Visualizzazione post con etichetta meringa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta meringa. Mostra tutti i post

sabato 13 settembre 2014

#lecenedelmercoledì, un risotto e una pavlova.

Ricordo un pomeriggio, doveva essere attorno agli inizi di marzo, durante il quale stavo facendo una camminata ossigenante con un collega, approfittando di un'oretta di pausa fra un turno e l'altro in cucina.
Passeggiavamo appena fuori città, fra gli alberi ancora spogli di un sentiero costeggiante un campo. Il sole iniziava ad essere tiepido, si stava tranquillamente in maglione e jeans.
Chiacchieravamo di cucina - ma dai? - e di cuochi, quando, all'improvviso, mi sono voltata verso di lui e, con tutta l'euforia di una fanatica, anche saltellando un po', ho esclamato: - Dai, facciamo il mestiere più bello del mondo! Non trovi?
Lui ha ridacchiato: - Aspetta, vedrai fra qualche anno...
Ma, in fondo, credo lo pensasse anche lui.

Un simile picco di entusiasmo mi è capitato anche qualche sera fa, durante i titoli di coda dell'ennesimo film ambientato in una cucina ["Chef", quello di Jon Favreau, ma anche quello di Daniel Cohen è molto carino].
Ho chiuso il pc, mi sono rotolata sul letto, ho lanciato gli occhi sul soffitto, spalancato le braccia, e sospirato, felice.
Quanto amo il mio lavoro, penso di aver detto.

Forse, tutto sta nel realizzare che il cibo non è e non può essere solamente nutrimento. Non può ricoprire un ruolo semplicemente pratico.
Non saremo mai scevri da pensieri ed emozioni nello schiudere le labbra dinnanzi a una forchetta, a un cucchiaio, a un cucchiaino, a due dita che trattengono un boccone.
Il cibo ha una componente psicologica troppo forte [basti pensare a tutte le perversioni cui può giungere il rapporto con esso] perché possa essere ignorata.
E io, ogni volta che me ne ricordo, mi sento una privilegiata a poter cucinare per qualcuno, a poterlo appagare con qualcosa preparato da me. E il privilegio è uguale alla responsabilità del decidere del pasto di una persona: niente mi fa mantenere la concentrazione in cucina come pensare a quanto mi metta di cattivo umore mangiare male [così come poche altre cose mi lasciano un ricordo felice come un'ottima cena].
Dico di fare il mestiere più bello del mondo perché ho capito la potenzialità del cibo, e se ogni sera in cui mi metto ai fornelli si conclude con qualcuno che mi ringrazia, sorridente, per la cena, vado a dormire decisamente soddisfatta.
E, poi, cucinare è un gioco infinito e stare in cucina è quanto di più spossante e divertente ci sia ["divertente" non vuol dire "non-serio": ho sempre ammirato chi riuscisse a godersela senza perdere di professionalità, e io spero di arrivare al punto in cui sarò bravina, ma senza aver perso l'entusiasmo]. Ad esempio, ieri sera ho fatto il mio primo venerdì da sola e, se all'inizio ero nel panico, sommersa da comande e con tutti i fuochi occupati, a fine servizio il mio unico pensiero era "Dai, rifacciamolo", da quanta adrenalina avevo in corpo.
Forse hanno ragione quelli che dicono che se fai il lavoro che ami, non lavorerai un solo giorno della tua vita.

Certo, cucinare per i clienti è soddisfacente, ma mai quanto cucinare con qualcuno che sia più di un numero. Fra i momenti della settimana che preferisco ci sono #lecenedelmercoledì [sì, ci siamo inventati anche l'hashtag, perché siamo una famiglia di social-stressati], con Padre e Fratello.
E' incredibile come la famiglia diventi importante quando non è più una convivenza necessaria. E loro, d'altra parte, sono le mie cavie preferite.

Ho pensato di rubare due minuti alla cena per scattare qualche foto, perché - è assurdo - ma cucinando sempre al ristorante [facciamo che non vi racconto delle mie cene stanche e imbarazzanti di quando sono a casa da sola], di materiale per il blog ne ho davvero poco.
La luce è quella che è, i piatti magari non sono perfetti, ma visto il successo che hanno riscosso ho pensato di buttare giù un post.


RISOTTO AI PORRI E BOTTARGA, CON OLIVE, CAPPERI E LIMONE

Spesso sfrutto parenti o amici per sperimentare procedimenti o abbinamenti che voglio provare.
Alla base di questo piatto c'è del porro fondente [porri lasciati cuocere per ore, in pratica], in contrappasso alla loro dolcezza c'è la mia adorata bottarga [ho degli ingredienti-feticcio e la bottarga è uno di questi, al momento], usata sia in mantecatura che come spolverata finale, e la sapidita di capperi e acciughe arrostiti in forno [volevo farne una polvere, ma poi ho pensato che ci sarebbe stata già la bottarga grattugiata, non volevo sembrasse tutto troppo uniforme]. Infine, qualche scorzetta di limone, per l'acidità - e perché metterei scorza di limone ovunque, ammettiamolo.
L'ho mantecato all'olio, perché mi sembrava che il burro stonasse un po' in mezzo a questi ingredienti. L'unico consiglio che posso darvi è quello di tenere la bottiglia dell'olio in frigo, in modo che sia ben freddo: sarà più semplice.
Perdonate le dosi un po' approssimative.



Ingredienti [per 2]

200 g di riso [scegliete il vostro preferito per i risotti, ma che ve lo dico a fare?]
1 porro
50 g circa di bottarga di muggine grattugiata
un cucchiaio di olive taggiasche
un cucchiaio di frutti del cappero
1-2 scorze di limone
olio evo

Procedimento

Affettate sottilmente il porro, mettetelo in una casseruola con un paio di cucchiaio di olio e lasciatelo stufare per 2-3 ore, a fuoco bassissimo [in caso di necessità aggiungete poca acqua].
Quando sarà completamente sfaldato, frullatelo col minipimer.

Dividete a metà capperi e olive, asciugateli fra due pezzi di carta assorbente, disponeteli su una teglia rivestita di carta forno e fate arrostire in forno a 100°C per circa 2 ore.

Usate il porro come fondo per il risotto [io non ho aggiunto olio]: fatelo rosolare leggermente, tostateci il riso finché diventi traslucido e procedete con la cottura [io ho usato della semplice acqua mantenuta a bollore, ma se avete un buon brodo usate pure quello].
Mantecate con metà della bottarga grattugiata e l'olio freddo di frigo.
Servite con le olive, i capperi, la scorza di limone a julienne e la bottarga restante.




PAVLOVA CON SUSINE E POLLINE

Non ho mai amato meringhe e meringate, poi ho scoperto le pavlove, con la loro cascata di frutta fresca e acida, e me ne sono innamorata.
Questa volta l'ho proposta con delle susine fatte leggermente caramellare in uno sciroppo di melograno [Andy, non ti ringrazierò mai abbastanza per avermelo portato dall'Azerbaijan ] e del polline [così, l'ho visto sulla scaffale e ho pensato di aggiungerlo, ma devo ammettere che la leggera punta di amaro-mieloso ci sta anche bene, oltre al fatto che è bellissimo].
Per qualche minuto, a tavola è calato il silenzio, mentre i cucchiaini affondavano nella panna grondante di frutta e sciroppo, incontravano lo scudo di meringa e poi, rompendolo, scivolavano nel cuore morbido e cedevole [la meringa della pavlova non dev'essere completamente asciutta].
Ah, forse manca di contrasto cromatico, ma non mi è spiaciuto questo semplice sovrapporsi di ori e bianchi.



Ingredienti

120 g di albumi a temperatura ambiente
240 g di zucchero semolato finissimo [passatelo un attimo al mixer, nel caso]

250 g di panna montata [non zuccherata, ma a voi la scelta]

3 susine
1 cucchiaio di zucchero di canna
2 cucchiai di sciroppo di melograno [facoltativo]

polline

Procedimento

Montate gli albumi, aggiungendo gradualmente lo zucchero quando iniziano ad essere spumosi. Quando avete ottenuto una meringa lucida e compatta, distribuitela su una placca da forno [ovviamente rivestita] in più porzioni, ricavando una conca al centro di ognuna.
Cuocete in forno a 90°C-100°C per circa un'ora [le meringhe devono staccarsi dalla carta, ma senza essere totalmente asciutte: picchiettate il fondo, quando è cotto, ma l'interno non suona vuoto, sono pronte].

In un padellino, cuocete brevemente le susine affettate con lo zucchero e lo sciroppo di melograno.

Al momento del servizio, ponete una meringa su ogni piatto, ricopritela con un paio di cucchiaiate di panna, lasciateci scivolare sopra un po' di susine col loro sciroppo, completate con una spolverata di polline.

sabato 2 novembre 2013

Crema di marroni, meringhe e cioccolato. | Fuori è un giorno fragile.

Novembre è sopraggiunto mentre ascoltavo "Summertime sadness" su un treno dalla Tuscolana a Fiumicino, di venerdì sera, col crepuscolo fuori dai finestrini e fra le costole.
Inizio a sentirmi, di nuovo, spaccata a metà: la casa che ho e la casa che vorrei, l'auto anche per andare al supermercato e l'atac solo quando strettamente indispensabile, il lavoro che chissà se troverò e  il lavoro che ho, la leggerezza e i crolli.
Le Persone del Là e le Persone del Qui. I legami che persistono anche quando non ci si vede da, non so, ricordamelo, quanto?, un luogo che non ha perché, ma che comunque sa trattenere, strattonare, ghermire, la fragilità dei giorni pretesi dal Qui, l'incantevole ideale che il Là regala.
Sono le otto del mattino e me ne sto, sul balcone, con le scapole al muro, a bere tè bollente, in canottiera: esofago in fiamme e respiro che si condensa nell'aria, terrore di fallire e tenacia nel desiderare.
Dici che credo nelle favole e io penso che non è vero, che voglio solo che la Realtà sia essa stessa una favola, che mi rifiuto di cadere nella quotidianità assassina dei giorni tutti uguali, di una vita a metà fra quello che sognavo e quello che aborrivo, di una mediocre tranquillità. E mentre faccio emergere tutta la forza e la determinazione all'esterno, dentro inizio a tremare, perché l'importante è sempre che gli altri credano in me - io, poi, non mi affiderei nemmeno un gatto, ma questa è una faccenda fra me e me stessa, come il resto, come tutto.
Fra le mani ho una tazza di vetro trasparente che a tratti vorrei lanciare oltre la ringhiera e che a tratti, invece, stringo piano come qualcosa da proteggere, come il mio futuro di cristallo incerto e cangiante.


Dato che oggi siamo molto allegri, energici e vitali, ho pensato di pubblicare questo dolce al cucchiaio [dolce al cucchiaio = comfort food], perfetto sia come rassicurante picco glicemico in solitaria, sia come conclusione di una cena in compagnia.
Gli ingredienti sono semplici quasi quanto la preparazione: ricotta fresca, un po' di panna [ma se lo volete iper-light potete ometterla, come, se lo volete ancora più goloso, potete sostituire la ricotta con il mascarpone], crema di marroni, meringhe e cioccolato fondente.
In meno di mezz'ora otterrete un bicchierino autunnale di tutto rispetto.


TRIFLE DI RICOTTA ALLA CREMA DI MARRONI, CON MERINGHE E CIOCCOLATO FONDENTE

Ingredienti
400 g di ricotta fresca
200 ml di panna da montare
200 g di crema di marroni [indicativamente: regolate la quantità in base alla dolcezza della crema da voi scelta]
meringhe q.b.
cioccolato fondente q.b.
1 cucchiaino di estratto/semi di vaniglia

[volendo potete aggiungere anche un qualcosa di alcolico a vostra scelta]


Procedimento
Mescolate la ricotta alla crema di marroni, aromatizzando il tutto con la vaniglia. Montate la panna e incorporatela. Create i bicchierini alternando meringhe sbriciolate, cioccolato spezzettato al coltello e mousse di ricotta.


lunedì 17 giugno 2013

Lemon meringue pie | Di qua

Ogni tanto -spesso, più volte al giorno-, ripercorro questi due decenni e un po' che sono la mia vita. Gli anni fluiscono senza intoppi, più o meno linearmente, finché, a un certo punto, mi blocco, come incontrassi un crepaccio. E mi rendo conto di non aver fatto altro, da allora, se non costeggiare quella gola profonda, senza mai essere riuscita a superarla, senza mai aver trovato, che so, un ponte, un tronco d'albero caduto che mi permettesse di raggiungere l'altro lato [ho giocato troppo a Tomb Raider, okay] o un insperato e improvviso ricongiungersi dei due lembi di terra. Costeggio quel baratro e, intanto, cerco, in qualche strano modo, di vivere come se mi trovassi sull'altra sponda della voragine. Ogni giorno mi sveglio e butto l'occhio al di là. Mi alzo, lavoro, faccio quello che devo e quello che non devo, vedo gente, frequento persone, e intanto la coda del mio occhio continua a vederla, quella sorta di Eden negato. Rimango spesso seduta sull'orlo, con le gambe che penzolano nel vuoto, ad osservare quella che sarebbe potuta essere la mia vita, se la terra, a un certo punto, non avesse deciso di spaccarsi. Quando sto bene, quando riesco a tenere insieme tutti i miei pezzi, a dare un ordine alle mie giornate e alle mie notti, mi dimentico quasi dell'esistenza di quella crepa, vivo anche così. E non è un vivere mediocre, anzi: a volte raggiungo picchi d'insospettabile felicità. Ma c'è sempre, sempre, in un angolo della mia mente, il pensiero sognante di riuscire, un giorno, a trovare il modo di provare come sia, la vita di là, la vita con la terra tutta unita sotto i piedi, la vita senza un baratro sempre al proprio fianco.
Nel mio vivere di qua, però, un po' ho costruito, ho fatto in modo di sistemarmi agiatamente. E' bastato entrare nell'ottica di pensiero della "deviazione": una strada è chiusa? No problem: c'è una deviazione che permette comunque di arrivare alla meta. Magari ci si mette un po' di più, magari la via è stretta e cosparsa di buche, anziché essere una bella linea dritta di asfalto nero lucente, magari ci si graffia la carrozzeria attraversando un bosco di rami taglienti e incolti, ma ci si riesce.
Nel vivere di qua, poi, ho trovato molte, molte davvero, Cose Belle. Forse, chi lo sa, prima o poi, "di là" sarà "di qua", o "di qua" e "di là" si fonderanno, o li scoprirò identici, oppure "di là" vedrà la sua importanza sbiadire, come quella di ogni futuro possibile che non si fa presente, e io smetterò di lanciare lo sguardo a un altrove ideale -ideale, ideale è la parola chiave.
Chi è felice ha ragione, diceva Tolstoj.
E io me lo ripeto ogni giorno, ogni, ogni, giorno: non importa dove, non importa quando, come e con chi. Ciò che mi importa è fare di tutto per essere felice da questa parte del baratro.

Siamo tornati, come avrete notato, ai post notturni, con le loro ermetiche introduzioni alle ricette, tipicamente da foodblog. Il fatto è che mi capita spessissimo, in cucina e altrove, di dover rinunciare a un progetto iniziale e dover far comunque saltar fuori qualcosa. Il progetto iniziale in questione era un goduriosissimo gelato alla crema [della mia avventura estiva in gelateria vi racconterò in un'altra occasione]. Peccato che, all'alba delle 23 e qualcosa di qualche sera fa, mi si sia rotto il freezer. Quindi, cosa me ne facevo, io, bionda sprovveduta, con un litro e passa di gelato alla crema non ancora allo stadio di gelato? Be', mi pare ovvio: una crostata.
L'evoluzione è, in realtà, semplicissima: il gelato alla crema, quello artigianale, badate bene, consiste in pratica in crema pasticcera con una buona percentuale di panna. Quindi, basta aggiungere un cucchiaio di amido, riportarla sul fuoco, stendere un guscio di frolla, infornare e il gioco è fatto [sempre che non vogliate sfruttare l'opzione pavlova eretica, o mangiarvela a cucchiaiate].
Avendo, inoltre, gli albumi della pasticcera da smaltire, la scelta è ricaduta sulla classica lemon meringue pie: la crema fresca e acidula, la meringhetta croccante e morbida allo stesso tempo, entrambe racchiuse e sorrette da un sempre rassicurante strato di frolla, fanno sempre il loro bell'effetto. Se la servite ben fresca di frigo, poi, è un dolce più che adatto a qualcuna di queste sere estive.

Qualche accorgimento che ho adottato?
  • una base poco zuccherata, per non risultare stucchevole insieme a crema e meringa
  • la scorza del limone aggiunta solo alla meringa, mentre nella crema pasticcera ho utilizzato il succo: in questo modo la crema risulta fresca, ma non aggressiva, mentre le scorzette danno una bella sferzata al carattere fin troppo dolce della candida meringa
  • albumi pastorizzati [la meringa di questo dolce, infatti, non è cotta completamente] con lo zucchero scaldato, ma non ridotto a sciroppo [metodo pescato non mi ricordo da quale manuale di pasticcera, se qualcuno dovesse riconoscere la fonte e segnalarmela, la inserirò nel post più che volentieri]: vi spiego tutto durante il procedimento
  • il procedimento, per intero, è un po' lunghetto: ma, come al solito, basta organizzarsi; potete preparare la frolla e la crema la sera prima, farcire la crostata poco prima di servirla, aggiungere la meringa all'ultimo, come preferite


LEMON MERINGUE PIE

Ingredienti
Per la frolla
250 g di farina 00
60 g di zucchero 
1 uovo
130 g di burro freddo
un pizzico di sale

Per la crema pasticcera [versione ricca, per quella classica andate qui]
250 g di latte fresco intero
250 g di panna fresca
4 tuorli
90 g di zucchero
1 baccello di vaniglia
il succo di due limoi
40 g di amido di mais/maizena/fecola di patate

Per la meringa
4 albumi
lo stesso peso in zucchero
la scorza di 1-2 limoni
1 cucchiaino di 
 amido di mais/maizena/fecola di patate
un pizzico di zucchero 

Procedimento
Preparate, innanzitutto, la crema pasticcera. Il procedimento è identico a quello che trovate in questo post.

Per la pasta frolla: mettete, nel mixer, farina e burro -ben freddo, mi raccomando-: fate lavorare finché il composto non sarà "sabbiato", ovvero, la farina avrà incorporato in briciole non troppo grosse tutto il burro. Aggiungete gli ingredienti rimanenti e lasciate il mixer lavorare fino alla formazione di una palla liscia e  omogenea. Coprite e mettete in frigo per almeno mezz'ora.
[Come sempre: mixer/planetaria/mani è uguale: l'importante è non surriscaldare né maneggiare eccessivamente l'impasto]


Portate il forno a 180°C.


Imburrate e infarinate uno stampo da crostata [se ha i bordi a cerniera, non come il mio, è ancora meglio]. Riprendete l'impasto dal frigo e stendetelo in una sfoglia piuttosto sottile [3-5 mm], magari aiutandovi con due fogli di carta da forno, il mattarello e due guide. Ponetela nello stampo, ritagliate i bordi, ricoprite con un foglio di carta forno e riempitelo di fagioli secchi/appositesfereperlacotturainbianco.
Cuocete per 20 minuti. Dopo questo tempo, togliete fagioli/sfere e carta forno e proseguite la cottura per altri 10 minuti, in modo che il fondo si asciughi per bene.

A cottura ultimata, riempite il guscio con la crema pasticcera. Rimettete in forno per 10-20 minuti [dipende dalla densità della vostra crema, tenete presente che, a dolce ultimato, dovreste riuscire a tagliare delle fette precise], finché la superficie non sarà totalmente rassodata.
Lasciate raffreddare in forno, con lo sportello un po' aperto.
Dopo qualche ora -più aspettate e meglio è-, circa una mezz'ora prima di servirla, preparate la meringa.

Per pastorizzare gli albumi senza lo sciroppo di zucchero: mettete lo zucchero in pentolino [fondo antiaderente] e scaldatelo per qualche minuto [non deve raggiungere il punto di caramellizzazione, ma deve divenire molto, molto, caldo]. Iniziate, intanto, a montare gli albumi con il pizzico di sale. Non appena gli albumi avranno acquisito consistenza, iniziate ad aggiungere lo zucchero caldissimo, a filo. Aggiungete, poi, il cucchiano di amido. Continuate a lavorare con le fruste fino ad ottenere una neve fermissima. Infine, incorporate la scorza, mescolando delicatamente, in modo da non smontare la meringa.
Distribuite gli albumi sulla crostata fredda e fiammeggiateli con l'apposito cannello [Tescoma, I love you], oppure ponendo il dolce sotto il grill del forno e sorvegliandolo attentamente [niente Twitter, niente Instagram, niente Whatsapp, nulla, tenete d'occhio la meringa, si brucia in un attimo].


E il gelato? Stay tuned ;)

mercoledì 22 maggio 2013

Pavlova | Crema pasticcera edition

Da qualche parte nel cervello devo essermi tatuata la celebre:
Ever tried.
Ever failed.
No matter.
Try again.
Fail again.
Fail better.
Ma anche: farcela, farcela un'altra volta, farcela meglio.
Ovvero, storia di una pavlova che da "buona" è diventata "strepitosa".

Vi rimando al post di qualche mese fa per la storia e le vicissitudini celate dietro questo dolce dal nome buffo, che a me continua a ricordare il suono di spatolate di panna montata lasciate cadere su una superficie.
Forse proprio per disinnescare questa sorta di onomatopea, ho preparato una pavlova senza panna. A volte la cucina manca di logica: mio caro chef Sachse, mi spiega che cosa dovrei farne, io, dei tuorli che avanzano dalla meringa? Una frittata giallo colesterolo?
Ecco quindi dove è finita la crema pasticcera del precedente post.
Il risultato è davvero convincente: molto più avvolgente della versione con panna, oltre al fatto che fragole e frutti di bosco, abbinati alla pasticcera, sono qualcosa di cui potrei tranquillamente vivere, senza avvertire la mancanza di altro.
Il gioco di contrasti rimane immutato, un cucchiaino racchiude un caleidoscopio di sensazioni gustative: il fresco acidulo e succoso dei piccoli frutti, la cremosità arrotondata dalla vaniglia, le briciole croccanti del guscio di meringa.


PAVLOVA | CREMA PASTICCERA EDITION

Ingredienti
meringa francese
crema pasticcera
fragole e frutti di bosco [o altra frutta acidula]

Procedimento
Preriscaldate il forno a 100°C.
Preparate la meringa e formate dei piccoli nidi su una teglia rivestita da carta forno.
Infornate per circa un'ora, finché i gusci non si staccheranno facilmente dal fondo. Lasciate raffreddare i gusci nel forno spento.
Poco prima di servire i dolci, riempite l'incavo di ogni meringa con qualche cucchiaio di crema pasticcera. Completate con la frutta.


L'unico dubbio che mi sorge è: si può ancora chiamare "pavlova"? A voi l'ardua sentenza.

lunedì 12 novembre 2012

Satisfaction is the new dessert

Domenica, ore 13.30. Piove, fa freddo, la riproduzione casuale dell'iPod suggerisce canzoni deprimenti, la macchina si appanna, non vuole scaldarsi, c'è traffico.
Ovviamente, sono in ritardo.
Ho dieci minuti -contati- per fare la spesa, e ne passo più della metà a insultare mentalmente i sacchetti di plastica del reparto ortofrutta: possibile che qualcuno non abbia ancora inventato un metodo efficace e rapido per aprire quelle buste poco collaborative?
C'è anche coda alle casse. Meglio, ho tutto il tempo di farmi sommergere dalla sensazione di aver dimenticato qualcosa. Certo, ho fatto la lista della spesa. Peccato l'abbia dimenticata in macchina.
Grazie, arrivederci, quanto ti odio sacchetto in mater bi, almeno facciano le scatole dagli angoli smussati, che poi sono così belli, però mai come gli spigoli, gli spigoli battono tutti gli angoli smussati, soprattutto nel lacerare i sacchetti di mater bi.
[Non vado d'accordo con i sacchetti in generale, sembrerebbe. Qualcuno direbbe che ho difficoltà a tenere unite le diverse parti, a contenerle, a trasportarle senza disperderle.]
Pioggia, freddo e traffico persistono anche dopo la spesa lampo. Anche l'iPod continua la sua accurata scelta. Canticchio ferma a un semaforo.
Le rose lisergiche, le sere a sbranarsi, con me non devi essere niente, non ti preoccupare, che tornino a scoppiare, ma dal ridere, a crepare, ma dal ridere, addio, aspettami, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, portami a vederle.
Mi arriva un sms e penso che ogni tanto è davvero molto rassicurante non essere l'unica in ritardo.
Il semaforo diventa verde, tocca ai Nirvana e io riparto senza ascoltare la canzone, distratta dal ricordo di "Venuto al mondo", guardato l'altra sera. Cosa devono aver vissuto certe persone, per scrivere libri del genere, mi chiedo. Penso a quei capelli striati di rosso. Penso a come si distruggano vite, alla ricerca di qualcosa. Penso a come ci si distrugga, amandosi disperatamente.
[Intanto, faccio scorrere avanti e indietro la barretta del piercing al trago fatto ieri. Non guarirà mai, se continuo a giocarci, lo so. Forse lo faccio apposta.]
Penso a Camus, all'Assurdo, a noi uomini, all'ironia, all'ironia della vita, alla vita.
Interrompo il flusso di ragionamenti, ridendo di me stessa. La vita, la vita, siamo tutti dei grandi filosofi, sì, certo. 
Sto per parcheggiare, quando inizia Just like heaven. Tolgo la freccia, decido di fare un altro giro dell'isolato, per ascoltare la canzone.
Show me, show me, show me. You, lost and lonely. Dancing in the deepest oceans. Twisting in the water.
Le canzoni non hanno bisogno di persone, a volte.
Alla fine, fermo la macchina e mi decido a scendere.

Alessandro è già lì ad aspettarmi. Mentre attendiamo Marco, scarichiamo le nostre attrezzature.
Da una macchina rossa escono teglie, utensili da cucina, farine, zucchero, uova, dall'altra vettura, luci, cavalletto, zaini e borse contenenti strane cose che noi dilettanti nemmeno sappiamo identificare.
Il tempo di scambiarsi qualche particolare della propria vita [i classici chi sei-cosa fai-dove vai] e arriva anche Marco, che ci apre il locale.
I bar, da chiusi, hanno sempre il loro fascino particolare. I tavoli se ne stanno addossati alle pareti, le sedie ammucchiate l'una sull'altra, il silenzio è irreale, le sale sono vuote. Trovi una bottiglia di birra su un davanzale, dimenticata dalla sera precedente.
Io inizio ad accendere il forno, mentre Alessandro sistema il set.
Mettiamo la musica, ci facciamo un caffè.
E poi si inizia.

Okay, Agnese, questa è semplice: devi solo separare i tuorli dagli albumi. 
...
No, non è semplice. Perché non è la tua cucina, ci sono queste luci professionali, c'è Alessandro che continua a scattare foto alle tue mani. E non è che tu ami particolarmente stare davanti all'obiettivo.

Dopo un po', però, mi dimentico dei clic dell'otturatore, delle luci e del resto. Chiacchieriamo, ridiamo del disordine che creo attorno a me mentre cucino, litighiamo con la planetaria che non vuole montare gli albumi, ci meravigliamo per la bellezza della meringa, schizziamo panna ovunque, spargiamo chicchi di melograno per tutto il locale, rimaniamo in attesa davanti al forno, incrociando tutte le dita che si possono immaginare, perché io la pavlova non l'ho mai fatta.
Mentre la meringa cuoce preparo una torta di mele. Alla fine, c'è profumo di torta anche nel nostro bar preferito.

Sforno la meringa. Sembra essere riuscita. Rimango sinceramente sorpresa, ma lo maschero bene.
Monto il dolce, sotto gli occhi di Alessandro e di Marta.
Lo styling, questa volta, è un po' improvvisato. Oggi è una prova, più o meno.
Fa comunque un certo effetto vedere il proprio dolce al centro di un set fotografico professionale.
Io e la piccola Canon assistiamo un po' intimorite allo shooting, azzardandoci a fare qualche foto sul finale, quando la panna inizia a cedere e i chicchi di melograno sono scivolati giù per i fianchi della pavlova.
[Qui, la mia incompetenza immortalata da Marta]

Ritiriamo tutto, tentando di ridare dignità alla cucina. Il locale apre, entrano visi più o meno noti, e io li osservo dalla cucina. Cambiano le prospettive, a volte.
Smontato il set, si affettano e si servono i dolci.

Lo sapete, io sono una di quelle che cucina, ma non mangia. Eppure, me lo godo tutto, quel momento, mettendo temporaneamente a tacere ogni "ma" e ogni "avrei potuto".
Soddisfazione, la chiamano così. E non è male. Non è affatto male.

Il dietro le quinte di questo racconto -come sempre- assurdo e irrazionale?
Alessandro Avondo è fotografo. Dopo aver scoperto Food Therapy, mi ha chiesto se avessi voglia di collaborare con lui per qualche servizio di food photography. Gli serviva, insomma, qualcuno che prestasse i suoi dolci [ma non solo] all'obiettivo della sua macchina fotografica. Occasione migliore, per me, non poteva presentarsi.
Oggi, dunque, abbiamo testato l'affinità, con una pavlova e una torta di mele.
Quelle che vedete nel post sono le foto "rubate" dal set, ma vi mostrerò anche quelle ufficiali [giusto per notare la trascurabile differenza].

Thanks to.
Marco e tutto lo staff del Meltin' Pop di Arona, che ha sopportato -e supportato- la nostra invasione.

Pavlova. What?
Questo dolce di origini australiane, deve il suo nome [davvero incantevole: non suona benissimo "pa-vlo-va"? Sembra la panna che cade a cucchiaiate nel guscio di meringa, e fa "pa-vlo-va".] a una ballerina, tale Anna Pavlova [ecco, chissà se la signorina in questione sarebbe stata felice del mio accostare il suo nome a della panna montata], in onore della quale venne ideato, nel 1926.
Trattasi di un guscio di meringa che raccoglie una nuvola di panna montata, sormontata da una pioggia di frutta fresca. Un efficace gioco di contrasti che si articola fra la dolcezza croccante della meringa, la cremosità avvolgente della panna non zuccherata e la freschezza acidula della frutta.
In più, è semplicissima da preparare.
[Per provarla, non aspettate anni come la sottoscritta, insomma.]

La meringa
Parlo della meringa prima di descrivere il procedimento per la pavlova, dato che è la parte più insidiosa e merita qualche attenzione in più.
  • la tecnica è quella della meringa francese, che prevede il doppio del peso degli albumi in zucchero [lo zucchero può essere anche quello semolato, ma è da preferire quello a velo, almeno per il 50%], il tutto montato molto a lungo [si va dai 10 ai 20-30 minuti]
  • al composto originale vengono aggiunti cremor tartaro e amido di mais [o equivalenti], per stabilizzare il composto
  • gli albumi sono da preferire vecchi di qualche giorno e a temperatura ambiente
  • cottura: solitamente, il metodo migliore è quello di una cottura a bassissima temperatura [anche 50-60 gradi] per un tempo molto lungo [tre ore + raffreddamento in forno spento e chiuso per anche una notte], tuttavia si può arrivare anche a temperature leggermente elevate [120 gradi] e tempi relativamente brevi [un'ora e mezza];
    Per quanto riguarda la pavlova, la meringa non deve risultare completamente "asciugata" [infatti, più che una cottura quella della meringa classica si può definire un'asciugatura]: a un esterno croccante e friabile deve abbinarsi un interno ancora soffice e morbido. 

POMEGRANATE PAVLOVA 

Ingredienti 

Per la meringa

4 albumi [150 g]
150 g di zucchero semolato
150 g di zucchero a velo
un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di cremor tartaro
un cucchiaio di amido di mais

250-300 ml di panna fresca da montare

2 melograni grandi

Procedimento

Preriscaldare il forno a 100°C.

Per la meringa: nella planetaria, o con uno sbattitore elettrico, iniziare a montare le chiare d'uovo con un pizzico di sale. Quando gli albumi iniziano ad essere piuttosto sodi, aggiungere in più riprese i due tipi di zucchero, l'amido e il cremor tartaro. Continuare a montare la meringa finché il composto non risulti stabile e lucido [esattamente come mostra questo post di Sigrid].
Distribuire la meringa su una teglia foderata da carta forno. Creare una forma circolare e scavarla al centro, in modo che possa contenere la panna. Infornare per un'ora e mezza circa [sarà pronta quando si staccherà senza difficoltà dalla carta forno]. Lasciare raffreddare nel forno spento, quanto più tempo possibile [sarebbe perfetto preparare il guscio il giorno, o la sera, prima].

Pulire i melograni e montare la panna.
Assemblare il dolce, ponendo sul piatto di portata la base di meringa raffreddata, ricoprendola di panna e distribuendoci sopra i chicchi di melograno.
Servire subito.


Qui sono le 3 passate e io ho farneticato per mezz'ora riguardo una domenica e una pavlova. Ottimo.
Mi riprometto sempre di pubblicare a orari più decenti, ma evidentemente non sono capace.
Lo mettiamo nella lista dei buoni propositi, sia mai che mi decida a sfoltirla un po', prima o poi.

Goodnight.