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venerdì 20 dicembre 2013

Buchteln. | Appunti.

Mi alzo alle 7.30 per fotografare, e poi rimango appoggiata al frigorifero, in attesa che si faccia giorno, mangiando briciole di brioche e bevendo tazze bollenti di tè nero speziato. E mentre maledico la lentezza della luce, ammiro quello che i primi raggi di Sole fanno con le nuvole, con i muri, con i tetti e gli alberi. Albe dai colori incredibili, capaci di dar senso a sveglie che suonano in anticipo mentre io arrivo, comunque, in ritardo.

Sono passati nove mesi, eppure, certe parole mi immobilizzano ancora alla poltroncina rossa del teatro, colonna vertebrale drizzata e luci spietate negli occhi. Mi chiedo come abbiano imparato a calibrare bene e male così perfettamente. Vorrei essere capace di spogliare per liberare, come fanno loro, vorrei la loro delicatezza nell'affondare la lama nel costato, vorrei la loro sfrontatezza nel chiamare con nome esatto i sentimenti e le emozioni, vorrei la loro innocenza nel far emergere quanto l'umanità sia disumana, a volte, vorrei la loro trasparenza nell'innamorarmi della fragilità di certe vite.
Vorrei la loro bellezza, il loro continuo mutare senza tradire l'essenza.

Adoro le persone.
Se potessi, se fosse umanamente possibile, vorrei trascorrere la maggior parte del mio tempo a conoscere sconociuti. Ovviamente, non una conoscenza di superficie.
Scambiarsi pezzi di vita, ricordi, sogni, riflessioni, libri, musica e film, senza obblighi o concessioni, in autostrada, in chat, dietro a due tazzine di caffè, su un lungolago di notte.
Per me è davvero impossibile resistere alle persone.

Oggi ho inviato qualche curricula a Torino: l'altra sera era particolarmente affascinante, sotto la luna tonda e splendente, Piazza Castello svuotata dall'ora tarda e dal freddo, i soffitti di Palazzo Madama che si lasciavano spiare dalle vetrate. Si sa, di notte è più facile lasciarsi ammaliare, e io voglio cascarci sempre.
[Gran parte della mia inconcludenza sarà forse dovuta al fatto che non escludo mai alcuna possibilità? Chissà.]

Ho sempre avuto le mani fredde. Ogni volta che tentavo di impastare un pane, o una brioche, fallivo miseramente.
Poi è arrivato il Kitchen Aid, e ha permesso che io e lievitati facessimo amicizia.
[Giustamente, ora sono intollerante ai lieviti, ma questo non è importante.]
Avevo voglia di preparare una brioche, ma non avevo uova in frigorifero.
Poi ho chiesto a Internet, e ho scoperto che la brioche viene ottima anche senza uova.
Insomma, ogni tanto bastano i mezzi giusti per riuscire in qualcosa che credevi impossibile.



BUCHTELN

Originari della Boemia, fanno parte della tradizione culinaria ungherese, austriaca e ladina. Si tratta di focaccine tondeggianti ripiene di marmellata, cotte l'una accanto all'altra in una teglia, in modo che si attacchino. La cosa bella è quando le si divide per mangiarle: immaginate il dolce sulla tavola della colazione, tiepido di forno, immaginate quando separate le due brioches, il profumo fragrante di burro e zucchero, la confettura che ha macchiato l'impasto soffice in qualche punto.
La mia formula eretica per i buchteln prevede pasta brioche senza uova [non credevo rimanesse così soffice, ma mi sono dovuta ricredere, con molto piacere: alla terza mattina è ancora perfetta, soprattutto se la si scalda un po'] e confettura di frutti di bosco.
Ovviamente, potete utilizzare la vostra ricetta preferita per l'impasto.




Ingredienti

250 g di farina 00
250 g di manitoba [o 500 g di farina 00, no problem]
80 g di zucchero
70 g di burro morbido
250 g di latte intero tiepido
3 g di sale
25 g di lievito di birra, oppure 7 g di lievito disidratato
vaniglia [in bacca, estratto, o come la preferite]

confettura a vostra scelta

burro e zucchero q.b. per la rifinitura

Procedimento

Sciogliete il lievito [se in panetto] in mezzo bicchiere di latte tiepido.
Nella planetaria, o sul piano di lavoro, iniziate miscelando bene tutti gli ingredienti secchi. Aggiungete, poi, gradatamente il latte, il lievito sciolto [oppure quello in bustina, non sciolto] e la vaniglia. Per ultimo, incorporate il burro a fiocchetti.
Impastate per una decina di minuti, finché il burro non sia ben assorbito, e la pasta omogenea e liscia.
Lasciate riposare in un luogo riparato e possibilmente umido [io di solito scaldo il forno a 25°C mentre impasto, e lascio lievitare lì dentro, con un canovaccio inumidito a coprire la ciotola], per almeno due ore, fino a raddoppio.

Una volta lievitato, riprenderete l'impasto e sgonfiatelo su un piano leggermente infarinato, tirando una sfoglia di circa 3 mm di spessore.
Ritagliate dei dischi di almeno 8 cm di diametro, posizionate un cucchiaino di confettura al centro di ognuno di essi e richiudeteli a fagotto.
Disponete i buchteln uno accanto all'altro in una teglia rettangolare, imburrata e inzuccherata.
Fate lievitare per un'altra ora.

Preriscaldate il forno a 180°C.
Completate i buchteln con una pennellata di burro fuso e una spolverata di zucchero. Infornata per 20-30 minuti, fino a doratura.

Passare da un budino in busta a un impasto lievitato si può fare, sì?

domenica 19 maggio 2013

Crema pasticcera | Questioni di ritmo


A volte, vorrei che le cose della vita fossero in grado di trovare un ritmo spontaneo, come le cose della cucina. Un naturale susseguirsi, sovrapporsi, interrompersi di gesti, suoni, rumori, temperature, odori, sapori. 
Torni nei tuoi luoghi e li trovi un po' meno tuoi. O, forse, tu sei un po' meno loro. 
La casa è grande. I vestiti, gli oggetti, i libri faticano a uscire dalle valigie e dagli scatoloni, a riprendersi il loro spazio in librerie, su mensole e in armadi. Il Ticino si srotola dietro a una curva, con la diga, la spiaggia, quelle passeggiate. Vai a trovare il lago in una mattina di nuvole e occhiali da sole, il vento è freddo, l'acqua di alluminio; rimani a respirare per qualche minuto, appoggiata al parapetto di vernice verde scrostata. 
Cammini, pensi, prendi la bici, corri, ascolti musica, sistemi un po' l'archivio mentale, sposti qui le cose di là. Respiri, prendi fiato, ricominci. 
Una sera al cinema, un Baz Luhrmann ormai prevedibile [è stata solo una mia impressione?], ma un Fitzgerald da amare ancora una volta, con lo stomaco stretto e la gola annodata, un aperitivo con una mostra e del jazz, gli amici -i fratelli- di Arabica Fenice, un sassofonista che improvvisa un concerto, mezz'ora blu in una stanza bianca, a fissare ipnotizzata le dita i tasti i riflessi sul metallo gli occhi chiusi, Arona-Novara-Arona, perché chi si ferma muore, cucinare quattro cene diverse in un'ora, il Meltin' e tutta quella gente, tuo fratello, i suoi amici, persone che non vedevi da una vita, ancora aggrappate a una te che chissà che fine ha fatto, la tequila e il Long Island, le gocce di pioggia appese a una ringhiera e aggrappate al parabrezza, portarti a casa, portarmi a casa.
[Gesti, suoni, rumori, temperature, odori, sapori che si susseguono, si sovrappongono, s'interrompono.]

Ho questo grande difetto del concentrarmi sulle complessità, dando a loro la priorità di risoluzione, al posto di riuscire a fermarmi ad ammirare la semplicità. Dimentico sempre il ritmo naturale delle cose semplici, il loro scivolare istintivamente nell'azione, le loro poche ombre.
A volte, basterebbe ricominciare dalle basi. 


CREMA PASTICCERA

Questa è LA BASE della pasticceria. Controbattete pure, elencandomi paste frolle e sfoglie, meringhe e pâte à choux, per me, una volta che sai preparare una crema pasticcera divina, hai il mondo in pugno [fermatevi, e focalizzate nella vostra mente una tazza di questa crema vellutata, che accoglie il cucchiaino e lo risucchia, per poi lasciarlo emergere gonfiato da un enorme goccia dorata che profuma di vaniglia, che si scioglie sulla lingua morbidamente e vi inonda la bocca: non è forse il modo migliore per far perdere la razionalità a qualcuno?].
Le ricette sono infinite, la mia si compone di pochi, decisivi, accorgimenti: tuorli freschissimi [thanks, galline della nonna!], zucchero di canna [retrogusto caramellato, volete mettere?], latte di primissima qualità, un tocchetto di burro a cottura ultimata [effetto velluto assicurato].
La crema pasticcera è una di quelle preparazioni semplici, e dotate di ritmo: soprattutto, adoro quel momento in cui inizi a pensare che devi aver sbagliato qualcosa, perché 'sta crema proprio non ne vuole sapere di addensarsi, e, invece, ecco che inizia a opporre resistenza alla frusta, un minuto ed è perfetta [la cucina è metaforica, l'ho sempre sostenuto].

Godetevela.

Ingredienti
500 g di latte fresco intero [qualora voleste proprio esagerare, un 450 latte + 50 panna è il massimo]
4 tuorli
90-100 g di zucchero di canna
1 bel baccello di vaniglia [o la scorza di un limone bio, o entrambi]
40 g di maizena
40 g di burro

Procedimento
Scaldate il latte in un pentolino abbastanza capiente. Incidete il baccello di vaniglia, apritelo come un libro, raschiatelo con un coltellino, prelevando tutti i semi, e aggiungeteli al latte, tuffandoci anche il baccello. Quando il latte è vicino al bollore, spegnete il fuoco e lasciatevi in infusione la vaniglia per circa mezz'ora. 
Intanto, in un recipiente sufficiente grande, sciogliete lo zucchero nei tuorli, senza montarli [inutile e controproducente]. Aggiungete anche la maizena setacciata, incorporandola senza formare grumi. 
Quando il latte si è invanigliato per bene, togliete il baccello, e versatelo a filo suoi tuorli, mescolando con una frusta. Quindi, rimettete tutto nel pentolino e riaccendete il fuoco.
Attendete, mescolando con la frusta, che il composto si addensi. 
Quando la crema ha raggiunto la consistenza desiderata, prendete quel tocchetto di burro, fatelo scivolare nel pentolino, e godete spudoratamente lasciandolo fondere, mentre continuate a mescolare. 


Vi avevo detto che avrei acceso il forno: indovinate dove è finita questa crema?
Stay tuned.

Ceci n'est pas une recette


  • Notes
- nel caso vi troviate in zona Novara dal 24/05 al 9/06, c'è il Novara Jazz, al quale parteciperà, con letture più o meno sporadiche, anche Arabica Fenice: don't miss it!

sabato 30 marzo 2013

Baustelle, Fantasma Tour 2013


I Baustelle sono stati immensi, stasera.

Sono abituata a concerti che sono bagni di folla e di sudore, dai quali emergi lavata di birra, con i capelli che odorano di sigarette ed erba, chiedendoti dove siano finite le tue corde vocali. Quella di stasera, invece, è stata un'esperienza del tutto diversa.
Eppure, travolgente.


Ho capito cosa significano i Baustelle dal vivo quando, dopo, "Il futuro", Bianconi ha attaccato con "Nessuno". Lui seduto, l'atmosfera raccolta,  l'intero teatro in silenzio, ad ascoltare.

Perciò stanotte dormi qui
che non esiste oscenità
freghiamo la pornografia.
E dammi figli e verità
e sesso orale e santità
non mi resta più nessuno tranne te.

Azzeccata la scelta delle luci, bisogna riconoscerlo. Sono di quelle impietose, che ti illuminano senza indulgenza, mentre piangi in terza fila, di fronte a Francesco.
Luci che ti spogliano. Lasciandoti nuda in una Siberia incandescente di emozioni.
"Nessuno" ti sbatte a terra, poi t'illude con la tregua di certe formule epiche che solo i Baustelle sanno creare, rassicuranti quanto qualcuno che ti fa rialzare solo per poterti centrare meglio con il colpo seguente.

Io credo nel caos e nella violenza [...]
credo nel peggio che deve arrivare [...]
E quindi mi servono armi, lo so.

Unica, poi, la miscela di poesia e tristezza che combinano per ottenere il loro romanticismo.

Ed accarezzi con la mente le rughe che ti regalai.

Chiudono così, perché il colpo di prima non ti aveva ancora tolto abbastanza fiato:

E vieni a vivere con me un mondo atroce
vieni qua a sopportarne la follia.
Dammi figli e oscenità
e tenerezza e dignità
non ho mai amato nessuno come te. 

Bene, siamo solo al secondo pezzo, ti dici, mentre le luci finalmente si abbassano di nuovo e tu, cercando di fingere un ritocco al trucco, ti asciughi gli occhi.
I pezzi da "Fantasma" continuano, e sono una continua discesa e risalita degli Inferi dell'animo umano.
"Diorama" è di una crudeltà quasi tenera, mentre descrive certe vite vuote. Vuote, ma così vicine.

Io, che non ho giorni da sprecare, so i dolci posti dove andare.
Andrò al parco, a farmi passeggiare un po', 
che non ho cani a cui badare.
Ho davvero poche necessità.

Abbiamo davvero poche necessità.
Eppure, come vorremmo trovarlo, quel Diorama dove non esiste prima, né poi, dove il tempo non ci può far male, dove marcire in eterno con le nostre poche necessità.

In fondo, giace qui, ad libitum, la tua imbecillità.
"Monumentale" è un tragico ritratto della finitezza umana. Degli uomini che si disperano nei cimiteri e che si prosciugano la mente fra televisione, internet, dibattiti politici, talent show.
Per un giorno non studiare e non chattare, ma piuttosto stringi forte chi ti ama. 
Fra le mute tombe del Monumentale, trovi Dio, trovi Montale, in un'opaca infinità.
I cimiteri non danno pensieri.

A me piacciono i cimiteri, infatti. Ci vado a fare foto.

Il focus sull'umanità, sull'uomo e sull'umano continua ad allargarsi e a stringersi, canzone dopo canzone.

Noi non ci lasceremo mai, e, anche se fosse, sarà il Tempo, non sarà l'Eternità. 
E abbi cura un po' di te e trova un uomo onesto che ti voglia bene.
Scusa. 
Sto per attaccare.
Adesso.
Sì.
E la musica che ho scritto eccola qua, modellata su di te, sulle tue complessità.
E' per il finale della Temporalità, quando tutto cesserà. 
Guerra o pace, passerà.
Tu non la senti, non importa.
Ciò che conta è che mi pensi, qualche volta, 
che tu mangi, che non pianga,
e che non siano violentati dalla vita
-perché, tanto, è limitata-
i tuoi occhi. 

Rachele è indescrivibile. La sua voce è una lama dall'Abisso: ti apre in due, mandandoti in frantumi e facendo sì che tu ti ferisca con le tue stesse schegge.

Che cosa resta di noi, che scopiamo nel parcheggio?
Cosa resta di noi, un rottame di Volkswagen?
Il ricordo, si sa, trasfigura la Realtà
la verità se ne sta sulle stelle più lontane.
Ci rimane una città, un lavoro sempre uguale,
una canzone che fa sottofondo all'Indecifrabile.

Proprio questa siete andati a ripescare. Che precisione. Che tempismo. Che talento nel tradurre la nebulosa di pensieri che ho in testa.

Cosa rimane di noi,
ora che siamo amati, e odiati, e traditi,
e non c'è più limite?

Divellere. E' questo il verbo che si addice all'azione che compiono certe canzoni.

Che cosa resta degli anni passati ad adorarti?
Cosa resta di me, delle bocche che ho baciato in discoteca?
Che cosa ne è della nostra relazione?
Stupidi noi, che piangiamo disperati.
Che cosa resta dei sogni che avevamo nella testa?
La nostra esperienza a che cosa servirà?

Capisci da dove nascono i testi dei Baustelle quando scorgi lei passarsi due dita sugli occhi, alla fine di "L'aeroplano".

Sfreccia in cielo un aeroplano.
Io ti amo, e non ti penso mai.

Sono strani, i Baustelle. Perché ti regalano una strana forma di speranza, che nasce dopo che ti hanno sbriciolata. Sono un po' come David Foster Wallace [anche per il puro, meraviglioso, non-sense di certe immagini].
Ho atteso quella intro per mezzo concerto.
E, quando è iniziata, mi sono accorta che bisognava rendermi agonizzante per farmi ascoltare questa canzone così, con il sorriso, e il cellulare impegnato in una telefonata.

La morte non esiste più,
non parla più,
non vende più,
mio folle amore.
La vita non uccide più
i nostri baci
i nostri sogni
e le parole.

Come sai decifrare bene, Bianconi, i desideri di pace confusi di noi poveri uomini.

Stringimi le mani, non è niente, che la guerra passerà.

[Passerà, vero?]

"Il corvo Joe" è un tuffo in quell'estate in cui bevevamo caffè amarissimi, passeggiavamo lungo il fiume o sul lungolago, esplorando certi Baratri davvero neri, e ci scambiavamo pezzi di vita seduti al tavolino di un bar, o chattando a notte fonda.
Quanta vita contengono le canzoni? Quante canzoni contiene una vita?

Giorni in cui sembravi perduto, ed evocavi il passato,
giorni che telefonavi e mi lasciavi da sola a brancolare nel buio.
E dubitavi di me.
Siamo troppo avvezzi a stare male, 
a proteggerci dal Sole,
dalla radioattività.
Bisogna avere fede. Navigare nello spazio siderale. Presupporre l'aldilà.
Bsogna avere fede. Navigare nello spazio siderale. Superare l'aldilà.
Tanti stanchi simboli di troppo tempo fa. Oggi cambio pagina, chi vuole andare, va.
Bisogna avere fede ed esplorare ogni spazio siderale. Abolire l'aldilà.
Così ti stringo forte e grido "Amore".
Cerco il Bene nell'errore e l'Eterno nell'età.

[Mi piace l'amore disperato dei Baustelle.
Mi piace l'amore disperato.]

Bianconi è un meraviglioso dandy d'altri tempi. Teatrale, poetico, Romantico, strafottente a tratti. Prende in giro noi e i nostri piccoli, ma invalicabili, dolori, e al contempo ci consola come pochi altri.
"Fantasma" è davvero inquietante, come solo una panoramica sull'esistenza può essere. Dal vivo dà i brividi, complici anche le luci giocate magistralmente [la pelle d'oca durante "Conta' l'inverni" è degna di un incubo notturno, anche se a me ha ricordato un po' "Bianca" di Moretti].
Le tematiche affrontate sono quelle dei Baustelle cresciuti, con qualche anno in più rispetto ad "Amen", qualche cicatrice in più, qualche esperienza di vita in più: l'amore è onnipresente e sempre sofferto, ma a tratti ricoperto da un'inedita, fulgida, luminosità, molto vitale; il tempo, che passa, che rimane, che sprechiamo; la società, il sistema politico, la religione: sono cambiati i nomi, ma è angosciante notare come le situazioni da "Il regno animale" non siano mutate, e non per cecità di Bianconi; la letteratura, la filosofia, la storia: le citazioni non si contano.
Lo spettacolo è ideato per la rappresentazione in teatro. Si ascolta, ce lo si gode, lasciandocisi trapassare da lato a lato.
La tensione emotiva rimane ininterrotta per due ore. Per questo li ho definiti immensi, perché non è da tutti riuscire ad essere così empatici e artistici allo stesso tempo.

L'intero teatro è rimasto seduto per tutto lo spettacolo.
Fino ai saluti.
Francesco ha presentato la band, ci sono stati gli inchini di rito, il gruppo è uscito ringraziando, ricoperto da applausi.
E gli applausi non sono terminati una volta che le tende hanno inghiottito i musicisti.
Sono proseguiti per una decina di minuti, abbastanza per far bruciare i palmi delle mani.
Abbastanza per far rientrare i Baustelle.
Luci rosse, una magistrale "Charlie fa surf" in versione acustica.
All'inizio di "La guerra è finita", abbiamo mollato le sedie.
Mai stata così in prima fila. Le mani sul palco, la band a mezzo metro.
"Andarsene così" è stata una struggente e degna conclusione, con il gruppo a prendersi gli applausi e a conversare con il pubblico dal palco. A cinquanta centimetri, ripeto.
Posso dire di aver contato i peli bianchi della barba a Bianconi.

[Nel caso dovessero uscire delle foto ufficiali, sono la bionda con gli occhi lucidi che sussurra "Grazie" nel mezzo della folla urlante, di fronte a Francesco.]