Davvero, io ero una di quelle che non credeva all'amore - o, meglio, che adorava innamorarsi, ma non pensava di poter estendere quel sentimento folgorante nel tempo. Allo stesso modo, non credevo che avrei mai lasciato casa mia, il mio rifugio, quel bellissimo soffitto a travi che mi ha accolta quando me ne andavo in giro col cuscino sul sedile del passeggero. Ugualmente, non credevo che avrei dato la mia vita in pasto a qualcun altro, senza nemmeno pensarci, anzi, chiedendogli di farne tutto ciò che avesse desiderato, senza lasciarmi respiro o riposo, come se tutta la fiducia nel prossimo che non ho mai avuto si fosse concentrata su un unico individuo.
Eppure.
Stanno accadendo molte cose che mi rendono felice. C'è la casa, un nuovo mazzo di chiavi, il presente [soprattutto il presente, evviva il presente!, niente passato, niente futuri vaghi, vivere nel presente, che sollievo!], una famiglia i cui pezzi sembrano combaciare con armonia, certe amicizie distese, limpide, sincere, che se ci si augura il bene ce lo si augura per davvero, il lavoro [ho compiuto il mio primo anno da cuoca, a proposito!], quattro zampe grigie-quasi-blu, capitate quasi per caso, che quasi non escono dal sottoscala, il lievito madre da accudire, Penelope l'impastatrice, le lucine di Natale senza stagione, una foresta di cactus, i bigliettini di chi esce prima di casa al mattino, le bollette e le ricette ugualmente sparse sul tavolo, le gelide corse sul Lago al tramonto. Ogni tanto, lo ammetto, lui trova la foresta Amazzonica in formato fazzoletti sotto il mio cuscino, ma sono solo sporadici episodi di esondazione emotiva, qualche microfrattura nell'entusiasmo, una momentanea concrezione di fragilità, nulla di irreparabile.
Tutto mi è decisamente inspiegabile, come se non esistesse un filo logico da un anno fa ad oggi, come se tutto avesse contribuito, ma niente fosse stato la causa scatenante.
Eppure.
La vita, a volte, dimostra un vero talento a ripararsi e costruirsi, apparentemente da sé [ogni tanto penso che la mia, di vita, attendesse solo che la lasciassi libera di dispiegarsi a suo piacimento].
Semisfera all'arancia e caramello
Non ricordo quando, non ricordo dove, ho avvistato una glassa marmorizzata sul web. La sua immagine mi ha tartassato la mente per una quindicina di giorni, finché, una domenica pomeriggio, non ho deciso di lavorarci. Senza ricetta, ho azzardato qualche tentativo e, sebbene questa non mi sembri ancora perfetta, il risultato è il migliore al quale sono giunta.
Come spesso mi capita, costruisco un piatto da un suo componente - anche secondario, come in questo caso -: quindi, se la glassa dettava cioccolato bianco e caramello, per la semisfera ho utilizzato la base di namelaka che avevo già proposto qui, caramellando il cioccolato bianco con un metodo di Frédéric Bau e sostituendo il limone con l'arancia [cercavo, per la carta di Cucina 41, un dessert agrumato]. A voi la ricetta.
Namelaka
Ingredienti
200 g di latte intero
5 g di gelatina
360 g di cioccolato bianco
400 g di panna liquida fredda
100 g di spremuta di arancia filtrata
5 g di scorza di arancia
Procedimento
In un pentolino con il fondo spesso, sciogliere il cioccolato bianco, mescolando di continuo finché non acquista un bel colore ambrato [senza che si bruci].
Idratare la gelatina in acqua fredda e, intanto, portare a bollore il latte. Unire la gelatina al latte e versare il composto caldo sul cioccolato caramellato [potrebbe formare qualche grumo, mescolare fino a dissolverli il più possibile].
Passare il tutto al setaccio, aggiungere la panna fredda, la scorza e il succo di arancia. Lisciare con un minipimer e distribuire in stampi a semisfera in silicone. Mettere nel congelatore per almeno 10 ore.[Come base si può utilizzare un dischetto di sablé classica o alle mandorle]
Glassa
Ingredienti glassa al caramello
200 g di zucchero
150 g di acqua
10 g di gelatina
Procedimento
Reidratare la gelatina e, intanto, caramellare lo zucchero. Portare l'acqua a bollore, versarla piano sul caramello per diluirlo, sciogliervi la gelatina e passare il tutto al setaccio. Lasciar raffreddare.
Ingredienti glassa bianca
265 g di cioccolato bianco
4 g di gelatina
175 g di panna fresca
40 g di acqua
30 g di sciroppo di glucosio
Procedimento
Fondere il cioccolato al microonde o a bagnomaria. Reidratare la gelatina in acqua fredda, mentre in una casseruola si porta a bollore la panna, l'acqua e lo sciroppo di glucosio.
Quando il cioccolato è fuso, versarvi la panna lentamente e in tre riprese, cercando di ottenere un'emulsione lucida e omogenea. A questo punto, sciogliervi la gelatina, lisciare con il minipimer e tenere da parte.
Le glasse vanno utilizzare a una temperatura di circa 37°C.
Al momento di estrarre dal congelatore le semisfere, mescolare leggermente le due glasse, cercando di mantenere delle striature evidenti.
Disporre le semisfere su una griglia con una teglia sotto e glassarle. Lasciar colare la glassa in eccesso, porre in frigorifero fino a cinque minuti prima del servizio.
Arance candite
Con un pelapatate, togliere solamente la parte arancione della scorza delle arance. Affettarla sottilmente per il lungo, lasciarla bollire in acqua per 20-30 minuti.
Scolare le scorze e rimetterle nel pentolino coprendole completamente di acqua. Pesare l'acqua necessaria e aggiungere altrettanto zucchero. Candire le arance in questo sciroppo facendolo sobbollire per circa 60 minuti.
NB [soprattutto per Mavie (; ]: Dato che le scorze così affettate sono molto più piccole delle classiche scorzette d'arancia, il tempo di canditura è minore. Per ottenere, invece, le classiche orangettes candite, basterà tagliare a listarelle la scorza delle arance [anche con qualche mm di parte bianca], farle bollire in acqua per un'oretta [o finché non siano morbide] e, poi, in uno sciroppo 1:1 [uguale peso di acqua e zucchero] tre volte per trenta minuti, con una pausa di almeno un paio d'ore fra una bollitura e l'altra.
Una volta morbide e traslucide, si lasciano asciugare su una griglia per 24 ore, poi si passano nello zucchero semolato, si tuffano in una pozza di cioccolato fondente fuso, si mangiano così oppure si utilizzano in altre preparazioni.
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domenica 25 gennaio 2015
lunedì 22 settembre 2014
Cake con arachidi e caramello salato.
Ogni giorno penso di chiudere questo blog.
Ogni giorno penso di scriverci qualcosa.
Ogni giorn fu accettare una delle decine di proposte che mi sono state fatte perché ne esca un libro.
Ogni giorno penso di smettere di scrivere, di smettere di cucinare, di smettere.
Ogni giorno penso "ma cosa sto facendo?", quando alzo per un attimo lo sguardo dal tagliere e mi specchio nello sportello del forno e mi chiedo per la trecentesima volta se io sia davvero in grado di dedicare la mia vita a questo lavoro.
Ogni giorno penso di essere troppo sola e di stare troppo bene nella mia solitudine.
Ogni giorno penso a quanto, comunque, vi voglio bene, fratelli miei.
Ogni giorno penso di parlarti, di dimenticare tutto e indossare l'ennesimo abito largo per nascondere le ferite e fingere che non ci siano mai state, di fare pace, di coprire con una mano di bianco tutti questi anni, di scendere al compromesso di un civile accettare la tua esistenza nella mia vita.
Ogni giorno penso che, in fondo, le cose sono andate così perché non potevano andare altrimenti, che ognuno ha fatto del suo meglio, no?, ma è andata comunque così.
Ogni giorno penso che non potrò mai accettarlo, che io, semplicemente, non ce la faccio a darmi pace per tutti i buchi neri che esistono nel mio universo.
Ogni giorno penso di scriverti, di cercare di spiegare quanto mi faccia sinceramente male l'averti lasciata così, col silenzio e nel silenzio.
Ogni giorno penso che non devo e non posso sentirmi in colpa perché mi sono innamorata.
Ogni giorno penso che dovrei volermi bene, che anche se ora me ne voglio un po' di più rispetto prima non riesco ancora a trattarmi come una persona dovrebbe trattare se stessa.
Ogni giorno penso di essere di una banalità volgarissima, quando rincaso sapendo di aver corrisposto le aspettative di qualcuno.
Ogni giorno penso di essere unica e speciale, quando tu mi descrivi e quando le tue mani mi delineano.
Ogni giorno penso di essere geniale, per poi scoprire che altri mille hanno avuto la mia stessa idea, hanno dato la mia stessa interpretazione del mondo, hanno abbinato due ingredienti al mio stesso modo.
Ogni giorno penso che, forse, l'unico modo per risolvermi sarebbe resettarmi, ma non è possibile, e allora mi sembra di impazzire, nel più completo rifiuto di questo stato di cose.
Ogni giorno penso che dovrei scrivere qualcosa di più generale, indeterminato, nebuloso, metaforico, che non dovrei espormi così, che la gente non sa trattare con i pensieri nudi - come non sa trattare con la nudità dei corpi.
Circa una settimana fa ho visto questa torta al mascarpone da lei e mi è tornata, istantanea, la voglia di infornare qualcosa del genere, di tornare per un attimo ad essere quella che preparava la torta per la colazione, di abbandonare per un paio di ore la ricerca dell'ennesimo dessert al piatto.
Ricordavo di aver già infilato il mascarpone in qualche torta [capita che ne avanzi un po' dal classico tiramisù, no?], e il risultato ottenuto con la ricetta [leggermente modificata] di Barbara non ha deluso le mie aspettative: un cake soffice e per nulla asciutto, morbidissimo.
Volevo usare le arachidi per un primo piatto, e invece sono finite nel dolce: col caramello salato sono diaboliche.
"Ho preparato un cake che sa di... hai presente lo Snickers? Ecco. Ti aspetta per la colazione di domattina."
Fidanzato, papà e fratello se lo sono spazzolato.
*per il caramello salato: in una casseruola, fate caramellare 100 g di zucchero a secco, senza farlo scurire troppo; intanto, scaldate 200 ml di panna. Una volta ottenuto un caramello biondo, toglietelo dal fornello e versatevi a filo la panna bollente, facendo attenzione agli schizzi. Aggiungete 5 g di sale e continuate a mescolare fino a sciogliere gli eventuali grumi.
Ogni giorno penso di scriverci qualcosa.
Ogni giorn fu accettare una delle decine di proposte che mi sono state fatte perché ne esca un libro.
Ogni giorno penso di smettere di scrivere, di smettere di cucinare, di smettere.
Ogni giorno penso "ma cosa sto facendo?", quando alzo per un attimo lo sguardo dal tagliere e mi specchio nello sportello del forno e mi chiedo per la trecentesima volta se io sia davvero in grado di dedicare la mia vita a questo lavoro.
Ogni giorno penso di essere troppo sola e di stare troppo bene nella mia solitudine.
Ogni giorno penso a quanto, comunque, vi voglio bene, fratelli miei.
Ogni giorno penso di parlarti, di dimenticare tutto e indossare l'ennesimo abito largo per nascondere le ferite e fingere che non ci siano mai state, di fare pace, di coprire con una mano di bianco tutti questi anni, di scendere al compromesso di un civile accettare la tua esistenza nella mia vita.
Ogni giorno penso che, in fondo, le cose sono andate così perché non potevano andare altrimenti, che ognuno ha fatto del suo meglio, no?, ma è andata comunque così.
Ogni giorno penso che non potrò mai accettarlo, che io, semplicemente, non ce la faccio a darmi pace per tutti i buchi neri che esistono nel mio universo.
Ogni giorno penso di scriverti, di cercare di spiegare quanto mi faccia sinceramente male l'averti lasciata così, col silenzio e nel silenzio.
Ogni giorno penso che non devo e non posso sentirmi in colpa perché mi sono innamorata.
Ogni giorno penso che dovrei volermi bene, che anche se ora me ne voglio un po' di più rispetto prima non riesco ancora a trattarmi come una persona dovrebbe trattare se stessa.
Ogni giorno penso di essere di una banalità volgarissima, quando rincaso sapendo di aver corrisposto le aspettative di qualcuno.
Ogni giorno penso di essere unica e speciale, quando tu mi descrivi e quando le tue mani mi delineano.
Ogni giorno penso di essere geniale, per poi scoprire che altri mille hanno avuto la mia stessa idea, hanno dato la mia stessa interpretazione del mondo, hanno abbinato due ingredienti al mio stesso modo.
Ogni giorno penso che, forse, l'unico modo per risolvermi sarebbe resettarmi, ma non è possibile, e allora mi sembra di impazzire, nel più completo rifiuto di questo stato di cose.
Ogni giorno penso che dovrei scrivere qualcosa di più generale, indeterminato, nebuloso, metaforico, che non dovrei espormi così, che la gente non sa trattare con i pensieri nudi - come non sa trattare con la nudità dei corpi.
Ogni giorno penso che dovrei leggere di più.
Ogni giorno penso che dovrei tornare all'Università, laurearmi, fingermi realizzata con quattro ciuffi di alloro sulla testa.
Ogni giorno penso a tutti gli stereotipi in cui ho cercato di rientrare, senza mai riuscirci.
Ogni giorno penso a tutti i cibi che dovrei provare, a tutti i ristoranti dove dovrei cenare, a tutte le volte in cui lo chef mi cazzia perché non assaggio.
Ogni giorno penso di essere una povera illusa a credere di poter far convivere terrore e passione.
Ogni giorno penso di odiarti, perché non riesco a liberarmi di te, e ogni giorno penso che senza di te tutta questa dedizione non esisterebbe.
Ogni giorno penso a quanto sono diventata folle, a darti anche del tu.
Ogni giorno penso che non esiste alcun "qui" che sia per sempre, e va bene così.
Ogni giorno mi guardo allo specchio, occhi negli occhi, raddrizzo le sopracciglia, alzo il mento, mi raccolgo i capelli, cerco di costruirmi una sorta di fierezza per questa vita mia che è solo mia.
Ogni giorno provo, ogni giorno cado, ogni giorno mi rialzo.
Ogni giorno penso che vada tutto bene, ma che nulla sia semplice.
Ogni giorno penso che dovrei tornare all'Università, laurearmi, fingermi realizzata con quattro ciuffi di alloro sulla testa.
Ogni giorno penso a tutti gli stereotipi in cui ho cercato di rientrare, senza mai riuscirci.
Ogni giorno penso a tutti i cibi che dovrei provare, a tutti i ristoranti dove dovrei cenare, a tutte le volte in cui lo chef mi cazzia perché non assaggio.
Ogni giorno penso di essere una povera illusa a credere di poter far convivere terrore e passione.
Ogni giorno penso di odiarti, perché non riesco a liberarmi di te, e ogni giorno penso che senza di te tutta questa dedizione non esisterebbe.
Ogni giorno penso a quanto sono diventata folle, a darti anche del tu.
Ogni giorno penso che non esiste alcun "qui" che sia per sempre, e va bene così.
Ogni giorno mi guardo allo specchio, occhi negli occhi, raddrizzo le sopracciglia, alzo il mento, mi raccolgo i capelli, cerco di costruirmi una sorta di fierezza per questa vita mia che è solo mia.
Ogni giorno provo, ogni giorno cado, ogni giorno mi rialzo.
Ogni giorno penso che vada tutto bene, ma che nulla sia semplice.
CAKE CON ARACHIDI E CARAMELLO SALATO
Circa una settimana fa ho visto questa torta al mascarpone da lei e mi è tornata, istantanea, la voglia di infornare qualcosa del genere, di tornare per un attimo ad essere quella che preparava la torta per la colazione, di abbandonare per un paio di ore la ricerca dell'ennesimo dessert al piatto.
Ricordavo di aver già infilato il mascarpone in qualche torta [capita che ne avanzi un po' dal classico tiramisù, no?], e il risultato ottenuto con la ricetta [leggermente modificata] di Barbara non ha deluso le mie aspettative: un cake soffice e per nulla asciutto, morbidissimo.
Volevo usare le arachidi per un primo piatto, e invece sono finite nel dolce: col caramello salato sono diaboliche.
"Ho preparato un cake che sa di... hai presente lo Snickers? Ecco. Ti aspetta per la colazione di domattina."
Fidanzato, papà e fratello se lo sono spazzolato.
Ingredienti
400 g di farina 00
16 g di lievito per dolci
200 g di zucchero di canna
200 g di mascarpone
200 g di latte intero caldo
3 uova
caramello salato*
arachidi
Procedimento
Montate le uova con lo zucchero, fino al raddoppio di volume. Incorporate, un cucchiaio alla volta, il mascarpone. Aggiungete farina e lievito gradualmente, alternandoli con il latte. Mescolate fino a ottenere un impasto omogeneo.
Versate metà del composto in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato, distribuite un po' di caramello salato e un po' di arachidi, ricoprite con l'impasto rimanente, altro caramello e altre arachidi.
Mescolate leggermente con un cucchiaio, in modo che il cake risulti variegato.
Infornate per 30-40 minuti a 175°C.
16 g di lievito per dolci
200 g di zucchero di canna
200 g di mascarpone
200 g di latte intero caldo
3 uova
caramello salato*
arachidi
Procedimento
Montate le uova con lo zucchero, fino al raddoppio di volume. Incorporate, un cucchiaio alla volta, il mascarpone. Aggiungete farina e lievito gradualmente, alternandoli con il latte. Mescolate fino a ottenere un impasto omogeneo.
Versate metà del composto in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato, distribuite un po' di caramello salato e un po' di arachidi, ricoprite con l'impasto rimanente, altro caramello e altre arachidi.
Mescolate leggermente con un cucchiaio, in modo che il cake risulti variegato.
Infornate per 30-40 minuti a 175°C.
*per il caramello salato: in una casseruola, fate caramellare 100 g di zucchero a secco, senza farlo scurire troppo; intanto, scaldate 200 ml di panna. Una volta ottenuto un caramello biondo, toglietelo dal fornello e versatevi a filo la panna bollente, facendo attenzione agli schizzi. Aggiungete 5 g di sale e continuate a mescolare fino a sciogliere gli eventuali grumi.
mercoledì 11 dicembre 2013
50 boys, 50 lies, 50 I'm gonna change my mind's.
{NP}
Il tempo che perdo è direttamente proporzionale alla quantità di impegni che ho, nonostante arrivare a fine giornata con la metà [siamo ottimisti, dai] della to-do list spuntata mi deprima.
Sarà questo dicembre strano, con queste giornate lunghissime, ma dalla luce breve.
La trasparenza di certi cieli mi distrae, rimango ad osservare l'azzurro farsi arancione, rossastro, violetto, blu per quantità indefinibili di minuti. La trasparenza di certe conversazioni mi rapisce, la conoscenza di cristallo che si crea attraverso le parole, come il ghiaccio che ramifica sulla superficie di un lago, fino a diventare inaspettatamente sicuro. La trasparenza di certe attese, la lucidità tagliente dell'assenza, le folate del vento della Realtà che tolgono il fumo dagli occhi.
Forse, ho semplicemente troppo tempo libero [sono piena di cose da fare, eppure, riesco ancora ad annoiarmi, a lasciare che il pensiero s'infiltri nella concentrazione, facendo franare tutto, ad annodarmi con gli stessi fili che mi tengono in piedi e governano i miei movimenti].
Quindi, ecco che per correggere una cinquantina di foto ci metto giornate intere, e alla fine ne scarto i tre quarti. E quelle che sopravvivono le osservo fino allo sfinimento, il loro, fino a farle suicidare nel Cestino. E i post rimangono nelle bozze. E i documenti di Word si chiudono senza essere salvati.
Ascolto musica sconosciuta, scarico film mai visti, cerco di perdermi nel labirinto di Internet alla ricerca di Minotauri, all'una di notte rimango a fissare i titoli dei libri nella libreria.
Ho decisamente troppo tempo libero.
Vicissitudini personali a parte, ecco le ricette principali degli eventi delle scorse settimane.
Enjoy. (:
APPLE PIE
Per l'apple pie, potete consultare due ricette, già pubblicate:
- qui trovate il classico pie di mele, la ricetta infallibile per questo tipo di torte
- qui, invece, un pie di uva, ma il crust [ovvero il guscio] è simile a quello utilizzato per la torta di mele che qualcuno di voi ha assaggiato da Nina
Altrimenti, potete optare per una versione light, impastando: 400 g di farina integrale, 80 g di burro, 50 g di zucchero di canna e qualche cucchiaio d'acqua fredda [q.b. per raggiungere un impasto omogeneo e facilmente modellabile]; lavorate l'impasto molto velocemente, con mani fredde o un robot da cucina, lasciate riposare per almeno mezz'ora in frigorifero. Stendete 2/3 dell'impasto e usateli per foderare uno stampo da 18-20 cm, versate il ripieno [3 mele, una manciata di uvetta, 5-6 noci tritate grossolanamente, zucchero di canna a piacimento] e ricoprite con l'impasto rimasto. Praticate i classici fori per lasciar uscire il vapore creato dalla frutta in cottura, e cuocete per 40-50 minuti a 160°C.
CHAI CHEESECAKE CON CARAMELLO SALATO
A me, preparare cheesecakes, dà una soddisfazione immensa. E, mettendo un attimo da parte modestia e simili, credo che questa sia proprio la miglior cheesecake che abbia mai preparato: la crema è aromatizzata con le classiche spezie chai, il caramello salato bilancia la dolcezza generale, e s'accoppia alla perfezione con la punta di sale della base.
Per quanto riguarda la ricetta, sono partita da quella -celebre- di California Bakery, ho tolto un uovo e modificato qualche altra grammatura. A voi.
Ingredienti
Per il guscio
300 g di biscotti Digestive
80 g di burro fuso
un cucchiaio di miele
1/2 cucchiaino di cannella
1/2 cucchiaino di sale
Per la crema
400 g di robiola
350 g di ricotta passata al setaccio
50 g di yogurt greco naturale [va bene anche il classico intero bianco, ma usando quello greco rimarrà più compatto]
120 ml di panna fresca
200 g di zucchero di canna
3 uova grandi
un cucchiaio colmo di fecola/amido/maizena
i semi di mezzo baccello di vaniglia, 1/2 cucchiaino di cannella, una punta di chiodi di garofano macinati, una punta di zenzero in polvere, una punta di semi di cardamomo pestati, una macinata di pepe [preferibilmente bianco]
Per il caramello
155 g di zucchero
130 ml di panna fresca
20 g di burro
due pizzichi di sale [misurazioni scientifiche, I know...]
Procedimento
- Polverizzate i biscotti e mescolateli al burro, al miele, alla cannella e all sale. Utilizzate la pasta ottenuta per foderate uno stampo [il mio aveva un diametro di 22 cm] e mettete in frigorifero.
- Accendete il forno a 160°C.
- Amalgamate i formaggi con lo yogurt, la panna, lo zucchero, la fecola setacciata, le uova leggermente sbattute e le spezie.
- Riprendete lo stampo dal frigorifero e versate la crema di formaggi dentro al crust.
Infornate per un'ora.
Una volta rappreso [il tempo può variare da forno a forno], lasciate il dolce all'interno del forno spento [tenete uno spiraglio aperto con il manico di un cucchiaio di legno, o qualcosa di simile] fino a completo raffreddamento.
Mettete il cheesecake in frigorifero e fingete di dimenticarvene fino al giorno seguente.
- Al momento di servire, completate con il caramello.
Per il caramello: fate sciogliere in un pentolino a fondo spesso lo zucchero. Una volta raggiunto un colore leggermente ambrato [si scurirà dopo, non cuocetelo di più, altrimenti rimarrà amaro], versate la panna, facendo attenzione a non scottarvi con i possibili schizzi. Mescolate per sciogliere gli eventuali grumi, e completate con il burro e il sale. Il caramello è pronto quando ha raggiunto la consistenza di un miele fluido, diventerà più denso raffreddandosi.
Cosa succede se vi accorgete di aver rotto lo stampo a cerniera, nel momento in cui avete già annunciato la preparazione di un cheesecake? Be', lo mettete nello stampo rettangolare dei brownies, no?
[Le versioni fighette dei miei dolci nascono tutte per caso, che si sappia.]
Thanks to Marta Rizzato per aver scattato mentre la sottoscritta giocava col caramello.
Il tempo che perdo è direttamente proporzionale alla quantità di impegni che ho, nonostante arrivare a fine giornata con la metà [siamo ottimisti, dai] della to-do list spuntata mi deprima.
Sarà questo dicembre strano, con queste giornate lunghissime, ma dalla luce breve.
La trasparenza di certi cieli mi distrae, rimango ad osservare l'azzurro farsi arancione, rossastro, violetto, blu per quantità indefinibili di minuti. La trasparenza di certe conversazioni mi rapisce, la conoscenza di cristallo che si crea attraverso le parole, come il ghiaccio che ramifica sulla superficie di un lago, fino a diventare inaspettatamente sicuro. La trasparenza di certe attese, la lucidità tagliente dell'assenza, le folate del vento della Realtà che tolgono il fumo dagli occhi.
Forse, ho semplicemente troppo tempo libero [sono piena di cose da fare, eppure, riesco ancora ad annoiarmi, a lasciare che il pensiero s'infiltri nella concentrazione, facendo franare tutto, ad annodarmi con gli stessi fili che mi tengono in piedi e governano i miei movimenti].
Quindi, ecco che per correggere una cinquantina di foto ci metto giornate intere, e alla fine ne scarto i tre quarti. E quelle che sopravvivono le osservo fino allo sfinimento, il loro, fino a farle suicidare nel Cestino. E i post rimangono nelle bozze. E i documenti di Word si chiudono senza essere salvati.
Ascolto musica sconosciuta, scarico film mai visti, cerco di perdermi nel labirinto di Internet alla ricerca di Minotauri, all'una di notte rimango a fissare i titoli dei libri nella libreria.
Ho decisamente troppo tempo libero.
Vicissitudini personali a parte, ecco le ricette principali degli eventi delle scorse settimane.
Enjoy. (:
APPLE PIE
Per l'apple pie, potete consultare due ricette, già pubblicate:
- qui trovate il classico pie di mele, la ricetta infallibile per questo tipo di torte
- qui, invece, un pie di uva, ma il crust [ovvero il guscio] è simile a quello utilizzato per la torta di mele che qualcuno di voi ha assaggiato da Nina
Altrimenti, potete optare per una versione light, impastando: 400 g di farina integrale, 80 g di burro, 50 g di zucchero di canna e qualche cucchiaio d'acqua fredda [q.b. per raggiungere un impasto omogeneo e facilmente modellabile]; lavorate l'impasto molto velocemente, con mani fredde o un robot da cucina, lasciate riposare per almeno mezz'ora in frigorifero. Stendete 2/3 dell'impasto e usateli per foderare uno stampo da 18-20 cm, versate il ripieno [3 mele, una manciata di uvetta, 5-6 noci tritate grossolanamente, zucchero di canna a piacimento] e ricoprite con l'impasto rimasto. Praticate i classici fori per lasciar uscire il vapore creato dalla frutta in cottura, e cuocete per 40-50 minuti a 160°C.
CHAI CHEESECAKE CON CARAMELLO SALATO
A me, preparare cheesecakes, dà una soddisfazione immensa. E, mettendo un attimo da parte modestia e simili, credo che questa sia proprio la miglior cheesecake che abbia mai preparato: la crema è aromatizzata con le classiche spezie chai, il caramello salato bilancia la dolcezza generale, e s'accoppia alla perfezione con la punta di sale della base.
Per quanto riguarda la ricetta, sono partita da quella -celebre- di California Bakery, ho tolto un uovo e modificato qualche altra grammatura. A voi.
Ingredienti
Per il guscio
300 g di biscotti Digestive
80 g di burro fuso
un cucchiaio di miele
1/2 cucchiaino di cannella
1/2 cucchiaino di sale
Per la crema
400 g di robiola
350 g di ricotta passata al setaccio
50 g di yogurt greco naturale [va bene anche il classico intero bianco, ma usando quello greco rimarrà più compatto]
120 ml di panna fresca
200 g di zucchero di canna
3 uova grandi
un cucchiaio colmo di fecola/amido/maizena
i semi di mezzo baccello di vaniglia, 1/2 cucchiaino di cannella, una punta di chiodi di garofano macinati, una punta di zenzero in polvere, una punta di semi di cardamomo pestati, una macinata di pepe [preferibilmente bianco]
Per il caramello
155 g di zucchero
130 ml di panna fresca
20 g di burro
due pizzichi di sale [misurazioni scientifiche, I know...]
Procedimento
- Polverizzate i biscotti e mescolateli al burro, al miele, alla cannella e all sale. Utilizzate la pasta ottenuta per foderate uno stampo [il mio aveva un diametro di 22 cm] e mettete in frigorifero.
- Accendete il forno a 160°C.
- Amalgamate i formaggi con lo yogurt, la panna, lo zucchero, la fecola setacciata, le uova leggermente sbattute e le spezie.
- Riprendete lo stampo dal frigorifero e versate la crema di formaggi dentro al crust.
Infornate per un'ora.
Una volta rappreso [il tempo può variare da forno a forno], lasciate il dolce all'interno del forno spento [tenete uno spiraglio aperto con il manico di un cucchiaio di legno, o qualcosa di simile] fino a completo raffreddamento.
Mettete il cheesecake in frigorifero e fingete di dimenticarvene fino al giorno seguente.
- Al momento di servire, completate con il caramello.
Per il caramello: fate sciogliere in un pentolino a fondo spesso lo zucchero. Una volta raggiunto un colore leggermente ambrato [si scurirà dopo, non cuocetelo di più, altrimenti rimarrà amaro], versate la panna, facendo attenzione a non scottarvi con i possibili schizzi. Mescolate per sciogliere gli eventuali grumi, e completate con il burro e il sale. Il caramello è pronto quando ha raggiunto la consistenza di un miele fluido, diventerà più denso raffreddandosi.
[Le versioni fighette dei miei dolci nascono tutte per caso, che si sappia.]
Thanks to Marta Rizzato per aver scattato mentre la sottoscritta giocava col caramello.
CAKE AL CACAO E ARANCIA
- Uhm... it's like these pies and cakes: at the end of every night, the cheesecake and the apple pie are always completely gone, the peach cobbler and the chocolate mousse cake are nearly finished, but there's always a whole blueberry pie left untouched.
- So what's wrong with the blueberry pie?
- There's nothing wrong with the blueberry pie. Just... people make other choices. You can't blame the blueberry pie, just... no one wants it.
Preparare cheesecakes e torte di mele significa avere la vittoria in tasca, il più delle volte. Infatti, la vera sfida, per me, è sempre la blueberry pie di turno, il dolce che nessuno si fila, anche quando è più interessante dei due più popolari.
Questa volta, il ruolo della blueberry pie è capitato a un cake nero e arancione. Con l'unica differenza che ne sono rimaste solamente le briciole.
L'aroma di cacao è intenso, la consistenza morbida e umida, il profumo di arancia assolutamente percepibile. Nessuna traccia di latticini, esecuzione semplicissima.
Il trucco è quello comprovato dell'acqua bollente [se ancora non l'avete provato, questo cake potrebbe essere l'occasione giusta], ho banalmente sostituito l'acqua con la spremuta d'arancia. L'olio d'oliva trovo stia benissimo con gli agrumi, ma potete anche utilizzare qualsiasi altro olio di origine vegetale.
Preparare cheesecakes e torte di mele significa avere la vittoria in tasca, il più delle volte. Infatti, la vera sfida, per me, è sempre la blueberry pie di turno, il dolce che nessuno si fila, anche quando è più interessante dei due più popolari.
Questa volta, il ruolo della blueberry pie è capitato a un cake nero e arancione. Con l'unica differenza che ne sono rimaste solamente le briciole.
L'aroma di cacao è intenso, la consistenza morbida e umida, il profumo di arancia assolutamente percepibile. Nessuna traccia di latticini, esecuzione semplicissima.
Il trucco è quello comprovato dell'acqua bollente [se ancora non l'avete provato, questo cake potrebbe essere l'occasione giusta], ho banalmente sostituito l'acqua con la spremuta d'arancia. L'olio d'oliva trovo stia benissimo con gli agrumi, ma potete anche utilizzare qualsiasi altro olio di origine vegetale.
Ingredienti
250 g di farina bianca 00
120 g di cacao amaro di ottima qualità
225 g di zucchero
8 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
una punta di cannella
scorza di un'arancia
250 g di spremuta d'arancia
75 g di olio evo leggero
2 uova
Per la "glassa": il succo e la scorza di due arance, due cucchiai di zucchero
250 g di farina bianca 00
120 g di cacao amaro di ottima qualità
225 g di zucchero
8 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
una punta di cannella
scorza di un'arancia
250 g di spremuta d'arancia
75 g di olio evo leggero
2 uova
Per la "glassa": il succo e la scorza di due arance, due cucchiai di zucchero
Procedimento
Accendete il forno a 180°C.
In un pentolino scaldare il succo d'arancia, finché non sfiora il bollore.
Mescolate da una parte gli ingredienti secchi, dall'altra quelli liquidi [ad eccezione del succo d'arancia]. Uniteli e aggiungete la spremuta bollente, senza mescolare troppo.
Versate l'impasto in uno stampo da plumcake e infornate per 25-40 minuti [prova stecchino].
Lasciate raffreddare.
Nel frattempo, sempre in un pentolino, fate sciogliere lo zucchero con il succo delle arance. Lasciate ridurre in po'.
Sformate il cake, bucherellatelo senza pietà con uno stuzzicadenti e ricopritelo con lo sciroppo e le scorzette d'arancia.
Accendete il forno a 180°C.
In un pentolino scaldare il succo d'arancia, finché non sfiora il bollore.
Mescolate da una parte gli ingredienti secchi, dall'altra quelli liquidi [ad eccezione del succo d'arancia]. Uniteli e aggiungete la spremuta bollente, senza mescolare troppo.
Versate l'impasto in uno stampo da plumcake e infornate per 25-40 minuti [prova stecchino].
Lasciate raffreddare.
Nel frattempo, sempre in un pentolino, fate sciogliere lo zucchero con il succo delle arance. Lasciate ridurre in po'.
Sformate il cake, bucherellatelo senza pietà con uno stuzzicadenti e ricopritelo con lo sciroppo e le scorzette d'arancia.
!
Nel caso abbiate curiosità rispetto agli altri piatti preparati da me che avete assaggiato, potete scrivermi a questo indirizzo: agnesenegrini@gmail.com
Nel caso abbiate curiosità rispetto agli altri piatti preparati da me che avete assaggiato, potete scrivermi a questo indirizzo: agnesenegrini@gmail.com
I feel like
Agnese,
agrumi,
cake,
cannella,
caramello,
cheesecake,
chocolate,
colazione,
comfort food,
frutta,
intolleranze,
life,
spezie,
torte morbide
venerdì 19 ottobre 2012
Trasparenza
Accade, di non aver voglia di scrivere nulla, vero?
Accade, di voler aspettare che le cose accadano, prima di spiegarle, vero?
Accade, di rimanere col fiato sospeso, attraverso i giorni, vero?
Accade un po' tutto. E un po' niente.
Come quando osservi un acquario e posi le dita su quel vetro. E percepisci la vita, al di là. La vedi, la guardi, la studi, la ammiri. Eppure rimane al di là di quella parete impermeabile e indistruttibile, ma trasparente.
La trasparenza è diabolica.
Procediamo per contrasti, come sempre. E ad un'introduzione forse un po' fredda e distante [ma non distaccata], facciamo seguire il comfort food per eccellenza: l'apple crumble. In monoporzione, per giunta.
Da gustarsi col cucchiaino, godendosi, fra le briciole e le mele, l'altalenarsi di croccantezza e morbidezza., mentre la cocotte ancora tiepida riscalda le mani.
Accade, di voler aspettare che le cose accadano, prima di spiegarle, vero?
Accade, di rimanere col fiato sospeso, attraverso i giorni, vero?
Accade un po' tutto. E un po' niente.
Come quando osservi un acquario e posi le dita su quel vetro. E percepisci la vita, al di là. La vedi, la guardi, la studi, la ammiri. Eppure rimane al di là di quella parete impermeabile e indistruttibile, ma trasparente.
La trasparenza è diabolica.
Procediamo per contrasti, come sempre. E ad un'introduzione forse un po' fredda e distante [ma non distaccata], facciamo seguire il comfort food per eccellenza: l'apple crumble. In monoporzione, per giunta.
Da gustarsi col cucchiaino, godendosi, fra le briciole e le mele, l'altalenarsi di croccantezza e morbidezza., mentre la cocotte ancora tiepida riscalda le mani.
Ho aggiunto alla ricetta classica una manciata di avena, tostata e caramellata in padella, per dare un sentore di nocciola al tutto. Il resto è semplice in modo quasi imbarazzante, come ogni comfort food che si rispetti.
APPLE CRUMBLE
Ingredienti
170 g di farina [per me 50 e 50 fra farina bianca e integrale, ma una volta ne ho provata una versione con quella di grano saraceno che non era per niente male...]
30 g di cruschello d'avena*
80 g di burro ben freddo
qualche cucchiaio d'acqua gelida
una manciata di avena
zucchero di canna q.b.
un pizzico di sale
tre mele piuttosto grandi
una spolverata di cannella
un chiodo di garofano sbriciolato
zucchero di canna, eventualmente
Procedimento
In una padella, far tostare l'avena. Aggiungere poi 1-2 cucchiai di zucchero e lasciare caramellare [volendo, si può lasciare sciogliere insieme allo zucchero anche una nocciola di burro, così, giusto per non farsi mancare nulla ;) ]
Intanto, accendere il forno sui 180°C.
Nel mixer, preparare le briciole unendo il burro, la farina, il cruschello e il sale [se necessario aggiungere l'acqua]. Azionare alla massima velocità, ma a scatti, in modo da non creare un impasto omogeneo, ma, piuttosto, le classiche briciolone da crumble.
Intanto, accendere il forno sui 180°C.
Nel mixer, preparare le briciole unendo il burro, la farina, il cruschello e il sale [se necessario aggiungere l'acqua]. Azionare alla massima velocità, ma a scatti, in modo da non creare un impasto omogeneo, ma, piuttosto, le classiche briciolone da crumble.
Mettere in frigo.
Pulire e tagliare a tocchetti le mele, mescolarle alle spezie e allo zucchero, se si vuole. Dividerle nelle cocotte [si può utilizzare anche un unico stampo]. Riprendere le briciole in frigo, mescolarvi insieme velocemente l'avena, e distribuirle sulle male. Volendo si può concludere con qualche fiocchetto di burro e una crosticina di zucchero di canna.
Infornare per 25-35 minuti [45-50 per un unico stampo], finché la copertura non sarà dorata e si vedranno le mele "ribollire" al di sotto.
Infornare per 25-35 minuti [45-50 per un unico stampo], finché la copertura non sarà dorata e si vedranno le mele "ribollire" al di sotto.
Servire tiepido. Sempre ottima l'abbinata con del gelato o dello yogurt greco, magari con una colata di miele [di castagno, perché no?].
* Se ne parlava con Vaniglia qui, dell'utilizzo del cruschello in cucina, soprattutto nei crumble.
Dà un tocco di croccantezza in più, oltre a un tocco di ruvidità che, in questo tipo di dolci, sta sempre bene.
Dà un tocco di croccantezza in più, oltre a un tocco di ruvidità che, in questo tipo di dolci, sta sempre bene.
sabato 22 settembre 2012
Mangami
A volte ho davvero l'impressione che il tempo si dilati, si sfaldi, si sfilacci fra le mie giornate.
L'ultima settimana mi è sembrata lunghissima, da vivere. Eppure, eccoci, è di nuovo venerdì.
Venerdì scorso arrivava la tempesta. Ora devo socchiudere gli occhi, nel puntarli al cielo, a causa dell'intensità della luce del sole.
E se, da una parte, ho imparato [ormai da un po'] a non credere alla stabilità degli stati d'animo, delle emozioni, dei sorrisi, della luce, dall'altra, devo ancora apprendere pienamente che nemmeno le lacrime e il buio sono eterni e incorruttibili.
"It can't rain all the time", si diceva in un film. Eppure, come può sembrare definitiva la pioggia.
La salvezza sta sempre nelle persone. Che siano Persone, però.
Lo ribadisco, a me più che a voi.
Persone.
Ho questa settimana lunghissima tutta addosso, scusate se sono un po' ermetica.
Ma, come sempre, qualcuno riuscirà a leggere fra le righe.
E, mentre leggerà, saprà esattamente che tutto questo vorticare confuso di parole non è altro che un modo, come sempre maldestro, per dire "grazie". Certi "grazie" sono troppo intensi per essere fermati su una pagina. Certi "grazie" vorrei dirli con gli occhi, più che con le parole.
Ci sarà modo e tempo, anche per questo.
Per ora, ci sono gli ultimi manghi [esiste il plurale di mango? Illuminatemi!] da acciuffare.
[Come cambio discorso io, nessuno.]
La vostra eroina è ormai una professionista dello spaccio clandestino di frutta.
Bastano due parole con la proprietaria della mia gelateria di fiducia, per ritrovarmi con un kg di ottimi frutti rossi, a un prezzo ragionevole.
Fra una chiacchiera e l'altra, mi faccio offrire uva fragola personalmente raccolta.
E mi è sufficiente andare a cena nel ristorantino preferito per tornare a casa con due manghi maturi e saporiti.
Così è successo, un paio di settimane fa.
[Del ristorantino in questione vedrò di parlarvi presto, con accurata descrizione del Tany, del suo cognac alla pera, del suo divino passito, del carpaccio di baccalà con pepe rosa e lime, del godurioso club sandwich, dei dolci che non sai mai quale scegliere e finisce sempre che li provi tutti, e di tutto il resto. Ne parleremo.]
L'amore fra me e il mango è nato anni fa. Ho capito che sarebbe stato il frutto della mia vita quando mi ha punto la lingua con la sua nota pepata finale. Da allora, nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo.
E il Tany, quando mi ha fatto assaggiare quel tiramisù al mango, ha ridestato, nel tempo di un cucchiaino, la mia passione per l'esotico frutto.
Parlando del più e del meno, poi, non so come ma mi sono ritrovata con due manghi da portare a casa. E quindi eccoci qui.
Il dolce al cucchiaio di oggi è nato dopo quasi ventiquattrore di intense elucubrazioni davanti a quei due manghi, che mi fissavano un po' preoccupati della loro sorte, non lo nego.
Uno di loro ha fatto la fine che già avevo premeditato: metà mangiato al naturale, e metà "sorbettato" [con il mio metodo eretico e barbaro, quello che, se proprio volete, trovate qui.]
L'altro è stato per metà frullato e unito a una vellutata crema pasticcera, e per la metà restante flambato al ritmo di "Ti flambo il mango" [perla della sottoscritta durante un elogio al mango intavolato fra un cucchiaino e l'altro del sopracitato tiramisù].
Il risultato è una crema che unisce la golosità della crema pasticcera alla freschezza della polpa del mango. Fra un cucchiaino e l'altro, poi, spuntano cubetti del frutto avvolti da un velo di rhum e zucchero di canna, caramellato a fiamma viva.
"Non so tu, ma io ti mango."
[Questa, invece, è di Marta, via Twitter -qui, il suo profilo-]
CREMA AL MANGO
Ingredienti
Per la crema pasticcera
500 ml di latte fresco intero
4 tuorli [oppure, 2 uova intere*]
90 g di zucchero
i semi di una bacca di vaniglia
40 g di maizena
un grosso mango maturo
rhum e zucchero di canna, q.b.
Procedimento
Preparare innanzitutto la crema pasticcera. Scaldare il latte in un pentolino con la stecca di vaniglia, aperta a metà, e i suoi semini, evitando di far raggiungere il bollore. Spegnere il fuoco e lasciare la vaniglia in infusione per circa 30 minuti, in modo che il latte assimili tutto l'aroma.
Nel frattempo, in una ciotola a parte, sbattere i tuorli [o le uova intere] con lo zucchero. Unire anche la maizena setacciata.
Togliere la bacca di vaniglia dal latte e versarlo, a filo, nel composto di uova.
Rimettere la crema sul fornello e cuocere fino ad addensamento completato.
[A questo punto, se proprio volete fare una cosa bellissima, prendete un cucchiaino di burro e scioglietelo nella crema, mescolando. Lucidità e morbidezza saranno inequiparabili.]
Frullare la polpa di mezzo mango, e unirla alla crema pasticcera. Dividerla poi nei bicchierini.
Tagliare il mango restante a cubetti. Metterlo in una padella con due cucchiai di zucchero e lasciar caramellare a fuoco basso. Quando lo zucchero è completamente sciolto, aggiungere il rhum.
Flambare inclinando leggermente il padellino, finché l'alcol non s'incendia.
Disporre i cubetti di mango sulle creme [ero partita col tentativo di fare qualcosa di ordinato ed elegante, ma poi l'entropia ha, come al solito prevalso, e quindi una montagna di mango è franata nella crema pasticcera mangata -si dirà?-, magari voi potete attenervi a un'idea di pasticceria vagamente più raffinata e presentabile].
*Mi confermo l'eretica di cui sopra dicendovi che ho preparato la crema pasticcera utilizzando anche gli albumi. Dovendo aggiungere un frutto frullato [liquido, quindi], necessitavo di una crema più consistente, quindi, non volendo compromettere la freschezza del dolce, ho preferito sostituire due tuorli con gli albumi, senza aumentare la maizena.
Il risultato è stato molto soddisfacente, direi che è una variante da tenere in considerazione, soprattutto qualora si vogliano tagliare calorie, colesterolo & co.
Bene, post come al solito assurdo e dalla confusione imperante. Fortunatamente ho qualcosa di serio con cui riscattarmi. Vi ricordate il blog di Valeria, di cui avevamo parlato qui?
Proprio qualche giorno fa, su quelle pagine, è uscita la prima ricetta made in Food Therapy.
Nel caso vi venga, dopo esservi divorati quattro manghi, un'improvvisa voglia di zucchine, potete con entusiasmo lanciarvi su questo link.
Ora direi che porto me stessa a letto. O, perlomeno, lontano da una tastiera :)
L'ultima settimana mi è sembrata lunghissima, da vivere. Eppure, eccoci, è di nuovo venerdì.
Venerdì scorso arrivava la tempesta. Ora devo socchiudere gli occhi, nel puntarli al cielo, a causa dell'intensità della luce del sole.
E se, da una parte, ho imparato [ormai da un po'] a non credere alla stabilità degli stati d'animo, delle emozioni, dei sorrisi, della luce, dall'altra, devo ancora apprendere pienamente che nemmeno le lacrime e il buio sono eterni e incorruttibili.
"It can't rain all the time", si diceva in un film. Eppure, come può sembrare definitiva la pioggia.
La salvezza sta sempre nelle persone. Che siano Persone, però.
Lo ribadisco, a me più che a voi.
Persone.
Ho questa settimana lunghissima tutta addosso, scusate se sono un po' ermetica.
Ma, come sempre, qualcuno riuscirà a leggere fra le righe.
E, mentre leggerà, saprà esattamente che tutto questo vorticare confuso di parole non è altro che un modo, come sempre maldestro, per dire "grazie". Certi "grazie" sono troppo intensi per essere fermati su una pagina. Certi "grazie" vorrei dirli con gli occhi, più che con le parole.
Ci sarà modo e tempo, anche per questo.
Per ora, ci sono gli ultimi manghi [esiste il plurale di mango? Illuminatemi!] da acciuffare.
[Come cambio discorso io, nessuno.]
La vostra eroina è ormai una professionista dello spaccio clandestino di frutta.
Bastano due parole con la proprietaria della mia gelateria di fiducia, per ritrovarmi con un kg di ottimi frutti rossi, a un prezzo ragionevole.
Fra una chiacchiera e l'altra, mi faccio offrire uva fragola personalmente raccolta.
E mi è sufficiente andare a cena nel ristorantino preferito per tornare a casa con due manghi maturi e saporiti.
Così è successo, un paio di settimane fa.
[Del ristorantino in questione vedrò di parlarvi presto, con accurata descrizione del Tany, del suo cognac alla pera, del suo divino passito, del carpaccio di baccalà con pepe rosa e lime, del godurioso club sandwich, dei dolci che non sai mai quale scegliere e finisce sempre che li provi tutti, e di tutto il resto. Ne parleremo.]
L'amore fra me e il mango è nato anni fa. Ho capito che sarebbe stato il frutto della mia vita quando mi ha punto la lingua con la sua nota pepata finale. Da allora, nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo.
E il Tany, quando mi ha fatto assaggiare quel tiramisù al mango, ha ridestato, nel tempo di un cucchiaino, la mia passione per l'esotico frutto.
Parlando del più e del meno, poi, non so come ma mi sono ritrovata con due manghi da portare a casa. E quindi eccoci qui.
Il dolce al cucchiaio di oggi è nato dopo quasi ventiquattrore di intense elucubrazioni davanti a quei due manghi, che mi fissavano un po' preoccupati della loro sorte, non lo nego.
Uno di loro ha fatto la fine che già avevo premeditato: metà mangiato al naturale, e metà "sorbettato" [con il mio metodo eretico e barbaro, quello che, se proprio volete, trovate qui.]
L'altro è stato per metà frullato e unito a una vellutata crema pasticcera, e per la metà restante flambato al ritmo di "Ti flambo il mango" [perla della sottoscritta durante un elogio al mango intavolato fra un cucchiaino e l'altro del sopracitato tiramisù].
Il risultato è una crema che unisce la golosità della crema pasticcera alla freschezza della polpa del mango. Fra un cucchiaino e l'altro, poi, spuntano cubetti del frutto avvolti da un velo di rhum e zucchero di canna, caramellato a fiamma viva.
"Non so tu, ma io ti mango."
[Questa, invece, è di Marta, via Twitter -qui, il suo profilo-]
CREMA AL MANGO
Ingredienti
Per la crema pasticcera
500 ml di latte fresco intero
4 tuorli [oppure, 2 uova intere*]
90 g di zucchero
i semi di una bacca di vaniglia
40 g di maizena
un grosso mango maturo
rhum e zucchero di canna, q.b.
Procedimento
Preparare innanzitutto la crema pasticcera. Scaldare il latte in un pentolino con la stecca di vaniglia, aperta a metà, e i suoi semini, evitando di far raggiungere il bollore. Spegnere il fuoco e lasciare la vaniglia in infusione per circa 30 minuti, in modo che il latte assimili tutto l'aroma.
Nel frattempo, in una ciotola a parte, sbattere i tuorli [o le uova intere] con lo zucchero. Unire anche la maizena setacciata.
Togliere la bacca di vaniglia dal latte e versarlo, a filo, nel composto di uova.
Rimettere la crema sul fornello e cuocere fino ad addensamento completato.
[A questo punto, se proprio volete fare una cosa bellissima, prendete un cucchiaino di burro e scioglietelo nella crema, mescolando. Lucidità e morbidezza saranno inequiparabili.]
Frullare la polpa di mezzo mango, e unirla alla crema pasticcera. Dividerla poi nei bicchierini.
Tagliare il mango restante a cubetti. Metterlo in una padella con due cucchiai di zucchero e lasciar caramellare a fuoco basso. Quando lo zucchero è completamente sciolto, aggiungere il rhum.
Flambare inclinando leggermente il padellino, finché l'alcol non s'incendia.
Disporre i cubetti di mango sulle creme [ero partita col tentativo di fare qualcosa di ordinato ed elegante, ma poi l'entropia ha, come al solito prevalso, e quindi una montagna di mango è franata nella crema pasticcera mangata -si dirà?-, magari voi potete attenervi a un'idea di pasticceria vagamente più raffinata e presentabile].
*Mi confermo l'eretica di cui sopra dicendovi che ho preparato la crema pasticcera utilizzando anche gli albumi. Dovendo aggiungere un frutto frullato [liquido, quindi], necessitavo di una crema più consistente, quindi, non volendo compromettere la freschezza del dolce, ho preferito sostituire due tuorli con gli albumi, senza aumentare la maizena.
Il risultato è stato molto soddisfacente, direi che è una variante da tenere in considerazione, soprattutto qualora si vogliano tagliare calorie, colesterolo & co.
Bene, post come al solito assurdo e dalla confusione imperante. Fortunatamente ho qualcosa di serio con cui riscattarmi. Vi ricordate il blog di Valeria, di cui avevamo parlato qui?
Proprio qualche giorno fa, su quelle pagine, è uscita la prima ricetta made in Food Therapy.
Nel caso vi venga, dopo esservi divorati quattro manghi, un'improvvisa voglia di zucchine, potete con entusiasmo lanciarvi su questo link.
Ora direi che porto me stessa a letto. O, perlomeno, lontano da una tastiera :)
martedì 11 settembre 2012
L'innocenza di una crema alla vaniglia
Oggi parliamo di crème brûlèe.
Chi mi segue su Instagram e su Twitter sa già, fin troppo bene, cosa io pensi di questo capolavoro della pasticceria [lo diciamo fuori dai denti? E diciamolo fuori dai denti, qui].
Perché è un capolavoro, inutile negarlo. Un geniale capolavoro. Un diabolico capolavoro [Fermatemi. Doveva essere un post breve e sintetico, ricordo a me stessa]. Perché non può che essere stata una mente diabolica, ad aver pensato a quella crosticina di caramello, quella brunita sfoglia da rompere con la punta del cucchiaino. Un tac deciso, e si apre una crepa nello specchio di zucchero bruciato. E quella crepa non è altro che l'inizio, l'inizio di quella voluttuosa perdizione che è l'immergersi nella crema inglese sottostante, cucchiaino dopo cucchiaino, scheggia di caramello dopo caramello, fino a ripulire con chirurgica precisione il fondo della cocotte [o bicchierino, o coppetta, o terrina, o quello che volete, insomma.].
La storia di questa crème si fa, per tradizione, risalire a un libro di cucina francese del lontano 1691 [come facevano prima, senza? Che tristezza.] In realtà, un'altra tradizione la vorrebbe di origini inglesi: al francofono "crème brûlèe" si dovrebbe sostituire un più english-friendly "burnt cream", che ci riporterebbe a una crema alla vaniglia, la cui superficie veniva cosparsa di zucchero perché poi fosse possibile "bruciarla", appunto, con il marchio arroventato del Trinity College [quelli di Cambridge ne sapevano, in fatto di comunicazione, non c'è che dire].
Digressioni storiche-glicemiche a parte, la crème brûlèe resta uno dei dolci al cucchiaio più soddisfacenti.
Questa volta, per non rimanere troppo sul classico [ché se non stravolgo qualche ricetta tradizionale non sono contenta], ho deciso di ricoprire il fondo dei bicchierini per la crème con una composta di lamponi freschi, biologici, appena raccolti, buonissimi, superbi, insomma [la mia frutta ha sempre un'autostima altissima].
Il risultato? Come descrivervelo... immaginate: rompete la crosta di caramello, scivolate nella crema alla vaniglia, assaporate questo morbido-croccante, questo dolce punteggiato, qua e là, dai tocchi leggermente amari dello zucchero caramellato, per poi scoprire, in fondo, la nota acidula e fresca del lampone.
Ho reso l'idea? ;)
Buona crème brûlèe a tutti.
Togliere il baccello e versare panna e latte, a filo, nelle uova.
Rimettere il tutto sul fornello, e cuocere [a fuoco bassissimo e sempre mescolando] finché la crema non sia ben soda.
Schiacciare i lamponi con una forchetta [magari lasciandone qualcuno intero, come ho fatto io], zuccherate la "composta" a piacere e versatela sul fondo dei bicchierini.
Aggiungete la crema, livellate bene la superficie, e lasciate raffreddare.
Al momento di servire, cospargete le superfici delle creme con lo zucchero di canna, e caramellate con l'apposito strumento [o con il grill del forno].

Chi mi segue su Instagram e su Twitter sa già, fin troppo bene, cosa io pensi di questo capolavoro della pasticceria [lo diciamo fuori dai denti? E diciamolo fuori dai denti, qui].
Perché è un capolavoro, inutile negarlo. Un geniale capolavoro. Un diabolico capolavoro [Fermatemi. Doveva essere un post breve e sintetico, ricordo a me stessa]. Perché non può che essere stata una mente diabolica, ad aver pensato a quella crosticina di caramello, quella brunita sfoglia da rompere con la punta del cucchiaino. Un tac deciso, e si apre una crepa nello specchio di zucchero bruciato. E quella crepa non è altro che l'inizio, l'inizio di quella voluttuosa perdizione che è l'immergersi nella crema inglese sottostante, cucchiaino dopo cucchiaino, scheggia di caramello dopo caramello, fino a ripulire con chirurgica precisione il fondo della cocotte [o bicchierino, o coppetta, o terrina, o quello che volete, insomma.].
La storia di questa crème si fa, per tradizione, risalire a un libro di cucina francese del lontano 1691 [come facevano prima, senza? Che tristezza.] In realtà, un'altra tradizione la vorrebbe di origini inglesi: al francofono "crème brûlèe" si dovrebbe sostituire un più english-friendly "burnt cream", che ci riporterebbe a una crema alla vaniglia, la cui superficie veniva cosparsa di zucchero perché poi fosse possibile "bruciarla", appunto, con il marchio arroventato del Trinity College [quelli di Cambridge ne sapevano, in fatto di comunicazione, non c'è che dire].
Digressioni storiche-glicemiche a parte, la crème brûlèe resta uno dei dolci al cucchiaio più soddisfacenti.
Questa volta, per non rimanere troppo sul classico [ché se non stravolgo qualche ricetta tradizionale non sono contenta], ho deciso di ricoprire il fondo dei bicchierini per la crème con una composta di lamponi freschi, biologici, appena raccolti, buonissimi, superbi, insomma [la mia frutta ha sempre un'autostima altissima].
Il risultato? Come descrivervelo... immaginate: rompete la crosta di caramello, scivolate nella crema alla vaniglia, assaporate questo morbido-croccante, questo dolce punteggiato, qua e là, dai tocchi leggermente amari dello zucchero caramellato, per poi scoprire, in fondo, la nota acidula e fresca del lampone.
Ho reso l'idea? ;)
Buona crème brûlèe a tutti.
Ingredienti
250 ml di latte intero
250 ml di panna fresca [o 500 ml di panna, o 500 ml di latte]
4 tuorli d'uovo
100 g di zucchero
un baccello di vaniglia
un cucchiaio di maizena [o altro amido]*
zucchero di canna per il caramello in superficie
lamponi freschi
zucchero a piacere
Procedimento
Scaldare a fuoco dolce la panna e il latte con la vaniglia [sia i semini, prelevati, sia il baccello].
A parte, sbattere i tuorli con lo zucchero. Aggiungere al composto di uova la maizena setacciata.Togliere il baccello e versare panna e latte, a filo, nelle uova.
Rimettere il tutto sul fornello, e cuocere [a fuoco bassissimo e sempre mescolando] finché la crema non sia ben soda.
Schiacciare i lamponi con una forchetta [magari lasciandone qualcuno intero, come ho fatto io], zuccherate la "composta" a piacere e versatela sul fondo dei bicchierini.
Aggiungete la crema, livellate bene la superficie, e lasciate raffreddare.
Al momento di servire, cospargete le superfici delle creme con lo zucchero di canna, e caramellate con l'apposito strumento [o con il grill del forno].
*volendo evitare il passaggio in forno, ho aggiunto dell'amido perché la crema si rassodasse sufficientemente con la cottura sul fornello, senza necessitare, quindi, il bagnomaria

sabato 4 dicembre 2010
Proust aveva le madeleines...
(English below)
… io ho la caramel fudge cake!
Per comprendere il parallelismo dobbiamo tornare a quando un'Agnese bambina diceva rigorosamente no a qualsivoglia tipo di caramelle. Non è che non mi piacessero, le trovavo semplicemente poco entusiasmanti: zucchero colorato e aromatizzato, bah. Certo ero strana già da bambina :D
Una tipologia di caramelle faceva però eccezione: golose caramelle mou avvolte in una carta rossa dai profili gialli, firmate da un nome azzurro intenso. Le adoravo. Mi affascinavano molto di più dei classici confetti colorati perchè avevano un gusto tondo e un po' enigmatico... dolce, ma con un sottofondo amaro e con quell'aroma di vaniglia...
Ecco, quelle sono state le caramelle della mia infanzia. Non ne ero comunque una mangiatrice professionista, ma se mi ritrovavo davanti un sacchetto di caramelle la mia scelta ricadeva sicuramente su quelle.
Quando ho visto questa torta da Genny, quindi, un campanello ha iniziato a trillarmi in testa.
Che avesse quel sapore?
Mi sono sentita in dovere di verificare ;)
Capita che certe ricette colpiscano così, immediatamente, e che saltino con spudorata nonchalance tutte le altre ricette che attendono pazientemente nella to do list per atterrare direttamente nel forno, in tempo record.
Ricetta letta, ricetta fatta, torta mangiata.
È lei.
L'aroma è lo stesso, se non ancora più coinvolgente. Il profumo è quello della vaniglia e della panna. La consistenza è meravigliosa: compatta e scioglievole grazie al mou all'interno dell'impasto. Il colore è stupendo: ambra scura.
L'ho assaggiata e nella mia mente hanno iniziato a scorrere immagini della mia scuola materna, del grembiulino col colletto bianco, delle altalene di legno nel cortile, delle sedie in legno formato mignon, delle maestre, dei nomi di noi bambini abbinati a un animale di un certo colore a seconda del gruppo...
La mia madeleine.
Non è difficile, bisogna solo porre un po' di attenzione nelle fasi iniziali, quelle di preparazione del caramello (per la cronaca: la sottoscritta ha sempre avuto un pessimo rapporto con il sopracitato composto; storie di pentolini irrecuperabili, di creme caramel che si sono rassegnati a rimanere semplici budini alla vaniglia, di croccanti risolti in hg di zucchero rimasto sabbioso... e via discorrendo. Ma ora ho trovato il metodo infallibile per ottenere il caramello perfetto, leggete la ricetta :), per il resto è come cucinare una normale torta.
Quella di Genny era più alta e all'apparenza più soffice, io ho optato per uno stampo di maggiori dimensioni e per una cottura meno prolungata: volevo provare a ottenere una consistenza tipo “fudge”. Esperimento riuscito ;)
A casa è piaciuta parecchio, mio fratello ha però puntualizzato (so che leggi e per questo uso questo verbo ;p) che delle scaglie di cioccolato fondente non avrebbero stonato. In effetti anche secondo me potrebbero starci davvero bene. Next time.
Eccovi la ricetta, provatela.
CARAMEL FUDGE CAKE
250 g di farina
200 g di zucchero
200 ml di panna UHT (Genny ne mette 125, sostituendo con essa la creme fraiche che prevedeva la ricetta originale, di Tessa Kiros; io ne ho usati 200 ritoccando però la dose di burro in modo da mantenere le proporzioni di materia grassa)
125 ml di latte fresco intero
80 g di burro
3 uova
una stecca di vaniglia
6 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
Preriscaldare il forno a 180°C. Imburrare e cospargere di zucchero* uno stampo.
Mettere in un pentolino panna, latte e burro, porre con la stecca di vaniglia aperta per il lungo su un fuoco dolce, in modo che il burro si fonda senza scaldarsi però eccessivamente mentre si prepara il caramello.
Far arroventare un pentolino (fondo non antiaderente, altrimenti non caramella!). Quando è ben caldo, versare lo zucchero. Non mescolarlo finchè non si vedranno i bordi iniziare a sciogliersi e caramellarsi. A quel punto far roteare il pentolino. Quando almeno la metà dello zucchero è caramellato si può iniziare a mescolare con un cucchiaio di legno, finchè non è completamente sciolto e ha assunto un colore biondo scuro.
Versare il latte con la panna e il burro sciolto (togliere la stecca di vaniglia!) sul caramello. Il composto potrebbe rapprendersi: non preoccupatevi, basterà rimetterlo sul fuoco perchè si sciolga nuovamente. Quando il mou ha assunto un aspetto omogeneo versarlo in una terrina e lasciar raffreddare.
Aggiungere un uovo alla volta, facendoli assorbire ad uno ad uno con una frusta.
Per ultimi aggiungere farina, sale e lievito, setacciati.
Versare nello stampo e infornare per 30 minuti.
Come servirlo? Io l'ho assaggiata a colazione col latte gelido (mmmmh) e a merenda così com'è (foto per l'appunto scattata in una pausa dolce durante la sistemazione degli appunti di storia economica). Consiglio però di servirla tiepida con del gelato alla vaniglia...
* Ultimamente quando preparo torte dal colore scuro cospargo lo stampo con lo zucchero, così da evitare quelle antiestetiche chiazze bianche una volta sformato. In più lo zucchero in cottura forma quella crosticina...
-------------------------------------------------
English version:
This is a very particular cake with a special ingredient: caramel mou! It's very good, especially for the dense thickness and the warm vanilla flavour.
It has reminded me of some mou candies that I used to eat when I was a child. They're very similar.
CARAMEL FUDGE CAKE
250 g of white flour
200 g of sugar
200 ml of cooking cream
125 ml of milk
80 g of butter
3 eggs
vanilla flavour
6 g of baking powder
salt
Preheat the oven up to 180°C.
In a pot, heat the milk, the cooking cream and the butter with the vanilla flavour.
In an another pot prepare a caramel with the sugar.
Mix the caramel with the milk, the cooking cream and the butter.
In a bowl mix add to the mou one egg: when it is completely absorbed add another one and so on.
In the end, add the powders.
Put the preparation into a cake tin. Bake for 30 minutes.
I think it could be fantastic if served with vanilla ice cream.
… io ho la caramel fudge cake!
Per comprendere il parallelismo dobbiamo tornare a quando un'Agnese bambina diceva rigorosamente no a qualsivoglia tipo di caramelle. Non è che non mi piacessero, le trovavo semplicemente poco entusiasmanti: zucchero colorato e aromatizzato, bah. Certo ero strana già da bambina :D
Una tipologia di caramelle faceva però eccezione: golose caramelle mou avvolte in una carta rossa dai profili gialli, firmate da un nome azzurro intenso. Le adoravo. Mi affascinavano molto di più dei classici confetti colorati perchè avevano un gusto tondo e un po' enigmatico... dolce, ma con un sottofondo amaro e con quell'aroma di vaniglia...
Ecco, quelle sono state le caramelle della mia infanzia. Non ne ero comunque una mangiatrice professionista, ma se mi ritrovavo davanti un sacchetto di caramelle la mia scelta ricadeva sicuramente su quelle.
Quando ho visto questa torta da Genny, quindi, un campanello ha iniziato a trillarmi in testa.
Che avesse quel sapore?
Mi sono sentita in dovere di verificare ;)
Capita che certe ricette colpiscano così, immediatamente, e che saltino con spudorata nonchalance tutte le altre ricette che attendono pazientemente nella to do list per atterrare direttamente nel forno, in tempo record.
Ricetta letta, ricetta fatta, torta mangiata.
È lei.
L'aroma è lo stesso, se non ancora più coinvolgente. Il profumo è quello della vaniglia e della panna. La consistenza è meravigliosa: compatta e scioglievole grazie al mou all'interno dell'impasto. Il colore è stupendo: ambra scura.
L'ho assaggiata e nella mia mente hanno iniziato a scorrere immagini della mia scuola materna, del grembiulino col colletto bianco, delle altalene di legno nel cortile, delle sedie in legno formato mignon, delle maestre, dei nomi di noi bambini abbinati a un animale di un certo colore a seconda del gruppo...
La mia madeleine.
Non è difficile, bisogna solo porre un po' di attenzione nelle fasi iniziali, quelle di preparazione del caramello (per la cronaca: la sottoscritta ha sempre avuto un pessimo rapporto con il sopracitato composto; storie di pentolini irrecuperabili, di creme caramel che si sono rassegnati a rimanere semplici budini alla vaniglia, di croccanti risolti in hg di zucchero rimasto sabbioso... e via discorrendo. Ma ora ho trovato il metodo infallibile per ottenere il caramello perfetto, leggete la ricetta :), per il resto è come cucinare una normale torta.
Quella di Genny era più alta e all'apparenza più soffice, io ho optato per uno stampo di maggiori dimensioni e per una cottura meno prolungata: volevo provare a ottenere una consistenza tipo “fudge”. Esperimento riuscito ;)
A casa è piaciuta parecchio, mio fratello ha però puntualizzato (so che leggi e per questo uso questo verbo ;p) che delle scaglie di cioccolato fondente non avrebbero stonato. In effetti anche secondo me potrebbero starci davvero bene. Next time.
Eccovi la ricetta, provatela.
CARAMEL FUDGE CAKE
- INGREDIENTI
250 g di farina
200 g di zucchero
200 ml di panna UHT (Genny ne mette 125, sostituendo con essa la creme fraiche che prevedeva la ricetta originale, di Tessa Kiros; io ne ho usati 200 ritoccando però la dose di burro in modo da mantenere le proporzioni di materia grassa)
125 ml di latte fresco intero
80 g di burro
3 uova
una stecca di vaniglia
6 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
- PREPARAZIONE
Preriscaldare il forno a 180°C. Imburrare e cospargere di zucchero* uno stampo.
Mettere in un pentolino panna, latte e burro, porre con la stecca di vaniglia aperta per il lungo su un fuoco dolce, in modo che il burro si fonda senza scaldarsi però eccessivamente mentre si prepara il caramello.
Far arroventare un pentolino (fondo non antiaderente, altrimenti non caramella!). Quando è ben caldo, versare lo zucchero. Non mescolarlo finchè non si vedranno i bordi iniziare a sciogliersi e caramellarsi. A quel punto far roteare il pentolino. Quando almeno la metà dello zucchero è caramellato si può iniziare a mescolare con un cucchiaio di legno, finchè non è completamente sciolto e ha assunto un colore biondo scuro.
Versare il latte con la panna e il burro sciolto (togliere la stecca di vaniglia!) sul caramello. Il composto potrebbe rapprendersi: non preoccupatevi, basterà rimetterlo sul fuoco perchè si sciolga nuovamente. Quando il mou ha assunto un aspetto omogeneo versarlo in una terrina e lasciar raffreddare.
Aggiungere un uovo alla volta, facendoli assorbire ad uno ad uno con una frusta.
Per ultimi aggiungere farina, sale e lievito, setacciati.
Versare nello stampo e infornare per 30 minuti.
Come servirlo? Io l'ho assaggiata a colazione col latte gelido (mmmmh) e a merenda così com'è (foto per l'appunto scattata in una pausa dolce durante la sistemazione degli appunti di storia economica). Consiglio però di servirla tiepida con del gelato alla vaniglia...
* Ultimamente quando preparo torte dal colore scuro cospargo lo stampo con lo zucchero, così da evitare quelle antiestetiche chiazze bianche una volta sformato. In più lo zucchero in cottura forma quella crosticina...
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English version:
This is a very particular cake with a special ingredient: caramel mou! It's very good, especially for the dense thickness and the warm vanilla flavour.
It has reminded me of some mou candies that I used to eat when I was a child. They're very similar.
CARAMEL FUDGE CAKE
- INGREDIENTS
250 g of white flour
200 g of sugar
200 ml of cooking cream
125 ml of milk
80 g of butter
3 eggs
vanilla flavour
6 g of baking powder
salt
- METHOD
Preheat the oven up to 180°C.
In a pot, heat the milk, the cooking cream and the butter with the vanilla flavour.
In an another pot prepare a caramel with the sugar.
Mix the caramel with the milk, the cooking cream and the butter.
In a bowl mix add to the mou one egg: when it is completely absorbed add another one and so on.
In the end, add the powders.
Put the preparation into a cake tin. Bake for 30 minutes.
I think it could be fantastic if served with vanilla ice cream.
I feel like
caramello,
torte morbide
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