggiungere il punto di caramellizzazione, ma deve divenire molto, molto, caldo]. Iniziate, intanto, a montare gli albumi con il pizzico di sale. Non appena gli albumi avranno acquisito consistenza, iniziate ad aggiungere lo zucchero caldissimo, a filo. Aggiungete, poi, il cucchiano di amido. Continuate a lavorare con le fruste fino ad ottenere una neve fermissima. Infine, incorporate la scorza, mescolando delicatamente, in modo da non smontare la meringa.
Distribuite gli albumi sulla crostata fredda e fiammeggiateli con l'apposito cannello [Tescoma, I love you], oppure ponendo il dolce sotto il grill del forno e sorvegliandolo attentamente [niente Twitter, niente Instagram, niente Whatsapp, nulla, tenete d'occhio la meringa, si brucia in un attimo].


E il gelato? Stay tuned ;)

mercoledì 22 maggio 2013

Pavlova | Crema pasticcera edition

Da qualche parte nel cervello devo essermi tatuata la celebre:
Ever tried.
Ever failed.
No matter.
Try again.
Fail again.
Fail better.
Ma anche: farcela, farcela un'altra volta, farcela meglio.
Ovvero, storia di una pavlova che da "buona" è diventata "strepitosa".

Vi rimando al post di qualche mese fa per la storia e le vicissitudini celate dietro questo dolce dal nome buffo, che a me continua a ricordare il suono di spatolate di panna montata lasciate cadere su una superficie.
Forse proprio per disinnescare questa sorta di onomatopea, ho preparato una pavlova senza panna. A volte la cucina manca di logica: mio caro chef Sachse, mi spiega che cosa dovrei farne, io, dei tuorli che avanzano dalla meringa? Una frittata giallo colesterolo?
Ecco quindi dove è finita la crema pasticcera del precedente post.
Il risultato è davvero convincente: molto più avvolgente della versione con panna, oltre al fatto che fragole e frutti di bosco, abbinati alla pasticcera, sono qualcosa di cui potrei tranquillamente vivere, senza avvertire la mancanza di altro.
Il gioco di contrasti rimane immutato, un cucchiaino racchiude un caleidoscopio di sensazioni gustative: il fresco acidulo e succoso dei piccoli frutti, la cremosità arrotondata dalla vaniglia, le briciole croccanti del guscio di meringa.


PAVLOVA | CREMA PASTICCERA EDITION

Ingredienti
meringa francese
crema pasticcera
fragole e frutti di bosco [o altra frutta acidula]

Procedimento
Preriscaldate il forno a 100°C.
Preparate la meringa e formate dei piccoli nidi su una teglia rivestita da carta forno.
Infornate per circa un'ora, finché i gusci non si staccheranno facilmente dal fondo. Lasciate raffreddare i gusci nel forno spento.
Poco prima di servire i dolci, riempite l'incavo di ogni meringa con qualche cucchiaio di crema pasticcera. Completate con la frutta.


L'unico dubbio che mi sorge è: si può ancora chiamare "pavlova"? A voi l'ardua sentenza.

lunedì 12 novembre 2012

Satisfaction is the new dessert

Domenica, ore 13.30. Piove, fa freddo, la riproduzione casuale dell'iPod suggerisce canzoni deprimenti, la macchina si appanna, non vuole scaldarsi, c'è traffico.
Ovviamente, sono in ritardo.
Ho dieci minuti -contati- per fare la spesa, e ne passo più della metà a insultare mentalmente i sacchetti di plastica del reparto ortofrutta: possibile che qualcuno non abbia ancora inventato un metodo efficace e rapido per aprire quelle buste poco collaborative?
C'è anche coda alle casse. Meglio, ho tutto il tempo di farmi sommergere dalla sensazione di aver dimenticato qualcosa. Certo, ho fatto la lista della spesa. Peccato l'abbia dimenticata in macchina.
Grazie, arrivederci, quanto ti odio sacchetto in mater bi, almeno facciano le scatole dagli angoli smussati, che poi sono così belli, però mai come gli spigoli, gli spigoli battono tutti gli angoli smussati, soprattutto nel lacerare i sacchetti di mater bi.
[Non vado d'accordo con i sacchetti in generale, sembrerebbe. Qualcuno direbbe che ho difficoltà a tenere unite le diverse parti, a contenerle, a trasportarle senza disperderle.]
Pioggia, freddo e traffico persistono anche dopo la spesa lampo. Anche l'iPod continua la sua accurata scelta. Canticchio ferma a un semaforo.
Le rose lisergiche, le sere a sbranarsi, con me non devi essere niente, non ti preoccupare, che tornino a scoppiare, ma dal ridere, a crepare, ma dal ridere, addio, aspettami, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, portami a vederle.
Mi arriva un sms e penso che ogni tanto è davvero molto rassicurante non essere l'unica in ritardo.
Il semaforo diventa verde, tocca ai Nirvana e io riparto senza ascoltare la canzone, distratta dal ricordo di "Venuto al mondo", guardato l'altra sera. Cosa devono aver vissuto certe persone, per scrivere libri del genere, mi chiedo. Penso a quei capelli striati di rosso. Penso a come si distruggano vite, alla ricerca di qualcosa. Penso a come ci si distrugga, amandosi disperatamente.
[Intanto, faccio scorrere avanti e indietro la barretta del piercing al trago fatto ieri. Non guarirà mai, se continuo a giocarci, lo so. Forse lo faccio apposta.]
Penso a Camus, all'Assurdo, a noi uomini, all'ironia, all'ironia della vita, alla vita.
Interrompo il flusso di ragionamenti, ridendo di me stessa. La vita, la vita, siamo tutti dei grandi filosofi, sì, certo. 
Sto per parcheggiare, quando inizia Just like heaven. Tolgo la freccia, decido di fare un altro giro dell'isolato, per ascoltare la canzone.
Show me, show me, show me. You, lost and lonely. Dancing in the deepest oceans. Twisting in the water.
Le canzoni non hanno bisogno di persone, a volte.
Alla fine, fermo la macchina e mi decido a scendere.

Alessandro è già lì ad aspettarmi. Mentre attendiamo Marco, scarichiamo le nostre attrezzature.
Da una macchina rossa escono teglie, utensili da cucina, farine, zucchero, uova, dall'altra vettura, luci, cavalletto, zaini e borse contenenti strane cose che noi dilettanti nemmeno sappiamo identificare.
Il tempo di scambiarsi qualche particolare della propria vita [i classici chi sei-cosa fai-dove vai] e arriva anche Marco, che ci apre il locale.
I bar, da chiusi, hanno sempre il loro fascino particolare. I tavoli se ne stanno addossati alle pareti, le sedie ammucchiate l'una sull'altra, il silenzio è irreale, le sale sono vuote. Trovi una bottiglia di birra su un davanzale, dimenticata dalla sera precedente.
Io inizio ad accendere il forno, mentre Alessandro sistema il set.
Mettiamo la musica, ci facciamo un caffè.
E poi si inizia.

Okay, Agnese, questa è semplice: devi solo separare i tuorli dagli albumi. 
...
No, non è semplice. Perché non è la tua cucina, ci sono queste luci professionali, c'è Alessandro che continua a scattare foto alle tue mani. E non è che tu ami particolarmente stare davanti all'obiettivo.

Dopo un po', però, mi dimentico dei clic dell'otturatore, delle luci e del resto. Chiacchieriamo, ridiamo del disordine che creo attorno a me mentre cucino, litighiamo con la planetaria che non vuole montare gli albumi, ci meravigliamo per la bellezza della meringa, schizziamo panna ovunque, spargiamo chicchi di melograno per tutto il locale, rimaniamo in attesa davanti al forno, incrociando tutte le dita che si possono immaginare, perché io la pavlova non l'ho mai fatta.
Mentre la meringa cuoce preparo una torta di mele. Alla fine, c'è profumo di torta anche nel nostro bar preferito.

Sforno la meringa. Sembra essere riuscita. Rimango sinceramente sorpresa, ma lo maschero bene.
Monto il dolce, sotto gli occhi di Alessandro e di Marta.
Lo styling, questa volta, è un po' improvvisato. Oggi è una prova, più o meno.
Fa comunque un certo effetto vedere il proprio dolce al centro di un set fotografico professionale.
Io e la piccola Canon assistiamo un po' intimorite allo shooting, azzardandoci a fare qualche foto sul finale, quando la panna inizia a cedere e i chicchi di melograno sono scivolati giù per i fianchi della pavlova.
[Qui, la mia incompetenza immortalata da Marta]

Ritiriamo tutto, tentando di ridare dignità alla cucina. Il locale apre, entrano visi più o meno noti, e io li osservo dalla cucina. Cambiano le prospettive, a volte.
Smontato il set, si affettano e si servono i dolci.

Lo sapete, io sono una di quelle che cucina, ma non mangia. Eppure, me lo godo tutto, quel momento, mettendo temporaneamente a tacere ogni "ma" e ogni "avrei potuto".
Soddisfazione, la chiamano così. E non è male. Non è affatto male.

Il dietro le quinte di questo racconto -come sempre- assurdo e irrazionale?
Alessandro Avondo è fotografo. Dopo aver scoperto Food Therapy, mi ha chiesto se avessi voglia di collaborare con lui per qualche servizio di food photography. Gli serviva, insomma, qualcuno che prestasse i suoi dolci [ma non solo] all'obiettivo della sua macchina fotografica. Occasione migliore, per me, non poteva presentarsi.
Oggi, dunque, abbiamo testato l'affinità, con una pavlova e una torta di mele.
Quelle che vedete nel post sono le foto "rubate" dal set, ma vi mostrerò anche quelle ufficiali [giusto per notare la trascurabile differenza].

Thanks to.
Marco e tutto lo staff del Meltin' Pop di Arona, che ha sopportato -e supportato- la nostra invasione.

Pavlova. What?
Questo dolce di origini australiane, deve il suo nome [davvero incantevole: non suona benissimo "pa-vlo-va"? Sembra la panna che cade a cucchiaiate nel guscio di meringa, e fa "pa-vlo-va".] a una ballerina, tale Anna Pavlova [ecco, chissà se la signorina in questione sarebbe stata felice del mio accostare il suo nome a della panna montata], in onore della quale venne ideato, nel 1926.
Trattasi di un guscio di meringa che raccoglie una nuvola di panna montata, sormontata da una pioggia di frutta fresca. Un efficace gioco di contrasti che si articola fra la dolcezza croccante della meringa, la cremosità avvolgente della panna non zuccherata e la freschezza acidula della frutta.
In più, è semplicissima da preparare.
[Per provarla, non aspettate anni come la sottoscritta, insomma.]

La meringa
Parlo della meringa prima di descrivere il procedimento per la pavlova, dato che è la parte più insidiosa e merita qualche attenzione in più.
  • la tecnica è quella della meringa francese, che prevede il doppio del peso degli albumi in zucchero [lo zucchero può essere anche quello semolato, ma è da preferire quello a velo, almeno per il 50%], il tutto montato molto a lungo [si va dai 10 ai 20-30 minuti]
  • al composto originale vengono aggiunti cremor tartaro e amido di mais [o equivalenti], per stabilizzare il composto
  • gli albumi sono da preferire vecchi di qualche giorno e a temperatura ambiente
  • cottura: solitamente, il metodo migliore è quello di una cottura a bassissima temperatura [anche 50-60 gradi] per un tempo molto lungo [tre ore + raffreddamento in forno spento e chiuso per anche una notte], tuttavia si può arrivare anche a temperature leggermente elevate [120 gradi] e tempi relativamente brevi [un'ora e mezza];
    Per quanto riguarda la pavlova, la meringa non deve risultare completamente "asciugata" [infatti, più che una cottura quella della meringa classica si può definire un'asciugatura]: a un esterno croccante e friabile deve abbinarsi un interno ancora soffice e morbido. 

POMEGRANATE PAVLOVA 

Ingredienti 

Per la meringa

4 albumi [150 g]
150 g di zucchero semolato
150 g di zucchero a velo
un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di cremor tartaro
un cucchiaio di amido di mais

250-300 ml di panna fresca da montare

2 melograni grandi

Procedimento

Preriscaldare il forno a 100°C.

Per la meringa: nella planetaria, o con uno sbattitore elettrico, iniziare a montare le chiare d'uovo con un pizzico di sale. Quando gli albumi iniziano ad essere piuttosto sodi, aggiungere in più riprese i due tipi di zucchero, l'amido e il cremor tartaro. Continuare a montare la meringa finché il composto non risulti stabile e lucido [esattamente come mostra questo post di Sigrid].
Distribuire la meringa su una teglia foderata da carta forno. Creare una forma circolare e scavarla al centro, in modo che possa contenere la panna. Infornare per un'ora e mezza circa [sarà pronta quando si staccherà senza difficoltà dalla carta forno]. Lasciare raffreddare nel forno spento, quanto più tempo possibile [sarebbe perfetto preparare il guscio il giorno, o la sera, prima].

Pulire i melograni e montare la panna.
Assemblare il dolce, ponendo sul piatto di portata la base di meringa raffreddata, ricoprendola di panna e distribuendoci sopra i chicchi di melograno.
Servire subito.


Qui sono le 3 passate e io ho farneticato per mezz'ora riguardo una domenica e una pavlova. Ottimo.
Mi riprometto sempre di pubblicare a orari più decenti, ma evidentemente non sono capace.
Lo mettiamo nella lista dei buoni propositi, sia mai che mi decida a sfoltirla un po', prima o poi.

Goodnight.

sabato 22 settembre 2012

Mangami

A volte ho davvero l'impressione che il tempo si dilati, si sfaldi, si sfilacci fra le mie giornate.
L'ultima settimana mi è sembrata lunghissima, da vivere. Eppure, eccoci, è di nuovo venerdì.
Venerdì scorso arrivava la tempesta. Ora devo socchiudere gli occhi, nel puntarli al cielo, a causa dell'intensità della luce del sole.
E se, da una parte, ho imparato [ormai da un po'] a non credere alla stabilità degli stati d'animo, delle emozioni, dei sorrisi, della luce, dall'altra, devo ancora apprendere pienamente che nemmeno le lacrime e il buio sono eterni e incorruttibili.
"It can't rain all the time", si diceva in un film. Eppure, come può sembrare definitiva la pioggia.

La salvezza sta sempre nelle persone. Che siano Persone, però.
Lo ribadisco, a me più che a voi.
Persone.

Ho questa settimana lunghissima tutta addosso, scusate se sono un po' ermetica.
Ma, come sempre, qualcuno riuscirà a leggere fra le righe.
E, mentre leggerà, saprà esattamente che tutto questo vorticare confuso di parole non è altro che un modo, come sempre maldestro, per dire "grazie". Certi "grazie" sono troppo intensi per essere fermati su una pagina. Certi "grazie" vorrei dirli con gli occhi, più che con le parole.
Ci sarà modo e tempo, anche per questo.

Per ora, ci sono gli ultimi manghi [esiste il plurale di mango? Illuminatemi!] da acciuffare.
[Come cambio discorso io, nessuno.]
La vostra eroina è ormai una professionista dello spaccio clandestino di frutta.
Bastano due parole con la proprietaria della mia gelateria di fiducia, per ritrovarmi con un kg di ottimi frutti rossi, a un prezzo ragionevole.
Fra una chiacchiera e l'altra, mi faccio offrire uva fragola personalmente raccolta.
E mi è sufficiente andare a cena nel ristorantino preferito per tornare a casa con due manghi maturi e saporiti.
Così è successo, un paio di settimane fa.
[Del ristorantino in questione vedrò di parlarvi presto, con accurata descrizione del Tany, del suo cognac alla pera, del suo divino passito, del carpaccio di baccalà con pepe rosa e lime, del godurioso club sandwich, dei dolci che non sai mai quale scegliere e finisce sempre che li provi tutti, e di tutto il resto. Ne parleremo.]

L'amore fra me e il mango è nato anni fa. Ho capito che sarebbe stato il frutto della mia vita quando mi ha punto la lingua con la sua nota pepata finale. Da allora, nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo.
E il Tany, quando mi ha fatto assaggiare quel tiramisù al mango, ha ridestato, nel tempo di un cucchiaino, la mia passione per l'esotico frutto.
Parlando del più e del meno, poi, non so come ma mi sono ritrovata con due manghi da portare a casa. E quindi eccoci qui.

Il dolce al cucchiaio di oggi è nato dopo quasi ventiquattrore di intense elucubrazioni davanti a quei due manghi, che mi fissavano un po' preoccupati della loro sorte, non lo nego.
Uno di loro ha fatto la fine che già avevo premeditato: metà mangiato al naturale, e metà "sorbettato" [con il mio metodo eretico e barbaro, quello che, se proprio volete, trovate qui.]
L'altro è stato per metà frullato e unito a una vellutata crema pasticcera, e per la metà restante flambato al ritmo di "Ti flambo il mango" [perla della sottoscritta durante un elogio al mango intavolato fra un cucchiaino e l'altro del sopracitato tiramisù].
Il risultato è una crema che unisce la golosità della crema pasticcera alla freschezza della polpa del mango. Fra un cucchiaino e l'altro, poi, spuntano cubetti del frutto avvolti da un velo di rhum e zucchero di canna, caramellato a fiamma viva.

"Non so tu, ma io ti mango."
[Questa, invece, è di Marta, via Twitter -qui, il suo profilo-]




CREMA AL MANGO

Ingredienti
Per la crema pasticcera
500 ml di latte fresco intero
4 tuorli [oppure, 2 uova intere*]
90 g di zucchero
i semi di una bacca di vaniglia
40 g di maizena

un grosso mango maturo

rhum e zucchero di canna, q.b.

Procedimento
Preparare innanzitutto la crema pasticcera. Scaldare il latte in un pentolino con la stecca di vaniglia, aperta a metà, e i suoi semini, evitando di far raggiungere il bollore. Spegnere il fuoco e lasciare la vaniglia in infusione per circa 30 minuti, in modo che il latte assimili tutto l'aroma.
Nel frattempo, in una ciotola a parte, sbattere i tuorli [o le uova intere] con lo zucchero. Unire anche la maizena setacciata.
Togliere la bacca di vaniglia dal latte e versarlo, a filo, nel composto di uova.
Rimettere la crema sul fornello e cuocere fino ad addensamento completato.
[A questo punto, se proprio volete fare una cosa bellissima, prendete un cucchiaino di burro e scioglietelo nella crema, mescolando. Lucidità e morbidezza saranno inequiparabili.]

Frullare la polpa di mezzo mango, e unirla alla crema pasticcera. Dividerla poi nei bicchierini.

Tagliare il mango restante a cubetti. Metterlo in una padella con due cucchiai di zucchero e lasciar caramellare a fuoco basso. Quando lo zucchero è completamente sciolto, aggiungere il rhum.
Flambare inclinando leggermente il padellino, finché l'alcol non s'incendia.
Disporre i cubetti di mango sulle creme [ero partita col tentativo di fare qualcosa di ordinato ed elegante, ma poi l'entropia ha, come al solito prevalso, e quindi una montagna di mango è franata nella crema pasticcera mangata -si dirà?-, magari voi potete attenervi a un'idea di pasticceria vagamente più raffinata e presentabile].

*Mi confermo l'eretica di cui sopra dicendovi che ho preparato la crema pasticcera utilizzando anche gli albumi. Dovendo aggiungere un frutto frullato [liquido, quindi], necessitavo di una crema più consistente, quindi, non volendo compromettere la freschezza del dolce, ho preferito sostituire due tuorli con gli albumi, senza aumentare la maizena.
Il risultato è stato molto soddisfacente, direi che è una variante da tenere in considerazione, soprattutto qualora si vogliano tagliare calorie, colesterolo & co.




Bene, post come al solito assurdo e dalla confusione imperante. Fortunatamente ho qualcosa di serio con cui riscattarmi. Vi ricordate il blog di Valeria, di cui avevamo parlato qui?
Proprio qualche giorno fa, su quelle pagine, è uscita la prima ricetta made in Food Therapy.
Nel caso vi venga, dopo esservi divorati quattro manghi, un'improvvisa voglia di zucchine, potete con entusiasmo lanciarvi su questo link.

Ora direi che porto me stessa a letto. O, perlomeno, lontano da una tastiera :)

sabato 27 novembre 2010

A total white cake for a total white day?


(English below)

Ieri mattina, aprendo la finestra, soffici fiocchi di neve grandi come noci mi hanno salutata vorticando nel cielo ancora notturno. Niente Uni, va bene :)
Ormai ero sveglia, però (la mia testa inizia subito a ingranare appena apro gli occhi: idee, cose da fare, appuntamenti, studio, sogni fatti...), così anziché tornare a letto mi sono diretta in cucina.
Ho messo su il caffè e mi sono appostata alla finestra, un po' stranita, ma molto meravigliata, ad osservare quella coltre bianca che aveva già ricoperto ogni cosa, mentre sgranocchiavo la mia mela.
Il cielo si era vanitosamente tinto di sfumature rosa- viola e tutto era immerso in quel silenzio innaturale che crea la neve, capace di inghiottire ogni rumore.
Salito il caffè, mi sono seduta al tavolo: rivista, mug fumante e una fettina di torta, la mia colazione ideale.
La “fissa” di leggere qualcosa durante la colazione devo averla presa da mia madre: per lei la colazione è un momento di assoluta tranquillità, si siede, sfoglia un giornale, mangia il suo yogurt lentamente, sbocconcella qualche biscotto tuffando la mano nella biscottiera... poi all'improvviso si alza, tazza di caffè alla mano e va a vestirsi, solo in quel momento tutto si velocizza e la giornata inizia davvero.
Anche per me la colazione è in “modalità bradipo”. Forse perchè è il pasto che preferisco più di tutti, forse perchè mentre mangiucchio e leggo nella mia testa si forma la timetable della giornata, non so, ma difficilmente le dedico meno di un'ora.

Dunque colazione con neve. Guardavo fuori della finestra e intanto mi gustavo la torta preparata giovedì pomeriggio. Pensando: guarda un po', preparo una total white cake e il mattino dopo l'assaggio sommersa dalla neve.
Total white cake?
Ebbene sì. Sebbene la mia preferenza vada in assoluto alle torte “umide”, questa volta ho voluto tornare alla classica torta soffice, alta e profumata.
La ricetta? Assolutamente inventata anche questa! Avevo del cioccolato bianco in dispensa e dato che non lo amo molto nature (se fino alla terza media ero solita mangiare tavolette di cioccolato bianco con le nocciole a merenda, ora invece lo trovo troppo stucchevole e spesso troppo grasso) stavo da qualche giorno pensando a come riciclarlo in una preparazione al forno.
Come spesso mi accade, i risultati migliori li ottengo qualche giorno dopo che l'ispirazione ha fatto capolino: riesco così a perfezionare l'idea e a creare una ricetta molto migliore di quella formulata subitaneamente (devo dire che in questo l'Università gioca a mio favore: difficilmente infatti riesco a cucinare durante la settimana).
La composizione di questa torta ruota attorno a tre ingredienti principali: albumi, che conferiscono sofficità e leggerezza, formaggio spalmabile e ricotta, utilizzati per stemperare un po' il grasso del cioccolato, permettendo di diminuire il burro senza che la morbidezza ne risenta e cioccolato bianco, per la dolcezza avvolgente.
Il risultato è stato una torta molto alta, estremamente soffice, dalla texture impalpabile.
Il gusto è davvero delicato e per niente stucchevole (ho infatti ridotto lo zucchero al minimo).

In effetti, un po' di neve sa, no? :)


TORTA SOFFICE AL CIOCCOLATO BIANCO

  • INGREDIENTI

150 g di farina 00
150 g di fecola o maizena
125 g di zucchero
3 albumi
60 g di burro
150 g di cioccolato bianco di ottima qualità
90 g di ricotta + 60 g di formaggio spalmabile tipo Philadelphia (o tutto ricotta)
latte q.b.
una bustina di lievito

  • PREPARAZIONE

Preriscaldare il forno a 175°C.
Iniziare sciogliendo il cioccolato bianco a bagno maria insieme al burro.
Nel frattempo lavorare i formaggi con lo zucchero, fino a ottenere una spuma morbida.
Aggiungere le polveri setacciate e il cioccolato col burro. Ammorbidire, se necessario, il composto con un bicchiere di latte.
Infine, incorporare, a più riprese, gli albumi montati a neve.
Versare il tutto in uno stampo imburrato e infarinato, infornare per mezz'ora. Prova stecchino.

Io l'ho spolverata con dello zucchero a velo, ma secondo me è ottima anche farcita con una crema pasticcera (in fondo, avanzano dei tuorli ;) e dei frutti di bosco.

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Yesterday morning, when I opened my window, I found a white- covered landscape: yes, it was snowing!
Astonished, I had breakfast enjoying the wonderful snowflakes swirling in the air and eating a slice of the cake I had cooked Thursday. A total white cake for a total white day!
The main ingredients of this recipe are, in fact, white chocolate, albums and spreadable cheese.
The result is an absolute soft cake, of an impalpable texture. I've appreciated especially the flavour: it's sweet but not cloying.
Here's the recipe.

SOFT CAKE WITH WHITE CHOCOLATE

  • INGREDIENTS

150 g of white flavour
150 g of corn starch (or potato starch)
125 g of sugar
3 albums
60 g of butter
150 g of white chocolate (high quality)
150 of spreadable cheese
about 150 ml of milk
16 g of baking powder

  • METHOD

Preheat the oven up to 175°C.
Melt the chocolate with the butter. In the meanwhile, reduce to foam the cheese with the sugar.
Add the sifted powders and the cream of chocolate and butter. If necessary, correct the mixture with the milk to soften it.
In the and, add the whipped up albums delicately.
Put the preparation into a cake tin. Let it bake for 30 minutes.

If you like, cover with icing sugar or stuff it with cream and blackberries.