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mercoledì 10 dicembre 2014

Parigi | Le Chateaubriand

Sono passate tre settimane, forse un post riguardante Parigi potrei degnarmi di scriverlo - anche se penso che la bellezza di Parigi sia ormai nota a tutti e tutti ne abbiano anche abbastanza di Louvre, macarons, Senna e via discorrendo.
Quindi, tralascerò le romantiche passeggiante lungo il fiume, le ore trascorse fra le sale del Louvre, a commuoversi dinnanzi al Canova e a sentirsi minuscoli sotto la Nike di Samotracia, l'indiscutibile talento di Pierre Hermé nel palesarsi a metà pomeriggio con un macaron al tartufo bianco d'Alba [e la conseguente scelta di tutto l'assortimento presente in negozio, perché noi, le cose, le si fa seriamente], la vista dall'ultimo piano del Centre Pompidou [come se la bellezza che si ha stipata negli occhi dopo tutta quell'Arte non fosse abbastanza], la vista dal Sacré Coeur, lauta ricompensa per aver scalato tutte le strette scale di Montmartre, la vista dal nostro tavolo al Jules Verne [perché non gli bastava portarmi da Ducasse per il mio compleanno, no, mi ha portata a cenare sulla Tour Eiffel - okay, trattengo gli occhi a cuore e il languorino al ricordo di quelle sette portate per-fet-te], la vista di Parigi, delle sue strade, dei suoi viali, dei suoi ponti, dei suoi tetti, delle sue innumerabili porte blu, dei rivoli di fumo che escono dai suoi comignoli, delle sue luci.








Sì, ho trascorso una mattinata a fotografare porte.
E non sono neppure tutte qui.

Dicevo, tralascerei di descrivere Parigi, ma non posso esimermi dal raccontarvi quella che è stata, senza ombra di dubbio, la migliore cena della mia vita.
Il luogo si chiama Le Chateaubriand, lo chef è Inaki Aizpitarte.

Arriviamo al 129 di Avenue Parmentier stravolti, dopo aver camminato per circa trenta chilometri attraverso Parigi, con appetito e aspettativa alle stelle.
Il locale è un bistrot degli anni Trenta rimasto intatto nello stile: gli arredi sono di legno scuro, lineari e ridotti ai minimi termini, le pareti chiare e nude - eccezion fatta per un largo specchio che occupa interamente quella in fondo alla sala, il bancone corre lungo l'entrata e accompagna i clienti verso i tavoli, l'eleganza minimalista della dicotomia nero-bianco [rotta solamente dal grembiule blu dello chef, che entra ed esce dalla cucina e dal locale, col viso serio e lo sguardo inflessibile, statuario nel fisico asciutto] impera anche nel pavimenti.
Il personale è giovane e l'uniforme sembra consistere in piercing e tatuaggi, jeans e rossetti, shorts con collant e camicie leggere incuranti della trasparenza.
Il menù viene stampato ogni sera, la carta dei vini è un plico di A4 pinzato poco prima dell'inizio del servizio; il tutto ci viene illustrato in un inglese allenato, addolcito da qualche erre squisitamente francese.
L'informalità generale [coerente con l'anima di bistrot] non sacrifica il servizio, che è presente, gentile e rapido.
Beviamo un Borgogna superbo e incredibilmente accessibile, il pane del cestino è caldo, appena uscito dalla cucina e affettato in sala, sbricioliamo tranquillamente sul tavolo senza tovaglia e chiacchieriamo fitto [essere gli unici italiani, nonostante la clientela davvero internazionale, crea come una parentesi di intimità, fortuita soluzione alla vicinanza, eccessiva ma comprensibile, dei tavoli].

Quattro amuses bouche aprono le danze: uno shottino ghiacciato e meravigliosamente acido [acqua di pomodoro e di cipollotto] con un cubetto di avocado fondente in sospensione, gamberi fritti con polvere di frutti rossi [espediente davvero intelligente per sgrassare la frittura senza ricorrere al turpiloquio del succo di limone], brodo di cavolfiore affumicato con passion fruit, veli di sedano rapa, foglie di nasturzio [la ragazza che ci serviva ha coinvolto tutta la cucina per trovare il nome in italiano di quelle foglie carnose e pungenti, alla fine è arrivata con Google Images aperto sull'iPhone e il mistero è stato risolto] e guanciale.

Alle fine di questo tourbillion di sensazioni, ci guardiamo stupefatti e con le papille eccitate, impazienti.

Col primo piatto si svela appieno il già preannunciato minimalismo estetico di Aizpitarte: in una fondina grigio-blu, che ricorda la ghisa al tatto, ma non nel peso, sono posati - in basso a destra - calamari crudi e finocchi, legati da una salsa allo yogurt e coperti da qualche ciuffetto di aneto bronzeo.
Essenziale ed elegante quanto alla vista tanto al palato, interessante nel gioco di carnosità e croccantezza.

Continuiamo con un filetto di merluzzo [materia prima eccelsa] su una stupefacente [davvero, mi viene l'acquolina al solo ricordarla] salsa di uova affumicate di aringa, il tutto ricoperto da una pioggia di acetosella.

Splendida, poi, l'animella [morbida, ma croccante all'esterno, eseguita alla perfezione], accompagnata alle vescicole di uno spicchio di pomelo [frutto per il quale ho un debole e piacevole contraltare acido] e da spinaci al vapore: un piatto di una semplicità e di un equilibrio quasi matematici.

A questo punto della cena, siamo già totalmente conquistati: piatti creativi e gustosi, abbinamenti accattivanti senza che si ricada in un'insensata avanguardia, pochi e riconoscibili ingredienti, trattati con cotture leggere nel massimo rispetto della materia prima.

Fresco, bilanciato e puntuale il primo dessert: granita neutra [non dolce] alla mandorla, setosa crema di topinambur - molto interessante -, spicchi di mela cotogna caramellata - unica nota spiccatamente dolce.

E, infine, il coup de théâtre.

Una delle nostre prima conversazione fu a proposito del perché cucinassi prevalentemente dolci. Io gli risposi che li trovavo una sfida maggiore, perché rare volte mi erano capitati sotto il cucchiaino desserts che m'avessero davvero sorpresa [ad oggi, direi che si possono contare sulle dita di una mano]. Nella maggior parte dei casi il dolce si sceglie per golosità, è qualcosa di rassicurante che corrisponde a un'esigenza quasi infantile, a volte capitano desserts che meravigliano per la tecnica con la quale sono eseguiti, per la perfezione millimetrica [la Tower Nut del Jules Verne, ad esempio], ammirevoli e innegabilmente buoni, ma. Senza stupore.
Senza lo stupore puro, quello che fa dubitare dei vostri sensi, che porta a domandarsi se tutto quel godimento sia reale.
Ecco. Non ho memoria di un dessert che mi abbia stupita, incantata e rapita come il signature dessert de Le Chateaubriand.


Mezzo macaron alla nocciola, posato, dal lato curvo, su una polvere della medesima meringa.
Salsa al caramello salato.
Tuorlo d'uovo pochè, tiepido.
Caramellatura superficiale.

Il Tocino de cielo di Aizpitarte si gusta in un boccone solo: il tuorlo esplode in bocca, mescolandosi al caramello e aggrappandosi al macaron.
Sapido, dolce, vellutato, croccante.
Estatico, assolutamente estatico.

Sono poche le cene che mi hanno lasciato questa urgenza di scriverne [poco importa se ho posticipato fino ad ora il post, la concretezza, come sempre, s'impadronisce di ogni priorità], pochi i ristoranti per i quali prenderei un aereo domani. Se c'era qualcosa di Parigi che, davvero, volevo raccontarvi, era la cucina di Inaki Aizpitarte.


[Ah, anche i prezzi sono da bistrot: il nostro menù si aggirava attorno ai 60 euro]

sabato 26 ottobre 2013

Barcellona.

Voglio raccontarti di un luogo.Tieni, guarda attraverso questo. È un caleidoscopio, vede il Bello. 
Accetti il piccolo cilindro di latta che ti ha offerto quella ragazza bionda, con il suo sorriso un po' storto e ambiguo, gli occhi scuri e grandi. Accosti l'occhio a una delle estremità, e guardi. 

Sono le otto del mattino, il Sole sta sorgendo. Scendi dall'aereo, stringendoti istintivamente nel blazer e cacciando il mento della sciarpa. Il freddo non arriva a pungerti, però. Sciogli le braccia, respiri. L'aria è tiepida, il cielo terso.

Scosti il viso, lanci uno sguardo interrogativo alla ragazza bionda, che se ne sta, come divertita, appoggiata alla parete, una mano in tasca.
- E ora?
- E ora ruota leggermente la parte terminale del caleidoscopio. Bastano pochi gradi, ho molto da mostrarti, non voglio tu ti perda nemmeno un angolo di Bello. Sì, così, giusto un poco. Su, guarda.

Dopo esserti persa in una ragnatela di vicoli, raggiungi la Rambla. La strada è ampia, la luce ti travolge, così come le persone, a centinaia, un flusso continuo di visi ognuno diverso dall'altro, innumerabili culture che camminano una di fianco all'altra.
Ti trovi proprio al centro della lunga via, muovi qualche passo a destra, poi torni verso sinistra. Cammini con lo sguardo che corre sugli edifici attorno, saltando da un dettaglio all'altro dei decori che ricoprono le pareti, tracciando finestre, delineando porte e portoni; infine, arrivi a Plaça Catalunya, immensa, quasi è impossibile identificarne il perimetro. 



Lanci uno sguardo a lei, che, sempre con una spalla alla parete, sembra aver riversato tutta la sua attenzione nell'attorcigliarsi un riccio dorato fra le dita.
Per un attimo alza gli occhi, incrocia i tuoi, e ti fa un gesto fra l'incoraggiamento e l'assenso, inclinando la testa.
Muovi ancora di un poco la parte mobile di quell'oggetto prodigioso.
.
Colori, profumi, odori, voci, suoni, rumori. Sei nel mezzo della Boqueria, il più esteso mercato coperto di Barcellona.
Lo sguardo divora, curioso, ogni banco. Frutta e verdura da ogni angolo del mondo, pesci e carni, spezie che ti s'infilano nelle narici, cioccolati d'ogni tonalità, uova d'ogni dimensione.
Cammini, insinuandoti nella folla: sembra un universo parallelo, un altrove creato apposta per esercitare la curiosità. Leggi ogni nome, che sia infilato in un cumulo di frutta secca, nella spessa scorza di qualche frutto tropicale, in una duna di curry dalla tonalità insolita, fra le squame fulgenti dei pesci.
Lo stomaco inizia a fare le fusa, acquisti del mango. Lo mangi appoggiata a uno sgabello, la reflex al collo, gli occhi incapaci di prendersi una pausa, le papille che si sciolgono. Poco dopo assaggi la pitahaya: al posto della buccia ha fiamme rosa acceso e, tagliata a metà, rivela polpa bianca costellata da semini neri. La consistenza è fra il kiwi e il fico d'India, il sapore dolce, acquoso, sa un po' di cactus. Si gusta cucchiaino dopo cucchiaino, osservando il popolo della Boqueria: il gregge di turisti, i pochi, ma ben identificabili, acquirenti locali, i venditori, che sembrano parlare tutte le lingue del mondo.
Non sapresti affermare, con certezza, quante ore hai trascorso lì dentro. Quando esci stai aprendo l'ennesima confezione di mango appena affettato, la folla sulla Rambla non si è ancora dissolta, la luce è cambiata, ma non ci sono accenni di buio. 




- Continua, su.

Pomeriggio inoltrato. Ti perdi nel quartiere gotico. Le vie sono strette, gli edifici alti e frastagliati, le ombre corteggiano muri e finestre. Lo sguardo setaccia le pareti, coperte da dipinti e poesie, vorrebbe aprire le porte, ognuna di un colore diverso, s'arrampica sui balconcini, che hanno decori di piastrelle -o mosaici- anche nella parte inferiore, quella rivolta alla strada [a Barcellona è scontato che uno guardi verso l'alto, soprattutto mentre cammina; capita spesso di scontrarsi con altri, e si ride insieme dei propri nasi all'insù]. Ogni tanto spunta una cattedrale, il Museu Picasso lo trovi quando smetti di cercarlo - ma no, non entriamo ora, ci sarà tempo più avanti.
È un susseguirsi di piccole botteghe, ristoranti e bar.





- La senti, la Vita, sì? Lascia che ti pervada, come linfa.
Altro spostamento di cristalli e specchi, altra scena. 


Sei al porto. Il mare, finalmente. Fermati un po' a respirare, guarda la Luna sorgere nel cielo ancora azzurro.
C'è un prato verdissimo, la gente ci si sdraia, c'è chi legge, chi chiacchiera, chi corre, chi si bacia. Una funivia attraversa il cielo. Bolle di sapone giganti riflettono la Golden Hour.

Tuttavia, non puoi rimanere in questa serenità di cristallo per troppo. C'è ancora dello stupore da provare.
Entri nel Museu d'Història de Catalunya, sali i piani quasi di fretta - per le sale ci sarà tempo più tardi -, su per quella struttura di legno scuro e alluminio, toni bordeaux e luci calde, per arrivare alla terrazza -sarebbe per i clienti del ristorante, ma.
Attraversi il locale, ti affacci al parapetto.
Divampa, Barcellona, mentre il Sole si posa sui suoi tetti.




- Proseguo?
- Direi di sì: questo era solo il primo giorno.
Avvicini ancora l'occhio - c'è un bagliore, sul fondo della tua pupilla, o sbaglio?

Mattino.
Stai uscendo dalla metro. Sembra periferia.
Ti volti.

[Ora, dovresti riprendere a respirare.]

La Sagrada Familia.
La struttura intera è indescrivibile. Un'immensità leggera. Gli infiniti particolari. Colonne che sono tronchi d'albero, incredibilmente slanciate e sottili, come betulle.
Osservi le statue, osservi gli spigoli con i quali è stata scolpita la pietra, avresti mai potuto immaginare una simile espressività? Gli sguardi, le mani, i solchi che le emozioni lasciano sui volti. Quel cavaliere. Gli occhi - continui, continui, a guardare quegli occhi.

[Sei pronta? Entra.]

Luce. Luce ovunque. Altezza. Spazio. Colori di vetrate astratte.
Arcobaleni sugli organi.
Una foresta. Di marmo. F
ronde, rami, fiori.
Cammini, lenta, incredula. Senza nemmeno osare toccare la macchina fotografica, per ora.
Ti fermi, a un tratto. 

Non pensi anche tu che dovrebbe capitare più spesso, di piangere dalla Meraviglia? 
Credo sia inevitabile commuoversi, quando scopri che una mente umana ha concepito l'inconcepibile. 


[Non ci sono parole per descrivere quello che accade là dentro. E non sai la disperazione, quando ne esci, quando ritorni ad altri panorami, e scopri che il tuo limite di Bellezza è balzato in avanti, e tutto è più buio, più debole, più convenzionale.
Ti arrabbierai con Gaudì, per l'ennesimo bisogno con cui ti ritroverai a fare i conti. Ti arrabbierai, lo ringrazierai, leggerai di lui. Non basterà. Scriverai di lui un venerdì sera, con ancora qualche lacrima ad appendersi alle ciglia.]





- Ora devi uscire, però.
La ragazza bionda allontana piano il caleidoscopio dal tuo viso.
Per un attimo, è lei a guardarci dentro. Poi, lo fa ruotare ancora una volta.
- Tieni. 
È il luogo migliore per non tornare alla Realtà troppo violentemente. 

Parc Güell.
Sembra di trovarsi in una qualche fiaba: architetture ai limiti del surrealismo, gallerie preistoriche di pietra e terra, vegetazione lussureggiante.
La casa di Gaudì è un edificio colorato, con i comignoli a fungo, decori che sembrano fiori rampicanti, pavimenti differenti in ogni stanza, soffitti foderati da arabeschi o da motivi geometrici, lampadari che sottolineano l'attenzione per la luce e i giochi che essa può creare, se fatta filtrare attraverso un vetro rosso, o verde, o giallo. Un'abitazione piccola, modesta - inaspettatamente, vero? -, ma perfettamente capace di trasmettere la cura, la passione, per i dettagli e per il pensare al di là di tutto quello che è già stato creato.
Puoi perderti, senza mai sentirti smarrita. Qua e là trovi una violinista, o un chitarrista. Pappagalli verdi volano da un albero all'altro.
Poi, a un tratto, il genio esplode nuovamente: con la Sala Hipostila, e quella sorta di panchina sinusoidale. Potresti osservare, singolarmente, ognuna delle ceramiche che la ricoprono, e non ne troveresti una che si ripeta.
Scendi le scale.
Al di sotto, un vasto portico di colonne doriche, ancorate a un soffitto ondulato, coperto da un mosaico bianco-opalescente, nel mezzo del quale, come isole, spuntano decori circolari di cristalli colorati.
E poi c'è la doppia scalinata, con le fontane, e i mosaici che continuano sui muri. 

Cerchi di assorbire tutto il possibile con gli occhi. Intanto, l'unico pensiero che la tua mente riesce a formulare è: "Incredibile."



- Dovresti tornare in città ora. C'è la Cattedrale, da vedere. Ma. È magnifica, ovviamente, ma dopo la Sagrada tutto quel gotico, così buio, e minaccioso, è solo opprimente.
Mi penserai stupida, lo so. Posso però assicurarti che io adoro il gotico, davvero, ma, dopo tutta quella luce, ti farebbe solo stare male.
Piuttosto, è ora di cena.
La ragazza bionda sorride entusiasta, e tu fai girare, nuovamente, il cilindro e i suoi specchi. 


Sei seduta a un tavolino, in una piccola piazza. Ti sembra il quartiere gotico, di nuovo.
La sera è tiepida, il cielo è di cobalto scuro.
Leggi il menù. 
È un ristorante vegetariano, e ti chiedi come sia possibile esser finita in un posto del genere a Barcellona. Eppure, il posto sembra carino, i tavoli sono tutti occupati, da studenti e spagnoli, le ragazze di fianco a te mangiano nachos e guacamole. Ordini una paella vegetariana, preparata con riso integrale. Intanto, sedi la fame con gli antipasti: sfiziosi e ottimi. Anche la birra è notevole.
Inizi a rilassarti, quando un trio punk attacca a suonare in mezzo alla piazza.
Il primo pezzo è un inno alla banana, perché contiene il potassio. Cantano in spagnolo, non sei sicura di cogliere nemmeno i tre, canonici, accordi, ma sono simpatici. Soprattutto il cantante, in perfetto stile Johnny Rotten, con tanto di trucco pesante e pantaloni aderenti in tartan rosso.
La paella è perfetta.
Scambi quattro chiacchiere con la cameriera e con i ragazzi che gestiscono il locale: l'idea di un ristorante vegetariano [e veg: hanno dei nuggets di seitan da uscirci di testa, per non parlare dei dolci] è nata da una cooperativa che possiede l'azienda agricola dalla quale provengono la maggior parte degli ingredienti dei piatti.

[Il locale 
è molto carino anche all'interno, un po' hipster, ma poco mainstream. Non è assolutamente turistico, uno dei ragazzi assomiglia a Jude Law, e la ragazza è simpaticissima. La piazzetta è un susseguirsi di negozietti vintage. Insomma, ve lo consiglierei.]

Barcellona, di sera, è calda e movimentata. Stai bene, conta poco altro.

Questa volta, fai ruotare il caleidoscopio senza guardare la ragazza. 

Sei tornata al Museu Picasso. Ora, però, ci entri. L'edificio è splendido, il museo ben organizzato, le opere moltissime.
Quella dedicata al ciclo "Las Meninas" è la prima sala nella quale perdi la cognizione del tempo.
Un'ala intera del Museu è dedicata a "La vita". Si trova in fondo a una sala rettangolare molto lunga, 
c'è una singola seduta. Ti siedi, lì, da sola, nel silenzio, di fronte a quelle figure, alla vita tutta rappresentata in quella coppia nuda, in quella donna scheletrica, in quell'infante.
Visiti il museo e ne esci con la sensazione di aver trascorso tre ore in compagnia di Picasso, e di aver ascoltato la sua vita intera, raccontata dal pittore stesso.
A volte, l'intensità di determinate opere d'arte dà questa illusione, quella di aver compreso certi stati d'animo, certe passioni, certe vite, di aver trascorso del tempo con l'artista, e non solo con le sue opere, di averlo capito, e di essere stata capita.

- Oh, Pablo. - sospira, non senza ironia, la ragazza bionda.
- E ora?
- E ora si torna a casa. Ma puoi trascorrere ancora qualche ora in giro per Barcellona, se vuoi: perderti un po' nel mercato di Sant Antoni, visitare il quartiere El Born, andare a pranzare al mare, seduta sul molo, camminare fino a non sentirti più le gambe, ma senza essere stanca. Ecco, sì, cammina: è l'unico modo per afferrare tutta la Bellezza di questa città.
Certo, potresti anche decidere di non tornare. 

Il sopracciglio sinistro della ragazza bionda fa un guizzo appena percettibile, appena prima che lei si volti, per andarsene. Mentre si allontana canticchia una canzone in spagnolo.

Ti ha lasciato il suo caleidoscopio.

giovedì 16 maggio 2013

Modena, cinque mesi dopo


E' stato normale, quel giorno di gennaio, partire, mettere due valigie in macchina e trasferirmi. E' stato altrettanto normale, quella mattina, mentre giocavo con le ultime gocce di caffè rimaste nella tazzina, ruotandola per farle scivolare, decidere di tornare.
A volte, fai delle cose senza davvero realizzarle, solamente inseguendo un pensiero che ti si è materializzato nella mente, e le senti dopo, quelle cose, quando ti chiazzano la pelle, ti vociano nella testa, ti si agitano nel petto, un giorno ti svegli e senti come un peso sulle spalle, non appena ti metti a sedere, come se tutta la forza di gravità avesse deciso, quel giorno, di concentrarsi su di te.
Ma è tutto normale, per me. E' normale perché è mio, e io appaio, a me stessa, normale.

Cinque mesi.

E' complicato costruire una relazione con un luogo. Non me ne intendo di relazioni umane [forse non è del tutto vero, ma mi piace far credere che sia così], ma suppongo che trasferirsi sia un po' come incominciare a frequentare qualcun altro dopo la fine di una lunga relazione: la fatica di ricominciare da zero. Allora, se con le persone si prendono i caffè, si esce in centro, si va a cena, ci si bacia sotto casa, etc, con le città si cercano i parcheggi liberi, il supermercato, il bar col wifi, il distributore della benzina. Si tenta di tessere una rete di punti di riferimento, che ti protegga da eventuali cadute [è fortissimo il senso di precarietà, di continuo squilibrio, quando si va a vivere altrove].

Forse, esiste davvero un Destino, un Dio ironico, che ci guarda e ride.
Sono partita perché volevo costruirmi una vita altrove, perché sentivo di aver raggiunto il punto di saturazione dei luoghi in cui ero cresciuta, e, prima di tornare, mi è stato regalato "La vita altrove", di Kundera.
Forse, invece, certe persone, che incontri per incredibili coincidenze, riescono a comprenderti con un'esattezza prodigiosa.
Sarà che fra misantrope ci si capisce. Sarà che certe affinità sono davvero rare e che fortuna, che fortuna, quando ti capitano.
[Ora che ci penso, c'è sempre una mail, a un certo punto della mia vita, che arriva quando mi sto richiudendo troppo -troppo- in me stessa, e mi tira su e fuori dal buco che mi sto scavando. Di solito, queste mail sono preludi di meravigliose amicizie.]
Di certo, quel sabato sera in cui avevamo deciso di non uscire, per poi ritrovarci alle dieci e trenta sul tetto di un cinema, sedute sul cofano della tua auto, a guardare i lampi e a prendere la pioggia, sarà uno dei ricordi più belli che conserverò di Modena.

In generale, ho dei ricordi belli di Modena.
Forse non facili, ma belli sì.
Innanzitutto, perché è stato un cambiamento, e quindi una crescita.
"Tout commence par une interruption."
Vivere da sola mi ha reso parecchio selvatica, più del gatto randagio che ero prima. Ma anche forte, mi ha scolpito il carattere: sapere di poter contare solo su se stessi ti fa valutare con maggiore lucidità le tue effettive capacità, e i tuoi limiti.
La solitudine consapevole è terapeutica. Il silenzio, la sera, quando rientri dopo una giornata intensa, è bellissimo e terribile allo stesso tempo.  Vivendo da soli, si impara a gestire se stessi, a porsi dei limiti, a organizzarsi.

Ma non sono stati cinque mesi di solitudine, per quanto io sia asociale e consideri una serata con film/libro migliore di qualsiasi sabato sera in un locale, con musica che non mi piace a impedirmi di parlare con chi ho di fianco.
Innanzitutto, i colleghi  la lavoro. Persone più o meno adulte di me, più o meno simili, con le quali mi sono ritrovata a trascorrere la giornata. E ci sono le pause caffè, le pause tè [voi, nel vostro ufficio, avete l'appassionato di tè che a metà mattina e a metà pomeriggio vi offre una tazza di tè, ogni giorno un tipo diverso? No? Peccato.], Anna e Debora con cui condividere scrivania e spaccati di vita, ma anche pettegolezzi e tragedie da PMS, pacchetti di M&M's e liquirizia, la Vale che è la prima persona che incontri al mattino, le quattro chiacchiere con il primo caffè della giornata.
Costruirsi dei rapporti umani completamente nuovi comprende anche certi incantevoli fuochi di paglia. Ho visto meteore incendiare il cielo di aprile, posso assicurarvelo, e poi sbriciolarsi, senza nemmeno riuscire a imprimere un solco nella terra.
[Disinnesco equilibri. Sono un consapevole elemento di disturbo.]
Ma anche questi ricordi sono belli,  hanno le braccia scoperte per assorbire tutta la luce del primo giorno di primavera [non avete idea di quanto possa essere lungo e grigio e umido e gelido e ostile l'inverno a Modena] e trascorrono le pause pranzo in libreria, a scambiarsi titoli come regali. Oppure, bevono la prima birra della bella stagione, seduti a un tavolino incerto sui ciottoli di una via del centro, dimenticandosi di contare le sigarette, spostando posaceneri, boccali e portatovaglioli come fossero elementi d'arredo, cercando una simmetria, un ordine, un'idea che, per una sera, possa funzionare. O, ancora, pescano, da un sacchetto di carta, tigelle fumanti, bevendo Lambrusco [vivi a Modena per un tot e preparati a scrivere odi al Lambrusco], chiacchierando, lasciando scivolare parole, sguardi, dita fra i capelli, risate.
Ci sono gli amici che vengono a trovarti, ci sono i weekend di pioggia trascorsi insieme, la bottiglia di passito finita alle cinque del pomeriggio, le colazioni preparate per gli altri, magari dopo un concerto, il fruttivendolo che ti riconosce, il gelataio che tiene da parte le noci solo per te, le cassiere del supermercato vicino all'ufficio che, ogni giorno, osservano rassegnate la tua spesa, magari composta da broccoli e fragole. Ci sono le persone che ti salutano con un "Vengo a trovarti", e quelle che ti abbracciano un'ultima volta dicendoti: "Mi aspetto grandi cose da te."

Ho visitato qualche  città, approfittando di un punto di partenza favorevole, di un punto di vista differente sull'Italia.
Il mare della mia preadolescenza a un'ora e poco più da casa, con i soliti bar, i locali che, invece, hanno cambiato gestione e nome, la spiaggia irrealmente deserta, il panettiere dei krapfen alla crema all'alba, dopo la notte a ballare o in spiaggia, ad aspettare che il barista di turno staccasse, il parco dei giri in bicicletta, lo squacquerone con la piadina calda e i fichi caramellati, il canale con le barche a vela e i gabbiani, una Riviera che sembra minuscola, dopo questa manciata di anni.
Bologna.
Ravenna. L'inquietante complessità della psiche umana, nella mostra "Borderline", che vi consiglio vivamente. Il gelato allo sciroppo d'acero di Milk. Il sole con la pioggia, con i papaveri, con il mare.
La pianura emiliana in lungo e in largo.
Firenze. Firenze di allora e Firenze di oggi, Firenze che guardo il tuo appartamento dall'argine opposto dell'Arno, chiedendomi "Chissà dove sei", cantandomi quella canzone nella testa. Firenze che, di una persona o dell'altra, ci capito sempre da innamorata. Firenze che, Dio, quanto sei bella. Firenze del gelato al basilico e zenzero che avrei voluto prendere la vaschetta intera, quella del gelataio, ovviamente. Firenze che giri in un giorno e la sera sei distrutta, a pezzi, con la schiena che ulula, ma Vin Santo, cantucci e un mazzo di carte guariscono tutto.

Modena. E' raccolta, anche se all'inizio mi sembrava immensa. E' indubbiamente bella, con i suoi vicoletti, il Duomo onnipresente, i palazzi antichi [adoravo, la sera, camminare per il centro con il naso all'insù, spiare i soffitti di affreschi e di stucchi che le persiane ancora aperte e le tende scostate lasciavano intravedere], i portici e quello che la luce fa con loro, il suo insinuarsi e il suo attorcigliarsi sulle colonne.

Ci sarebbe molto altro da raccontare, ovviamente. In cinque mesi s'incastra moltissima vita.
Ma questo post è già troppo lungo. In fondo, volevo solo dirvi che "Ehi, sono tornata, e oggi accendo il forno."




























[Ho una vaga ossessione per cieli, luci, geometrie e finestre.]



Qualche indirizzo?

- Gelateria Pomposa
Via Del Voltone 16/A, Modena
Materia prima di notevole qualità, pochi gusti, laboratorio a vista. Ogni settimana viene proposto un gusto nuovo, ieri c'era un favoloso "yogurt, miele e pinoli caramellati", ma la scelta è complessa: pere e cannella, kiwi, ricotta, miele e noci, mascarpone e fichi caramellati, cheesecake.

- Gelateria Milk
Via Cavour 92, Ravenna
Puntano sul biologico e sulla particolarità dei gusti. Mi aveva colpita la comunicazione originale, alla prima palettina di gelato ero innamorata.
Con le papille in estasi, ho fatto i complimenti al proprietario per il gusto "sciroppo d'acero", e lui mi ha raccontato dei cinque anni trascorsi in Canada, prima di far ritorno a Ravenna e aprire quel punto vendita.
[Di persone che amano quello che fanno.]

- Gelateria Mordilatte
Via dei Servi, 1/R | Via D'Annunzio, 105, Firenze
Ai piedi della cattedrale di Santa Maria del Fiore, un gelato basilico e zenzero da rimanerci secchi.
Niente male nemmeno la pera, il ricotta, miele e noci e il cioccolato.

- La Bicicletta
Via Sant'Eufemia 92, Modena
Un po' enoteca, un po' bistrot [pain au chocolat a tutte le ore], un po' osteria, un po' ritrovo di universitari [una delle sedi di Lettere e Filosofia è proprio di fronte], un po' perfetto per il classico aperitivo che scivola in cena, fra vino, tigelle, ottimi salumi e formaggi. Ambiente molto carino e curato, ma comunque piuttosto informale, a due passi da Duomo. Prendete una sera tiepida, uno dei tavolini all'aperto, qualcuno con cui state bene ed è fatta.

- Persepolis
Avete mai provato la cucina persiana? Io sì, a Modena, e l'ho adorata.
L'atmosfera è perfetta sia per una cenetta a due, che per una serata a chiacchierare con amici, il personale gentile e disponibile [se non sapete da che parte del menù girarvi vi consigliano loro, a seconda dei vostri gusti].
Ammetto di essere una di quelle che infila spezie dovunque, alla continua ricerca di sapori che la prendano alla gola, ma questa cucina è interessante anche per chi non ama ritrovarsi lacrimante e felice alla fine di un piatto di curry: i sapori sono freschi e leggeri, si punta sugli accostamenti armoniosi, piuttosto che sull'incisività del picco di sapore. Lime, menta, cannella anche col salato, succo di melograna e frutta, io l'ho trovata favolosa.

- Esàt
Via Omero 61, Modena
Pausa pranzo? Questo è il locale perfetto. Gnocco, tigelle e molto altro, dalla colazione al bicchiere di vino. Il servizio è veloce e organizzato: scegliete, ordinate, vi viene assegnato un numero, ritirate e decidete dove mangiare: ai tavoli, nel parco [basta attraversare la strada], passeggiando per il centro [che è giusto dietro], a casa [un sacchetto di carta e via].
La scelta è molto vasta, se vi ritrovate indecisi, puntate sul menù: 4 tigelle salate, ognuna con un abbinamento particolare, + 1 dolce.