Visualizzazione post con etichetta desserts. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta desserts. Mostra tutti i post

sabato 13 settembre 2014

#lecenedelmercoledì, un risotto e una pavlova.

Ricordo un pomeriggio, doveva essere attorno agli inizi di marzo, durante il quale stavo facendo una camminata ossigenante con un collega, approfittando di un'oretta di pausa fra un turno e l'altro in cucina.
Passeggiavamo appena fuori città, fra gli alberi ancora spogli di un sentiero costeggiante un campo. Il sole iniziava ad essere tiepido, si stava tranquillamente in maglione e jeans.
Chiacchieravamo di cucina - ma dai? - e di cuochi, quando, all'improvviso, mi sono voltata verso di lui e, con tutta l'euforia di una fanatica, anche saltellando un po', ho esclamato: - Dai, facciamo il mestiere più bello del mondo! Non trovi?
Lui ha ridacchiato: - Aspetta, vedrai fra qualche anno...
Ma, in fondo, credo lo pensasse anche lui.

Un simile picco di entusiasmo mi è capitato anche qualche sera fa, durante i titoli di coda dell'ennesimo film ambientato in una cucina ["Chef", quello di Jon Favreau, ma anche quello di Daniel Cohen è molto carino].
Ho chiuso il pc, mi sono rotolata sul letto, ho lanciato gli occhi sul soffitto, spalancato le braccia, e sospirato, felice.
Quanto amo il mio lavoro, penso di aver detto.

Forse, tutto sta nel realizzare che il cibo non è e non può essere solamente nutrimento. Non può ricoprire un ruolo semplicemente pratico.
Non saremo mai scevri da pensieri ed emozioni nello schiudere le labbra dinnanzi a una forchetta, a un cucchiaio, a un cucchiaino, a due dita che trattengono un boccone.
Il cibo ha una componente psicologica troppo forte [basti pensare a tutte le perversioni cui può giungere il rapporto con esso] perché possa essere ignorata.
E io, ogni volta che me ne ricordo, mi sento una privilegiata a poter cucinare per qualcuno, a poterlo appagare con qualcosa preparato da me. E il privilegio è uguale alla responsabilità del decidere del pasto di una persona: niente mi fa mantenere la concentrazione in cucina come pensare a quanto mi metta di cattivo umore mangiare male [così come poche altre cose mi lasciano un ricordo felice come un'ottima cena].
Dico di fare il mestiere più bello del mondo perché ho capito la potenzialità del cibo, e se ogni sera in cui mi metto ai fornelli si conclude con qualcuno che mi ringrazia, sorridente, per la cena, vado a dormire decisamente soddisfatta.
E, poi, cucinare è un gioco infinito e stare in cucina è quanto di più spossante e divertente ci sia ["divertente" non vuol dire "non-serio": ho sempre ammirato chi riuscisse a godersela senza perdere di professionalità, e io spero di arrivare al punto in cui sarò bravina, ma senza aver perso l'entusiasmo]. Ad esempio, ieri sera ho fatto il mio primo venerdì da sola e, se all'inizio ero nel panico, sommersa da comande e con tutti i fuochi occupati, a fine servizio il mio unico pensiero era "Dai, rifacciamolo", da quanta adrenalina avevo in corpo.
Forse hanno ragione quelli che dicono che se fai il lavoro che ami, non lavorerai un solo giorno della tua vita.

Certo, cucinare per i clienti è soddisfacente, ma mai quanto cucinare con qualcuno che sia più di un numero. Fra i momenti della settimana che preferisco ci sono #lecenedelmercoledì [sì, ci siamo inventati anche l'hashtag, perché siamo una famiglia di social-stressati], con Padre e Fratello.
E' incredibile come la famiglia diventi importante quando non è più una convivenza necessaria. E loro, d'altra parte, sono le mie cavie preferite.

Ho pensato di rubare due minuti alla cena per scattare qualche foto, perché - è assurdo - ma cucinando sempre al ristorante [facciamo che non vi racconto delle mie cene stanche e imbarazzanti di quando sono a casa da sola], di materiale per il blog ne ho davvero poco.
La luce è quella che è, i piatti magari non sono perfetti, ma visto il successo che hanno riscosso ho pensato di buttare giù un post.


RISOTTO AI PORRI E BOTTARGA, CON OLIVE, CAPPERI E LIMONE

Spesso sfrutto parenti o amici per sperimentare procedimenti o abbinamenti che voglio provare.
Alla base di questo piatto c'è del porro fondente [porri lasciati cuocere per ore, in pratica], in contrappasso alla loro dolcezza c'è la mia adorata bottarga [ho degli ingredienti-feticcio e la bottarga è uno di questi, al momento], usata sia in mantecatura che come spolverata finale, e la sapidita di capperi e acciughe arrostiti in forno [volevo farne una polvere, ma poi ho pensato che ci sarebbe stata già la bottarga grattugiata, non volevo sembrasse tutto troppo uniforme]. Infine, qualche scorzetta di limone, per l'acidità - e perché metterei scorza di limone ovunque, ammettiamolo.
L'ho mantecato all'olio, perché mi sembrava che il burro stonasse un po' in mezzo a questi ingredienti. L'unico consiglio che posso darvi è quello di tenere la bottiglia dell'olio in frigo, in modo che sia ben freddo: sarà più semplice.
Perdonate le dosi un po' approssimative.



Ingredienti [per 2]

200 g di riso [scegliete il vostro preferito per i risotti, ma che ve lo dico a fare?]
1 porro
50 g circa di bottarga di muggine grattugiata
un cucchiaio di olive taggiasche
un cucchiaio di frutti del cappero
1-2 scorze di limone
olio evo

Procedimento

Affettate sottilmente il porro, mettetelo in una casseruola con un paio di cucchiaio di olio e lasciatelo stufare per 2-3 ore, a fuoco bassissimo [in caso di necessità aggiungete poca acqua].
Quando sarà completamente sfaldato, frullatelo col minipimer.

Dividete a metà capperi e olive, asciugateli fra due pezzi di carta assorbente, disponeteli su una teglia rivestita di carta forno e fate arrostire in forno a 100°C per circa 2 ore.

Usate il porro come fondo per il risotto [io non ho aggiunto olio]: fatelo rosolare leggermente, tostateci il riso finché diventi traslucido e procedete con la cottura [io ho usato della semplice acqua mantenuta a bollore, ma se avete un buon brodo usate pure quello].
Mantecate con metà della bottarga grattugiata e l'olio freddo di frigo.
Servite con le olive, i capperi, la scorza di limone a julienne e la bottarga restante.




PAVLOVA CON SUSINE E POLLINE

Non ho mai amato meringhe e meringate, poi ho scoperto le pavlove, con la loro cascata di frutta fresca e acida, e me ne sono innamorata.
Questa volta l'ho proposta con delle susine fatte leggermente caramellare in uno sciroppo di melograno [Andy, non ti ringrazierò mai abbastanza per avermelo portato dall'Azerbaijan ] e del polline [così, l'ho visto sulla scaffale e ho pensato di aggiungerlo, ma devo ammettere che la leggera punta di amaro-mieloso ci sta anche bene, oltre al fatto che è bellissimo].
Per qualche minuto, a tavola è calato il silenzio, mentre i cucchiaini affondavano nella panna grondante di frutta e sciroppo, incontravano lo scudo di meringa e poi, rompendolo, scivolavano nel cuore morbido e cedevole [la meringa della pavlova non dev'essere completamente asciutta].
Ah, forse manca di contrasto cromatico, ma non mi è spiaciuto questo semplice sovrapporsi di ori e bianchi.



Ingredienti

120 g di albumi a temperatura ambiente
240 g di zucchero semolato finissimo [passatelo un attimo al mixer, nel caso]

250 g di panna montata [non zuccherata, ma a voi la scelta]

3 susine
1 cucchiaio di zucchero di canna
2 cucchiai di sciroppo di melograno [facoltativo]

polline

Procedimento

Montate gli albumi, aggiungendo gradualmente lo zucchero quando iniziano ad essere spumosi. Quando avete ottenuto una meringa lucida e compatta, distribuitela su una placca da forno [ovviamente rivestita] in più porzioni, ricavando una conca al centro di ognuna.
Cuocete in forno a 90°C-100°C per circa un'ora [le meringhe devono staccarsi dalla carta, ma senza essere totalmente asciutte: picchiettate il fondo, quando è cotto, ma l'interno non suona vuoto, sono pronte].

In un padellino, cuocete brevemente le susine affettate con lo zucchero e lo sciroppo di melograno.

Al momento del servizio, ponete una meringa su ogni piatto, ricopritela con un paio di cucchiaiate di panna, lasciateci scivolare sopra un po' di susine col loro sciroppo, completate con una spolverata di polline.

venerdì 24 maggio 2013

Moelleux di ricotta, con miele e fragole | Nothing is real and nothing to get hung about


- Sono qui. Salgo? Scendi? Vado via?
Sali. Ti sento chiudere la porta d'ingresso, sotto, con quel tonfo metallico e pesante. Allungo la mano verso l'altra sedia, prendo la felpa e la indosso, dimenandomi in quel labirinto di maniche e colletto e cappuccio e stoffa spessa calda blu. Cerco di farmi una coda, ma niente, annodo i capelli in uno chignon disordinato. Mi alzo, vado ad appoggiarmi alla parete a fianco della porta. In quell'istante entri tu. Per un attimo la porta aperta ti nasconde, poi, quando la richiudi, compari. E hai quel tuo sorriso che, in realtà, è più una smorfia tragica, quella di quando mi vieni a recuperare.
Ti avvicini.
- Allora, che succede?-, chiedi a voce bassa.
Succede che, dai, abbracciami, non farmi queste domande, tanto lo sai, quello che succede, succede che sono io, succede che siamo ancora là, a sei mesi fa, a sei anni fa, succede che, guardami, ho quasi ventidue anni e non so badare a me stessa, mi perdo senza nemmeno uscire di casa, guardami, cado rimanendo seduta. Succede che, dai, fammi restare un po' immobile, ti prego, mi incastro fra le tue braccia così riesco a rimanere ferma, guarda, così non crollo nemmeno.
- Non sparire-, mi dici, con le labbra sulla mia clavicola sinistra.
Non rispondo, mentre gioco con il colletto della tua tee, percorrendolo col dito, ipnotizzata da quella sorta di corda di cotone, dove i polpastrelli fanno i funamboli.
Salto dalla maglia alla tua pelle, forse la realtà s'è nascosta là sotto, fra le tue vertebre e sui tuoi nei. Dal colletto, ora, esce solo il mio polso, stritolato dall'elastico per i capelli, troppo stretto.
C'è un punto, dietro le mie pupille, che si sta riempiendo di spilli, cerco di ignorarli, fuggo nel calore che sale dalla tua schiena.
- Ehi...
Ehi. Tre lettere e quegli spilli impazziscono, partono alla carica, mi sfondano la cornea.
Fuori c'è il temporale, puntuale come ogni pomeriggio, puntuale come i miei piccoli, ma irrisolvibili, crolli quotidiani.
Dieci minuti lì, a farci sostenere dal muro, col citofono contro la tempia, quasi fosse una pistola, e la luce bianca e verde degli alberi e delle nuvole che entra dalle finestre.
Ti guardo. I tuoi occhi verdi. Le tue ciglia trasparenti.
- Ho sotto la tua maglia.-, mormoro, così, una frase inutile perché dirti che ho bisogno di te non mi riesce.
Ci stacchiamo dal muro, cambiamo stanza. Rimaniamo un po' in silenzio, un po' parliamo.
Trascorre mezz'ora. Mi convinci a uscire. Mi porti fuori, fuori da me.

Nothing is real and nothing to get hung about.



MOELLEUX CON RICOTTA, MIELE E FRAGOLE [ricetta di Mon petit bistrot, liberamente stravolta]

Immaginate una cheesecake senza la base di biscotti e aggiungeteci delle fragole fresche, l'aroma del miele, la scorza di limone appena grattata, un po' di vaniglia. Tutto qui. 


Ingredienti [per uno stampo da 18 cm di diametro]400 g di ricotta [meglio se di pecora]
3 uova
50-70 g di miele [scegliete voi il grado di dolcezza, anche in base al tipo di miele che utilizzate]
50 g di fecola di patate / amido di mais
la scorza di un limone bio
un cucchiaino di estratto di vaniglia

una decina di fragole ben mature

burro e zucchero q.b.

Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Dividete gli albumi dai tuorli, e montate a neve i primi, con un pizzico di sale.
A parte, mescolate la ricotta con il miele, la fecola, i tuorli, la scorza di limone e l'estratto di vaniglia.
Aggiungete gli albumi, in più riprese e mescolando dall'alto verso il basso, per non smontarli.
Versate il composto nello stampo imburrato e inzuccherato. Disponete sulla superficie le fragole, pulite e affettate. Infornate per 45-50 minuti [uno stecchino, infilato nel centro, deve emergerne pulito].
Lasciate raffreddare. 
E' più buono il giorno dopo, soprattutto se ha trascorso la notte in frigo.


mercoledì 22 maggio 2013

Pavlova | Crema pasticcera edition

Da qualche parte nel cervello devo essermi tatuata la celebre:
Ever tried.
Ever failed.
No matter.
Try again.
Fail again.
Fail better.
Ma anche: farcela, farcela un'altra volta, farcela meglio.
Ovvero, storia di una pavlova che da "buona" è diventata "strepitosa".

Vi rimando al post di qualche mese fa per la storia e le vicissitudini celate dietro questo dolce dal nome buffo, che a me continua a ricordare il suono di spatolate di panna montata lasciate cadere su una superficie.
Forse proprio per disinnescare questa sorta di onomatopea, ho preparato una pavlova senza panna. A volte la cucina manca di logica: mio caro chef Sachse, mi spiega che cosa dovrei farne, io, dei tuorli che avanzano dalla meringa? Una frittata giallo colesterolo?
Ecco quindi dove è finita la crema pasticcera del precedente post.
Il risultato è davvero convincente: molto più avvolgente della versione con panna, oltre al fatto che fragole e frutti di bosco, abbinati alla pasticcera, sono qualcosa di cui potrei tranquillamente vivere, senza avvertire la mancanza di altro.
Il gioco di contrasti rimane immutato, un cucchiaino racchiude un caleidoscopio di sensazioni gustative: il fresco acidulo e succoso dei piccoli frutti, la cremosità arrotondata dalla vaniglia, le briciole croccanti del guscio di meringa.


PAVLOVA | CREMA PASTICCERA EDITION

Ingredienti
meringa francese
crema pasticcera
fragole e frutti di bosco [o altra frutta acidula]

Procedimento
Preriscaldate il forno a 100°C.
Preparate la meringa e formate dei piccoli nidi su una teglia rivestita da carta forno.
Infornate per circa un'ora, finché i gusci non si staccheranno facilmente dal fondo. Lasciate raffreddare i gusci nel forno spento.
Poco prima di servire i dolci, riempite l'incavo di ogni meringa con qualche cucchiaio di crema pasticcera. Completate con la frutta.


L'unico dubbio che mi sorge è: si può ancora chiamare "pavlova"? A voi l'ardua sentenza.

lunedì 12 novembre 2012

Satisfaction is the new dessert

Domenica, ore 13.30. Piove, fa freddo, la riproduzione casuale dell'iPod suggerisce canzoni deprimenti, la macchina si appanna, non vuole scaldarsi, c'è traffico.
Ovviamente, sono in ritardo.
Ho dieci minuti -contati- per fare la spesa, e ne passo più della metà a insultare mentalmente i sacchetti di plastica del reparto ortofrutta: possibile che qualcuno non abbia ancora inventato un metodo efficace e rapido per aprire quelle buste poco collaborative?
C'è anche coda alle casse. Meglio, ho tutto il tempo di farmi sommergere dalla sensazione di aver dimenticato qualcosa. Certo, ho fatto la lista della spesa. Peccato l'abbia dimenticata in macchina.
Grazie, arrivederci, quanto ti odio sacchetto in mater bi, almeno facciano le scatole dagli angoli smussati, che poi sono così belli, però mai come gli spigoli, gli spigoli battono tutti gli angoli smussati, soprattutto nel lacerare i sacchetti di mater bi.
[Non vado d'accordo con i sacchetti in generale, sembrerebbe. Qualcuno direbbe che ho difficoltà a tenere unite le diverse parti, a contenerle, a trasportarle senza disperderle.]
Pioggia, freddo e traffico persistono anche dopo la spesa lampo. Anche l'iPod continua la sua accurata scelta. Canticchio ferma a un semaforo.
Le rose lisergiche, le sere a sbranarsi, con me non devi essere niente, non ti preoccupare, che tornino a scoppiare, ma dal ridere, a crepare, ma dal ridere, addio, aspettami, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, portami a vederle.
Mi arriva un sms e penso che ogni tanto è davvero molto rassicurante non essere l'unica in ritardo.
Il semaforo diventa verde, tocca ai Nirvana e io riparto senza ascoltare la canzone, distratta dal ricordo di "Venuto al mondo", guardato l'altra sera. Cosa devono aver vissuto certe persone, per scrivere libri del genere, mi chiedo. Penso a quei capelli striati di rosso. Penso a come si distruggano vite, alla ricerca di qualcosa. Penso a come ci si distrugga, amandosi disperatamente.
[Intanto, faccio scorrere avanti e indietro la barretta del piercing al trago fatto ieri. Non guarirà mai, se continuo a giocarci, lo so. Forse lo faccio apposta.]
Penso a Camus, all'Assurdo, a noi uomini, all'ironia, all'ironia della vita, alla vita.
Interrompo il flusso di ragionamenti, ridendo di me stessa. La vita, la vita, siamo tutti dei grandi filosofi, sì, certo. 
Sto per parcheggiare, quando inizia Just like heaven. Tolgo la freccia, decido di fare un altro giro dell'isolato, per ascoltare la canzone.
Show me, show me, show me. You, lost and lonely. Dancing in the deepest oceans. Twisting in the water.
Le canzoni non hanno bisogno di persone, a volte.
Alla fine, fermo la macchina e mi decido a scendere.

Alessandro è già lì ad aspettarmi. Mentre attendiamo Marco, scarichiamo le nostre attrezzature.
Da una macchina rossa escono teglie, utensili da cucina, farine, zucchero, uova, dall'altra vettura, luci, cavalletto, zaini e borse contenenti strane cose che noi dilettanti nemmeno sappiamo identificare.
Il tempo di scambiarsi qualche particolare della propria vita [i classici chi sei-cosa fai-dove vai] e arriva anche Marco, che ci apre il locale.
I bar, da chiusi, hanno sempre il loro fascino particolare. I tavoli se ne stanno addossati alle pareti, le sedie ammucchiate l'una sull'altra, il silenzio è irreale, le sale sono vuote. Trovi una bottiglia di birra su un davanzale, dimenticata dalla sera precedente.
Io inizio ad accendere il forno, mentre Alessandro sistema il set.
Mettiamo la musica, ci facciamo un caffè.
E poi si inizia.

Okay, Agnese, questa è semplice: devi solo separare i tuorli dagli albumi. 
...
No, non è semplice. Perché non è la tua cucina, ci sono queste luci professionali, c'è Alessandro che continua a scattare foto alle tue mani. E non è che tu ami particolarmente stare davanti all'obiettivo.

Dopo un po', però, mi dimentico dei clic dell'otturatore, delle luci e del resto. Chiacchieriamo, ridiamo del disordine che creo attorno a me mentre cucino, litighiamo con la planetaria che non vuole montare gli albumi, ci meravigliamo per la bellezza della meringa, schizziamo panna ovunque, spargiamo chicchi di melograno per tutto il locale, rimaniamo in attesa davanti al forno, incrociando tutte le dita che si possono immaginare, perché io la pavlova non l'ho mai fatta.
Mentre la meringa cuoce preparo una torta di mele. Alla fine, c'è profumo di torta anche nel nostro bar preferito.

Sforno la meringa. Sembra essere riuscita. Rimango sinceramente sorpresa, ma lo maschero bene.
Monto il dolce, sotto gli occhi di Alessandro e di Marta.
Lo styling, questa volta, è un po' improvvisato. Oggi è una prova, più o meno.
Fa comunque un certo effetto vedere il proprio dolce al centro di un set fotografico professionale.
Io e la piccola Canon assistiamo un po' intimorite allo shooting, azzardandoci a fare qualche foto sul finale, quando la panna inizia a cedere e i chicchi di melograno sono scivolati giù per i fianchi della pavlova.
[Qui, la mia incompetenza immortalata da Marta]

Ritiriamo tutto, tentando di ridare dignità alla cucina. Il locale apre, entrano visi più o meno noti, e io li osservo dalla cucina. Cambiano le prospettive, a volte.
Smontato il set, si affettano e si servono i dolci.

Lo sapete, io sono una di quelle che cucina, ma non mangia. Eppure, me lo godo tutto, quel momento, mettendo temporaneamente a tacere ogni "ma" e ogni "avrei potuto".
Soddisfazione, la chiamano così. E non è male. Non è affatto male.

Il dietro le quinte di questo racconto -come sempre- assurdo e irrazionale?
Alessandro Avondo è fotografo. Dopo aver scoperto Food Therapy, mi ha chiesto se avessi voglia di collaborare con lui per qualche servizio di food photography. Gli serviva, insomma, qualcuno che prestasse i suoi dolci [ma non solo] all'obiettivo della sua macchina fotografica. Occasione migliore, per me, non poteva presentarsi.
Oggi, dunque, abbiamo testato l'affinità, con una pavlova e una torta di mele.
Quelle che vedete nel post sono le foto "rubate" dal set, ma vi mostrerò anche quelle ufficiali [giusto per notare la trascurabile differenza].

Thanks to.
Marco e tutto lo staff del Meltin' Pop di Arona, che ha sopportato -e supportato- la nostra invasione.

Pavlova. What?
Questo dolce di origini australiane, deve il suo nome [davvero incantevole: non suona benissimo "pa-vlo-va"? Sembra la panna che cade a cucchiaiate nel guscio di meringa, e fa "pa-vlo-va".] a una ballerina, tale Anna Pavlova [ecco, chissà se la signorina in questione sarebbe stata felice del mio accostare il suo nome a della panna montata], in onore della quale venne ideato, nel 1926.
Trattasi di un guscio di meringa che raccoglie una nuvola di panna montata, sormontata da una pioggia di frutta fresca. Un efficace gioco di contrasti che si articola fra la dolcezza croccante della meringa, la cremosità avvolgente della panna non zuccherata e la freschezza acidula della frutta.
In più, è semplicissima da preparare.
[Per provarla, non aspettate anni come la sottoscritta, insomma.]

La meringa
Parlo della meringa prima di descrivere il procedimento per la pavlova, dato che è la parte più insidiosa e merita qualche attenzione in più.
  • la tecnica è quella della meringa francese, che prevede il doppio del peso degli albumi in zucchero [lo zucchero può essere anche quello semolato, ma è da preferire quello a velo, almeno per il 50%], il tutto montato molto a lungo [si va dai 10 ai 20-30 minuti]
  • al composto originale vengono aggiunti cremor tartaro e amido di mais [o equivalenti], per stabilizzare il composto
  • gli albumi sono da preferire vecchi di qualche giorno e a temperatura ambiente
  • cottura: solitamente, il metodo migliore è quello di una cottura a bassissima temperatura [anche 50-60 gradi] per un tempo molto lungo [tre ore + raffreddamento in forno spento e chiuso per anche una notte], tuttavia si può arrivare anche a temperature leggermente elevate [120 gradi] e tempi relativamente brevi [un'ora e mezza];
    Per quanto riguarda la pavlova, la meringa non deve risultare completamente "asciugata" [infatti, più che una cottura quella della meringa classica si può definire un'asciugatura]: a un esterno croccante e friabile deve abbinarsi un interno ancora soffice e morbido. 

POMEGRANATE PAVLOVA 

Ingredienti 

Per la meringa

4 albumi [150 g]
150 g di zucchero semolato
150 g di zucchero a velo
un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di cremor tartaro
un cucchiaio di amido di mais

250-300 ml di panna fresca da montare

2 melograni grandi

Procedimento

Preriscaldare il forno a 100°C.

Per la meringa: nella planetaria, o con uno sbattitore elettrico, iniziare a montare le chiare d'uovo con un pizzico di sale. Quando gli albumi iniziano ad essere piuttosto sodi, aggiungere in più riprese i due tipi di zucchero, l'amido e il cremor tartaro. Continuare a montare la meringa finché il composto non risulti stabile e lucido [esattamente come mostra questo post di Sigrid].
Distribuire la meringa su una teglia foderata da carta forno. Creare una forma circolare e scavarla al centro, in modo che possa contenere la panna. Infornare per un'ora e mezza circa [sarà pronta quando si staccherà senza difficoltà dalla carta forno]. Lasciare raffreddare nel forno spento, quanto più tempo possibile [sarebbe perfetto preparare il guscio il giorno, o la sera, prima].

Pulire i melograni e montare la panna.
Assemblare il dolce, ponendo sul piatto di portata la base di meringa raffreddata, ricoprendola di panna e distribuendoci sopra i chicchi di melograno.
Servire subito.


Qui sono le 3 passate e io ho farneticato per mezz'ora riguardo una domenica e una pavlova. Ottimo.
Mi riprometto sempre di pubblicare a orari più decenti, ma evidentemente non sono capace.
Lo mettiamo nella lista dei buoni propositi, sia mai che mi decida a sfoltirla un po', prima o poi.

Goodnight.

giovedì 5 maggio 2011

Panna cotta bloody panna cotta

Probabilmente il titolo non è molto invitante, lo riconosco. Tuttavia, mentre fotografavo questa panna cotta, non potevo non pensare a come l’accostamento di colori risultasse un po’ vampiresco, con questo candore lunare e questo rosso così acceso. Quando poi ho preparato la foto del “taglio” e quella goccia di coulis è languidamente scivolata giù, lungo lo spigolo disegnato dal cucchiaino, be’, il rimando ai libri di Anne Rice è stato automatico nella mia mente. Ebbene sì, ho un dark side che si è bevuto (è il caso di dirlo ;) ) i romanzi noir della Signora dei vampiri (altro che Stephenie Meyer ed Edward Cullen vari…) e che conosce praticamente a memoria le battute di Intervista col Vampiro (film da vedere anche solo per godersi il cast… e chi lo conosce sa di cosa, anzi, chi, parlo ;). Eh già.
Quindi stamattina, quando in radio è passata l’omonima canzone degli U2, il titolo del post mi è comparso in mente modello pop up.

Ok, dopo queste divagazioni passiamo alla ricetta di oggi. In realtà è dell’altro ieri, dato che era il dessert per una cena. Cioccolato bianco e fragole. Semplice, lineare, equilibrato.
Ho portato in tavola le panne cotte ed è improvvisamente piombato il silenzio, finchè i piattini non sono stati svuotati, cucchiaino dopo cucchiaino.
E’ una panna cotta “alleggerita”, ovvero con metà panna sostituita dall’equivalente in latte. Zero zucchero (basta il cioccolato bianco ad addolcire) e una consistenza scioglievole, per niente gelatinosa. La nota di freschezza è data dalle fragole fresche, tagliate a cubetti e immerse in un coulis che stempera la dolcezza della panna cotta. Da provare ;)



PANNA COTTA CON COULIS DI FRAGOLE E FRAGOLE FRESCHE

  • INGREDIENTI

Per la panna cotta (10 porzioni)

500 ml di panna fresca
500 ml di latte
400 g di cioccolato bianco
12 g di gelatina di fogli

Per il coulis:

250 g di fragole
il succo di mezzo limone
3-4 cucchiai di zucchero

fragole fresche

  • PROCEDIMENTO

Far reidratare i fogli di gelatina in acqua fredda per circa dieci minuti. Nel frattempo fondere il cioccolato con la panna e il latte in un pentolino, aggiungervi poi la gelatina strizzata e farla sciogliere.
Dividere il composto negli stampi e far solidificare in frigorifero per almeno 4 ore.

Preparare il coulis: in un pentolino antiaderente far saltare le fragole con il succo di limone e lo zucchero. Quando si saranno ammorbidite un po’, frullarle con il mixer a immersione. Fare raffreddare (per una una texture molto fine filtrare), aggiungervi le fragole fresche, tagliate a pezzetti.
Sformare le panne cotte ( scaldare leggermente gli stampini con dell’acqua calda nel caso) su un piattino da dessert e accompagnarle con il coulis e le fragole. 
Servirle a temperatura ambiente, fredde perdono un po'.



Leggevo da Babs della Milano Food Week... vorrei proprio riuscire a fare un salto, qualcuno ha già in programma di andare? Chi si unisce? Fatemi sapere ;)
A presto!
A.

giovedì 11 novembre 2010

Beauty is an attitude

Distrattamente e con un sospiro alzare lo sguardo dal libro che stai leggendo, lasciarlo scivolare sul finestrino, fino a incontrare una coccinella, giusto un momento prima che scompaia, posando le zampette al di là del vetro. E il treno con un fischio approda in una stazione proprio nel momento prima che un gatto, che ondeggiando sinuosamente passeggia su un balcone, il manto nero scintillante nel sole, decida di rientrare in casa. Attimi di rara bellezza fortuitamente catturati. E che dire di un bisbiglio che ti chiama poco prima che tu scenda dal treno, un bisbiglio che appartiene a un volto che ti riporta indietro negli anni con il tocco di poche parole.
Ho sempre ritenuto fondamentale non solo la bellezza, ma soprattutto il saperla cogliere.
Oggi è sufficiente scostare le tende della finestra della sala (o della cucina, o della camera da letto) per venire investiti dalla luce calda del sole autunnale, per riempirsi gli occhi dei mille arancioni dell'autunno, dell'ambra sciolta nelle danze delle sue foglie, dell'azzurro assoluto del suo cielo terso.

Scrivevo questo oggi sul lato del quaderno di storia economica, mentre sistemavo gli appunti sul treno del ritorno.
Oggi finalmente una giornata di sole, e la bellezza dei colori che ha riacceso mi ha lasciato un sorriso sulle labbra. Ne avevo bisogno, con la pioggia sembra tutto più grigio.
Un'incantevole Milano mi ha accompagnata durante la mattinata, con i suoi palazzi e i suoi viali. Amo follemente questa città. Per quanto abbia visto altre bellissime metropoli, nessuna mi dà la sensazione di “casa” come Milano. Casa, libertà, indipendenza, fuga, cultura, accoglienza, antico, nuovo, energia, bellezza. Tutto questo fra le sue vie, per me.
Tornata poi dopo la fine delle lezioni a casa (non quella da universitaria), mi sono goduta una passeggiata col mio cagnolone, per assorbire più sole possibile, e una fettina di questa torta.

Ho già scritto troppo, oggi, questo dolce lo descrivo con poche parole, sinteticamente.
Più che altro perchè non saprei come meglio descriverlo :)
Un velluto dal sapore intenso di cioccolato. 




VELVET CHOCOLATE CAKE

  • INGREDIENTI

110 g di fecola di patate (o amido di mais)
250 ml di latte
100 g di zucchero
180 g di burro
4 uova
6 cucchiai di cacao amaro

  • PREPARAZIONE

Accendere il forno: la temperatura deve essere di 190°C. Ungere (senza infarinare) uno stampo (io ne ho usato uno da ciambella) o più stampini monodose.
Far fondere il burro in un pentolino. Aggiungervi la farina e mescolare energicamente con un frusta, in modo che non creino grumi. Allungare poi con il latte, continuando a mescolare finchè si sarà ben addensato.
Lavorare i tuorli con lo zucchero. Aggiungervi il composto di burro, latte e farina e il cacao amaro.
Completare con gli albumi montati a neve. Versare nello stampo e infornare per 20- 25 minuti.
L'importante è che non si asciughi troppo: controllate quindi la cottura, deve essere sodo e alla prova lo stecchino deve uscirne pulito, ma non deve arrivare a creparsi in superficie.



Come servirlo? Beh, io consiglierei spudoratamente una cucchiaiata di panna non zuccherata e delle fragole...

lunedì 25 ottobre 2010

Una festa, un impegno preso, la torta più difficile mai fatta. Fra soddisfazione, orgoglio e felicità


Ieri abbiamo festeggiato la Cresima di mia sorella, la più piccola della famiglia. Sono stata la sua madrina e per me è stato davvero emozionante. Sono molto legata a Emma, quindi il fatto di poter essere “guida” e punto di riferimento per lei mi riempie davvero di felicità: ci tengo che mi possa vedere come non solo sorella maggiore, ma anche come persona cui chiedere aiuto, consiglio. Ed è un cammino (il suo, di crescita) che comunque faremo insieme, perchè niente come vedere lei mi fa riflettere su quello che sono, sulle mie azioni, sulla mia vita. Essere la sua madrina è quindi anche un atto di umiltà che faccio verso me stessa: non solo correggere e aiutare lei, ma anche correggere e criticare me stessa con obiettività e alla luce di un nuovo ruolo che mi trovo a ricoprire.
E' stata davvero una giornata bellissima.
E' stata anche occasione per riunire tutta la famiglia: zii e cugini, sorelle e fratelli, genitori e nonni (o, meglio, nonna :) ), tutti insieme per festeggiare.

Per la prima volta, mi è stato chiesto di preparare Il Dolce (per compleanni e “festicciole” mi occupo di norma io della torta, ma per le “cerimonie” abbiamo sempre richiesto l'intervento del pasticcere). Ho riflettuto su quale dovesse essere la preparazione per tutta la settimana: sfogliando libri di pasticceria in libreria durante le pause universitarie, spulciando i vostri blog e i siti di cucina, rileggendo i libri che ho in libreria. Per la prima volta, volevo cimentarmi in una torta che nulla avesse da invidiare a quelle scenografiche preparate dal pasticcere.
Il cioccolato era stato espressamente richiesto.
Non nutro un amore folle per le basi “spugnose” di pasticceria, i classici pan di Spagna che sostengono chantilly e mousse nelle canoniche torte a strati.
Valutando e rivalutando le varie opzioni e i suggerimenti della mia fantasia, sono giunta a questa preparazione: dacquoise alle mandorle con mousse al cioccolato e copertura al fondente.
La composizione è stata questa:
- dacquoise
- mousse
- dacquoise
- mousse
- dacquoise
- mousse
- crema al burro sui lati
- glassa lucida
- lamponi (si sa, i lamponi col cioccolato sono divini, e un tocco di freschezza certo non avrebbe guastato ;) )



Vediamo ora la ricetta e i vari procedimenti

MERINGA ALLE MANDORLE (base per dacquoise presa da "Il libro d'oro del cioccolato)

  • INGREDIENTI

6 albumi
150 g di farina di mandorle
300 g di zucchero semolato fine
1 cucchiaio di fecola

  • PREPARAZIONE

Preriscaldare il forno a 100°C.
Preparare tre piastre da forno ricoperte dalla carta.
Iniziare a montare a neve gli albumi con un pizzico di sale. Nel frattempo, in un'altra terrina, setacciate gli altri ingredienti e mescolateli fra loro. Quando gli albumi saranno già ben sodi, iniziare gratamente a più riprese ad aggiungere le polveri. Il movimento dev'essere delicato, dal basso verso l'alto. Si otterrà una meringa lucida, fluida ma consistente (il composto deve "scrivere").
Distribuire il composto sulle tre placche, regolandosi in un modo che le meringhe abbiano all'incirca lo stesso diametro (io ho usato l'anello dello stampo a cerniera come guida, ma volendo si può anche disegnare una circonferenza tipo sulla carta forno)
Infornare per almeno un'ora e mezza, prolungare in ogni caso la cottura finché la meringa non si sia completamente asciugata.
Spegnere il forno e lasciarle dentro.

Note:

La meringa: è una preparazione che mi ha sempre spaventata, ma che in realtà è di una semplicità disarmante, l'importante è seguire poche, precise, regole:
  • gli albumi: preferirli non troppo freschi, da utilizzarsi a temperatura ambiente
  • il contenitore dove montarli: sempre a temperatura ambiente, preferibile in plastica (io ho usato quello in acciaio del Kitchen Aid e gli albumi si sono gentilmente adattati ;) )
  • gli ingredienti da aggiungere (eventuali farine): devono essere i più leggeri possibili, in modo da non compromettere la montata delle chiare; per le farine di frutta a guscio è preferibile utilizzare la farina già pronta, anziché produrla in casa tritando la frutta: l'unto dell'olio prodotto può sgonfiare la meringa e, in ogni caso, è difficile ottenere una granulosità altrettanto sottile; la fecola è utile in quanto conferisce stabilità al composto
  • lo zucchero: è consigliabile ripiegare sullo zucchero a velo; io ho usato metà dose di zucchero a velo e metà di uno zucchero semolato finissimo (un certo Zefiro... ;) )
  • la cottura: la meringa non deve cuocere, ma semplicemente asciugarsi; perciò, la temperatura del forno dev'essere minima, mentre i tempi prolungati; a cottura ultimata, lasciare le meringhe nel forno spento (anche per tutta la notte), poi, elimina ogni traccia di umidità residua, garantendo una porosità e una croccantezza eccellente.
La dacquoise 
Wiki così ci dice:
A dacquoise is a dessert cake made with layers of almond and hazelnut meringue and whipped cream or buttercream. It takes its name from the feminine form of the French word dacquois, meaning 'of Dax', a town in southwestern France. It is usually served chilled and accompanied by fruit. A particular form of the dacquoise is the marjolaine , which is long and rectangular and combines almond and hazelnut meringue layers with chocolate buttercream.
The term dacquoise can also refer to the nut meringue layer itself.
Traducendo banalmente: è un dessert composto da meringa alle mandorle o alle nocciole e mousse (o crema al burro). Il suo nome si rifà al francese daquois, di cui è il femminile, e significa "di Dax", che è una cittadina della zona sud- ovest della Francia. Si serve di norma fredda, accompagnata da frutta.

MOUSSE AL CIOCCOLATO

  • INGREDIENTI

250 g di cioccolato fondente
6 tuorli (i rimanenti degli albumi ;) )
250 ml di panna fresca
200 g di zucchero
10 g di gelatina in fogli

  • PREPARAZIONE

A bagnomaria, far fondere il cioccolato. Nel mentre ammollare la gelatina in un bicchiere d'acqua fredda. A parte mescolare con una frusta i tuorli allo zucchero, in modo da ottenere una spuma chiara.
Quando il cioccolato sarà fluido, sciogliervi la gelatina strizzata mescolando bene e aggiungere poi il composto ottenuto alle uova montate.
A parte montare la panna ben ferma. Mescolarvi la crema al cioccolato. Riporre in frigo a riposare per diverse ore (io l'ho lasciato tutta la notte)

CREMA AL BURRO

Ndr: al momento dell'assemblaggio della torta, i bordi risultavano imperfetti. O meglio, se avessi subito ricoperto il tutto con la glassa non sarebbe rimasto un profilo liscio e regolare, ma intervallato dalle cunette meringa- mousse. Ecco così che ho pensato (con la partecipazione del papi, che ieri mattina mi guardava intimorito discutere con mousse e glasse :D) di “stuccare” i lati.

  • INGREDIENTI

150 g di burro a temperatura ambiente
100 g di cioccolato fondente
100 g di zucchero

  • PREPARAZIONE

Mentre il cioccolato si fonde a bagnomaria (o nel micro ;) ) montare con un cucchiaio di legno il burro “a pomata” con lo zuccchero.
Una volta che il cioccolato è completamente fuso aggiungerlo alla crema di burro: mescolare bene e riporre in frigo.

GLASSA LUCIDA AL CIOCCOLATO FONDENTE

  • INGREDIENTI

100 g di cioccolato fondente
250 ml di panna fresca
8 g di gelatina in fogli

  • PREPARAZIONE

Lasciare che la gelatina si ammorbidisca in un bicchiere d'acqua fredda. Nel frattempo far fondere il cioccolato (sempre bagnomaria o micro) e scaldare la panna a fuoco basso in un pentolino.
Quando la gelatina è ammorbidita scioglierla nella panna. Aggiungere poi il cioccolato. Mescolare bene: il composto deve essere liscio e omogeneo.


ASSEMBLAGGIO

Su un foglio di carta da forno (onde evitare di sporcare il piatto di portata, come invece ha fatto la sottoscritta, la quale si è poi ridotta a pulirlo con carta assorbente inumidita e avvolta attorno agli stuzzicadenti per riuscire a togliere ogni sbavatura -.-') sistemare un disco di meringa. Ricoprirlo con 1/3 della mousse al cioccolato. Procedere in questo modo per ogni disco di meringa, fino ad esaurire la mousse.
Con la crema al burro livellare i lati, in modo che siano lisci e che le eventuali cunette fra la meringa e la mousse siano spianate
Mettere in freezer per cinque minuti, affinchè il tutto si solidifichi per bene. Nel frattempo assicurarsi che la glassa sia ancora fluida, se fosse altrimenti riscaldarla a bagnomaria mescolando.
Prelevare la torta dal freezer. Far colare la glassa dal centro, in modo che tutta la torta ne sia ricoperta senza che la si debba distribuire (altrimenti non rimane bella lucida! :) ). Mettere in frigo. Una volta solidificata decorare con i lamponi freschi lavati e tamponati delicatamente (ovviamente quest'ultimo dettaglio è facoltativo :) ).
Lasciare al fresco fino al momento del taglio (a proposito: vi consiglio di prepararla con qualche ora di anticipo, in modo che la meringa abbia il tempo di ammorbidirsi, così che il taglio sia facilitato)



Presentare questa torta (seppur imperfetta) è stato fra l'imbarazzante e l'orgoglioso: orgoglio per la mia prima ricetta “da pasticceria”, imbarazzo perchè non mi trovo mai troppo bene in mezzo a complimenti continui.
Insomma, inutile dire che ha avuto un gran successo :D

Non vi dico che è semplicissima perchè non lo è, ma con cura e attenzione è un'impresa alla portata di tutti (ci sono riuscita io! ;) ). La preparazione è un po' lunga, le meringhe necessitano di taaaanta pazienza, ma i tempi sono interamente ripagati.
Sebbene sia una preparazione a dir poco ricca la meringa permette di alleggerirla un po', a mio parere. E la sua croccantezza contrasta a meraviglia con la voluttuosità delle varie creme.


Che altro dire... avete idea di quanto sono soddisfatta di questa torta? :D

sabato 2 ottobre 2010

Come sconvolgere un classico


Sistemando l'archivio di ricette contenuto nella cartella rinominata “Cookin' “ dei miei Documenti, ho visto passarmi davanti agli occhi (senza esagerare) almeno una decina di tiramisù. Ogni versione con una sua peculiare sfumatura, ogni foto con una forma diversa, dalla classica “mattonella”, alla pirofila, o ancora alla coppa. Ma pur sempre lui, il tiramisù, questo Signor Classico :D

La mia ricetta per questo voluttuoso dolce è sempre (e sempre stata) la stessa, quella che la mamma mi ha mostrato un giorno, scritta sul retro di un'ingiallita pagina stampata, con una matita poco temperata e le dosi in cucchiai o “q.b.
Non è un dolce inflazionatissimo a casa mia, sebbene mio fratello lo adori (tanto che al ristorante, anche di fronte a dessert particolari ed elaborati, sceglie sempre, immancabilmente, l'abbinamento savoiardi-mascarpone-caffè, quando c'è, ovviamente). Forse perchè io personalmente preferisco sperimentare, evolvermi, e difficilmente ripropongo la stessa, identica, ricetta. O forse per il brivido provocato di quel mezzo kg di mascarpone che abbraccia quegli innumerevoli tuorli. Non so, fatto sta che era più di un anno che non pensavo di prepararlo.
Poi stamattina, mentre spostavo files dividendoli in ragionate cartelle durante la colazione, il mio cuore ha palpitato.
Conoscete già la mia accesa passione per il caffè, aggiungetevi la mia “voglia” (ancora, sì) di qualcosa di avvolgente e confortante, che sappia un po' di "casa" (visto l'imminente trasferimento a Milano), completate con la ricerca di un dolce per una cena e... e no, niente tiramisù!
I Classici sono grandi perchè riusciamo ad adattarli a ciò che viviamo e sentiamo. (convinzione di una ex classicista che ha passato cinque anni cercando di appassionarsi il più possibile a ciò che studiava trovando una corrispondenza con ciò che davvero la interessava e coinvolgenva, altrimenti è dura farsi rimanere in testa signori del calibro di Cicerone o Hegel ;) )
E allora?

Allora ecco qui un tiramisù talmente stravolto che non ha più nemmeno il nome della sua ispirazione, ma che di lei mantiene i sapori avvolgenti, i toni vigorosi del caffè, la morbidezza delle uova montate con lo zucchero, la rotondità del gusto delicato della ricotta (alternativa più che pregevole al mascarpone) e la sensualità delle scaglie di cioccolato che risvegliano, di tanto in tanto, le papille, cullate fra crema e crepes.


MILLEFOGLIE DI CREPES AL CAFFE' CON CREMA DI RICOTTA E SCAGLIE DI CIOCCOLATO


  • INGREDIENTI

Per circa 10 crepes

150 g di farina
1 uovo
200 ml di latte intero
200 ml di caffè preparato nella moka, non troppo concentrato
2 cucchiai di zucchero

Per la crema

500 g di ricotta (o, per i puristi, mascarpone ;) )
120 g di zucchero
2 uova
1 cucchiaio di Marsala (per me Florio, ricordo di una vacanza in Sicilia)

abbondante cioccolato fondente (io ho usato un buon 70%) ridotto a scaglie


  • PREPARAZIONE

Le crepes
Sbattere con una forchetta l'uovo con lo zucchero, aggiungere la farina e mescolare bene con una frusta, in modo da sciogliere ogni grumo. Diluire con il latte e il caffè.
Lasciare riposare per mezz'ora.
Scaldare un padellino antiaderente, con un diametro che permetta di ottenere delle crepes di circa 20 cm.
Cuocere le crepes fino a esaurire la pastella, impilandole su un piatto.

La crema
Montare a lungo i tuorli con lo zucchero, finchè non saranno diventati molto chiari. Aggiungere il mascarpone e il marsala.
Alla fine incorporate, con delicatezza, gli albumi, precedentemente montati a neve ferma.

Assemblaggio
Foderate con della pellicola trasparente una pirofila con diametro identico a quello delle crepes.
Iniziare ad alternare crepes, crema e scaglie di cioccolato, fino all'esaurimento degli ingredienti.
Riporre in frigorifero per un paio di ore.
Poco prima di servire, trasferite la “torta” su un piatto di portata rotondo e spolverate con cacao amaro e una grattata di cioccolato.



Il risultato è stato davvero un successo. Gli amanti del tiramisù hanno apprezzato questa decisamente curiosa versione nonostante all'inizio l'avessero squadrata scetticamente, mentre i meno tradizionali ci si sono tuffati senza battere ciglio. 
Certo mi sono trovata un po' in difficoltà al momento della fatidica domanda "Cos'è?".
Giusto, come si può definire questo dolce? La torta di crepes non è certo una novità, bellissima quella ideata da Sigrid, ma la mia non era proprio una torta, l'idea era più sul genere “mattonella”. Ma mattonella mi sa troppo di quella certa cosa che ti si blocca di traverso per lo stomaco e che non sembra andar giù nemmeno se per i tre giorni di seguito mangi solo insalata e corri per 10 km al giorno :D
Millefoglie mi sembra più “digeribile” come termine e certo una versione con crepes anziché pasta sfoglia è molto più light della versione classica di questo dolce.
Certo vorrei trovargli un nome più suo, non prestato da qualche collega o cugino.
Suggerimenti? :D

Buon weekend a tutti!