Fra le dita ho una matita rosa fluo, rubata da una scrivania che mi mancherà.
Scrivo, guardo mio fratello dormire nel sedile a fianco, spio le nuvole dall'oblò troppo stretto, sento l'uomo seduto dietro di noi aprire la confezione del suo muffin di plastica.
Ho in testa i Radiohead, i Dire Straits, i Baustelle, Vasco Brondi, gli Air, Le Vergini Suicide, Trainspotting, Dogville che dovevi farmi vedere, ma poi no, e qualche bacio. Meravigliose teste bionde. Tovaglie sporche di tabacco e di vino. Sorprese. Doppi gelati per pranzo. Bottigliette d'acqua svuotate dentro a magliette, prati verdissimi e cieli assurdamente tersi, ad ottobre. Quartieri come opere di Dalì, con lampadari appesi sopra le strade e tappeti sui muri. Tramonti su San Giovanni, quando ti fermi e trattieni il respiro chiedendoti in quale altra città ci sia quella luce, quella che non se va mai, quella che c'è anche di notte, quando torni a casa abbracciata e un po' brilla.
Perdonaci, Roma, se questa volta non siamo rimasti tutta la notte sotto il Colosseo ad aspettare un'alba di nuvole rosa. Perdonaci se ci siamo svegliati a pomeriggio inoltrato, se siamo rimasti felici a cantare canzoni tristi mentre lavavamo i piatti, anziché immergerci nei tuoi musei e nelle tue bellissime rovine. Perdonaci se, come schizofrenici, abbiamo mangiato cacio e pepe, amatriciana e saltinbocca, ma anche wakame e avocado, ceci allo yogurt e pollo al curry. Perdonaci se abbiamo rimandato le Catacombe, Villa Borghese e chissà che altro, ma avevamo qualche film da guardare, tutti insieme nella sua camera azzurra, fra i fili di fumo delle nostre sigarette, i bicchieri di vino, gli incastri di gambe e braccia. Perdonaci, Roma, le nostre "e" troppo aperte, impareremo. Perdonaci, Roma, i nostri sorrisi, i pomeriggi di penombra in camera da letto, il gelato trasformato in cheesecake, i nostri occhi distratti da altri occhi, questo viverti senza sbranarti, ma in un sornione godere della tua bellezza, semplicemente respirando fra le tue strade, lungo il tuo fiume, dentro la tua storia, questo spudorato stare bene, la nostra sana anormalità, l'equilibrio degli squilibri, i brindisi all'eterno entusiasmo, il guardarsi a un binario e dirsi: "Io sono schifosamente felice, e tu?".
Incrocio lo sguardo della hostess. Mi chiede se desidero qualcosa. Rispondo di no, ma la ringrazio.
Penso che, in fondo, per essere schifosamente felici ci vuole poco.
Una serie di incredibili coincidenze.
Un blog. Un commento a un post. Un nickname che si trasforma in un nome. Raccontarsi le proprie vite una sera, su hangout. Decidere di andare a Roma. Pensare di trovarsi per bere qualcosa, per aggiungere un volto a delle parole. Osare un "Io, in questa città, vengo a viverci", mentre il sole cala dietro San Pietro e me ne sto seduta sul parapetto di Ponte Sant'Angelo. Decidere di farlo davvero, di cambiare di nuovo casa, letto, veduta dalla finestra della cucina. Prenotare un biglietto aereo per il proprio compleanno, tornare. Festeggiare con una famiglia conosciuta venti giorni prima.
A rifletterci, ora, non sono solo coincidenze: sono scelte. La felicità deriva sempre da una scelta, come l'infelicità. Scegliere di essere felice non mi appartiene, non sono mai stata capace, perché mai avrei dovuto, c'era così tanto da fare, al di là dell'essere felice.
Il problema della felicità è che, spesso, bisogna essere egoisti per sceglierla. Bisogna davvero mettere tutto il resto da parte: è un aut-aut, non esistono vie di mezzo, se vuoi essere felice devi buttare via quello che non serve, una sorta di minimalismo del benessere.
Certe rinunce sono inevitabili: la vita è troppo vasta per un unico luogo, per un'unica famiglia, per un unico gruppo di amici, per un unico grande amore. Non permettersi l'euforico delirio della libertà è un suicidio.
"Se vuoi una storia d'amore eterna, innamorati di una città." [cit. Una Snob]
Io di Roma mi sono proprio innamorata. L'ho considerata una città "da visitare", finché non mi sono trovata sotto le mura della Basilica di Massenzio. E, improvvisamente, ho sentito qualcosa pungermi gli occhi, degli inspiegabili spilli.
Ho camminato urtando i passanti per non distogliere lo sguardo dal Vittoriano, ho girato Roma di notte, a piedi, godendo spudoratamente di quel vuoto di gente, che lascia risuonare l'eco della magnificenza della città. Ho dormito pochissimo, senza mai sentirmi stanca. Abbiamo visitato i Musei Vaticani due volte, tornando all'entrata grazie al passaggio segreto indicatoci da una guida sulla quale -noi biondi in vacanza- avevamo fatto colpo. Sono entrata nella Cappella Sistina e, finché non mi sono trovata al centro, non mi sono voltata a guardare il Giudizio Universale, un'assurda via di mezzo fra Orfeo e Stendhal. Sono rimasta incredula a fissare il soffitto, i colori, la tensione di quelle braccia, di quelle dita. Sarei rimasta per sempre all'interno del Pantheon, ad osservare la pioggia entrare dall'oculo, lenta e fittissima, quell'ipnotico cadere di luce ed acqua.
Sono stata trafitta da troppa Bellezza per rimanere indifferente. Mai potrei anche solo tentare di racchiuderla in delle parole.
Descrivere non serve, raccontare neppure, le fotografie, poi, sono una presa in giro. Bisogna trovarsi lì, e arrendersi. Lasciarsi invadere dallo stupore.
Il retro della carta d'imbarco è finito da un pezzo. Ho continuato a scrivere su una nota dello smartphone.
Siamo appena atterrati.
Scendiamo dall'aereo per ultimi. Torno presto.
"Se vuoi una storia d'amore eterna, innamorati di una città." [cit. Una Snob]
Io di Roma mi sono proprio innamorata. L'ho considerata una città "da visitare", finché non mi sono trovata sotto le mura della Basilica di Massenzio. E, improvvisamente, ho sentito qualcosa pungermi gli occhi, degli inspiegabili spilli.
Ho camminato urtando i passanti per non distogliere lo sguardo dal Vittoriano, ho girato Roma di notte, a piedi, godendo spudoratamente di quel vuoto di gente, che lascia risuonare l'eco della magnificenza della città. Ho dormito pochissimo, senza mai sentirmi stanca. Abbiamo visitato i Musei Vaticani due volte, tornando all'entrata grazie al passaggio segreto indicatoci da una guida sulla quale -noi biondi in vacanza- avevamo fatto colpo. Sono entrata nella Cappella Sistina e, finché non mi sono trovata al centro, non mi sono voltata a guardare il Giudizio Universale, un'assurda via di mezzo fra Orfeo e Stendhal. Sono rimasta incredula a fissare il soffitto, i colori, la tensione di quelle braccia, di quelle dita. Sarei rimasta per sempre all'interno del Pantheon, ad osservare la pioggia entrare dall'oculo, lenta e fittissima, quell'ipnotico cadere di luce ed acqua.
Sono stata trafitta da troppa Bellezza per rimanere indifferente. Mai potrei anche solo tentare di racchiuderla in delle parole.
Descrivere non serve, raccontare neppure, le fotografie, poi, sono una presa in giro. Bisogna trovarsi lì, e arrendersi. Lasciarsi invadere dallo stupore.
Il retro della carta d'imbarco è finito da un pezzo. Ho continuato a scrivere su una nota dello smartphone.
Siamo appena atterrati.
Scendiamo dall'aereo per ultimi. Torno presto.
Fotografie di Roma non ve ne lascio [mi limito ad ammorbare il popolo di Facebook, contenti?], ma la parentesi culinaria voglio farla. Certo, sarei troppo banale a darvi la mia versione della cacio e pepe, vero?
ICE CREAM CAKE
Ingredienti
300 g di biscotti secchi [noi avevamo gli Oro Saiwa, ma potete usare quelli che preferite, anche abbinandoli ai gusti di gelato]
150 g di burro fuso2 cucchiai di miele
cannella, un pizzico di sale
1 kg di ottimo gelato [il nostro era di Gelatario, se non lo conoscete dovete provvedere]
Procedimento
Tritate finemente i biscotti, mescolateli al burro fuso, al miele, alla cannella e al sale.
Disponeteli sul fondo di una tortiera con apertura a cerniera. Mettete in freezer per una decina di minuti.
Intanto, lasciate ammorbidire un po' il gelato.
Riprendete la base, e distribuitevi il gelato. Se scegliete due gusti, come nel nostro caso, vi consiglio di utilizzare una sac à poche per distribuirli in modo che rimangano separati.
Rimettete in tutto in freezer fino al momento di servire il dolce.
[I nostri gusti? Ricotta con pistacchi e cioccolato + crema con biscotti Gentilini]
INSALATA DI AVOCADO, WAKAME E PINOLI [ricetta di Iaia]
Ingredienti [per 5 persone]
2 avocado ben maturiAlga wakame reidratata
Pinoli
Salsa di soia
Succo di limone
Procedimento
Tagliate gli avocado a cubetti. Mescolateli all'alga e ai pinoli [si potrebbero anche tostare, perché no]. Condite con la salsa di soia e il succo di limone, a piacere.
CECI CON CAROTE E SALSA DI YOGURT SPEZIATA
Ingredienti [sempre per 5 persone]
250 g di ceci [una scatola, insomma, ma se li avete secchi è meglio]una carota
yogurt [magro o intero, l'importante è che non sia zuccherato]
spezie e aromi a volontà: curcuma, curry, paprika, cumino, coriandolo, origano, pepe nero
Procedimento
Fate saltare in padella i ceci e la carota tagliata sottilmente [se avete pelapatate/mandolina è perfetto].
Intanto, mescolate allo yogurt le spezie, regolandovi con l'assaggio.
Servite i ceci e le carote con la salsa.




