giovedì 30 maggio 2013

Wild berries pull-apart bread | Don't waste your time, or time will waste you.

Mi piacciono i lievitati perché si prendono il loro tempo.
Sforno brioches nel tentativo di imparare da loro. Le impasto, rimango ad osservare la planetaria in attesa che l'impasto s'incordi [anziché aggiungere farina a sproposito -come facevo le prime volte, ottenendo, poi, dei mattoni immangiabili], le lascio riposare nel forno appena tiepido per un'ora, un'ora e mezza, anche due, sbirciando di tanto in tanto quel che succede sotto il canovaccio inumidito. Lascio che mi scandiscano la giornata: faccio colazione mentre uova e burro raggiungono la temperatura ambiente, vado a correre mentre lievitano, durante la seconda lievitazione mi preparo un pranzo senza fretta, una volta ogni tanto, mi nutro mentre loro cuociono, forno acceso e pc spento, magari guardando un bel film, e non un programma a caso in TV, magari sfogliando un libro.
Vorrei essere una brioche.
Vorrei avere la forza di imporre le mie necessità.
Vorrei il coraggio di pretendere il tempo di cui ho bisogno, con la consapevolezza che nulla svanirà.
Arrivare davvero pronta, e non aver messo insieme qualche pezzo di me, cercando anche di far combaciare quelli dai profili non corrispondenti, nella frenesia di rispondere subito, nell'ansia di reagire immediatamente.

Pensavo a questo, mentre facevo colazione, qualche giorno fa, con un pezzo di brioche, delle fragole fresche e una tazza di caffè. Pensavo che non ci concediamo mai il tempo di cui abbiamo bisogno. Pensavo che non ci sono abbastanza momenti davvero Belli nella quotidianità. Pensavo alle giornate che ci fagocitano, alle ore divorate dal traffico, ai quarti d'ora che sprechiamo al telefono, a fissare inutili colloqui di lavoro che poi si risolveranno in un "Ha solo ventuno anni? Le faremo sapere.", alle ore che sbiadiscono fra i divertissements, ai minuti ad attendere che il Nulla avanzi.

Nel tentativo di imparare a riservarmi [riservare a me, alle persone cui tengo, alle passioni] del tempo, impasto brioches.
Voi?


WILD BERRIES PULL-APART BREAD

L'impasto di questa brioche è semplicissimo da preparare e ha una resa meravigliosa: mediamente ricco, soffice e morbido anche il giorno dopo.
L'idea il pull-apart bread è decisamente vincente: si sovrappongono pezzi di impasto, intervallandoli con qualcosa di burroso e zuccheroso [la maggior parte delle ricette prevede un ripieno di burro, cannella e zucchero, ma ci sono anche versioni con il cacao] e poi li si sistema, più o meno in ordine, all'interno di uno stampo. Il massimo è mangiarlo dividendo i singoli strati, quasi "strappandoli".
Io ci ho infilato dentro della confettura di frutti di bosco [fra le pagine di Food Therapy c'è una leggera tendenza a questo tipo di frutta ultimamente, non so se l'avete notato] e ho spennellato il tutto con burro fuso e zucchero di canna. Le creste caramellate sono to die for.


Ingredienti
400 g di farina
2 uova + 1 tuorlo [se la volete particolarmente morbida, altrimenti bastano le 2 uova] a temperatura ambiente
60 g di burro morbido
50 g di zucchero
100 + 40 ml di latte tiepido
15 g di lievito di birra fresco
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1/2 cucchiaino di sale

confettura di frutti di bosco [Rigoni di Asiago, o comunque qualcosa di molto buono]
zucchero di canna
burro

Procedimento
Sciogliete il lievito nei 40 ml di latte tiepido.
Nella planetaria, o a mano, iniziate a mescolare la farina con lo zucchero. Aggiungete, una volta completamente sciolto, il lievito e lasciate che venga assorbito.
Incorporate il latte, l'estratto di vaniglia e le uova leggermente sbattute. Infine, il burro a pezzetti, in più riprese.
Continuate a impastare finché non si sarà formata un'unica palla, un po' appiccicosa, ma elastica e uniforme [possono occorrere anche 15-25 minuti, pazientate].
Lasciate lievitare per un'ora, un'ora e mezza, in un recipiente coperto e in un luogo non freddo e al riparo da correnti d'aria [io uso sempre il forno, preriscaldato a 40°C].

Imburrate e inzuccherate uno stampo rettangolare.
Quando l'impasto ha raddoppiato le sue dimensioni, sgonfiatelo su una spianatoia leggermente infarinata. Stendetelo in un rettangolo e spalmate la superficie con uno strato uniforme di confettura. Ritagliate dei rettangoli e impilateli a tre a tre. Disponeteli, quindi, nello stampo, impilandoli in verticale e cercando di creare una spina di pesce, oppure semplicemente in successione.
Lasciate lievitare ancora per 30-40 minuti.

Portate il forno a 180°C.
Spennellate la superficie della brioche con del burro fuso, cospargetela di zucchero e infornate per 30 minuti.

Ottima ancora calda.

[Sul web trovate indicazioni precise -cose tipo centimetri e calcoli- circa la divisione in rettangoli dell'impasto. Io e la mia solita logica caotica ce la siamo cavata benissimo anche senza.]


venerdì 24 maggio 2013

Moelleux di ricotta, con miele e fragole | Nothing is real and nothing to get hung about


- Sono qui. Salgo? Scendi? Vado via?
Sali. Ti sento chiudere la porta d'ingresso, sotto, con quel tonfo metallico e pesante. Allungo la mano verso l'altra sedia, prendo la felpa e la indosso, dimenandomi in quel labirinto di maniche e colletto e cappuccio e stoffa spessa calda blu. Cerco di farmi una coda, ma niente, annodo i capelli in uno chignon disordinato. Mi alzo, vado ad appoggiarmi alla parete a fianco della porta. In quell'istante entri tu. Per un attimo la porta aperta ti nasconde, poi, quando la richiudi, compari. E hai quel tuo sorriso che, in realtà, è più una smorfia tragica, quella di quando mi vieni a recuperare.
Ti avvicini.
- Allora, che succede?-, chiedi a voce bassa.
Succede che, dai, abbracciami, non farmi queste domande, tanto lo sai, quello che succede, succede che sono io, succede che siamo ancora là, a sei mesi fa, a sei anni fa, succede che, guardami, ho quasi ventidue anni e non so badare a me stessa, mi perdo senza nemmeno uscire di casa, guardami, cado rimanendo seduta. Succede che, dai, fammi restare un po' immobile, ti prego, mi incastro fra le tue braccia così riesco a rimanere ferma, guarda, così non crollo nemmeno.
- Non sparire-, mi dici, con le labbra sulla mia clavicola sinistra.
Non rispondo, mentre gioco con il colletto della tua tee, percorrendolo col dito, ipnotizzata da quella sorta di corda di cotone, dove i polpastrelli fanno i funamboli.
Salto dalla maglia alla tua pelle, forse la realtà s'è nascosta là sotto, fra le tue vertebre e sui tuoi nei. Dal colletto, ora, esce solo il mio polso, stritolato dall'elastico per i capelli, troppo stretto.
C'è un punto, dietro le mie pupille, che si sta riempiendo di spilli, cerco di ignorarli, fuggo nel calore che sale dalla tua schiena.
- Ehi...
Ehi. Tre lettere e quegli spilli impazziscono, partono alla carica, mi sfondano la cornea.
Fuori c'è il temporale, puntuale come ogni pomeriggio, puntuale come i miei piccoli, ma irrisolvibili, crolli quotidiani.
Dieci minuti lì, a farci sostenere dal muro, col citofono contro la tempia, quasi fosse una pistola, e la luce bianca e verde degli alberi e delle nuvole che entra dalle finestre.
Ti guardo. I tuoi occhi verdi. Le tue ciglia trasparenti.
- Ho sotto la tua maglia.-, mormoro, così, una frase inutile perché dirti che ho bisogno di te non mi riesce.
Ci stacchiamo dal muro, cambiamo stanza. Rimaniamo un po' in silenzio, un po' parliamo.
Trascorre mezz'ora. Mi convinci a uscire. Mi porti fuori, fuori da me.

Nothing is real and nothing to get hung about.



MOELLEUX CON RICOTTA, MIELE E FRAGOLE [ricetta di Mon petit bistrot, liberamente stravolta]

Immaginate una cheesecake senza la base di biscotti e aggiungeteci delle fragole fresche, l'aroma del miele, la scorza di limone appena grattata, un po' di vaniglia. Tutto qui. 


Ingredienti [per uno stampo da 18 cm di diametro]400 g di ricotta [meglio se di pecora]
3 uova
50-70 g di miele [scegliete voi il grado di dolcezza, anche in base al tipo di miele che utilizzate]
50 g di fecola di patate / amido di mais
la scorza di un limone bio
un cucchiaino di estratto di vaniglia

una decina di fragole ben mature

burro e zucchero q.b.

Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Dividete gli albumi dai tuorli, e montate a neve i primi, con un pizzico di sale.
A parte, mescolate la ricotta con il miele, la fecola, i tuorli, la scorza di limone e l'estratto di vaniglia.
Aggiungete gli albumi, in più riprese e mescolando dall'alto verso il basso, per non smontarli.
Versate il composto nello stampo imburrato e inzuccherato. Disponete sulla superficie le fragole, pulite e affettate. Infornate per 45-50 minuti [uno stecchino, infilato nel centro, deve emergerne pulito].
Lasciate raffreddare. 
E' più buono il giorno dopo, soprattutto se ha trascorso la notte in frigo.


mercoledì 22 maggio 2013

Pavlova | Crema pasticcera edition

Da qualche parte nel cervello devo essermi tatuata la celebre:
Ever tried.
Ever failed.
No matter.
Try again.
Fail again.
Fail better.
Ma anche: farcela, farcela un'altra volta, farcela meglio.
Ovvero, storia di una pavlova che da "buona" è diventata "strepitosa".

Vi rimando al post di qualche mese fa per la storia e le vicissitudini celate dietro questo dolce dal nome buffo, che a me continua a ricordare il suono di spatolate di panna montata lasciate cadere su una superficie.
Forse proprio per disinnescare questa sorta di onomatopea, ho preparato una pavlova senza panna. A volte la cucina manca di logica: mio caro chef Sachse, mi spiega che cosa dovrei farne, io, dei tuorli che avanzano dalla meringa? Una frittata giallo colesterolo?
Ecco quindi dove è finita la crema pasticcera del precedente post.
Il risultato è davvero convincente: molto più avvolgente della versione con panna, oltre al fatto che fragole e frutti di bosco, abbinati alla pasticcera, sono qualcosa di cui potrei tranquillamente vivere, senza avvertire la mancanza di altro.
Il gioco di contrasti rimane immutato, un cucchiaino racchiude un caleidoscopio di sensazioni gustative: il fresco acidulo e succoso dei piccoli frutti, la cremosità arrotondata dalla vaniglia, le briciole croccanti del guscio di meringa.


PAVLOVA | CREMA PASTICCERA EDITION

Ingredienti
meringa francese
crema pasticcera
fragole e frutti di bosco [o altra frutta acidula]

Procedimento
Preriscaldate il forno a 100°C.
Preparate la meringa e formate dei piccoli nidi su una teglia rivestita da carta forno.
Infornate per circa un'ora, finché i gusci non si staccheranno facilmente dal fondo. Lasciate raffreddare i gusci nel forno spento.
Poco prima di servire i dolci, riempite l'incavo di ogni meringa con qualche cucchiaio di crema pasticcera. Completate con la frutta.


L'unico dubbio che mi sorge è: si può ancora chiamare "pavlova"? A voi l'ardua sentenza.

domenica 19 maggio 2013

Crema pasticcera | Questioni di ritmo


A volte, vorrei che le cose della vita fossero in grado di trovare un ritmo spontaneo, come le cose della cucina. Un naturale susseguirsi, sovrapporsi, interrompersi di gesti, suoni, rumori, temperature, odori, sapori. 
Torni nei tuoi luoghi e li trovi un po' meno tuoi. O, forse, tu sei un po' meno loro. 
La casa è grande. I vestiti, gli oggetti, i libri faticano a uscire dalle valigie e dagli scatoloni, a riprendersi il loro spazio in librerie, su mensole e in armadi. Il Ticino si srotola dietro a una curva, con la diga, la spiaggia, quelle passeggiate. Vai a trovare il lago in una mattina di nuvole e occhiali da sole, il vento è freddo, l'acqua di alluminio; rimani a respirare per qualche minuto, appoggiata al parapetto di vernice verde scrostata. 
Cammini, pensi, prendi la bici, corri, ascolti musica, sistemi un po' l'archivio mentale, sposti qui le cose di là. Respiri, prendi fiato, ricominci. 
Una sera al cinema, un Baz Luhrmann ormai prevedibile [è stata solo una mia impressione?], ma un Fitzgerald da amare ancora una volta, con lo stomaco stretto e la gola annodata, un aperitivo con una mostra e del jazz, gli amici -i fratelli- di Arabica Fenice, un sassofonista che improvvisa un concerto, mezz'ora blu in una stanza bianca, a fissare ipnotizzata le dita i tasti i riflessi sul metallo gli occhi chiusi, Arona-Novara-Arona, perché chi si ferma muore, cucinare quattro cene diverse in un'ora, il Meltin' e tutta quella gente, tuo fratello, i suoi amici, persone che non vedevi da una vita, ancora aggrappate a una te che chissà che fine ha fatto, la tequila e il Long Island, le gocce di pioggia appese a una ringhiera e aggrappate al parabrezza, portarti a casa, portarmi a casa.
[Gesti, suoni, rumori, temperature, odori, sapori che si susseguono, si sovrappongono, s'interrompono.]

Ho questo grande difetto del concentrarmi sulle complessità, dando a loro la priorità di risoluzione, al posto di riuscire a fermarmi ad ammirare la semplicità. Dimentico sempre il ritmo naturale delle cose semplici, il loro scivolare istintivamente nell'azione, le loro poche ombre.
A volte, basterebbe ricominciare dalle basi. 


CREMA PASTICCERA

Questa è LA BASE della pasticceria. Controbattete pure, elencandomi paste frolle e sfoglie, meringhe e pâte à choux, per me, una volta che sai preparare una crema pasticcera divina, hai il mondo in pugno [fermatevi, e focalizzate nella vostra mente una tazza di questa crema vellutata, che accoglie il cucchiaino e lo risucchia, per poi lasciarlo emergere gonfiato da un enorme goccia dorata che profuma di vaniglia, che si scioglie sulla lingua morbidamente e vi inonda la bocca: non è forse il modo migliore per far perdere la razionalità a qualcuno?].
Le ricette sono infinite, la mia si compone di pochi, decisivi, accorgimenti: tuorli freschissimi [thanks, galline della nonna!], zucchero di canna [retrogusto caramellato, volete mettere?], latte di primissima qualità, un tocchetto di burro a cottura ultimata [effetto velluto assicurato].
La crema pasticcera è una di quelle preparazioni semplici, e dotate di ritmo: soprattutto, adoro quel momento in cui inizi a pensare che devi aver sbagliato qualcosa, perché 'sta crema proprio non ne vuole sapere di addensarsi, e, invece, ecco che inizia a opporre resistenza alla frusta, un minuto ed è perfetta [la cucina è metaforica, l'ho sempre sostenuto].

Godetevela.

Ingredienti
500 g di latte fresco intero [qualora voleste proprio esagerare, un 450 latte + 50 panna è il massimo]
4 tuorli
90-100 g di zucchero di canna
1 bel baccello di vaniglia [o la scorza di un limone bio, o entrambi]
40 g di maizena
40 g di burro

Procedimento
Scaldate il latte in un pentolino abbastanza capiente. Incidete il baccello di vaniglia, apritelo come un libro, raschiatelo con un coltellino, prelevando tutti i semi, e aggiungeteli al latte, tuffandoci anche il baccello. Quando il latte è vicino al bollore, spegnete il fuoco e lasciatevi in infusione la vaniglia per circa mezz'ora. 
Intanto, in un recipiente sufficiente grande, sciogliete lo zucchero nei tuorli, senza montarli [inutile e controproducente]. Aggiungete anche la maizena setacciata, incorporandola senza formare grumi. 
Quando il latte si è invanigliato per bene, togliete il baccello, e versatelo a filo suoi tuorli, mescolando con una frusta. Quindi, rimettete tutto nel pentolino e riaccendete il fuoco.
Attendete, mescolando con la frusta, che il composto si addensi. 
Quando la crema ha raggiunto la consistenza desiderata, prendete quel tocchetto di burro, fatelo scivolare nel pentolino, e godete spudoratamente lasciandolo fondere, mentre continuate a mescolare. 


Vi avevo detto che avrei acceso il forno: indovinate dove è finita questa crema?
Stay tuned.

Ceci n'est pas une recette


  • Notes
- nel caso vi troviate in zona Novara dal 24/05 al 9/06, c'è il Novara Jazz, al quale parteciperà, con letture più o meno sporadiche, anche Arabica Fenice: don't miss it!

giovedì 16 maggio 2013

Modena, cinque mesi dopo


E' stato normale, quel giorno di gennaio, partire, mettere due valigie in macchina e trasferirmi. E' stato altrettanto normale, quella mattina, mentre giocavo con le ultime gocce di caffè rimaste nella tazzina, ruotandola per farle scivolare, decidere di tornare.
A volte, fai delle cose senza davvero realizzarle, solamente inseguendo un pensiero che ti si è materializzato nella mente, e le senti dopo, quelle cose, quando ti chiazzano la pelle, ti vociano nella testa, ti si agitano nel petto, un giorno ti svegli e senti come un peso sulle spalle, non appena ti metti a sedere, come se tutta la forza di gravità avesse deciso, quel giorno, di concentrarsi su di te.
Ma è tutto normale, per me. E' normale perché è mio, e io appaio, a me stessa, normale.

Cinque mesi.

E' complicato costruire una relazione con un luogo. Non me ne intendo di relazioni umane [forse non è del tutto vero, ma mi piace far credere che sia così], ma suppongo che trasferirsi sia un po' come incominciare a frequentare qualcun altro dopo la fine di una lunga relazione: la fatica di ricominciare da zero. Allora, se con le persone si prendono i caffè, si esce in centro, si va a cena, ci si bacia sotto casa, etc, con le città si cercano i parcheggi liberi, il supermercato, il bar col wifi, il distributore della benzina. Si tenta di tessere una rete di punti di riferimento, che ti protegga da eventuali cadute [è fortissimo il senso di precarietà, di continuo squilibrio, quando si va a vivere altrove].

Forse, esiste davvero un Destino, un Dio ironico, che ci guarda e ride.
Sono partita perché volevo costruirmi una vita altrove, perché sentivo di aver raggiunto il punto di saturazione dei luoghi in cui ero cresciuta, e, prima di tornare, mi è stato regalato "La vita altrove", di Kundera.
Forse, invece, certe persone, che incontri per incredibili coincidenze, riescono a comprenderti con un'esattezza prodigiosa.
Sarà che fra misantrope ci si capisce. Sarà che certe affinità sono davvero rare e che fortuna, che fortuna, quando ti capitano.
[Ora che ci penso, c'è sempre una mail, a un certo punto della mia vita, che arriva quando mi sto richiudendo troppo -troppo- in me stessa, e mi tira su e fuori dal buco che mi sto scavando. Di solito, queste mail sono preludi di meravigliose amicizie.]
Di certo, quel sabato sera in cui avevamo deciso di non uscire, per poi ritrovarci alle dieci e trenta sul tetto di un cinema, sedute sul cofano della tua auto, a guardare i lampi e a prendere la pioggia, sarà uno dei ricordi più belli che conserverò di Modena.

In generale, ho dei ricordi belli di Modena.
Forse non facili, ma belli sì.
Innanzitutto, perché è stato un cambiamento, e quindi una crescita.
"Tout commence par une interruption."
Vivere da sola mi ha reso parecchio selvatica, più del gatto randagio che ero prima. Ma anche forte, mi ha scolpito il carattere: sapere di poter contare solo su se stessi ti fa valutare con maggiore lucidità le tue effettive capacità, e i tuoi limiti.
La solitudine consapevole è terapeutica. Il silenzio, la sera, quando rientri dopo una giornata intensa, è bellissimo e terribile allo stesso tempo.  Vivendo da soli, si impara a gestire se stessi, a porsi dei limiti, a organizzarsi.

Ma non sono stati cinque mesi di solitudine, per quanto io sia asociale e consideri una serata con film/libro migliore di qualsiasi sabato sera in un locale, con musica che non mi piace a impedirmi di parlare con chi ho di fianco.
Innanzitutto, i colleghi  la lavoro. Persone più o meno adulte di me, più o meno simili, con le quali mi sono ritrovata a trascorrere la giornata. E ci sono le pause caffè, le pause tè [voi, nel vostro ufficio, avete l'appassionato di tè che a metà mattina e a metà pomeriggio vi offre una tazza di tè, ogni giorno un tipo diverso? No? Peccato.], Anna e Debora con cui condividere scrivania e spaccati di vita, ma anche pettegolezzi e tragedie da PMS, pacchetti di M&M's e liquirizia, la Vale che è la prima persona che incontri al mattino, le quattro chiacchiere con il primo caffè della giornata.
Costruirsi dei rapporti umani completamente nuovi comprende anche certi incantevoli fuochi di paglia. Ho visto meteore incendiare il cielo di aprile, posso assicurarvelo, e poi sbriciolarsi, senza nemmeno riuscire a imprimere un solco nella terra.
[Disinnesco equilibri. Sono un consapevole elemento di disturbo.]
Ma anche questi ricordi sono belli,  hanno le braccia scoperte per assorbire tutta la luce del primo giorno di primavera [non avete idea di quanto possa essere lungo e grigio e umido e gelido e ostile l'inverno a Modena] e trascorrono le pause pranzo in libreria, a scambiarsi titoli come regali. Oppure, bevono la prima birra della bella stagione, seduti a un tavolino incerto sui ciottoli di una via del centro, dimenticandosi di contare le sigarette, spostando posaceneri, boccali e portatovaglioli come fossero elementi d'arredo, cercando una simmetria, un ordine, un'idea che, per una sera, possa funzionare. O, ancora, pescano, da un sacchetto di carta, tigelle fumanti, bevendo Lambrusco [vivi a Modena per un tot e preparati a scrivere odi al Lambrusco], chiacchierando, lasciando scivolare parole, sguardi, dita fra i capelli, risate.
Ci sono gli amici che vengono a trovarti, ci sono i weekend di pioggia trascorsi insieme, la bottiglia di passito finita alle cinque del pomeriggio, le colazioni preparate per gli altri, magari dopo un concerto, il fruttivendolo che ti riconosce, il gelataio che tiene da parte le noci solo per te, le cassiere del supermercato vicino all'ufficio che, ogni giorno, osservano rassegnate la tua spesa, magari composta da broccoli e fragole. Ci sono le persone che ti salutano con un "Vengo a trovarti", e quelle che ti abbracciano un'ultima volta dicendoti: "Mi aspetto grandi cose da te."

Ho visitato qualche  città, approfittando di un punto di partenza favorevole, di un punto di vista differente sull'Italia.
Il mare della mia preadolescenza a un'ora e poco più da casa, con i soliti bar, i locali che, invece, hanno cambiato gestione e nome, la spiaggia irrealmente deserta, il panettiere dei krapfen alla crema all'alba, dopo la notte a ballare o in spiaggia, ad aspettare che il barista di turno staccasse, il parco dei giri in bicicletta, lo squacquerone con la piadina calda e i fichi caramellati, il canale con le barche a vela e i gabbiani, una Riviera che sembra minuscola, dopo questa manciata di anni.
Bologna.
Ravenna. L'inquietante complessità della psiche umana, nella mostra "Borderline", che vi consiglio vivamente. Il gelato allo sciroppo d'acero di Milk. Il sole con la pioggia, con i papaveri, con il mare.
La pianura emiliana in lungo e in largo.
Firenze. Firenze di allora e Firenze di oggi, Firenze che guardo il tuo appartamento dall'argine opposto dell'Arno, chiedendomi "Chissà dove sei", cantandomi quella canzone nella testa. Firenze che, di una persona o dell'altra, ci capito sempre da innamorata. Firenze che, Dio, quanto sei bella. Firenze del gelato al basilico e zenzero che avrei voluto prendere la vaschetta intera, quella del gelataio, ovviamente. Firenze che giri in un giorno e la sera sei distrutta, a pezzi, con la schiena che ulula, ma Vin Santo, cantucci e un mazzo di carte guariscono tutto.

Modena. E' raccolta, anche se all'inizio mi sembrava immensa. E' indubbiamente bella, con i suoi vicoletti, il Duomo onnipresente, i palazzi antichi [adoravo, la sera, camminare per il centro con il naso all'insù, spiare i soffitti di affreschi e di stucchi che le persiane ancora aperte e le tende scostate lasciavano intravedere], i portici e quello che la luce fa con loro, il suo insinuarsi e il suo attorcigliarsi sulle colonne.

Ci sarebbe molto altro da raccontare, ovviamente. In cinque mesi s'incastra moltissima vita.
Ma questo post è già troppo lungo. In fondo, volevo solo dirvi che "Ehi, sono tornata, e oggi accendo il forno."




























[Ho una vaga ossessione per cieli, luci, geometrie e finestre.]



Qualche indirizzo?

- Gelateria Pomposa
Via Del Voltone 16/A, Modena
Materia prima di notevole qualità, pochi gusti, laboratorio a vista. Ogni settimana viene proposto un gusto nuovo, ieri c'era un favoloso "yogurt, miele e pinoli caramellati", ma la scelta è complessa: pere e cannella, kiwi, ricotta, miele e noci, mascarpone e fichi caramellati, cheesecake.

- Gelateria Milk
Via Cavour 92, Ravenna
Puntano sul biologico e sulla particolarità dei gusti. Mi aveva colpita la comunicazione originale, alla prima palettina di gelato ero innamorata.
Con le papille in estasi, ho fatto i complimenti al proprietario per il gusto "sciroppo d'acero", e lui mi ha raccontato dei cinque anni trascorsi in Canada, prima di far ritorno a Ravenna e aprire quel punto vendita.
[Di persone che amano quello che fanno.]

- Gelateria Mordilatte
Via dei Servi, 1/R | Via D'Annunzio, 105, Firenze
Ai piedi della cattedrale di Santa Maria del Fiore, un gelato basilico e zenzero da rimanerci secchi.
Niente male nemmeno la pera, il ricotta, miele e noci e il cioccolato.

- La Bicicletta
Via Sant'Eufemia 92, Modena
Un po' enoteca, un po' bistrot [pain au chocolat a tutte le ore], un po' osteria, un po' ritrovo di universitari [una delle sedi di Lettere e Filosofia è proprio di fronte], un po' perfetto per il classico aperitivo che scivola in cena, fra vino, tigelle, ottimi salumi e formaggi. Ambiente molto carino e curato, ma comunque piuttosto informale, a due passi da Duomo. Prendete una sera tiepida, uno dei tavolini all'aperto, qualcuno con cui state bene ed è fatta.

- Persepolis
Avete mai provato la cucina persiana? Io sì, a Modena, e l'ho adorata.
L'atmosfera è perfetta sia per una cenetta a due, che per una serata a chiacchierare con amici, il personale gentile e disponibile [se non sapete da che parte del menù girarvi vi consigliano loro, a seconda dei vostri gusti].
Ammetto di essere una di quelle che infila spezie dovunque, alla continua ricerca di sapori che la prendano alla gola, ma questa cucina è interessante anche per chi non ama ritrovarsi lacrimante e felice alla fine di un piatto di curry: i sapori sono freschi e leggeri, si punta sugli accostamenti armoniosi, piuttosto che sull'incisività del picco di sapore. Lime, menta, cannella anche col salato, succo di melograna e frutta, io l'ho trovata favolosa.

- Esàt
Via Omero 61, Modena
Pausa pranzo? Questo è il locale perfetto. Gnocco, tigelle e molto altro, dalla colazione al bicchiere di vino. Il servizio è veloce e organizzato: scegliete, ordinate, vi viene assegnato un numero, ritirate e decidete dove mangiare: ai tavoli, nel parco [basta attraversare la strada], passeggiando per il centro [che è giusto dietro], a casa [un sacchetto di carta e via].
La scelta è molto vasta, se vi ritrovate indecisi, puntate sul menù: 4 tigelle salate, ognuna con un abbinamento particolare, + 1 dolce.