La felicità di certi momenti vorrei metterla sottovuoto. Vorrei chiuderla in una busta trasparente, etichettarla con una data, un luogo, dei nomi, riporla in frigorifero ed essere sicura che niente possa guastarla. Anzi, niente frigorifero, direttamente in abbattitore, così sì che sarei certa di poterla conservare il più a lungo possibile: protetta, intoccabile, felicità allo stato puro, sottovuoto.
Andrei a contemplarla di tanto in tanto: prenderei fra le mani la busta, la osserverei per bene, tronfia di aver messo in scacco la degradabilità dell'emozione più intensa e delirante, leggerei e rileggerei l'etichetta, annuendo fra me e me per l'esattezza dei ricordi riportati.
Sigillerei sottovuoto la serata di martedì.
L'espressione sul tuo viso quando ti ho detto chi avremmo avuto a cena, il saltare fuori dal letto esagitati, per fare colazione a mezzogiorno discutendo il menù, il pensare e ripensare, cambiare le idee fra una tappa e l'altra del nostro giorno libero - sempre più impegnativo di quelli lavorativi -, l'Esselunga a passo di marcia, tu prendi questo, io cerco quello, l'adrenalina come al primo servizio della prima sera in cucina, il tempo che vola e la casa da riordinare, la tavola da apparecchiare, tutti i cosa mi metto del mondo, il voler prevedere per essere pronta e il capire che improvvisare, alla fine, è sempre la scelta migliore.
Il tuffo al cuore sentendo i colpi alla porta, tu che mi presenti la tua felicità e io che ti presento la mia, la conversazione più naturale che potessi mai immaginare, la tensione che, lentamente, inizia a sfumare con la familiarità, l'incredulità continua negli sguardi fugaci che ci lanciamo, io che non so più come sorridere e il cuore che sembra collassarmi per le emozioni.
La penisola della cucina che si trasforma in pass, io da una parte e tu dall'altra, i gesti che si coordinano da soli, il loro "Vedervi cucinare insieme è davvero emozionante: lavorate all'unisono", l'orgoglio di averti accanto che mi si gonfia dentro.
Osservarvi davanti a me, voi tre, osservare la situazione da fuori, estraniarmi un attimo per realizzare che mai avrei pensato di vivere qualcosa del genere, che non mi sembro nemmeno io - Davvero sto così bene? Davvero ho delle persone così eccezionali al mio fianco? Davvero queste persone credono così tanto in me? -, pensare che quella solitudine non dev'essere mai esistita davvero, che la vita vera dev'essere questa, così, che è così che devono andare le cose, che la morte non esista più [e questa volta non è solo il verso di una canzone], che esistiamo noi.
Di martedì sera vorrei conservare in eterno le tue mani che stringono le mie spalle nel salutarci, il tuo sorriso e i nostri occhi luccicanti.
Vorrei preservare il tuo abbraccio quando ho chiuso la porta dietro di loro, il sentire di avere una casa come in nessun altro momento della mia vita.
A volte penso che la metterei sottovuoto, la felicità. Poi mi rendo conto che essa appartiene agli attimi, che il momento in cui l'assaggi è l'unico in cui puoi gustarla.
Oltre ci sono i ricordi, che sono come quei cibi che ti riportano ad alcuni momenti della tua vita, ad alcune persone, ad alcuni luoghi: ogni volta che li riassaggi ti permettono di tornare un po' indietro, di sorridere ancora affondando il cucchiaino, di perderti un po' e di ritrovarti.
La torta di pane è, per me, uno di questi cibi. Ogni volta che mi metto a rovistare nel sacco del pane raffermo torno indietro a quei sabati in cui tu preparavi la pizza, la cuocevi nel forno a legna sotto il portico e poi, mentre le braci si spegnevano, infornavi la torta di pane.
La tua torta era con cacao amaro, amaretti, uvetta e pinoli - quelli che rimanevano in superficie e si tostavano per bene erano sempre i miei preferiti -, la mia è monoporzione, composta da pane di segale, pesche, miele e rosmarino.
Perché, lo sai, faccio sempre di testa mia, ma l'ispirazione da qualche parte mi arriva.
Tortini di pane di segale, con pesche, miele e rosmarino
Non maleditemi, ma qui la ricetta non esiste. Anche se la preparo al ristorante, anche se non è così che si cucina professionalmente, anche se, anche se.
La ricetta non esiste perché non esisteva nemmeno allora, quando papà mi diceva di versare latte fino a coprire il pane, qualche cucchiaio di cacao, un po' di zucchero, amaretti a volontà, una manciata di uvetta, una pioggia di pinoli.
Quindi, prendete del pane, spezzettatelo per bene e mettetelo in una confortevole bowl, dove se ne stia ben largo. Ricopritelo di latte, fresco e intero, e lasciate che lo assorba per qualche ora.
Intanto colate in un pentolino qualche cucchiaiata di miele, fatela scaldare dolcemente, spezzettateci dentro qualche rametto di rosmarino e lasciatelo in infusione per mezz'ora.
Unite al pane il miele filtrato, qualche pesca matura e succosa tagliata a cubetti, mescolate il tutto, magari con un mixer a immersione per rendere la texture un po' più fine, assaggiate e, nel caso non sia sufficientemente dolce, aggiungete dell'altro miele.
Dividete l'impasto in stampi monoporzione e cuocete in forno [io li ho cotti a bagnomaria, ma non è necessario], a 160°C, per circa 45 minuti - un'ora [saranno pronti quando, sodi, si staccheranno dai bordi degli stampini].
Lasciateli raffreddare completamente [meglio per una notte], sformateli e serviteli con pesche fresche affettate e un po' di miele al rosmarino [preparato come sopra].
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giovedì 24 luglio 2014
sabato 3 maggio 2014
Una luce perfetta.
Sono settimane che non ci parliamo, tu ed io. Ogni tanto torno a casa tua, quando tu sei al lavoro, a prendere pezzi di me che mi sono lasciata dietro: oggetti che portano le mie impronte, vestiti che conservano ancora il mio profumo, immagini, ricordi.
Vorrei che la mia ombra sparisse da quelle stanze, sbiadisse gradualmente, fino a portarti a dubitare della mia esistenza.
Dimentichiamoci, ti va? Sarà meno doloroso. Ci siamo sempre feriti, tu ed io, soprattutto tentando di farci - con la maldestria di chi sperimenta cose impossibili - del bene.
Dimenticami, davvero. Fa' in modo di non toccarmi mai più - non voglio mai più essere nemmeno sfiorata da te, dalle tue parole sgraziate, dai tuoi colori sgargianti, dal tuo cibo casuale, dalle tue risate stonate, dalla tua perfezione facile, dai tuoi occhi ciechi.
Dimenticami, perché, ora che non ti ho più, ora che non mi hai più, sto bene.
Continuo a cucinare, ogni giorno, per lavoro, per il mio pezzo inossidabile di famiglia, per gli amici, per me stessa.
Ho capito che le ossessioni vanno assecondate, non soppresse, perché nulla avrà mai la potenza di un'ossessione libera di esplodere. Sai quanto male mi sono fatta, cercando di capire come trattarla, come giocarci senza ferirmi, come sfogarla senza distruggermi. Sai quante volte ho pensato di accantonarla, chiuderla in un barattolo e lasciarla spegnere, perché pensavo non potesse convivere con un certo lato di me. Anche oggi, non posso dire di esserne totalmente padrona - forse non lo sarò mai -, ma ho capito che, spesso, per sapere esattamente cosa si sta facendo, e sapere se lo si sta facendo al meglio, è necessario perdere l'autocontrollo.
E non sai quanto diventa divertente, a quel punto.
Sai che ho una casa? Travi in legno e abbaini, ancora in fase di arredo, ma con una luce perfetta.
Ci sono libri sparsi dovunque, perché sono disordinata anche nelle letture, valigie e scatoloni spuntano ancora qua e là, alcuni ribelli fili elettrici stanno aspettando le loro lampade per redimersi. Ho poche pentole e il frigorifero perennemente desolato, come ogni persona che cucina per lavoro. Ci sono sempre delle fragole, però, del cioccolato, qualche tazza con i fondi abbandonati dei miei caffè americani.
Non immagini che impressione invitare gli amici e vederli seduti sul mio divano, arrampicati sugli sgabelli attorno all'isola della cucina, cenare con loro, bere vino, fumare qualche sigaretta, perdersi a parlare fino a notte fonda: le sere scorrono e fra quei muri si accumulano nuovi ricordi, echi di parole e di gesti.
Ogni mattina mi sveglio, scivolo con lo sguardo sulle venature del legno del soffitto, mi stiracchio fra le lenzuola rigorosamente bianche, mi godo quella luce perfetta e lo realizzo: ogni mattina realizzo che ho un posto dove stare. Finalmente.
Credo di star vivendo uno dei periodi più intensi della mia vita [e, mentre lo scrivo, già so che qualcosa di ancor più denso mi attende dietro l'angolo, perché la vita si comporta così, non si ferma mai, non ti dà mai tregua], ma come faccio a raccontarti delle mie giornate che sfuggono, lasciandomi disfatta e adrenalinica?
Dall'ultima volta in cui ci siamo visti, quel grigio mattino di aprile, in cui faceva quasi freddo [o forse era colpa del mio maglioncino traforato], ho imparato che certi abbandoni, certe sparizioni, certi distacchi, fanno male solo se li chiami così, mentre, in realtà, sono solo una forma travestita di liberazione. Ho imparato che la soddisfazione, in fondo, è insipida, e dura giusto quei cinque secondi in cui lasci la tua firma su un foglio o sorridi a un complimento: l'attimo seguente devi cercare già qualcosa di nuovo con cui dare significato a quello che hai. Ho imparato a scrivere lettere con la voce, e a spedirle dall'altra parte del mondo. Ho imparato a collegare cavi elettrici e ad usare un avvitatore. Ho imparato ad alzarmi da una panchina in riva al lago e andarmene, riconoscendo di non poter più fare bene. Vorrei poterti dire di aver imparato ad affilare bene i coltelli con la pietra, ad essere rapida e precisa allo stesso tempo, a non sentirmi in soggezione e ad essere più indulgente con me stessa, ma no, per questo ci vorrà ancora del tempo. Soprattutto per l'affilatura dei coltelli.
Non so perché abbia deciso di scriverti, oggi. Forse volevo solo farti sapere che sto bene, e che non mi manchi.
Ti lascio un ultimo assaggio della mia vita, una delle torte che preparo per le alzatine che svettano all'ora di pranzo nella sala di Cucina 41: dolci semplici, ma piacevoli, per avviare il pomeriggio con l'umore giusto. Ieri pioveva: ho usato amaretti e caffè, in un impasto soffice e umido [il trucco è usare la panna, nel caso ti venisse voglia di infornare qualcosa].
Le foto sono state scattate a casa mia: c'è proprio una luce perfetta, non trovi?
TORTA MORBIDA CON AMARETTI E CAFFÈ
Ingredienti
300 g di farina 00
100 g di amaretti sbriciolati
400 g di panna da montare
50 g di burro fuso [facoltativo *]
180 g di zucchero
2 uova
10 g di lievito per dolci
una tazzina di caffè
un cucchiaio di caffè solubile
un pizzico di sale
Procedimento
Preriscalda il forno a 180°C.
Monta uova e zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro e spumoso. Aggiungi la panna, fai montare ancora per un paio di minuti, poi unisci la farina, gli amaretti, il caffè, il lievito e il sale.
Versa l'impasto in uno stampo imburrato e infarinato, inforna per circa mezz'ora [prova stecchino].
* conferisce maggiore sofficità all'impasto, ma non è necessario
Vorrei che la mia ombra sparisse da quelle stanze, sbiadisse gradualmente, fino a portarti a dubitare della mia esistenza.
Dimentichiamoci, ti va? Sarà meno doloroso. Ci siamo sempre feriti, tu ed io, soprattutto tentando di farci - con la maldestria di chi sperimenta cose impossibili - del bene.
Dimenticami, davvero. Fa' in modo di non toccarmi mai più - non voglio mai più essere nemmeno sfiorata da te, dalle tue parole sgraziate, dai tuoi colori sgargianti, dal tuo cibo casuale, dalle tue risate stonate, dalla tua perfezione facile, dai tuoi occhi ciechi.
Dimenticami, perché, ora che non ti ho più, ora che non mi hai più, sto bene.
Continuo a cucinare, ogni giorno, per lavoro, per il mio pezzo inossidabile di famiglia, per gli amici, per me stessa.
Ho capito che le ossessioni vanno assecondate, non soppresse, perché nulla avrà mai la potenza di un'ossessione libera di esplodere. Sai quanto male mi sono fatta, cercando di capire come trattarla, come giocarci senza ferirmi, come sfogarla senza distruggermi. Sai quante volte ho pensato di accantonarla, chiuderla in un barattolo e lasciarla spegnere, perché pensavo non potesse convivere con un certo lato di me. Anche oggi, non posso dire di esserne totalmente padrona - forse non lo sarò mai -, ma ho capito che, spesso, per sapere esattamente cosa si sta facendo, e sapere se lo si sta facendo al meglio, è necessario perdere l'autocontrollo.
E non sai quanto diventa divertente, a quel punto.
Sai che ho una casa? Travi in legno e abbaini, ancora in fase di arredo, ma con una luce perfetta.
Ci sono libri sparsi dovunque, perché sono disordinata anche nelle letture, valigie e scatoloni spuntano ancora qua e là, alcuni ribelli fili elettrici stanno aspettando le loro lampade per redimersi. Ho poche pentole e il frigorifero perennemente desolato, come ogni persona che cucina per lavoro. Ci sono sempre delle fragole, però, del cioccolato, qualche tazza con i fondi abbandonati dei miei caffè americani.
Non immagini che impressione invitare gli amici e vederli seduti sul mio divano, arrampicati sugli sgabelli attorno all'isola della cucina, cenare con loro, bere vino, fumare qualche sigaretta, perdersi a parlare fino a notte fonda: le sere scorrono e fra quei muri si accumulano nuovi ricordi, echi di parole e di gesti.
Ogni mattina mi sveglio, scivolo con lo sguardo sulle venature del legno del soffitto, mi stiracchio fra le lenzuola rigorosamente bianche, mi godo quella luce perfetta e lo realizzo: ogni mattina realizzo che ho un posto dove stare. Finalmente.
Credo di star vivendo uno dei periodi più intensi della mia vita [e, mentre lo scrivo, già so che qualcosa di ancor più denso mi attende dietro l'angolo, perché la vita si comporta così, non si ferma mai, non ti dà mai tregua], ma come faccio a raccontarti delle mie giornate che sfuggono, lasciandomi disfatta e adrenalinica?
Dall'ultima volta in cui ci siamo visti, quel grigio mattino di aprile, in cui faceva quasi freddo [o forse era colpa del mio maglioncino traforato], ho imparato che certi abbandoni, certe sparizioni, certi distacchi, fanno male solo se li chiami così, mentre, in realtà, sono solo una forma travestita di liberazione. Ho imparato che la soddisfazione, in fondo, è insipida, e dura giusto quei cinque secondi in cui lasci la tua firma su un foglio o sorridi a un complimento: l'attimo seguente devi cercare già qualcosa di nuovo con cui dare significato a quello che hai. Ho imparato a scrivere lettere con la voce, e a spedirle dall'altra parte del mondo. Ho imparato a collegare cavi elettrici e ad usare un avvitatore. Ho imparato ad alzarmi da una panchina in riva al lago e andarmene, riconoscendo di non poter più fare bene. Vorrei poterti dire di aver imparato ad affilare bene i coltelli con la pietra, ad essere rapida e precisa allo stesso tempo, a non sentirmi in soggezione e ad essere più indulgente con me stessa, ma no, per questo ci vorrà ancora del tempo. Soprattutto per l'affilatura dei coltelli.
Non so perché abbia deciso di scriverti, oggi. Forse volevo solo farti sapere che sto bene, e che non mi manchi.
Ti lascio un ultimo assaggio della mia vita, una delle torte che preparo per le alzatine che svettano all'ora di pranzo nella sala di Cucina 41: dolci semplici, ma piacevoli, per avviare il pomeriggio con l'umore giusto. Ieri pioveva: ho usato amaretti e caffè, in un impasto soffice e umido [il trucco è usare la panna, nel caso ti venisse voglia di infornare qualcosa].
Le foto sono state scattate a casa mia: c'è proprio una luce perfetta, non trovi?
TORTA MORBIDA CON AMARETTI E CAFFÈ
Ingredienti
300 g di farina 00
100 g di amaretti sbriciolati
400 g di panna da montare
50 g di burro fuso [facoltativo *]
180 g di zucchero
2 uova
10 g di lievito per dolci
una tazzina di caffè
un cucchiaio di caffè solubile
un pizzico di sale
Procedimento
Preriscalda il forno a 180°C.
Monta uova e zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro e spumoso. Aggiungi la panna, fai montare ancora per un paio di minuti, poi unisci la farina, gli amaretti, il caffè, il lievito e il sale.
Versa l'impasto in uno stampo imburrato e infarinato, inforna per circa mezz'ora [prova stecchino].
* conferisce maggiore sofficità all'impasto, ma non è necessario
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Agnese,
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caffè,
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torte morbide
venerdì 20 dicembre 2013
Buchteln. | Appunti.
Mi alzo alle 7.30 per fotografare, e poi rimango appoggiata al frigorifero, in attesa che si faccia giorno, mangiando briciole di brioche e bevendo tazze bollenti di tè nero speziato. E mentre maledico la lentezza della luce, ammiro quello che i primi raggi di Sole fanno con le nuvole, con i muri, con i tetti e gli alberi. Albe dai colori incredibili, capaci di dar senso a sveglie che suonano in anticipo mentre io arrivo, comunque, in ritardo.
Sono passati nove mesi, eppure, certe parole mi immobilizzano ancora alla poltroncina rossa del teatro, colonna vertebrale drizzata e luci spietate negli occhi. Mi chiedo come abbiano imparato a calibrare bene e male così perfettamente. Vorrei essere capace di spogliare per liberare, come fanno loro, vorrei la loro delicatezza nell'affondare la lama nel costato, vorrei la loro sfrontatezza nel chiamare con nome esatto i sentimenti e le emozioni, vorrei la loro innocenza nel far emergere quanto l'umanità sia disumana, a volte, vorrei la loro trasparenza nell'innamorarmi della fragilità di certe vite.
Vorrei la loro bellezza, il loro continuo mutare senza tradire l'essenza.
Adoro le persone.
Se potessi, se fosse umanamente possibile, vorrei trascorrere la maggior parte del mio tempo a conoscere sconociuti. Ovviamente, non una conoscenza di superficie.
Scambiarsi pezzi di vita, ricordi, sogni, riflessioni, libri, musica e film, senza obblighi o concessioni, in autostrada, in chat, dietro a due tazzine di caffè, su un lungolago di notte.
Per me è davvero impossibile resistere alle persone.
Oggi ho inviato qualche curricula a Torino: l'altra sera era particolarmente affascinante, sotto la luna tonda e splendente, Piazza Castello svuotata dall'ora tarda e dal freddo, i soffitti di Palazzo Madama che si lasciavano spiare dalle vetrate. Si sa, di notte è più facile lasciarsi ammaliare, e io voglio cascarci sempre.
[Gran parte della mia inconcludenza sarà forse dovuta al fatto che non escludo mai alcuna possibilità? Chissà.]
Ho sempre avuto le mani fredde. Ogni volta che tentavo di impastare un pane, o una brioche, fallivo miseramente.
Poi è arrivato il Kitchen Aid, e ha permesso che io e lievitati facessimo amicizia.
[Giustamente, ora sono intollerante ai lieviti, ma questo non è importante.]
Avevo voglia di preparare una brioche, ma non avevo uova in frigorifero.
Poi ho chiesto a Internet, e ho scoperto che la brioche viene ottima anche senza uova.
Insomma, ogni tanto bastano i mezzi giusti per riuscire in qualcosa che credevi impossibile.
BUCHTELN
Originari della Boemia, fanno parte della tradizione culinaria ungherese, austriaca e ladina. Si tratta di focaccine tondeggianti ripiene di marmellata, cotte l'una accanto all'altra in una teglia, in modo che si attacchino. La cosa bella è quando le si divide per mangiarle: immaginate il dolce sulla tavola della colazione, tiepido di forno, immaginate quando separate le due brioches, il profumo fragrante di burro e zucchero, la confettura che ha macchiato l'impasto soffice in qualche punto.
La mia formula eretica per i buchteln prevede pasta brioche senza uova [non credevo rimanesse così soffice, ma mi sono dovuta ricredere, con molto piacere: alla terza mattina è ancora perfetta, soprattutto se la si scalda un po'] e confettura di frutti di bosco.
Ovviamente, potete utilizzare la vostra ricetta preferita per l'impasto.
Ingredienti
250 g di farina 00
250 g di manitoba [o 500 g di farina 00, no problem]
80 g di zucchero
70 g di burro morbido
250 g di latte intero tiepido
3 g di sale
25 g di lievito di birra, oppure 7 g di lievito disidratato
vaniglia [in bacca, estratto, o come la preferite]
confettura a vostra scelta
burro e zucchero q.b. per la rifinitura
Procedimento
Sciogliete il lievito [se in panetto] in mezzo bicchiere di latte tiepido.
Nella planetaria, o sul piano di lavoro, iniziate miscelando bene tutti gli ingredienti secchi. Aggiungete, poi, gradatamente il latte, il lievito sciolto [oppure quello in bustina, non sciolto] e la vaniglia. Per ultimo, incorporate il burro a fiocchetti.
Impastate per una decina di minuti, finché il burro non sia ben assorbito, e la pasta omogenea e liscia.
Lasciate riposare in un luogo riparato e possibilmente umido [io di solito scaldo il forno a 25°C mentre impasto, e lascio lievitare lì dentro, con un canovaccio inumidito a coprire la ciotola], per almeno due ore, fino a raddoppio.
Una volta lievitato, riprenderete l'impasto e sgonfiatelo su un piano leggermente infarinato, tirando una sfoglia di circa 3 mm di spessore.
Ritagliate dei dischi di almeno 8 cm di diametro, posizionate un cucchiaino di confettura al centro di ognuno di essi e richiudeteli a fagotto.
Disponete i buchteln uno accanto all'altro in una teglia rettangolare, imburrata e inzuccherata.
Fate lievitare per un'altra ora.
Preriscaldate il forno a 180°C.
Completate i buchteln con una pennellata di burro fuso e una spolverata di zucchero. Infornata per 20-30 minuti, fino a doratura.
Passare da un budino in busta a un impasto lievitato si può fare, sì?
Sono passati nove mesi, eppure, certe parole mi immobilizzano ancora alla poltroncina rossa del teatro, colonna vertebrale drizzata e luci spietate negli occhi. Mi chiedo come abbiano imparato a calibrare bene e male così perfettamente. Vorrei essere capace di spogliare per liberare, come fanno loro, vorrei la loro delicatezza nell'affondare la lama nel costato, vorrei la loro sfrontatezza nel chiamare con nome esatto i sentimenti e le emozioni, vorrei la loro innocenza nel far emergere quanto l'umanità sia disumana, a volte, vorrei la loro trasparenza nell'innamorarmi della fragilità di certe vite.
Vorrei la loro bellezza, il loro continuo mutare senza tradire l'essenza.
Adoro le persone.
Se potessi, se fosse umanamente possibile, vorrei trascorrere la maggior parte del mio tempo a conoscere sconociuti. Ovviamente, non una conoscenza di superficie.
Scambiarsi pezzi di vita, ricordi, sogni, riflessioni, libri, musica e film, senza obblighi o concessioni, in autostrada, in chat, dietro a due tazzine di caffè, su un lungolago di notte.
Per me è davvero impossibile resistere alle persone.
Oggi ho inviato qualche curricula a Torino: l'altra sera era particolarmente affascinante, sotto la luna tonda e splendente, Piazza Castello svuotata dall'ora tarda e dal freddo, i soffitti di Palazzo Madama che si lasciavano spiare dalle vetrate. Si sa, di notte è più facile lasciarsi ammaliare, e io voglio cascarci sempre.
[Gran parte della mia inconcludenza sarà forse dovuta al fatto che non escludo mai alcuna possibilità? Chissà.]
Ho sempre avuto le mani fredde. Ogni volta che tentavo di impastare un pane, o una brioche, fallivo miseramente.
Poi è arrivato il Kitchen Aid, e ha permesso che io e lievitati facessimo amicizia.
[Giustamente, ora sono intollerante ai lieviti, ma questo non è importante.]
Avevo voglia di preparare una brioche, ma non avevo uova in frigorifero.
Poi ho chiesto a Internet, e ho scoperto che la brioche viene ottima anche senza uova.
Insomma, ogni tanto bastano i mezzi giusti per riuscire in qualcosa che credevi impossibile.
BUCHTELN
Originari della Boemia, fanno parte della tradizione culinaria ungherese, austriaca e ladina. Si tratta di focaccine tondeggianti ripiene di marmellata, cotte l'una accanto all'altra in una teglia, in modo che si attacchino. La cosa bella è quando le si divide per mangiarle: immaginate il dolce sulla tavola della colazione, tiepido di forno, immaginate quando separate le due brioches, il profumo fragrante di burro e zucchero, la confettura che ha macchiato l'impasto soffice in qualche punto.
La mia formula eretica per i buchteln prevede pasta brioche senza uova [non credevo rimanesse così soffice, ma mi sono dovuta ricredere, con molto piacere: alla terza mattina è ancora perfetta, soprattutto se la si scalda un po'] e confettura di frutti di bosco.
Ovviamente, potete utilizzare la vostra ricetta preferita per l'impasto.
Ingredienti
250 g di farina 00
250 g di manitoba [o 500 g di farina 00, no problem]
80 g di zucchero
70 g di burro morbido
250 g di latte intero tiepido
3 g di sale
25 g di lievito di birra, oppure 7 g di lievito disidratato
vaniglia [in bacca, estratto, o come la preferite]
confettura a vostra scelta
burro e zucchero q.b. per la rifinitura
Procedimento
Sciogliete il lievito [se in panetto] in mezzo bicchiere di latte tiepido.
Nella planetaria, o sul piano di lavoro, iniziate miscelando bene tutti gli ingredienti secchi. Aggiungete, poi, gradatamente il latte, il lievito sciolto [oppure quello in bustina, non sciolto] e la vaniglia. Per ultimo, incorporate il burro a fiocchetti.
Impastate per una decina di minuti, finché il burro non sia ben assorbito, e la pasta omogenea e liscia.
Lasciate riposare in un luogo riparato e possibilmente umido [io di solito scaldo il forno a 25°C mentre impasto, e lascio lievitare lì dentro, con un canovaccio inumidito a coprire la ciotola], per almeno due ore, fino a raddoppio.
Una volta lievitato, riprenderete l'impasto e sgonfiatelo su un piano leggermente infarinato, tirando una sfoglia di circa 3 mm di spessore.
Ritagliate dei dischi di almeno 8 cm di diametro, posizionate un cucchiaino di confettura al centro di ognuno di essi e richiudeteli a fagotto.
Disponete i buchteln uno accanto all'altro in una teglia rettangolare, imburrata e inzuccherata.
Fate lievitare per un'altra ora.
Preriscaldate il forno a 180°C.
Completate i buchteln con una pennellata di burro fuso e una spolverata di zucchero. Infornata per 20-30 minuti, fino a doratura.
Passare da un budino in busta a un impasto lievitato si può fare, sì?
lunedì 16 dicembre 2013
Sorry, I'm human.
Ebbene sì, signore e signori, lettori fidati o casuali avventori: oggi nessuna fragrante bacca di vaniglia, nessun finissimo sableé, nemmeno un grammo di zucchero grezzo. Capita anche a me di avere il frigorifero vuoto, la noia ad alitarmi sul collo, la modalità "procrastinazione selvaggia" nei confronti delle solite faccende del lunedì. Allora, dopo aver aperto almeno una decina di volte ogni anta della cucina, mi arrendo: afferro il pacco di biscotti nel mobiletto della colazione, il preparato in busta per il budino alla vaniglia dall'altro scaffale, il cartone del latte dal frigorifero, e improvviso un dolce per la cena.
Accade anche che arrivi a completarlo prima della pomeridiana discesa delle tenebre invernali, e allora ci scappa il post, con la massima consapevolezza di non aver creato un capolavoro di pasticceria, ma con la certezza che, in ogni caso, questo genere di sorprese, a fine cena, raramente lasciano insoddisfatti.
La riuscita è sicura al 100%, l'esecuzione di una facilità imbarazzante. Trattasi di un favoloso budino alla vaniglia sostenuto e ricoperto da briciole di Pan di Stelle. Applausi, grazie!
BUDINO ALLA VANIGLIA CON PAN DI STELLE
Ingredienti
preparato per budino alla vaniglia
500 ml di latte intero
una manciata di Pan di Stelle
un po' di cannella
un pizzico di sale
un cucchiaio di miele
Procedimento
Preparate il budino seguendo le indicazioni sulla confezione.
Frullate grossolanamente i Pan di Stelle, insieme a cannella, sale e miele.
Disponete un fondo di biscotti nei bicchierini/coppe, ricoprite di budino e terminate con altri biscotti.
Accade anche che arrivi a completarlo prima della pomeridiana discesa delle tenebre invernali, e allora ci scappa il post, con la massima consapevolezza di non aver creato un capolavoro di pasticceria, ma con la certezza che, in ogni caso, questo genere di sorprese, a fine cena, raramente lasciano insoddisfatti.
La riuscita è sicura al 100%, l'esecuzione di una facilità imbarazzante. Trattasi di un favoloso budino alla vaniglia sostenuto e ricoperto da briciole di Pan di Stelle. Applausi, grazie!
BUDINO ALLA VANIGLIA CON PAN DI STELLE
Ingredienti
preparato per budino alla vaniglia
500 ml di latte intero
una manciata di Pan di Stelle
un po' di cannella
un pizzico di sale
un cucchiaio di miele
Procedimento
Preparate il budino seguendo le indicazioni sulla confezione.
Frullate grossolanamente i Pan di Stelle, insieme a cannella, sale e miele.
Disponete un fondo di biscotti nei bicchierini/coppe, ricoprite di budino e terminate con altri biscotti.
mercoledì 11 dicembre 2013
50 boys, 50 lies, 50 I'm gonna change my mind's.
{NP}
Il tempo che perdo è direttamente proporzionale alla quantità di impegni che ho, nonostante arrivare a fine giornata con la metà [siamo ottimisti, dai] della to-do list spuntata mi deprima.
Sarà questo dicembre strano, con queste giornate lunghissime, ma dalla luce breve.
La trasparenza di certi cieli mi distrae, rimango ad osservare l'azzurro farsi arancione, rossastro, violetto, blu per quantità indefinibili di minuti. La trasparenza di certe conversazioni mi rapisce, la conoscenza di cristallo che si crea attraverso le parole, come il ghiaccio che ramifica sulla superficie di un lago, fino a diventare inaspettatamente sicuro. La trasparenza di certe attese, la lucidità tagliente dell'assenza, le folate del vento della Realtà che tolgono il fumo dagli occhi.
Forse, ho semplicemente troppo tempo libero [sono piena di cose da fare, eppure, riesco ancora ad annoiarmi, a lasciare che il pensiero s'infiltri nella concentrazione, facendo franare tutto, ad annodarmi con gli stessi fili che mi tengono in piedi e governano i miei movimenti].
Quindi, ecco che per correggere una cinquantina di foto ci metto giornate intere, e alla fine ne scarto i tre quarti. E quelle che sopravvivono le osservo fino allo sfinimento, il loro, fino a farle suicidare nel Cestino. E i post rimangono nelle bozze. E i documenti di Word si chiudono senza essere salvati.
Ascolto musica sconosciuta, scarico film mai visti, cerco di perdermi nel labirinto di Internet alla ricerca di Minotauri, all'una di notte rimango a fissare i titoli dei libri nella libreria.
Ho decisamente troppo tempo libero.
Vicissitudini personali a parte, ecco le ricette principali degli eventi delle scorse settimane.
Enjoy. (:
APPLE PIE
Per l'apple pie, potete consultare due ricette, già pubblicate:
- qui trovate il classico pie di mele, la ricetta infallibile per questo tipo di torte
- qui, invece, un pie di uva, ma il crust [ovvero il guscio] è simile a quello utilizzato per la torta di mele che qualcuno di voi ha assaggiato da Nina
Altrimenti, potete optare per una versione light, impastando: 400 g di farina integrale, 80 g di burro, 50 g di zucchero di canna e qualche cucchiaio d'acqua fredda [q.b. per raggiungere un impasto omogeneo e facilmente modellabile]; lavorate l'impasto molto velocemente, con mani fredde o un robot da cucina, lasciate riposare per almeno mezz'ora in frigorifero. Stendete 2/3 dell'impasto e usateli per foderare uno stampo da 18-20 cm, versate il ripieno [3 mele, una manciata di uvetta, 5-6 noci tritate grossolanamente, zucchero di canna a piacimento] e ricoprite con l'impasto rimasto. Praticate i classici fori per lasciar uscire il vapore creato dalla frutta in cottura, e cuocete per 40-50 minuti a 160°C.
CHAI CHEESECAKE CON CARAMELLO SALATO
A me, preparare cheesecakes, dà una soddisfazione immensa. E, mettendo un attimo da parte modestia e simili, credo che questa sia proprio la miglior cheesecake che abbia mai preparato: la crema è aromatizzata con le classiche spezie chai, il caramello salato bilancia la dolcezza generale, e s'accoppia alla perfezione con la punta di sale della base.
Per quanto riguarda la ricetta, sono partita da quella -celebre- di California Bakery, ho tolto un uovo e modificato qualche altra grammatura. A voi.
Ingredienti
Per il guscio
300 g di biscotti Digestive
80 g di burro fuso
un cucchiaio di miele
1/2 cucchiaino di cannella
1/2 cucchiaino di sale
Per la crema
400 g di robiola
350 g di ricotta passata al setaccio
50 g di yogurt greco naturale [va bene anche il classico intero bianco, ma usando quello greco rimarrà più compatto]
120 ml di panna fresca
200 g di zucchero di canna
3 uova grandi
un cucchiaio colmo di fecola/amido/maizena
i semi di mezzo baccello di vaniglia, 1/2 cucchiaino di cannella, una punta di chiodi di garofano macinati, una punta di zenzero in polvere, una punta di semi di cardamomo pestati, una macinata di pepe [preferibilmente bianco]
Per il caramello
155 g di zucchero
130 ml di panna fresca
20 g di burro
due pizzichi di sale [misurazioni scientifiche, I know...]
Procedimento
- Polverizzate i biscotti e mescolateli al burro, al miele, alla cannella e all sale. Utilizzate la pasta ottenuta per foderate uno stampo [il mio aveva un diametro di 22 cm] e mettete in frigorifero.
- Accendete il forno a 160°C.
- Amalgamate i formaggi con lo yogurt, la panna, lo zucchero, la fecola setacciata, le uova leggermente sbattute e le spezie.
- Riprendete lo stampo dal frigorifero e versate la crema di formaggi dentro al crust.
Infornate per un'ora.
Una volta rappreso [il tempo può variare da forno a forno], lasciate il dolce all'interno del forno spento [tenete uno spiraglio aperto con il manico di un cucchiaio di legno, o qualcosa di simile] fino a completo raffreddamento.
Mettete il cheesecake in frigorifero e fingete di dimenticarvene fino al giorno seguente.
- Al momento di servire, completate con il caramello.
Per il caramello: fate sciogliere in un pentolino a fondo spesso lo zucchero. Una volta raggiunto un colore leggermente ambrato [si scurirà dopo, non cuocetelo di più, altrimenti rimarrà amaro], versate la panna, facendo attenzione a non scottarvi con i possibili schizzi. Mescolate per sciogliere gli eventuali grumi, e completate con il burro e il sale. Il caramello è pronto quando ha raggiunto la consistenza di un miele fluido, diventerà più denso raffreddandosi.
Cosa succede se vi accorgete di aver rotto lo stampo a cerniera, nel momento in cui avete già annunciato la preparazione di un cheesecake? Be', lo mettete nello stampo rettangolare dei brownies, no?
[Le versioni fighette dei miei dolci nascono tutte per caso, che si sappia.]
Thanks to Marta Rizzato per aver scattato mentre la sottoscritta giocava col caramello.
Il tempo che perdo è direttamente proporzionale alla quantità di impegni che ho, nonostante arrivare a fine giornata con la metà [siamo ottimisti, dai] della to-do list spuntata mi deprima.
Sarà questo dicembre strano, con queste giornate lunghissime, ma dalla luce breve.
La trasparenza di certi cieli mi distrae, rimango ad osservare l'azzurro farsi arancione, rossastro, violetto, blu per quantità indefinibili di minuti. La trasparenza di certe conversazioni mi rapisce, la conoscenza di cristallo che si crea attraverso le parole, come il ghiaccio che ramifica sulla superficie di un lago, fino a diventare inaspettatamente sicuro. La trasparenza di certe attese, la lucidità tagliente dell'assenza, le folate del vento della Realtà che tolgono il fumo dagli occhi.
Forse, ho semplicemente troppo tempo libero [sono piena di cose da fare, eppure, riesco ancora ad annoiarmi, a lasciare che il pensiero s'infiltri nella concentrazione, facendo franare tutto, ad annodarmi con gli stessi fili che mi tengono in piedi e governano i miei movimenti].
Quindi, ecco che per correggere una cinquantina di foto ci metto giornate intere, e alla fine ne scarto i tre quarti. E quelle che sopravvivono le osservo fino allo sfinimento, il loro, fino a farle suicidare nel Cestino. E i post rimangono nelle bozze. E i documenti di Word si chiudono senza essere salvati.
Ascolto musica sconosciuta, scarico film mai visti, cerco di perdermi nel labirinto di Internet alla ricerca di Minotauri, all'una di notte rimango a fissare i titoli dei libri nella libreria.
Ho decisamente troppo tempo libero.
Vicissitudini personali a parte, ecco le ricette principali degli eventi delle scorse settimane.
Enjoy. (:
APPLE PIE
Per l'apple pie, potete consultare due ricette, già pubblicate:
- qui trovate il classico pie di mele, la ricetta infallibile per questo tipo di torte
- qui, invece, un pie di uva, ma il crust [ovvero il guscio] è simile a quello utilizzato per la torta di mele che qualcuno di voi ha assaggiato da Nina
Altrimenti, potete optare per una versione light, impastando: 400 g di farina integrale, 80 g di burro, 50 g di zucchero di canna e qualche cucchiaio d'acqua fredda [q.b. per raggiungere un impasto omogeneo e facilmente modellabile]; lavorate l'impasto molto velocemente, con mani fredde o un robot da cucina, lasciate riposare per almeno mezz'ora in frigorifero. Stendete 2/3 dell'impasto e usateli per foderare uno stampo da 18-20 cm, versate il ripieno [3 mele, una manciata di uvetta, 5-6 noci tritate grossolanamente, zucchero di canna a piacimento] e ricoprite con l'impasto rimasto. Praticate i classici fori per lasciar uscire il vapore creato dalla frutta in cottura, e cuocete per 40-50 minuti a 160°C.
CHAI CHEESECAKE CON CARAMELLO SALATO
A me, preparare cheesecakes, dà una soddisfazione immensa. E, mettendo un attimo da parte modestia e simili, credo che questa sia proprio la miglior cheesecake che abbia mai preparato: la crema è aromatizzata con le classiche spezie chai, il caramello salato bilancia la dolcezza generale, e s'accoppia alla perfezione con la punta di sale della base.
Per quanto riguarda la ricetta, sono partita da quella -celebre- di California Bakery, ho tolto un uovo e modificato qualche altra grammatura. A voi.
Ingredienti
Per il guscio
300 g di biscotti Digestive
80 g di burro fuso
un cucchiaio di miele
1/2 cucchiaino di cannella
1/2 cucchiaino di sale
Per la crema
400 g di robiola
350 g di ricotta passata al setaccio
50 g di yogurt greco naturale [va bene anche il classico intero bianco, ma usando quello greco rimarrà più compatto]
120 ml di panna fresca
200 g di zucchero di canna
3 uova grandi
un cucchiaio colmo di fecola/amido/maizena
i semi di mezzo baccello di vaniglia, 1/2 cucchiaino di cannella, una punta di chiodi di garofano macinati, una punta di zenzero in polvere, una punta di semi di cardamomo pestati, una macinata di pepe [preferibilmente bianco]
Per il caramello
155 g di zucchero
130 ml di panna fresca
20 g di burro
due pizzichi di sale [misurazioni scientifiche, I know...]
Procedimento
- Polverizzate i biscotti e mescolateli al burro, al miele, alla cannella e all sale. Utilizzate la pasta ottenuta per foderate uno stampo [il mio aveva un diametro di 22 cm] e mettete in frigorifero.
- Accendete il forno a 160°C.
- Amalgamate i formaggi con lo yogurt, la panna, lo zucchero, la fecola setacciata, le uova leggermente sbattute e le spezie.
- Riprendete lo stampo dal frigorifero e versate la crema di formaggi dentro al crust.
Infornate per un'ora.
Una volta rappreso [il tempo può variare da forno a forno], lasciate il dolce all'interno del forno spento [tenete uno spiraglio aperto con il manico di un cucchiaio di legno, o qualcosa di simile] fino a completo raffreddamento.
Mettete il cheesecake in frigorifero e fingete di dimenticarvene fino al giorno seguente.
- Al momento di servire, completate con il caramello.
Per il caramello: fate sciogliere in un pentolino a fondo spesso lo zucchero. Una volta raggiunto un colore leggermente ambrato [si scurirà dopo, non cuocetelo di più, altrimenti rimarrà amaro], versate la panna, facendo attenzione a non scottarvi con i possibili schizzi. Mescolate per sciogliere gli eventuali grumi, e completate con il burro e il sale. Il caramello è pronto quando ha raggiunto la consistenza di un miele fluido, diventerà più denso raffreddandosi.
[Le versioni fighette dei miei dolci nascono tutte per caso, che si sappia.]
Thanks to Marta Rizzato per aver scattato mentre la sottoscritta giocava col caramello.
CAKE AL CACAO E ARANCIA
- Uhm... it's like these pies and cakes: at the end of every night, the cheesecake and the apple pie are always completely gone, the peach cobbler and the chocolate mousse cake are nearly finished, but there's always a whole blueberry pie left untouched.
- So what's wrong with the blueberry pie?
- There's nothing wrong with the blueberry pie. Just... people make other choices. You can't blame the blueberry pie, just... no one wants it.
Preparare cheesecakes e torte di mele significa avere la vittoria in tasca, il più delle volte. Infatti, la vera sfida, per me, è sempre la blueberry pie di turno, il dolce che nessuno si fila, anche quando è più interessante dei due più popolari.
Questa volta, il ruolo della blueberry pie è capitato a un cake nero e arancione. Con l'unica differenza che ne sono rimaste solamente le briciole.
L'aroma di cacao è intenso, la consistenza morbida e umida, il profumo di arancia assolutamente percepibile. Nessuna traccia di latticini, esecuzione semplicissima.
Il trucco è quello comprovato dell'acqua bollente [se ancora non l'avete provato, questo cake potrebbe essere l'occasione giusta], ho banalmente sostituito l'acqua con la spremuta d'arancia. L'olio d'oliva trovo stia benissimo con gli agrumi, ma potete anche utilizzare qualsiasi altro olio di origine vegetale.
Preparare cheesecakes e torte di mele significa avere la vittoria in tasca, il più delle volte. Infatti, la vera sfida, per me, è sempre la blueberry pie di turno, il dolce che nessuno si fila, anche quando è più interessante dei due più popolari.
Questa volta, il ruolo della blueberry pie è capitato a un cake nero e arancione. Con l'unica differenza che ne sono rimaste solamente le briciole.
L'aroma di cacao è intenso, la consistenza morbida e umida, il profumo di arancia assolutamente percepibile. Nessuna traccia di latticini, esecuzione semplicissima.
Il trucco è quello comprovato dell'acqua bollente [se ancora non l'avete provato, questo cake potrebbe essere l'occasione giusta], ho banalmente sostituito l'acqua con la spremuta d'arancia. L'olio d'oliva trovo stia benissimo con gli agrumi, ma potete anche utilizzare qualsiasi altro olio di origine vegetale.
Ingredienti
250 g di farina bianca 00
120 g di cacao amaro di ottima qualità
225 g di zucchero
8 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
una punta di cannella
scorza di un'arancia
250 g di spremuta d'arancia
75 g di olio evo leggero
2 uova
Per la "glassa": il succo e la scorza di due arance, due cucchiai di zucchero
250 g di farina bianca 00
120 g di cacao amaro di ottima qualità
225 g di zucchero
8 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
una punta di cannella
scorza di un'arancia
250 g di spremuta d'arancia
75 g di olio evo leggero
2 uova
Per la "glassa": il succo e la scorza di due arance, due cucchiai di zucchero
Procedimento
Accendete il forno a 180°C.
In un pentolino scaldare il succo d'arancia, finché non sfiora il bollore.
Mescolate da una parte gli ingredienti secchi, dall'altra quelli liquidi [ad eccezione del succo d'arancia]. Uniteli e aggiungete la spremuta bollente, senza mescolare troppo.
Versate l'impasto in uno stampo da plumcake e infornate per 25-40 minuti [prova stecchino].
Lasciate raffreddare.
Nel frattempo, sempre in un pentolino, fate sciogliere lo zucchero con il succo delle arance. Lasciate ridurre in po'.
Sformate il cake, bucherellatelo senza pietà con uno stuzzicadenti e ricopritelo con lo sciroppo e le scorzette d'arancia.
Accendete il forno a 180°C.
In un pentolino scaldare il succo d'arancia, finché non sfiora il bollore.
Mescolate da una parte gli ingredienti secchi, dall'altra quelli liquidi [ad eccezione del succo d'arancia]. Uniteli e aggiungete la spremuta bollente, senza mescolare troppo.
Versate l'impasto in uno stampo da plumcake e infornate per 25-40 minuti [prova stecchino].
Lasciate raffreddare.
Nel frattempo, sempre in un pentolino, fate sciogliere lo zucchero con il succo delle arance. Lasciate ridurre in po'.
Sformate il cake, bucherellatelo senza pietà con uno stuzzicadenti e ricopritelo con lo sciroppo e le scorzette d'arancia.
!
Nel caso abbiate curiosità rispetto agli altri piatti preparati da me che avete assaggiato, potete scrivermi a questo indirizzo: agnesenegrini@gmail.com
Nel caso abbiate curiosità rispetto agli altri piatti preparati da me che avete assaggiato, potete scrivermi a questo indirizzo: agnesenegrini@gmail.com
I feel like
Agnese,
agrumi,
cake,
cannella,
caramello,
cheesecake,
chocolate,
colazione,
comfort food,
frutta,
intolleranze,
life,
spezie,
torte morbide
giovedì 30 maggio 2013
Wild berries pull-apart bread | Don't waste your time, or time will waste you.
Mi piacciono i lievitati perché si prendono il loro tempo.
Sforno brioches nel tentativo di imparare da loro. Le impasto, rimango ad osservare la planetaria in attesa che l'impasto s'incordi [anziché aggiungere farina a sproposito -come facevo le prime volte, ottenendo, poi, dei mattoni immangiabili], le lascio riposare nel forno appena tiepido per un'ora, un'ora e mezza, anche due, sbirciando di tanto in tanto quel che succede sotto il canovaccio inumidito. Lascio che mi scandiscano la giornata: faccio colazione mentre uova e burro raggiungono la temperatura ambiente, vado a correre mentre lievitano, durante la seconda lievitazione mi preparo un pranzo senza fretta, una volta ogni tanto, mi nutro mentre loro cuociono, forno acceso e pc spento, magari guardando un bel film, e non un programma a caso in TV, magari sfogliando un libro.
Vorrei essere una brioche.
Vorrei avere la forza di imporre le mie necessità.
Vorrei il coraggio di pretendere il tempo di cui ho bisogno, con la consapevolezza che nulla svanirà.
Arrivare davvero pronta, e non aver messo insieme qualche pezzo di me, cercando anche di far combaciare quelli dai profili non corrispondenti, nella frenesia di rispondere subito, nell'ansia di reagire immediatamente.
Pensavo a questo, mentre facevo colazione, qualche giorno fa, con un pezzo di brioche, delle fragole fresche e una tazza di caffè. Pensavo che non ci concediamo mai il tempo di cui abbiamo bisogno. Pensavo che non ci sono abbastanza momenti davvero Belli nella quotidianità. Pensavo alle giornate che ci fagocitano, alle ore divorate dal traffico, ai quarti d'ora che sprechiamo al telefono, a fissare inutili colloqui di lavoro che poi si risolveranno in un "Ha solo ventuno anni? Le faremo sapere.", alle ore che sbiadiscono fra i divertissements, ai minuti ad attendere che il Nulla avanzi.
Nel tentativo di imparare a riservarmi [riservare a me, alle persone cui tengo, alle passioni] del tempo, impasto brioches.
Voi?
WILD BERRIES PULL-APART BREAD
L'impasto di questa brioche è semplicissimo da preparare e ha una resa meravigliosa: mediamente ricco, soffice e morbido anche il giorno dopo.
L'idea il pull-apart bread è decisamente vincente: si sovrappongono pezzi di impasto, intervallandoli con qualcosa di burroso e zuccheroso [la maggior parte delle ricette prevede un ripieno di burro, cannella e zucchero, ma ci sono anche versioni con il cacao] e poi li si sistema, più o meno in ordine, all'interno di uno stampo. Il massimo è mangiarlo dividendo i singoli strati, quasi "strappandoli".
Io ci ho infilato dentro della confettura di frutti di bosco [fra le pagine di Food Therapy c'è una leggera tendenza a questo tipo di frutta ultimamente, non so se l'avete notato] e ho spennellato il tutto con burro fuso e zucchero di canna. Le creste caramellate sono to die for.
Ingredienti
400 g di farina
2 uova + 1 tuorlo [se la volete particolarmente morbida, altrimenti bastano le 2 uova] a temperatura ambiente
60 g di burro morbido
50 g di zucchero
100 + 40 ml di latte tiepido
15 g di lievito di birra fresco
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1/2 cucchiaino di sale
confettura di frutti di bosco [Rigoni di Asiago, o comunque qualcosa di molto buono]
zucchero di canna
burro
Procedimento
Sciogliete il lievito nei 40 ml di latte tiepido.
Nella planetaria, o a mano, iniziate a mescolare la farina con lo zucchero. Aggiungete, una volta completamente sciolto, il lievito e lasciate che venga assorbito.
Incorporate il latte, l'estratto di vaniglia e le uova leggermente sbattute. Infine, il burro a pezzetti, in più riprese.
Continuate a impastare finché non si sarà formata un'unica palla, un po' appiccicosa, ma elastica e uniforme [possono occorrere anche 15-25 minuti, pazientate].
Lasciate lievitare per un'ora, un'ora e mezza, in un recipiente coperto e in un luogo non freddo e al riparo da correnti d'aria [io uso sempre il forno, preriscaldato a 40°C].
Imburrate e inzuccherate uno stampo rettangolare.
Quando l'impasto ha raddoppiato le sue dimensioni, sgonfiatelo su una spianatoia leggermente infarinata. Stendetelo in un rettangolo e spalmate la superficie con uno strato uniforme di confettura. Ritagliate dei rettangoli e impilateli a tre a tre. Disponeteli, quindi, nello stampo, impilandoli in verticale e cercando di creare una spina di pesce, oppure semplicemente in successione.
Lasciate lievitare ancora per 30-40 minuti.
Portate il forno a 180°C.
Spennellate la superficie della brioche con del burro fuso, cospargetela di zucchero e infornate per 30 minuti.
Ottima ancora calda.
[Sul web trovate indicazioni precise -cose tipo centimetri e calcoli- circa la divisione in rettangoli dell'impasto. Io e la mia solita logica caotica ce la siamo cavata benissimo anche senza.]
Sforno brioches nel tentativo di imparare da loro. Le impasto, rimango ad osservare la planetaria in attesa che l'impasto s'incordi [anziché aggiungere farina a sproposito -come facevo le prime volte, ottenendo, poi, dei mattoni immangiabili], le lascio riposare nel forno appena tiepido per un'ora, un'ora e mezza, anche due, sbirciando di tanto in tanto quel che succede sotto il canovaccio inumidito. Lascio che mi scandiscano la giornata: faccio colazione mentre uova e burro raggiungono la temperatura ambiente, vado a correre mentre lievitano, durante la seconda lievitazione mi preparo un pranzo senza fretta, una volta ogni tanto, mi nutro mentre loro cuociono, forno acceso e pc spento, magari guardando un bel film, e non un programma a caso in TV, magari sfogliando un libro.
Vorrei essere una brioche.
Vorrei avere la forza di imporre le mie necessità.
Vorrei il coraggio di pretendere il tempo di cui ho bisogno, con la consapevolezza che nulla svanirà.
Arrivare davvero pronta, e non aver messo insieme qualche pezzo di me, cercando anche di far combaciare quelli dai profili non corrispondenti, nella frenesia di rispondere subito, nell'ansia di reagire immediatamente.
Pensavo a questo, mentre facevo colazione, qualche giorno fa, con un pezzo di brioche, delle fragole fresche e una tazza di caffè. Pensavo che non ci concediamo mai il tempo di cui abbiamo bisogno. Pensavo che non ci sono abbastanza momenti davvero Belli nella quotidianità. Pensavo alle giornate che ci fagocitano, alle ore divorate dal traffico, ai quarti d'ora che sprechiamo al telefono, a fissare inutili colloqui di lavoro che poi si risolveranno in un "Ha solo ventuno anni? Le faremo sapere.", alle ore che sbiadiscono fra i divertissements, ai minuti ad attendere che il Nulla avanzi.
Nel tentativo di imparare a riservarmi [riservare a me, alle persone cui tengo, alle passioni] del tempo, impasto brioches.
Voi?
WILD BERRIES PULL-APART BREAD
L'impasto di questa brioche è semplicissimo da preparare e ha una resa meravigliosa: mediamente ricco, soffice e morbido anche il giorno dopo.
L'idea il pull-apart bread è decisamente vincente: si sovrappongono pezzi di impasto, intervallandoli con qualcosa di burroso e zuccheroso [la maggior parte delle ricette prevede un ripieno di burro, cannella e zucchero, ma ci sono anche versioni con il cacao] e poi li si sistema, più o meno in ordine, all'interno di uno stampo. Il massimo è mangiarlo dividendo i singoli strati, quasi "strappandoli".
Io ci ho infilato dentro della confettura di frutti di bosco [fra le pagine di Food Therapy c'è una leggera tendenza a questo tipo di frutta ultimamente, non so se l'avete notato] e ho spennellato il tutto con burro fuso e zucchero di canna. Le creste caramellate sono to die for.
Ingredienti
400 g di farina
2 uova + 1 tuorlo [se la volete particolarmente morbida, altrimenti bastano le 2 uova] a temperatura ambiente
60 g di burro morbido
50 g di zucchero
100 + 40 ml di latte tiepido
15 g di lievito di birra fresco
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1/2 cucchiaino di sale
confettura di frutti di bosco [Rigoni di Asiago, o comunque qualcosa di molto buono]
zucchero di canna
burro
Procedimento
Sciogliete il lievito nei 40 ml di latte tiepido.
Nella planetaria, o a mano, iniziate a mescolare la farina con lo zucchero. Aggiungete, una volta completamente sciolto, il lievito e lasciate che venga assorbito.
Incorporate il latte, l'estratto di vaniglia e le uova leggermente sbattute. Infine, il burro a pezzetti, in più riprese.
Continuate a impastare finché non si sarà formata un'unica palla, un po' appiccicosa, ma elastica e uniforme [possono occorrere anche 15-25 minuti, pazientate].
Lasciate lievitare per un'ora, un'ora e mezza, in un recipiente coperto e in un luogo non freddo e al riparo da correnti d'aria [io uso sempre il forno, preriscaldato a 40°C].
Imburrate e inzuccherate uno stampo rettangolare.
Quando l'impasto ha raddoppiato le sue dimensioni, sgonfiatelo su una spianatoia leggermente infarinata. Stendetelo in un rettangolo e spalmate la superficie con uno strato uniforme di confettura. Ritagliate dei rettangoli e impilateli a tre a tre. Disponeteli, quindi, nello stampo, impilandoli in verticale e cercando di creare una spina di pesce, oppure semplicemente in successione.
Lasciate lievitare ancora per 30-40 minuti.
Portate il forno a 180°C.
Spennellate la superficie della brioche con del burro fuso, cospargetela di zucchero e infornate per 30 minuti.
Ottima ancora calda.
[Sul web trovate indicazioni precise -cose tipo centimetri e calcoli- circa la divisione in rettangoli dell'impasto. Io e la mia solita logica caotica ce la siamo cavata benissimo anche senza.]
I feel like
Agnese,
brioche,
colazione,
comfort food,
frutta,
lievitati dolci,
life
venerdì 24 maggio 2013
Moelleux di ricotta, con miele e fragole | Nothing is real and nothing to get hung about
- Sono qui. Salgo? Scendi? Vado via?
Sali. Ti sento chiudere la porta d'ingresso, sotto, con quel tonfo metallico e pesante. Allungo la mano verso l'altra sedia, prendo la felpa e la indosso, dimenandomi in quel labirinto di maniche e colletto e cappuccio e stoffa spessa calda blu. Cerco di farmi una coda, ma niente, annodo i capelli in uno chignon disordinato. Mi alzo, vado ad appoggiarmi alla parete a fianco della porta. In quell'istante entri tu. Per un attimo la porta aperta ti nasconde, poi, quando la richiudi, compari. E hai quel tuo sorriso che, in realtà, è più una smorfia tragica, quella di quando mi vieni a recuperare.
Ti avvicini.
- Allora, che succede?-, chiedi a voce bassa.
Succede che, dai, abbracciami, non farmi queste domande, tanto lo sai, quello che succede, succede che sono io, succede che siamo ancora là, a sei mesi fa, a sei anni fa, succede che, guardami, ho quasi ventidue anni e non so badare a me stessa, mi perdo senza nemmeno uscire di casa, guardami, cado rimanendo seduta. Succede che, dai, fammi restare un po' immobile, ti prego, mi incastro fra le tue braccia così riesco a rimanere ferma, guarda, così non crollo nemmeno.
- Non sparire-, mi dici, con le labbra sulla mia clavicola sinistra.
Non rispondo, mentre gioco con il colletto della tua tee, percorrendolo col dito, ipnotizzata da quella sorta di corda di cotone, dove i polpastrelli fanno i funamboli.
Salto dalla maglia alla tua pelle, forse la realtà s'è nascosta là sotto, fra le tue vertebre e sui tuoi nei. Dal colletto, ora, esce solo il mio polso, stritolato dall'elastico per i capelli, troppo stretto.
C'è un punto, dietro le mie pupille, che si sta riempiendo di spilli, cerco di ignorarli, fuggo nel calore che sale dalla tua schiena.
- Ehi...
Ehi. Tre lettere e quegli spilli impazziscono, partono alla carica, mi sfondano la cornea.
Fuori c'è il temporale, puntuale come ogni pomeriggio, puntuale come i miei piccoli, ma irrisolvibili, crolli quotidiani.
Dieci minuti lì, a farci sostenere dal muro, col citofono contro la tempia, quasi fosse una pistola, e la luce bianca e verde degli alberi e delle nuvole che entra dalle finestre.
Ti guardo. I tuoi occhi verdi. Le tue ciglia trasparenti.
- Ho sotto la tua maglia.-, mormoro, così, una frase inutile perché dirti che ho bisogno di te non mi riesce.
Ci stacchiamo dal muro, cambiamo stanza. Rimaniamo un po' in silenzio, un po' parliamo.
Trascorre mezz'ora. Mi convinci a uscire. Mi porti fuori, fuori da me.
Nothing is real and nothing to get hung about.
Immaginate una cheesecake senza la base di biscotti e aggiungeteci delle fragole fresche, l'aroma del miele, la scorza di limone appena grattata, un po' di vaniglia. Tutto qui.
Ingredienti [per uno stampo da 18 cm di diametro]400 g di ricotta [meglio se di pecora]
3 uova
50-70 g di miele [scegliete voi il grado di dolcezza, anche in base al tipo di miele che utilizzate]
50 g di fecola di patate / amido di mais
la scorza di un limone bio
un cucchiaino di estratto di vaniglia
una decina di fragole ben mature
burro e zucchero q.b.
Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Dividete gli albumi dai tuorli, e montate a neve i primi, con un pizzico di sale.
A parte, mescolate la ricotta con il miele, la fecola, i tuorli, la scorza di limone e l'estratto di vaniglia.
Aggiungete gli albumi, in più riprese e mescolando dall'alto verso il basso, per non smontarli.
Versate il composto nello stampo imburrato e inzuccherato. Disponete sulla superficie le fragole, pulite e affettate. Infornate per 45-50 minuti [uno stecchino, infilato nel centro, deve emergerne pulito].
Lasciate raffreddare.
E' più buono il giorno dopo, soprattutto se ha trascorso la notte in frigo.
I feel like
Agnese,
comfort food,
desserts,
frutta,
life,
light,
miele,
moelleux,
ricotta,
torte morbide
domenica 19 maggio 2013
Crema pasticcera | Questioni di ritmo
A volte, vorrei che le cose della vita fossero in grado di trovare un ritmo spontaneo, come le cose della cucina. Un naturale susseguirsi, sovrapporsi, interrompersi di gesti, suoni, rumori, temperature, odori, sapori.
Torni nei tuoi luoghi e li trovi un po' meno tuoi. O, forse, tu sei un po' meno loro.
La casa è grande. I vestiti, gli oggetti, i libri faticano a uscire dalle valigie e dagli scatoloni, a riprendersi il loro spazio in librerie, su mensole e in armadi. Il Ticino si srotola dietro a una curva, con la diga, la spiaggia, quelle passeggiate. Vai a trovare il lago in una mattina di nuvole e occhiali da sole, il vento è freddo, l'acqua di alluminio; rimani a respirare per qualche minuto, appoggiata al parapetto di vernice verde scrostata.
Cammini, pensi, prendi la bici, corri, ascolti musica, sistemi un po' l'archivio mentale, sposti qui le cose di là. Respiri, prendi fiato, ricominci.
Una sera al cinema, un Baz Luhrmann ormai prevedibile [è stata solo una mia impressione?], ma un Fitzgerald da amare ancora una volta, con lo stomaco stretto e la gola annodata, un aperitivo con una mostra e del jazz, gli amici -i fratelli- di Arabica Fenice, un sassofonista che improvvisa un concerto, mezz'ora blu in una stanza bianca, a fissare ipnotizzata le dita i tasti i riflessi sul metallo gli occhi chiusi, Arona-Novara-Arona, perché chi si ferma muore, cucinare quattro cene diverse in un'ora, il Meltin' e tutta quella gente, tuo fratello, i suoi amici, persone che non vedevi da una vita, ancora aggrappate a una te che chissà che fine ha fatto, la tequila e il Long Island, le gocce di pioggia appese a una ringhiera e aggrappate al parabrezza, portarti a casa, portarmi a casa.
[Gesti, suoni, rumori, temperature, odori, sapori che si susseguono, si sovrappongono, s'interrompono.]
Ho questo grande difetto del concentrarmi sulle complessità, dando a loro la priorità di risoluzione, al posto di riuscire a fermarmi ad ammirare la semplicità. Dimentico sempre il ritmo naturale delle cose semplici, il loro scivolare istintivamente nell'azione, le loro poche ombre.
A volte, basterebbe ricominciare dalle basi.
CREMA PASTICCERA
Questa è LA BASE della pasticceria. Controbattete pure, elencandomi paste frolle e sfoglie, meringhe e pâte à choux, per me, una volta che sai preparare una crema pasticcera divina, hai il mondo in pugno [fermatevi, e focalizzate nella vostra mente una tazza di questa crema vellutata, che accoglie il cucchiaino e lo risucchia, per poi lasciarlo emergere gonfiato da un enorme goccia dorata che profuma di vaniglia, che si scioglie sulla lingua morbidamente e vi inonda la bocca: non è forse il modo migliore per far perdere la razionalità a qualcuno?].
Le ricette sono infinite, la mia si compone di pochi, decisivi, accorgimenti: tuorli freschissimi [thanks, galline della nonna!], zucchero di canna [retrogusto caramellato, volete mettere?], latte di primissima qualità, un tocchetto di burro a cottura ultimata [effetto velluto assicurato].
La crema pasticcera è una di quelle preparazioni semplici, e dotate di ritmo: soprattutto, adoro quel momento in cui inizi a pensare che devi aver sbagliato qualcosa, perché 'sta crema proprio non ne vuole sapere di addensarsi, e, invece, ecco che inizia a opporre resistenza alla frusta, un minuto ed è perfetta [la cucina è metaforica, l'ho sempre sostenuto].
Godetevela.
Ingredienti
500 g di latte fresco intero [qualora voleste proprio esagerare, un 450 latte + 50 panna è il massimo]
4 tuorli
90-100 g di zucchero di canna
1 bel baccello di vaniglia [o la scorza di un limone bio, o entrambi]
40 g di maizena
40 g di burro
Procedimento
Scaldate il latte in un pentolino abbastanza capiente. Incidete il baccello di vaniglia, apritelo come un libro, raschiatelo con un coltellino, prelevando tutti i semi, e aggiungeteli al latte, tuffandoci anche il baccello. Quando il latte è vicino al bollore, spegnete il fuoco e lasciatevi in infusione la vaniglia per circa mezz'ora.
Intanto, in un recipiente sufficiente grande, sciogliete lo zucchero nei tuorli, senza montarli [inutile e controproducente]. Aggiungete anche la maizena setacciata, incorporandola senza formare grumi.
Quando il latte si è invanigliato per bene, togliete il baccello, e versatelo a filo suoi tuorli, mescolando con una frusta. Quindi, rimettete tutto nel pentolino e riaccendete il fuoco.
Attendete, mescolando con la frusta, che il composto si addensi.
Quando la crema ha raggiunto la consistenza desiderata, prendete quel tocchetto di burro, fatelo scivolare nel pentolino, e godete spudoratamente lasciandolo fondere, mentre continuate a mescolare.
Vi avevo detto che avrei acceso il forno: indovinate dove è finita questa crema?
Stay tuned.
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| Ceci n'est pas une recette |
- Notes
giovedì 7 marzo 2013
Banana pancakes | For the love of breakfast
Sono ormai quasi due mesi che mi sono trasferita qui, a Modena, e settimana prossima sarà il turno di un nuovo trasloco.
Ho trovato il mio bucolocale, la mia mansardina con soffitto di travi in legno e finestre vista tetti, la mia libreria da riempire con i miei libri, la mia cucina eufemisticamente essenziale, persino senza forno [ma chi se ne importa, in qualche modo si farà], con un lavandino da far traboccare di tazze con fondi di caffè e cucchiaini sporchi di yogurt, i miei pochi mq in cui mantenere in ordine il mio disordine.
Non realizzo ancora bene il concetto "casa mia", ma non vedo l'ora di andare a viverci.
Mi sarebbe però dispiaciuto non lasciare traccia di quella che è stata la "casa di transizione", che mi ha ospitata in queste prime settimane modenesi, fra le pagine di Food Therapy.
Sono sicura di aver già sviscerato il mio amore profondo e fedele nei confronti della colazione che, anche vivendo da sola, è rimasta un appuntamento importante, nonostante mi siano mancati prodotti da forno homemade [casa di transizione, dicevo poco sopra, immaginate l'attrezzatura da cucina disponibile, sorvolando, poi, sul forno impossibile da accendere, dato che farebbe saltare la corrente].
Questi pancakes sono stati davvero una rivelazione. [In rete circolano già da un po', io li avevo visti da Stefania qualche tempo fa]. Perfetti per una colazione da favola, non necessitano una dispensa fornitissima, un frigo straripante, e nemmeno il possesso dell'intero catalogo Kitchen Aid. La classica ricetta, insomma, che nei manuali di cucina indirizzerebbero a single, workaholics senza tempo per spesa&fornelli o professionisti in pigrizia.
Bastano due ingredienti: una banana [magari proprio l'ultima rimasta, ormai in fase di mummificazione] e un uovo.
Il risultato? Pancakes.
Dimenticatevi merendine confezionate o il solito yogurt con i cereali: questi pancakes sono velocissimi da preparare e leggerissimi [1 uovo + 1 banana = meno di 200 kcal, giusto per dire], oltre a costituire una colazione equilibrata e sana: proteine, zuccheri, fibre, vitamine, potassio e molto altro.
Sono eccezionali già al naturale [soprattutto se la banana è ben matura], ma volendo si possono declinare in varianti più golose:
- fragole fresche [o confettura di fragole, o coulis di fragole, come quello che trovate qui, o fragole disidratate mescolate alla pastella]
- cioccolato [a pezzi dell'impasto, fuso, tritato grossolanamente e lasciato cadere sulla pila di pancakes]
- sciroppo d'acero o miele [a pioggia]
- una spolverata di cannella [spolverata, o kg, dipende quanto ne siete addicted]
- burro e zucchero di canna [che languidamente si fondono sulla superficie dell'ultimo pancake]
- ogni genere di frutta secca
- Nutella [un evergreen]
Breakfast lovers, vi ho convinti a provarli?
BANANA PANCAKES [per due persone]
Ingredienti
2 banane medie, ben mature
2 uova
Procedimento
In una ciotola, schiacciare le banane con la forchetta [non frullarla, altrimenti la ricetta non funziona!]. Aggiungere poi le uova, mescolando bene.
Scaldare un padellino antiaderente [volendo, si può ungere con un po' di burro].
Versare un'adeguata quantità di pastella. Aspettare finché la superficie non si sia ricoperta di bolle e asciugata, quindi, girare il pancake. Terminare la cottura [ci vorranno circa 3-4 minuti in totale].
Ho trovato il mio bucolocale, la mia mansardina con soffitto di travi in legno e finestre vista tetti, la mia libreria da riempire con i miei libri, la mia cucina eufemisticamente essenziale, persino senza forno [ma chi se ne importa, in qualche modo si farà], con un lavandino da far traboccare di tazze con fondi di caffè e cucchiaini sporchi di yogurt, i miei pochi mq in cui mantenere in ordine il mio disordine.
Non realizzo ancora bene il concetto "casa mia", ma non vedo l'ora di andare a viverci.
Mi sarebbe però dispiaciuto non lasciare traccia di quella che è stata la "casa di transizione", che mi ha ospitata in queste prime settimane modenesi, fra le pagine di Food Therapy.
Sono sicura di aver già sviscerato il mio amore profondo e fedele nei confronti della colazione che, anche vivendo da sola, è rimasta un appuntamento importante, nonostante mi siano mancati prodotti da forno homemade [casa di transizione, dicevo poco sopra, immaginate l'attrezzatura da cucina disponibile, sorvolando, poi, sul forno impossibile da accendere, dato che farebbe saltare la corrente].
Questi pancakes sono stati davvero una rivelazione. [In rete circolano già da un po', io li avevo visti da Stefania qualche tempo fa]. Perfetti per una colazione da favola, non necessitano una dispensa fornitissima, un frigo straripante, e nemmeno il possesso dell'intero catalogo Kitchen Aid. La classica ricetta, insomma, che nei manuali di cucina indirizzerebbero a single, workaholics senza tempo per spesa&fornelli o professionisti in pigrizia.
Bastano due ingredienti: una banana [magari proprio l'ultima rimasta, ormai in fase di mummificazione] e un uovo.
Il risultato? Pancakes.
Dimenticatevi merendine confezionate o il solito yogurt con i cereali: questi pancakes sono velocissimi da preparare e leggerissimi [1 uovo + 1 banana = meno di 200 kcal, giusto per dire], oltre a costituire una colazione equilibrata e sana: proteine, zuccheri, fibre, vitamine, potassio e molto altro.
Sono eccezionali già al naturale [soprattutto se la banana è ben matura], ma volendo si possono declinare in varianti più golose:
- fragole fresche [o confettura di fragole, o coulis di fragole, come quello che trovate qui, o fragole disidratate mescolate alla pastella]
- cioccolato [a pezzi dell'impasto, fuso, tritato grossolanamente e lasciato cadere sulla pila di pancakes]
- sciroppo d'acero o miele [a pioggia]
- una spolverata di cannella [spolverata, o kg, dipende quanto ne siete addicted]
- burro e zucchero di canna [che languidamente si fondono sulla superficie dell'ultimo pancake]
- ogni genere di frutta secca
- Nutella [un evergreen]
Breakfast lovers, vi ho convinti a provarli?
BANANA PANCAKES [per due persone]
Ingredienti
2 banane medie, ben mature
2 uova
Procedimento
In una ciotola, schiacciare le banane con la forchetta [non frullarla, altrimenti la ricetta non funziona!]. Aggiungere poi le uova, mescolando bene.
Scaldare un padellino antiaderente [volendo, si può ungere con un po' di burro].
Versare un'adeguata quantità di pastella. Aspettare finché la superficie non si sia ricoperta di bolle e asciugata, quindi, girare il pancake. Terminare la cottura [ci vorranno circa 3-4 minuti in totale].
Photo: thanks to Marta Rizzato and her gorgeous 35mm.
... siamo delle persone serie, sì.
giovedì 31 gennaio 2013
Gelo di arancia | Modena Days
E, poi, accade.
Un lunedì mattina, in pieno hangover causa festa della sera precedente, carichi la tua macchina con quasi tutto quello che è tuo [libri, qualche vestito, molti ricordi, valigie intere di fame di futuro] e parti. Guidi per trecento chilometri cantando le canzoni di mezzo iPod, fra picchi di entusiasmo e minuti di grigia malinconia, con gli occhiali da sole, nonostante il cielo nuvoloso, e il maglione più sformato che possiedi addosso.
Arrivi. Scarichi la macchina. Perlustri il tuo appartamentino. Apri i cassetti in cucina. Ti sciacqui la faccia in bagno. Sali in camera tua. Ti chiudi la porta alle spalle. E scoppi a ridere.
Perché sei sola. Perché quella stanza è tua.
Togli giusto le camicie dalla valigia, così non si stropicciano troppo. Liberi i libri e li impili tutti di fianco al comodino. Respiri un po'. Ed esci, impaziente di innamorarti della città.
Il nuovo capitolo è iniziato.
La mia stanza è minuscola. Ha il parquet. Il letto è matrimoniale, di fianco a me, di solito, dormono PC, libri e quaderni. La finestra lascia entrare la giusta dose di luce al mattino. Di sera rimango affacciata a prendere freddo e a fumare sigarette, rischiando di essere beccata dalla padrona di casa, che non vuole si fumi nei suoi appartamenti. Ogni tanto passa qualche treno, che sferraglia sui binari del paese vicino.
Fuori è tutta ansiogena pianura, a perdita d'occhio. Di giorno sembra quasi sempre un mare di nebbia dal quale, di tanto in tanto, emergono file calligrafiche di alberi neri. Di notte, quell'orizzonte immobile è rischiarato dalle luci della centrale elettrica.
In cucina ho una macchinetta del caffè che minaccia già di scioperare causa sfruttamento eccessivo.
Al mattino improvviso outfits da persona seria arrampicandomi su una sedia, perché non ho uno specchio a figura intera. Percorro i dieci minuti di tangenziale che mi separano dall'ufficio con il volume dello stereo al massimo, per svegliare le idee. Di sera, sfrutto il traffico per godermi la radio, e stiracchiarmi sul sedile. In pausa pranzo faccio su e giù per i corsi principali, per ossigenare muscoli e cervello. Oppure mi perdo nel labirinto di viuzze che ramificano dal centro di Modena. In dieci giorni ho visto due mostre fotografiche. Sono iscritta in biblioteca. Mi sono persa non so quante volte, alla ricerca di un supermercato, di questa o di quella via, dell'uscita giusta in tangenziale, della stazione ferroviaria, di un parcheggio non a pagamento, di un bar con free-wifi. Ho letto pagine economiche di quotidiani e chiacchierato di drammaturgia in pausa caffè. Ho cenato con barattoli da 500 g di yogurt, in mutande e maglietta, mentre guardavo una serie televisiva a letto. Mi sono cambiata in auto, passando da skinny bordeaux e converse, a collant, vestito e tacchi. Ho salutato qualcuno a un binario, dopo avergli rubato il maglione. Paolo Rossi mi è passato di fianco in centro e io, anziché riconoscerlo, mi sono chiesta "Ma questo cos'ha da guardarmi, ci conosciamo?". Sto imparando un lavoro. Sto imparando.
Più o meno, nelle ultime settimane è successo questo.
E' solo l'inizio. Nel bene e nel male.
Mi manca giusto una connessione internet a casa, ma posso sopravvivere.
Ovviamente, vivendo da sola, non ho quasi mai occasione di cucinare qualcosa di elaborato.
Ripescando dall'archivio, eccovi un dolce che qualche settimana fa vi avevo mostrato su Facebook.
Si tratta di un gelo di arancia, ispirato al suo gemello estivo, di qualche mese fa.
Il procedimento è semplicissimo e il risultato è ultra-light, ma anche molto soddisfacente, grazie alle scaglie di cioccolato [rigorosamente extra-dark], la dolcezza delle arance in questa stagione e l'aroma di cannella.
Eccovi la ricetta. (:
GELO DI ARANCIA CON CIOCCOLATO FONDENTE
Ingredienti
500 ml di spremuta d'arancia
100 ml di acqua
100 g di zucchero [io l'ho omesso, ma va un po' a gusti: potete anche aumentare la dose, magari fino a 200 g]
50 g di maizena
cannella macinata [facoltativa]
cioccolato fondente [dal 70% in su]
Procedimento
Scaldare in un pentolino abbastanza capiente 1/3 del liquido totale [spremuta + acqua]. Sciogliervi lo zucchero e la maizena. Aggiungere i liquidi restanti e la cannella. Cuocere finché il composto non si sia raddensato, come una sorta di budino.
Dividere negli stampi singoli e lasciar raffreddare per 3-4 ore.
Spolverare con scaglie di cioccolato fondente.
Spero di riuscire ad aggiornare di nuovo presto.
Per il momento vi auguro un buon finesettimana, alla prossima. (:
Un lunedì mattina, in pieno hangover causa festa della sera precedente, carichi la tua macchina con quasi tutto quello che è tuo [libri, qualche vestito, molti ricordi, valigie intere di fame di futuro] e parti. Guidi per trecento chilometri cantando le canzoni di mezzo iPod, fra picchi di entusiasmo e minuti di grigia malinconia, con gli occhiali da sole, nonostante il cielo nuvoloso, e il maglione più sformato che possiedi addosso.
Arrivi. Scarichi la macchina. Perlustri il tuo appartamentino. Apri i cassetti in cucina. Ti sciacqui la faccia in bagno. Sali in camera tua. Ti chiudi la porta alle spalle. E scoppi a ridere.
Perché sei sola. Perché quella stanza è tua.
Togli giusto le camicie dalla valigia, così non si stropicciano troppo. Liberi i libri e li impili tutti di fianco al comodino. Respiri un po'. Ed esci, impaziente di innamorarti della città.
Il nuovo capitolo è iniziato.
La mia stanza è minuscola. Ha il parquet. Il letto è matrimoniale, di fianco a me, di solito, dormono PC, libri e quaderni. La finestra lascia entrare la giusta dose di luce al mattino. Di sera rimango affacciata a prendere freddo e a fumare sigarette, rischiando di essere beccata dalla padrona di casa, che non vuole si fumi nei suoi appartamenti. Ogni tanto passa qualche treno, che sferraglia sui binari del paese vicino.
Fuori è tutta ansiogena pianura, a perdita d'occhio. Di giorno sembra quasi sempre un mare di nebbia dal quale, di tanto in tanto, emergono file calligrafiche di alberi neri. Di notte, quell'orizzonte immobile è rischiarato dalle luci della centrale elettrica.
In cucina ho una macchinetta del caffè che minaccia già di scioperare causa sfruttamento eccessivo.
Al mattino improvviso outfits da persona seria arrampicandomi su una sedia, perché non ho uno specchio a figura intera. Percorro i dieci minuti di tangenziale che mi separano dall'ufficio con il volume dello stereo al massimo, per svegliare le idee. Di sera, sfrutto il traffico per godermi la radio, e stiracchiarmi sul sedile. In pausa pranzo faccio su e giù per i corsi principali, per ossigenare muscoli e cervello. Oppure mi perdo nel labirinto di viuzze che ramificano dal centro di Modena. In dieci giorni ho visto due mostre fotografiche. Sono iscritta in biblioteca. Mi sono persa non so quante volte, alla ricerca di un supermercato, di questa o di quella via, dell'uscita giusta in tangenziale, della stazione ferroviaria, di un parcheggio non a pagamento, di un bar con free-wifi. Ho letto pagine economiche di quotidiani e chiacchierato di drammaturgia in pausa caffè. Ho cenato con barattoli da 500 g di yogurt, in mutande e maglietta, mentre guardavo una serie televisiva a letto. Mi sono cambiata in auto, passando da skinny bordeaux e converse, a collant, vestito e tacchi. Ho salutato qualcuno a un binario, dopo avergli rubato il maglione. Paolo Rossi mi è passato di fianco in centro e io, anziché riconoscerlo, mi sono chiesta "Ma questo cos'ha da guardarmi, ci conosciamo?". Sto imparando un lavoro. Sto imparando.
Più o meno, nelle ultime settimane è successo questo.
E' solo l'inizio. Nel bene e nel male.
Mi manca giusto una connessione internet a casa, ma posso sopravvivere.
Ovviamente, vivendo da sola, non ho quasi mai occasione di cucinare qualcosa di elaborato.
Ripescando dall'archivio, eccovi un dolce che qualche settimana fa vi avevo mostrato su Facebook.
Si tratta di un gelo di arancia, ispirato al suo gemello estivo, di qualche mese fa.
Il procedimento è semplicissimo e il risultato è ultra-light, ma anche molto soddisfacente, grazie alle scaglie di cioccolato [rigorosamente extra-dark], la dolcezza delle arance in questa stagione e l'aroma di cannella.
Eccovi la ricetta. (:
GELO DI ARANCIA CON CIOCCOLATO FONDENTE
Ingredienti
500 ml di spremuta d'arancia
100 ml di acqua
100 g di zucchero [io l'ho omesso, ma va un po' a gusti: potete anche aumentare la dose, magari fino a 200 g]
50 g di maizena
cannella macinata [facoltativa]
cioccolato fondente [dal 70% in su]
Procedimento
Scaldare in un pentolino abbastanza capiente 1/3 del liquido totale [spremuta + acqua]. Sciogliervi lo zucchero e la maizena. Aggiungere i liquidi restanti e la cannella. Cuocere finché il composto non si sia raddensato, come una sorta di budino.
Dividere negli stampi singoli e lasciar raffreddare per 3-4 ore.
Spolverare con scaglie di cioccolato fondente.
Spero di riuscire ad aggiornare di nuovo presto.
Per il momento vi auguro un buon finesettimana, alla prossima. (:
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mercoledì 16 gennaio 2013
Di notti bianche, improvvisazioni e futuri imminenti. [Ma anche immanenti, sì.]
Proprio come quando leggi una ricetta che ti ispira, e poi aspetti giorni per provarla. Ogni giorno ripercorri gli ingredienti, studi il procedimento, ti soffermi su quella pagina ad osservare la foto, appunti qualche possibile ritocco su un post-it che lasci a far da segnalibro. Hai anche tutto ciò che ti occorre in dispensa, eppure, ogni volta che ti ritrovi a togliere le uova dal frigo, ad accendere il forno, a scegliere lo stampo, ti fermi, un attimo prima che il pensiero si tramuti in azione.
Finché non torni a casa una sera, e all'una meno un quarto di notte ti ritrovi ad annusare la confezione di fichi secchi, e a pensare che no, in fondo non hai sonno, non ancora. La ricetta che hai studiato per giorni rimane chiusa fra le pagine di quella rivista, ti dimentichi degli appunti e delle proporzioni ragionate, delle correzioni e delle modifiche, di tutto ciò che avevi programmato.
Alle tre di notte sei ancora davanti al forno ad aspettare che il dolce si cuocia. Sul tavolo della cucina hai sparso libri, il pc è acceso, in una tazza del tè verde si raffredda, eppure rimani lì, senza fare null'altro se non goderti il calore del forno, osservando quel dolce preparato improvvisamente, senza aver seguito alcuna ricetta, in un momento forse non proprio adatto [o forse perfetto, proprio perché impensabile].
A volte capita proprio così. In cucina, altrove. Con le torte, con le persone.
E io sto semplicemente tentando di non perdermi un attimo di ciò che sta accadendo.
Passando invece al dolce, l'ispirazione arriva dall'ultimo numero di Sale & Pepe, dove c'era un'interessantissima torta con fichi secchi e farina gialla. L'abbinamento mi intrigava, così ho iniziato a ragionarci su. Come avete letto sopra, però, ogni proposito di seguire la ricetta è stato ignorato al momento della preparazione.
Finché non torni a casa una sera, e all'una meno un quarto di notte ti ritrovi ad annusare la confezione di fichi secchi, e a pensare che no, in fondo non hai sonno, non ancora. La ricetta che hai studiato per giorni rimane chiusa fra le pagine di quella rivista, ti dimentichi degli appunti e delle proporzioni ragionate, delle correzioni e delle modifiche, di tutto ciò che avevi programmato.
Alle tre di notte sei ancora davanti al forno ad aspettare che il dolce si cuocia. Sul tavolo della cucina hai sparso libri, il pc è acceso, in una tazza del tè verde si raffredda, eppure rimani lì, senza fare null'altro se non goderti il calore del forno, osservando quel dolce preparato improvvisamente, senza aver seguito alcuna ricetta, in un momento forse non proprio adatto [o forse perfetto, proprio perché impensabile].
A volte capita proprio così. In cucina, altrove. Con le torte, con le persone.
Sono più di due settimane che non si vede ombra di post, su questo blog. Chiedo umilmente perdono, coperta d'imbarazzo. Volete il lavoro, volete un imminente trasferimento [con annesso cambio di casa, di panorama, di lavoro, di abitudini, di tutto -si legge un po' di panico e molta impazienza, sì?-], volete il poco tempo trascorso in casa, volete la vita -sempre lei, sì-, volete tutto questo ed altro, ma il blog è decisamente passato in secondo piano, in questi ultimi tempi. Ma non me lo dimentico, non lo abbandono, appena riesco sono di nuovo qui.
Sta semplicemente cambiando tutto.E io sto semplicemente tentando di non perdermi un attimo di ciò che sta accadendo.
Passando invece al dolce, l'ispirazione arriva dall'ultimo numero di Sale & Pepe, dove c'era un'interessantissima torta con fichi secchi e farina gialla. L'abbinamento mi intrigava, così ho iniziato a ragionarci su. Come avete letto sopra, però, ogni proposito di seguire la ricetta è stato ignorato al momento della preparazione.
Il risultato è una torta molto, molto, umida e compatta, profumata di brandy e vaniglia. Il sapore è rustico, grazie all'impiego della farina gialla. La dolcezza è data più dai fichi che dallo zucchero, presente in dosi davvero ridotte. Inoltre, è completamente senza grassi, dettaglio non da sottovalutare se siete in periodo detox.
Decisamente un comfort food in piena regola.
Decisamente un comfort food in piena regola.
CAKE CON FICHI SECCHI E FARINA GIALLA
Ingredienti
120 g di farina gialla [tipo fioretto]
80 g di farina bianca 00
750 ml di latte intero
120 g di farina gialla [tipo fioretto]
80 g di farina bianca 00
750 ml di latte intero
2 uova
100 g di zucchero
8 g di lievito per dolci
mezza bacca di vaniglia
100 ml di brandy
100 g di zucchero
8 g di lievito per dolci
mezza bacca di vaniglia
100 ml di brandy
un pizzico di sale
300 g di fichi secchi
300 g di fichi secchi
Procedimento
Lasciare in ammollo i fichi nel brandy, aggiungendo una quantità di latte sufficiente a coprirli del tutto.
Quando si saranno ammorbiditi, toglierli dal liquido e metterli da parte.
Accendere il forno a 180°C.
Montare le uova con lo zucchero. In un pentolino abbastanza capiente, portare a bollore il latte con il brandy e la stecca di vaniglia incisa.
Versare a filo i liquidi caldi [avendo tolto il baccello di vaniglia] nel composto di uova, mescolando per evitare che queste ultime si cuociano. Rimettere il tutto sul fuoco e, mentre si mescola con una frusta, versare a pioggia le farine con il lievito e il sale. Cuocere a fuoco basso finché il composto non si sia addensato.
Tagliare a pezzi i fichi e aggiungerli all'impasto. Versare il tutto in uno stampo da plum cake foderato di carta forno.
Cuocere per 50-60 minuti, finché il dolce non si sia completamente rappreso.
Lasciar riposare per 10-12 ore nel forno spento.
Lasciare in ammollo i fichi nel brandy, aggiungendo una quantità di latte sufficiente a coprirli del tutto.
Quando si saranno ammorbiditi, toglierli dal liquido e metterli da parte.
Accendere il forno a 180°C.
Montare le uova con lo zucchero. In un pentolino abbastanza capiente, portare a bollore il latte con il brandy e la stecca di vaniglia incisa.
Versare a filo i liquidi caldi [avendo tolto il baccello di vaniglia] nel composto di uova, mescolando per evitare che queste ultime si cuociano. Rimettere il tutto sul fuoco e, mentre si mescola con una frusta, versare a pioggia le farine con il lievito e il sale. Cuocere a fuoco basso finché il composto non si sia addensato.
Tagliare a pezzi i fichi e aggiungerli all'impasto. Versare il tutto in uno stampo da plum cake foderato di carta forno.
Cuocere per 50-60 minuti, finché il dolce non si sia completamente rappreso.
Lasciar riposare per 10-12 ore nel forno spento.
lunedì 3 dicembre 2012
Muffins are always a good idea
Muffins are always a good idea.
Soprattutto quando ti ritrovi una domenica fra le mani, senza sapere come impiegarla. E allora ti basta riunire tutto nella planetaria: la domenica di noia, la farina, lo zucchero, rompervi le uova, diluire con il latte. Risvegliare il pomeriggio con l'aspro del limone, punteggiare l'impasto chiaro con una manciata di croccanti puntini neri.
Di ricette sull'abbinamento agrumi-semi di papavero ne potete trovare un'infinità in rete. Per questo, ho cercato di seguire la linea più semplice: un impasto molto morbido, grazie all'aggiunta di yogurt, leggero e profumato.
Oggi vi risparmio la solita introduzione prolissa, la giornata è stata lunga e con un continuo incastrarsi di impegni. Ho discusso fino ad ora con l'adorabile Photoshop, che ovviamente sceglie le serate migliori per non funzionare. Ma questi muffins volevo comunque lasciarveli: l'inverno sembra arrivato con decisione, finalmente, e questi pomeriggi bui spesso necessitano di una merenda dolce, magari dal colore vitaminico e con dei simpatici pois blu.
Eccovi la ricetta.
LEMON POPPY SEED MUFFINS
Ingredienti [per una decina di muffins piccoli]
200 g di farina
70-80 g di zucchero
1 uovo grande [2, se piccole]
100 g di yogurt bianco naturale
50 g di latte intero
30 g di olio [io ho usato un extravergine leggero, ma va benissimo anche un olio di semi]
6 g di lievito vanigliato
2 limoni non trattati
2 cucchiai di semi di papavero + un po' per la superficie
un pizzico di bicarbonato
un pizzico di sale
Procedimento
Preriscaldare il forno a 170°C.
Mescolare, da una parte, le polveri, più i semi di papavero. Dall'altra, sbattere leggermente le uova, aggiungervi poi i liquidi, più lo yogurt, la scorza grattugiata dei limoni e il succo di uno di questi. Unire i due composti, mescolando brevemente.
Dividere l'impasto negli stampini [io li ho foderati con della carta forno, ma non è necessaria, potete anche utilizzare dei pirottini], spolverare ogni muffin con un po' di semi di papavero e infornare per 15-20 minuti [prova stecchino].
Comunicazione di servizio: ho creato un nuovo profilo Flickr, non potendo più accedere a quello vecchio, grazie a qualche strano gioco di Yahoo]. Lo trovate qui. :)
Soprattutto quando ti ritrovi una domenica fra le mani, senza sapere come impiegarla. E allora ti basta riunire tutto nella planetaria: la domenica di noia, la farina, lo zucchero, rompervi le uova, diluire con il latte. Risvegliare il pomeriggio con l'aspro del limone, punteggiare l'impasto chiaro con una manciata di croccanti puntini neri.
Di ricette sull'abbinamento agrumi-semi di papavero ne potete trovare un'infinità in rete. Per questo, ho cercato di seguire la linea più semplice: un impasto molto morbido, grazie all'aggiunta di yogurt, leggero e profumato.
Oggi vi risparmio la solita introduzione prolissa, la giornata è stata lunga e con un continuo incastrarsi di impegni. Ho discusso fino ad ora con l'adorabile Photoshop, che ovviamente sceglie le serate migliori per non funzionare. Ma questi muffins volevo comunque lasciarveli: l'inverno sembra arrivato con decisione, finalmente, e questi pomeriggi bui spesso necessitano di una merenda dolce, magari dal colore vitaminico e con dei simpatici pois blu.
Eccovi la ricetta.
LEMON POPPY SEED MUFFINS
Ingredienti [per una decina di muffins piccoli]
200 g di farina
70-80 g di zucchero
1 uovo grande [2, se piccole]
100 g di yogurt bianco naturale
50 g di latte intero
30 g di olio [io ho usato un extravergine leggero, ma va benissimo anche un olio di semi]
6 g di lievito vanigliato
2 limoni non trattati
2 cucchiai di semi di papavero + un po' per la superficie
un pizzico di bicarbonato
un pizzico di sale
Procedimento
Preriscaldare il forno a 170°C.
Mescolare, da una parte, le polveri, più i semi di papavero. Dall'altra, sbattere leggermente le uova, aggiungervi poi i liquidi, più lo yogurt, la scorza grattugiata dei limoni e il succo di uno di questi. Unire i due composti, mescolando brevemente.
Dividere l'impasto negli stampini [io li ho foderati con della carta forno, ma non è necessaria, potete anche utilizzare dei pirottini], spolverare ogni muffin con un po' di semi di papavero e infornare per 15-20 minuti [prova stecchino].
martedì 27 novembre 2012
Lasciare che gli altri siano la propria ispirazione
Ways to stay creative.
Pensare. Riflettere. Rigirarsi le idee nella mente, finché non trovano il giusto incastro.
Divorare libri. Fagocitare musica. Consumarsi gli occhi con i film.
Mantenersi in vita. Perché non è semplice, rimanere vivi. Bisogna continuamente richiamarsi, rimanere vigili, svegliarsi al mattino con il pensiero: "Oggi devo vivere".
Uscire di casa. Buttarsi fuori di casa, quando necessario.
Camminare. Correre. Essere famelici anche quando si respira.
Mantenere in moto il cervello. Far sudare i neuroni.
Ascoltare. Guardare. Annusare. Toccare. Assaggiare.
Dare la caccia alla Bellezza. Perché è l'unica a poter salvare il mondo, è l'unica a poterci salvare.
Persone. Trovarle e lasciarsi trovare. Ascoltarle. Raccontarsi. Le Persone sono la chiave, sempre.
Parlo di Persone e di ispirazione perché questa ricetta è nata, come tante altre, dall'idea accesa da una preparazione di qualcun altro.
A volte bisogna lasciare che gli altri siano la propria ispirazione.
Credo non ci sia bisogno di presentarvi Marcello, dato che con la sua bravura ha conquistato tutta la blogosfera.
Marcello ed io ci siamo conosciuti mesi fa, parlando di paure, mele e cannella. Ci teniamo compagnia durante le nostre notti bianche, quando gli unici che ancora sfogliano pagine web, alla ricerca del prossimo dolce da sfornare, siamo noi.
La torta di oggi la devo a questa sua meraviglia, mia fonte di ispirazione di qualche giorno fa.
E' bastato aprire il mobiletto dei té, quello dove ho stipato decine e decine di scatole contenenti foglie di ogni aroma, perché la lista degli ingredienti mi si disegnasse nella mente.
Il risultato è un impasto soffice e leggero, grazie alla sostituzione del burro/olio con la ricotta [ma, fra parentesi, trovate anche le dosi per la versione meno light, per chi volesse qualcosa di un po' più gustoso ;) ].
La nota più particolare è conferita dal té che ho scelto di utilizzare, un rooibos. Il suo aroma dolce, di mandorla e vaniglia, penetra tutto l'impasto, rendendolo davvero speciale. Due parole su questo té? Definirlo tale è improprio, dato che in realtà si tratta delle foglie di una pianta che cresce esclusivamente in Sud Africa, conosciuta anche come Red Bush, grazie alla caratteristica sfumatura rossastra delle foglie e dell'infuso che se ne ricava. E' inoltre privo di teina e questo lo rende davvero adatto a tutti.
Io l'ho acquistato dalla mia spacciatrice di té preferita: Valerie dell'Esprit de Provence, ad Arona. Da lei potete trovare delle vere e proprie chicche: i pregiati té di Le Palais des Thés, spezie di ogni tipo, marmellate e confetture di altissima qualità [come quella ai petali di rosa che avevo utilizzato per i macarons], le bellissime scatole di Derrière La Porte, saponi di marsiglia profumati, sablèes e biscotti bretoni, idee regalo di ogni tipo [Natale, mi leggi?]. Se per caso capitaste sulle rive del Lago Maggiore, quindi, vi consiglio di andare a dare una sbirciatina al suo angolo di Provenza, incastonato in una delle rughe del corso [via Cesare Battisti, 13 - Arona - NO]. In ogni caso, vi consiglio di tenervi aggiornati seguendo la sua pagina Fb, dato che voci indiscrete mi hanno detto di un servizio e-commerce in avviamento.
Forse, forse è giunto il momento della ricetta, che dite?
ROOIBOS TEA CAKE
Ingredienti
200 g di farina 00 + 50 g di fecola [oppure 250 g di farina]
120 g di zucchero
120 g di ricotta [oppure 120 g di burro o olio]
2 uova
150 ml di latte intero
6 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
due cucchiai di rooIbos in foglie [oppure altro té -nel caso l'abbiate in bustine, ne occorrono due]
Procedimento
Scaldare il latte, senza farlo bollire, e lasciarvi in infusione le foglie di té.
Accendere il forno sui 160°C.
Nel frattempo, lavorare le uova con lo zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro [il volume dovrebbe essere circa triplicato].
Aggiungere la ricotta, mescolando delicatamente dall'alto verso il basso. Setacciare le polveri e mescolarle all'impasto, insieme al pizzico di sale. Infine, filtrare il latte e versarlo a filo.
Utilizzare uno stampo imburrato e infarinato [18 cm di diametro, il mio, ma potete anche sceglierlo più largo] e cuocere la torta per 45-50 minuti [prova stecchino].
- la cottura a bassa temperatura garantisce una maggiore morbidezza all'impasto
- nel caso la superficie si scurisca troppo, coprirla con un foglio di alluminio
- quelle che vedete sulla torta sono foglie di té, più una scelta estetica che un'esigenza gustativa ;)
Pensare. Riflettere. Rigirarsi le idee nella mente, finché non trovano il giusto incastro.
Divorare libri. Fagocitare musica. Consumarsi gli occhi con i film.
Mantenersi in vita. Perché non è semplice, rimanere vivi. Bisogna continuamente richiamarsi, rimanere vigili, svegliarsi al mattino con il pensiero: "Oggi devo vivere".
Uscire di casa. Buttarsi fuori di casa, quando necessario.
Camminare. Correre. Essere famelici anche quando si respira.
Mantenere in moto il cervello. Far sudare i neuroni.
Ascoltare. Guardare. Annusare. Toccare. Assaggiare.
Dare la caccia alla Bellezza. Perché è l'unica a poter salvare il mondo, è l'unica a poterci salvare.
Persone. Trovarle e lasciarsi trovare. Ascoltarle. Raccontarsi. Le Persone sono la chiave, sempre.
Parlo di Persone e di ispirazione perché questa ricetta è nata, come tante altre, dall'idea accesa da una preparazione di qualcun altro.
A volte bisogna lasciare che gli altri siano la propria ispirazione.
Credo non ci sia bisogno di presentarvi Marcello, dato che con la sua bravura ha conquistato tutta la blogosfera.
Marcello ed io ci siamo conosciuti mesi fa, parlando di paure, mele e cannella. Ci teniamo compagnia durante le nostre notti bianche, quando gli unici che ancora sfogliano pagine web, alla ricerca del prossimo dolce da sfornare, siamo noi.
La torta di oggi la devo a questa sua meraviglia, mia fonte di ispirazione di qualche giorno fa.
E' bastato aprire il mobiletto dei té, quello dove ho stipato decine e decine di scatole contenenti foglie di ogni aroma, perché la lista degli ingredienti mi si disegnasse nella mente.
Il risultato è un impasto soffice e leggero, grazie alla sostituzione del burro/olio con la ricotta [ma, fra parentesi, trovate anche le dosi per la versione meno light, per chi volesse qualcosa di un po' più gustoso ;) ].
La nota più particolare è conferita dal té che ho scelto di utilizzare, un rooibos. Il suo aroma dolce, di mandorla e vaniglia, penetra tutto l'impasto, rendendolo davvero speciale. Due parole su questo té? Definirlo tale è improprio, dato che in realtà si tratta delle foglie di una pianta che cresce esclusivamente in Sud Africa, conosciuta anche come Red Bush, grazie alla caratteristica sfumatura rossastra delle foglie e dell'infuso che se ne ricava. E' inoltre privo di teina e questo lo rende davvero adatto a tutti.
Forse, forse è giunto il momento della ricetta, che dite?
ROOIBOS TEA CAKE
Ingredienti
200 g di farina 00 + 50 g di fecola [oppure 250 g di farina]
120 g di zucchero
120 g di ricotta [oppure 120 g di burro o olio]
2 uova
150 ml di latte intero
6 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
due cucchiai di rooIbos in foglie [oppure altro té -nel caso l'abbiate in bustine, ne occorrono due]
Procedimento
Scaldare il latte, senza farlo bollire, e lasciarvi in infusione le foglie di té.
Accendere il forno sui 160°C.
Nel frattempo, lavorare le uova con lo zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro [il volume dovrebbe essere circa triplicato].
Aggiungere la ricotta, mescolando delicatamente dall'alto verso il basso. Setacciare le polveri e mescolarle all'impasto, insieme al pizzico di sale. Infine, filtrare il latte e versarlo a filo.
Utilizzare uno stampo imburrato e infarinato [18 cm di diametro, il mio, ma potete anche sceglierlo più largo] e cuocere la torta per 45-50 minuti [prova stecchino].
- la cottura a bassa temperatura garantisce una maggiore morbidezza all'impasto
- nel caso la superficie si scurisca troppo, coprirla con un foglio di alluminio
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