venerdì 24 ottobre 2014

Torta di zucca e semi di papavero.

C'è un momento, incastrato fra le notti di ottobre, in cui clac, cambia la stagione.
Fino a quel clac le giornate si sono susseguite in un rassicurante altalenarsi di mattine fresche, pomeriggi caldi, serate tiepide. Poi, clac, tre gradi.
L'altra sera c'era un vento forte, che, infido, s'infilava nelle fessure delle finestre lasciate socchiuse. Il mattino dopo, l'eco del clac si avvertiva distintamente: sono scivolata fuori dal letto e l'aria fredda [ma fredda davvero, non fresca, fredda] che ancora entrava, decisa, dagli abbaini mi ha stretto le gambe nude, mi sono preparata una tazza di caffè più bollente del solito, ho guardato le briciole di foglie secche che il vento mi aveva portato in casa, sbocconcellando una fetta di torta, controllando la to do list della mattinata in cucina, ricoprendoti un braccio sgusciato fuori dalle coperte. Sono uscita di casa avvolta in una sciarpa e stringendomi nel mio maglione bordeaux [dichiaro ufficialmente iniziata la stagione del bordeaux ovunque], rifiutando la pedalata fino al ristorante e salutando il vicino, che sollevava la serranda del negozio indossando soprabito e bavero alzato.
Clac.
Erano mesi che non accendevo forno e fuochi così volentieri.

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È difficile spiegare agli altri come cambi il rapporto col cibo facendo questo lavoro, come dopo qualche settimana l'odore della carne cruda, i porri, le cipolle, l'aglio sfrigolanti di primo mattino, i pesci da sfilettare non ti diano più fastidio. Così come, d'altra parte, non ti fa più gola preparare l'ennesima cheesecake, mescolare 5 kg di mousse, riempire la sac à poche di crema.
Sono ingredienti. Sono preparazioni da spuntare dalla lista di cose da fare. Sono pezzi di quel puzzle che è un piatto. Sono minuti che scorrono sull'orologio alla tua destra.
E se, da un certo punto di vista, il cibo smette di essere strettamente connesso con l'azione di mangiarlo, dall'altra, questo continuo toccare, tagliare, cuocere ti porta a riflettere molto su quello di cui ci nutriamo, sul feuerbachiano "siamo ciò che mangiamo".
Nel sottofondo della mia testa, c'è sempre stato un certo mormorio salutista, alimentato dagli articoli che ho sempre letto di qua e di là, dalle persone con cui spesso mi capita di parlare, dalla quantità di vegani e vegetariani che ci ritroviamo come clienti, da un passato di mangiatrice compulsiva di frutta e verdura [Presente il troppo sano che diventa nocivo? Ecco.].
Una fa le sue considerazione, nella sua testa, magari prova a non mangiare latticini per un paio di settimane [e, vi giuro, è difficilissimo, quando vi si sciolgono le papille al solo pensiero di una fetta di quel gorgonzola, di quella robiolina, di un piatto di cacio e pepe, di una burrata appena aperta - okay, la pianto], nota che sta effettivamente meglio - lo stomaco, la pelle, i capelli, l'umore -, però non prende decisioni drastiche di stile di vita.
Poi, capita di trascorrere una settimana con lei, senza toccare alcun derivato animale, scoprendo le consistenze del cibo crudo [ora che ho sdoganato i broccoli non cotti è finita: mi ci faccio di quelle insalate col melograno che dovreste provare], aprendo il proprio palato a una gamma di gusti completamente nuovi e comprendendo la facilità - e la serenità - di nutrirti di alimenti il meno processati possibile.
Poi, ancora, ci si ritrova a parlarne una sera, fra cuochi pensanti [no, non è scontato, sappiatelo]:
- Sai, ho deciso di non acquistare più carne, di mangiarla solo quando esco a cena, in casi in cui abbia davvero un senso. Idem per il pesce. E vorrei anche limitare i latticini.
Si discute, ci si scambiano punti di vista ed esperienze, articoli da leggere o interviste da ascoltare, si cerca, insieme, un punto di consapevolezza più profondo, uno stile di vita più coerente con le proprie necessità reali.
Ci vuole una certa lucidità per capire quando il cibo dev'essere nutrimento [la quotidianità] e quando deve essere piacere estatico [specifico "estatico" perché non vorrei mai si pensasse che nutrirsi significhi mangiare cibi noiosi e poco appaganti: c'è una scala di piacere, come per tutto; ovvio che sarebbe un sogno cenare in stellati tutti i giorni, ma non lo credo fisicamente sostenibile].
Dunque, è ovvio che la prossima volta che uscirò a cena non chiederò un menù personalizzato 
[fingiamo che sia solo per dovere professionale di ampliare il più possibile le proprie conoscenze gastronomiche, ehm], ma vorrei che la mia alimentazione quotidiana fosse il più pulita possibile: posso stare meglio, perché non dovrei?
Lo so, ci sarebbe anche tutta la questione etica da scomodare, ma rimanderei alla prossima volta. [anche perché trovo più efficace e motivante il discorso legato alla propria salute e al proprio benessere, piuttosto che quello etico: i polli stipati nelle gabbie non li vediamo, il nostro stomaco che si contorce lo avvertiamo forte e chiaro - datemi dell'egoista, ma l'egoismo è sempre molto più umano di ogni patinata convinzione benpensante].


Introduzione doppia senza alcuna connessione fra le due: sarei ammattita, se la ricetta di oggi non le riunisse, non avesse questo doppio volto autunnale-salutista.
Insieme al bordeaux, l'altra protagonista indiscussa dei miei autunni è la zucca. Non dovrei, ma finisco per mangiarla [in un modo o nell'altro] quasi tutti i giorni. Questa volta l'ho infilata anche in una torta, così sono riuscita a portarla in tavola persino a colazione.

L'abbinata con i semi di papavero è nata dalla richiesta di un amico [chiedetemi una torta con semi di papavero e limone, io vi risponderò con una torta che del limone non ha nemmeno una goccia #ops #scusaAndy], al posto di olio o burro ho utilizzato del latte di cocco, ho scelto una farina integrale di farro e zucchero grezzo di canna per dare ruvidità e aroma e completato con una spolverata abbondante di cannella perché... perché siamo tutti dipendenti dal suo profumo.

Il fidanzato cuoco ha subito commentato con un "Ma la zucca non si sente!" e io vi confermo che, in effetti, non è il gusto principale che si avverte: rimane sullo sfondo, mentre il suo merito maggiore è quello di conferire una straordinaria morbidezza all'impasto [che si mantiene umido anche dopo tre giorni - la torta non è sopravvissuta oltre]. 
Ah, finita la fetta ha anche aggiunto un "Però è buona". È piaciuta a tutti, in realtà.
Spero piaccia anche a voi.



Torta di zucca e semi di papavero

Ingredienti

350 g di zucca cotta in forno, al netto degli scarti
200 g di latte di cocco [quello denso]
350 g di farina di farro integrale
150 g di zucchero grezzo di canna
2 uova
12 g di lievito in polvere per dolci
1 arancia, scorza e succo
2 cucchiaini di cannella
1 chiodo di garofano pestato
3 g di sale

Procedimento

Preriscaldate il forno a 170°C.
Frullate la polpa di zucca con il latte di cocco e aggiungetela alle uova montate con lo zucchero. Unite le spezie, il sale, la scorza dell'arancia e le polveri setacciate.
Versate l'impasto ottenuto in uno stampo [io ho usato quello da ciambella, ma scegliete quello che preferite] oliato e infarinato e infornate per 40-50 minuti [prova stecchino].
Nel mentre che la torta cuoce, preparate uno sciroppo con il succo dell'arancia e un cucchiaio di zucchero: lo verserete sulla torta appena tolta dal forno.
Lasciate raffreddare nello stampo, sformate e servite.

Note

- ho usato la Delica: a mio parere, è la migliore per gli impasti di ogni genere, perché non trattiene troppa acqua, ha una carnosità che adoro ed è decisamente saporita
- cuocete la zucca con la buccia, spolpatela con un cucchiaio, rimettete la buccia affettata in forno, finché non diventa croccante: ne otterrete delle chips, ottime condite con sale e pepe
- con 400 g di polpa di zucca e 150-200 di latte di cocco si fa una vellutata squisita: se vi piace, aggiungete una grattugiata di zenzero fresco

giovedì 16 ottobre 2014

Castagne, cioccolato, cachi, pera. | Molte cose.

Ci siamo dette molte cose, tu ed io, semplicemente guardandoci, a un anno di distanza. Tu con i tuoi abiti neri, i tuoi quaderni, le tue matite con il loro intenso profumo di legno e le tue scorte di frutta nella borsa, io con i miei spigoli smussati, Lui, i miei segni sulla pelle e le mie notti bianche.
Ci siamo dette molte cose, comprando la stessa felpa calda e confortante, della stessa tonalità antracite, mangiando alghe e zenzero, dividendo ananas e avocado, lasciandoci gli spazi e i tempi, sicure di ritrovarci a sera per scottarci insieme l'esofago con una tazza d'acqua dorata e bollente.
Ci siamo dette molte cose, mentre io t'osservavo disegnare e tu osservavi me cucinare. Mentre io ti presentavo i miei luoghi e tu mi raccontavi i tuoi. Mentre incontravi i miei compagni di vita e io cercavo di raccogliere tratti dei visi che abitano la tua.
Ci siamo dette molte cose, mentre sedevamo a tavola con Lui, mentre io guidavo e voi chiacchieravate, mentre tu gli facevi uno dei tuoi miracolosi massaggi e io dormivo, acciambellata come un gatto, in un angolo del letto.
Mi hai detto molte cose di Noi, e di questo non potrò mai ringraziarti abbastanza.
Mi hai detto molte cose di me, stupendomi, ancora una volta, per tutto ciò che riesci a trovare, carpire, riordinare indagando - verbalmente - così poco.
Mi hai detto molte cose di te, e non posso scrivere quanto questo mi abbia onorata.

Ci siamo detti molte cose, tu ed io, a letto nel cuore della notte - io stesa di traverso, col capo sul tuo petto o annodata a un tuo braccio, tu che mi accarezzi i capelli o che delinei un mio fianco con le dita -, abbiamo discusso dei futuri e del presente, dei luoghi e dei momenti, delle persone e dei progetti.
Ci siamo detti molte cose, quella sera sulla porta di casa, prima che ti lasciassi partire ancora una volta - ché a volte l'Abisso è un po' più profondo, e non sono la fatica o il dolore fisico a prostrare davvero, quanto più il rischio di non ritrovarsi più, di perdere ognuno la propria lucentezza, l'idea terribile di non essere più così vivi.
Ci siamo detti molte cose, con le braccia strette attorno alle spalle, i nasi nelle conche delle clavicole, le mani a trattenere i visi o sotto i maglioni a trattenere la pelle.
Ci siamo detti molte cose, tu ed io, in mezzo a tutti, senza parlarci, a volte senza nemmeno guardarci.

Ci siamo detti molte cose, noi tre, con la semplice presenza reciproca in certi attimi fondamentali.
Ci siamo detti molte cose, occhi negli occhi.
Ci siamo detti molte cose, ognuno al proprio posto, ognuno con i pezzi del proprio puzzle disposti nella giusta combinazione.
Che impressione vederci cresciuti. Che felicità saperci ancora uniti.

Ci siamo detti molte cose, noi due, ieri sera, seduti a prendere un caffè in quel bar.
Ci siamo detti molte cose incomunicabili, riguardo certi mali invincibili e certi lividi indelebili, che se ne stanno sopiti finché non li sfiori - e allora il loro dolore ti esplode in testa, ti affonda gli artigli nel petto e non ti lascia respirare.
Ci siamo detti molte cose, come due specchi l'uno di fronte e all'altro - ché, a volte, servono gli altri per ricordarsi il proprio percorso, ciò che è stato fatto e ciò che della vita si è imparato, tutta la pece alla quale abbiamo dato fuoco e tutti i maremoti che non ci hanno annegati.
Ci siamo detti molte cose, mentre prendevamo un caffè con i nostri fantasmi - quelli che non ci lasciano mai, che nei momenti più luminosi sono, semplicemente, nascosti dietro l'angolo ad aspettarci, quelli con i quali dobbiamo imparare a convivere, quelli che a volte si gonfiano, ululano e reclamano attenzioni e opporsi non serve a nulla, bisogna trovare la furbizia del compromesso, offrirgli un caffè, capire che si è più liberi quando non si combatte forsennatamente.
Ci siamo detti molte cose, noi due, con la sincerità di un legame che non si può spiegare, nutrito dalla più umana comprensione e dall'empatia più cristallina.
Alcune cose che mi dici, vorrei davvero inciderle sui miei muri.

Ci siamo dette molte cose, me stessa ed io, mentre correvo nel buio di una sera feriale, per le vie del centro, desertificate dall'ora di cena.
Ci siamo dette molte cose, mentre gli Skunk Anansie mi riempivano le orecchie e io chiedevo alle mie gambe, sfinite dalla giornata, di correre, per lasciarmi pensare, per lasciare entrare un po' di ossigeno fra le emozioni e i sentimenti che avevo, tutti annidati, compressi e pulsanti nel torace.
Ci siamo dette molte cose, mentre osservavo il mio riflesso nelle vetrine dei negozi, mentre cercavo la tensione dei muscoli sotto il tessuto scuro, mentre mi interrogavo sulla fatica che stavo facendo, se fosse sufficiente, se la gola potesse bruciare di più.
Ci siamo dette molte cose, me stessa ed io, una volta a casa, davanti allo specchio.
A volte non distinguo più chi supplichi l'altra di darsi un po' di pace, di estirparsi dalla mente l'idea che si possa fare abbastanza anche senza dissanguarsi, che per misurare il proprio valore non si debba sempre varcare un limite.

Sto bene, ma ogni tanto penso un po' più del solito.



Ottobre. Io adoro ottobre. E' così tondo, arancione, caldo e freddo, con quella temperatura che di pomeriggio puoi azzardare ancora una magliettina, mentre al mattino esci di casa rintanata nei maglioni.
L'altro giorno stavo camminando sul lungolago, beandomi dei colori caldi degli alberi d'autunno, quando ho pensato che fosse inaccettabile non aver ancora inserito in carta un dolce che fosse un po' il ritratto di questa stagione.
E quindi ecco un tortino dalla consistenza fondente e dal gusto intenso, con la morbidezza della castagna e il tocco ruffiano del cioccolato, accompagnato dalla dolcezza sfacciata dei cachi [dei quali sto facendo indigestione, soprattutto nella versione a polpa soda] e dalla croccantezza della pera essiccata.
Semplicissimo.


Tortino di castagne e cioccolato

Ingredienti

400 g di castagne lessate*
200 g di cioccolato fondente [70%]
200 g di burro
6 uova
60 g di zucchero
3 g di sale
una punta di chiodo di garofano pestato [proprio una punta]

Procedimento

Preriscaldate il forno a 170°C.

Nel microonde, o a bagnomaria, fondete il cioccolato con il burro.
Intanto, frullate e passate al setaccio le castagne.
Dividete albumi e tuorli; lavorate i bianchi fino a renderli spumosi, aggiungetevi lo zucchero e continuate a montarli fino a ottenere una meringa soda e lucida.
Aggiungete i tuorli, uno ad uno, al composto di burro e cioccolato. Incorporatevi anche la crema di castagne, salate e aromatizzate col chiodo di garofano.
Unite gli albumi montati gradualmente, in modo da non far perdere loro troppo volume [mescolate delicatamente con movimenti verticali, non circolari].

Imburrate e spolverate di cacao amaro [la farina lascerebbe tracce bianche sul tortino sformato] l'interno degli stampini. Versatevi l'impasto e infornate per 13 minuti [lo stecchino deve uscirne pulito, ma il tortino non deve essere secco].

*Per comodità, credo possiate sostituire le castagne con una buona crema delle stesse, già pronta. Cercatela con poco zucchero e, comunque, regolatene la quantità all'interno del dolce.

Coulis di cachi e vaniglia

Ingredienti

4 cachi maturi
una bacca di vaniglia

Procedimento

Pulite i cachi e frullatene la polpa insieme ai semi di vaniglia. Passate il coulis al setaccio.

Pere essiccate

Se avete un essiccatore, semplicemente affettatele molto finemente e lasciatele asciugare finché non saranno croccanti [a me ci son volute 7 ore].
Con il forno: disponete le fette [sottili!] di pera su una placca foderata di carta forno [magari, ai bordi mettete qualche posata/altro per tenere fermo il foglio, altrimenti rischiate che vi svolazzi per il forno] e lasciatele essiccare regolando la temperatura fra i 40°C e i 60°C.

Montaggio del dolce

In una fondina, versate un po' di coulis di cachi. Posate il tortino, aggiungete un po' di caco fresco sulla superficie, completate con una foglia di pera essiccata.


martedì 7 ottobre 2014

Guinness chocolate cake. | 23 anni, una identità.

Eravate stupendi e assurdi, tutti seduti attorno a quel tavolo.
In fondo, lo sapevo, che ci sareste stati [forse, per questo non ho percepito alcuna fatica questo weekend, per questo non mi è pesata alcuna delle ore che ho trascorso in cucina per preparare quello che avreste assaggiato anche voi, per questo non mi sarei mai fermata, nonostante mi stessi addormentando in auto al primo accenno di traffico, domenica mattina], ma immaginare non significa sapere e vederlo non significa crederci.
We accept the love we think we deserve, diceva un film.
Sconfiggere l'incapacità ad accettare di essere amati, penso, sia una delle nostre fatiche più penose e insormontabili. Ma voi, voi, siete stati innegabili.


Mi è assolutamente inspiegabile il talento della vita a ribaltarsi, completamente, nel giro - anche - di una manciata di mesi.
Un anno fa cercavo lavoro a Roma. Poi ci sono state le settimane a sperare con ogni fibra del mio essere per quello stage, mentre pesavo tisane e vendevo decotti in un'erboristeria. Poi lo stage, conclusosi prematuramente per una fortunatissima serie di sfortune [ogni volta che passo sotto quel semaforo, a Cameri, dove mi sono fermata per rispondere al telefono quel pomeriggio, dove ho accettato quel - Il, il mio - lavoro, ogni volta non posso che ricordare, sorridere, ridere, ringraziare tutto il Caso e il Caos del mondo]. Poi le settimane di isolamento lassù, a [non voglio nemmeno ricordare quanti] chilometri da tutto e tutti, in mezzo al nulla [credo di aver toccato poche altre volte un fondo tanto buio come quella sera, seduta su quelle scale scricchiolanti e impolverate, una cosa che Like a rolling stone era diventata la colonna sonora delle mie giornate]. Poi la firma del contratto di affitto qui, senza un lavoro fisso e con un futuro totalmente incerto [ma il ricordo delle lacrime di felicità e di sollievo che ho pianto sapendo di riavere una casa non me lo toglierà mai nessuno]. Poi la firma dell'altro contratto, poter finalmente frenare l'ansia del non avere garanzie. Poi Tu. Poi questi mesi, ad affrontare ogni giorno questa nuova vita, a capire come indossarla, come conciliare tutta questa improvvisa stabilità con i maremoti del passato, come fidarmi del Bene, come sentire mie delle pareti e una divisa totalmente nuove e sconosciute.
Alla candelina sulla torta dei miei 22 anni, avevo chiesto un'identità.
Ho spento la fiamma che ha inaugurato i miei 23 anni vestendo la mia giacca da cuoca, al lavoro, con Lui al mio fianco e i miei amici e la mia famiglia attorno.
Passi una vita a non sapere chi sei, poi un giorno ti guardi addosso, ti guardi attorno e, improvvisamente, capisci tutto.


Ho sempre avuto il terrore della durata delle Cose. Sempre all'erta, sono abituata a tenermi d'occhio le spalle per paura che il futuro mi sottragga il presente e a tendere le orecchie per ascoltare quel maledetto ticchettio che preannuncia il deflagrarsi, puntuale, di tutto, prima o poi.
Detesto scegliere, perché comporta rinunciare a qualcosa, e io - con molta maturità - voglio tutto, non posso perdermi nulla.
Forse per questo mi sono fatta iniettare dell'inchiostro che m'imprimesse addosso la mia identità, che la rendesse stabile, immutabile, viva finché io esisterò. Ho chiesto alla mia pelle di fermarmi, ho chiesto al mio involucro di donarmi quella stabilità che il mio animo non conosce.
E l'ho fatto con te, perché - pur avendo sempre pensato all'amore come al più fallimentare dei progetti -  ho deciso di smettere di credere a tutte le idiozie del mio cervello viziato da drammi adolescenziali, film drammatici e poeti maledetti.
Preferisco credere in noi: è molto più produttivo e libera una quantità maggiore di endorfine.


Una volta, qualcuno mi disse: "Chissà quanto spesso si sorprenderà, mantenendo un così rigido controllo su ogni aspetto della sua vita."
Probabilmente, questo mio essere vagamente ossessionata dal controllo sulla Realtà non è ancora sparito, ma quanto vi ho adorati quando mi sono resa conto che eravate riusciti a mettermi in scacco, a realizzare qualcosa che non avessi previsto, a sorprendermi.
Il regalo più importante che poteste farmi è stato proprio quello di dimostrarmi che chiudere gli occhi e lasciar fare gli altri, senza controllare ogni millimetrico particolare, senza cercare di prevedere ogni evoluzione dei fatti, venire spiazzati, non poter sfoderare alcuna reazione preconfezionata, non è letale.
Mi avete sorpresa, sono sopravvissuta.

[La mia parte control freak se ne sta in un angolo, palesemente sconfitta e con il broncio, da domenica, grazie.]


Dovrei scrivere tutta la notte per rendere giustizia a voi e a questo anno, ma forse potrei accorciare la faccenda, semplicemente con delle diapositive:
- lei che arriva da Roma per trascorrere qui il weekend, disegna ombromini su piatti cucinati da me, dorme serena a casa mia mentre io esco all'alba per andare al lavoro, mi raggiunge in cucina e si mette a disegnare
- lei che mi fa recapitare profumatissimi mazzi di rose al lavoro
- voi che mi aspettate alla fine del servizio, vedervi dietro il vostro bancone, ghirigori e carta velina, stima e affetto, Arona di notte ed euforia
- tu che ti presenti in cucina con un mazzo di fiori che dimostra quanto mi conosci, iniziare il servizio saltellando dal forno alle piastre, sporcare mezza cucina per aprire una latta di acciughe
- gli occhi di mio padre e le sue infinite camicie azzurre
- cucinare per un cuoco, una pittrice, un'illustratrice, uno scrittore, una fotografa, un potenziale serial killer con un inimmaginabile senso della giustizia e, be', il mio supereroe preferito [dai, via libera alle battutone sul complesso di Elettra, forza.]
- arrivare a casa tua sfinita, aprire la porta pronta a schiantarmi a letto, trovarvi tutti in soggiorno, l'abbraccio di tua madre, il brindisi senza parole, il mio appetito che resuscita appena ti vedo cucinare
- lei che disegna, la pelle che brucia, compiere un gesto irreparabile quando sai che di davvero irreparabile, nella vita, non esiste nulla
- tua sorella, lui, la capacità che avete, voi tutti, di farmi sentire accolta
- la sua sincerità, affilata e indispensabile come certi coltelli
- descrivere tutto questo pensando a come arrivare ai 24 con ancora più vita addosso, sulla pelle, negli occhi.

Io, davvero, non ho parole per ringraziarvi.
Siete stati incredibili.


GUINNESS CHOCOLATE CAKE

Fra tutto ciò che sono riuscita a sfornare per il brunch di domenica, di certo non potevo non infilare una tortina fuori programma: il pretesto era una ricetta da provare, la scusa il mio compleanno, la motivazione è che senza la componente culinaria non mi sento legittimata a pubblicare un post.
Avevo già provato la celebre Guinness Cake - leitmotiv della blogosfera fino a qualche tempo fa -, utilizzando questa ricetta. Questa volta ho voluto provare quella di Trish Deseine [una garanzia quando si tratta di calorie] e, ammetto, di averla preferita: l'impasto risulta più ricco e meno asciutto, mentre identica rimane la particolare morbidezza conferita dalla birra. A livello di gusto, la ricetta di Sigrid è più gentile, questa rimane un po' tostata, severa, soprattutto quando la si assaggia senza glassa [a proposito: seguendo la ricetta, ho utilizzato del mascarpone, ma forse il risultato è stato eccessivamente dolce; proverei con il classico cream cheese, oppure sostituendo parte del mascarpone con dello yogurt greco, oppure, semplicemente, diminuendo lo zucchero].
Fra parentesi le dosi della ricetta originale.

PS: è una goduria da affettare

Ingredienti

275 g di farina 00
200 g di burro [250]
300 ml di Guinness [250]
250 g di zucchero di canna muscovado [125 g di zucchero bianco semolato + 125 g di muscovado]
150 g di panna acida [150 g di panna fatta addensare con due cucchiai di aceto bianco/di mele o limone]
80 g di cacao amaro
2 uova
10 g di lievito in polvere per dolci
3 g di sale

300 g di mascarpone
50 g di panna
100 g di zucchero a velo

Procedimento

Preriscaldare il forno a 175°C.

In un pentolino [o nel micro], sciogliete il burro con la Guinness e il cacao, facendo attenzione a non cuocere il composto [fate fondere a fuoco dolce, mescolando, e spegnete non appena il burro s'è dissolto].
In una bowl rompete le uova e aggiungete la panna acida, la farina, il lievito, lo zucchero e il sale, un ingrediente alla volta.
Incorporate, versandolo a filo, il composto di burro, birra e cacao.
Una volta ottenuto un impasto liscio e omogeneo, infornate [il mio stampo misurava 20 cm di diametro] per circa 60 minuti [a metà cottura vi consiglio di coprirla con un foglio di alluminio, altrimenti l'esterno si secca eccessivamente e rischia di bruciare, mentre l'interno rimane crudo].
Superata la prova stecchino, sfornate e lasciate raffreddare.

Mescolate mascarpone, panna e zucchero con una frusta [in planetaria, se l'avete].
Disponete la glassa sulla torta. Servite a temperatura ambiente.

PS: Un grazie anche ai miei colleghi, a Debora e a Raffaella, che hanno sopportato i miei nervi a fior di pelle per tutto il weekend e hanno chiuso un occhio - o più? - di fronte alla mia testa molto, molto, distratta. Cucina 41, tvb.

Il fidanzato [cuoco decisamente migliore della blogger] consiglia: per accentuare il gusto di Guinness, si potrebbero utilizzare 250 ml di birra + 50 ml di riduzione della stessa.
Passo e chiudo. (: