Vorrei che la mia ombra sparisse da quelle stanze, sbiadisse gradualmente, fino a portarti a dubitare della mia esistenza.
Dimentichiamoci, ti va? Sarà meno doloroso. Ci siamo sempre feriti, tu ed io, soprattutto tentando di farci - con la maldestria di chi sperimenta cose impossibili - del bene.
Dimenticami, davvero. Fa' in modo di non toccarmi mai più - non voglio mai più essere nemmeno sfiorata da te, dalle tue parole sgraziate, dai tuoi colori sgargianti, dal tuo cibo casuale, dalle tue risate stonate, dalla tua perfezione facile, dai tuoi occhi ciechi.
Dimenticami, perché, ora che non ti ho più, ora che non mi hai più, sto bene.
Continuo a cucinare, ogni giorno, per lavoro, per il mio pezzo inossidabile di famiglia, per gli amici, per me stessa.
Ho capito che le ossessioni vanno assecondate, non soppresse, perché nulla avrà mai la potenza di un'ossessione libera di esplodere. Sai quanto male mi sono fatta, cercando di capire come trattarla, come giocarci senza ferirmi, come sfogarla senza distruggermi. Sai quante volte ho pensato di accantonarla, chiuderla in un barattolo e lasciarla spegnere, perché pensavo non potesse convivere con un certo lato di me. Anche oggi, non posso dire di esserne totalmente padrona - forse non lo sarò mai -, ma ho capito che, spesso, per sapere esattamente cosa si sta facendo, e sapere se lo si sta facendo al meglio, è necessario perdere l'autocontrollo.
E non sai quanto diventa divertente, a quel punto.
Sai che ho una casa? Travi in legno e abbaini, ancora in fase di arredo, ma con una luce perfetta.
Ci sono libri sparsi dovunque, perché sono disordinata anche nelle letture, valigie e scatoloni spuntano ancora qua e là, alcuni ribelli fili elettrici stanno aspettando le loro lampade per redimersi. Ho poche pentole e il frigorifero perennemente desolato, come ogni persona che cucina per lavoro. Ci sono sempre delle fragole, però, del cioccolato, qualche tazza con i fondi abbandonati dei miei caffè americani.
Non immagini che impressione invitare gli amici e vederli seduti sul mio divano, arrampicati sugli sgabelli attorno all'isola della cucina, cenare con loro, bere vino, fumare qualche sigaretta, perdersi a parlare fino a notte fonda: le sere scorrono e fra quei muri si accumulano nuovi ricordi, echi di parole e di gesti.
Ogni mattina mi sveglio, scivolo con lo sguardo sulle venature del legno del soffitto, mi stiracchio fra le lenzuola rigorosamente bianche, mi godo quella luce perfetta e lo realizzo: ogni mattina realizzo che ho un posto dove stare. Finalmente.
Credo di star vivendo uno dei periodi più intensi della mia vita [e, mentre lo scrivo, già so che qualcosa di ancor più denso mi attende dietro l'angolo, perché la vita si comporta così, non si ferma mai, non ti dà mai tregua], ma come faccio a raccontarti delle mie giornate che sfuggono, lasciandomi disfatta e adrenalinica?
Dall'ultima volta in cui ci siamo visti, quel grigio mattino di aprile, in cui faceva quasi freddo [o forse era colpa del mio maglioncino traforato], ho imparato che certi abbandoni, certe sparizioni, certi distacchi, fanno male solo se li chiami così, mentre, in realtà, sono solo una forma travestita di liberazione. Ho imparato che la soddisfazione, in fondo, è insipida, e dura giusto quei cinque secondi in cui lasci la tua firma su un foglio o sorridi a un complimento: l'attimo seguente devi cercare già qualcosa di nuovo con cui dare significato a quello che hai. Ho imparato a scrivere lettere con la voce, e a spedirle dall'altra parte del mondo. Ho imparato a collegare cavi elettrici e ad usare un avvitatore. Ho imparato ad alzarmi da una panchina in riva al lago e andarmene, riconoscendo di non poter più fare bene. Vorrei poterti dire di aver imparato ad affilare bene i coltelli con la pietra, ad essere rapida e precisa allo stesso tempo, a non sentirmi in soggezione e ad essere più indulgente con me stessa, ma no, per questo ci vorrà ancora del tempo. Soprattutto per l'affilatura dei coltelli.
Non so perché abbia deciso di scriverti, oggi. Forse volevo solo farti sapere che sto bene, e che non mi manchi.
Ti lascio un ultimo assaggio della mia vita, una delle torte che preparo per le alzatine che svettano all'ora di pranzo nella sala di Cucina 41: dolci semplici, ma piacevoli, per avviare il pomeriggio con l'umore giusto. Ieri pioveva: ho usato amaretti e caffè, in un impasto soffice e umido [il trucco è usare la panna, nel caso ti venisse voglia di infornare qualcosa].
Le foto sono state scattate a casa mia: c'è proprio una luce perfetta, non trovi?
TORTA MORBIDA CON AMARETTI E CAFFÈ
Ingredienti
300 g di farina 00
100 g di amaretti sbriciolati
400 g di panna da montare
50 g di burro fuso [facoltativo *]
180 g di zucchero
2 uova
10 g di lievito per dolci
una tazzina di caffè
un cucchiaio di caffè solubile
un pizzico di sale
Procedimento
Preriscalda il forno a 180°C.
Monta uova e zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro e spumoso. Aggiungi la panna, fai montare ancora per un paio di minuti, poi unisci la farina, gli amaretti, il caffè, il lievito e il sale.
Versa l'impasto in uno stampo imburrato e infarinato, inforna per circa mezz'ora [prova stecchino].
* conferisce maggiore sofficità all'impasto, ma non è necessario




Scrivi lettere con la voce come Theodore in Her?
RispondiEliminaSono felice che tu sia felice. Te lo meriti. Finalmente è arrivato il tuo momento. Prenditi cura di te stessa.
apity
Ci provo. Grazie tesoro, un abbraccio.
Eliminauna lettera del genere fa bene pure a un lettore di passaggio, meglio che lavarsi la faccia con acqua fresca (ok, mi sono svegliata da poco)
RispondiEliminati voglio bene. e sono felice. e ti abbraccio, molto forte.
Cara Agnese,
RispondiEliminati leggo sempre.. amo le tue parole, il tuo modo di scrivere.
Passo qui.. e rifletto, sogno, alleggerisco i miei pensieri, comprendo qualche errore.. sempre in un clima di delicata golosità.
Per tutto questo,
grazie! :)
Pamela
Approvo in pieno quello che scrivi........
RispondiEliminaè bello leggerti così.
RispondiEliminasì (:
fatti del bene A.
Passo di qui, tra il tuo disordine e le tue parole perfettamente ordinate e penso che tutti gli addii dovrebbero essere così: costruzione di qualcosa di migliore.
RispondiEliminaEccomi qua :)
RispondiEliminaE' la prima volta che ti leggo. Da sempre ho misurato i libri, le lettere, le poesie, le ricette di cucina con il sapore che ti lasciano in un attimo specifico, nel momento in qui finisci di deglutire, quando il tutto è finito ma l'ultima papilla si inebria di sapore come la scia di un profumo nonostante chi lo indossava sia già andato. La tua lettera trasmette tutta la tua fierezza ma in modo poeticamente calmo . Grazie :)
Tornerò a leggerti volentieri!
Eda
Eda! È un piacere e un onore averti qui. Ti ringrazio per le tue parole, a presto!
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