sabato 26 ottobre 2013

Barcellona.

Voglio raccontarti di un luogo.Tieni, guarda attraverso questo. È un caleidoscopio, vede il Bello. 
Accetti il piccolo cilindro di latta che ti ha offerto quella ragazza bionda, con il suo sorriso un po' storto e ambiguo, gli occhi scuri e grandi. Accosti l'occhio a una delle estremità, e guardi. 

Sono le otto del mattino, il Sole sta sorgendo. Scendi dall'aereo, stringendoti istintivamente nel blazer e cacciando il mento della sciarpa. Il freddo non arriva a pungerti, però. Sciogli le braccia, respiri. L'aria è tiepida, il cielo terso.

Scosti il viso, lanci uno sguardo interrogativo alla ragazza bionda, che se ne sta, come divertita, appoggiata alla parete, una mano in tasca.
- E ora?
- E ora ruota leggermente la parte terminale del caleidoscopio. Bastano pochi gradi, ho molto da mostrarti, non voglio tu ti perda nemmeno un angolo di Bello. Sì, così, giusto un poco. Su, guarda.

Dopo esserti persa in una ragnatela di vicoli, raggiungi la Rambla. La strada è ampia, la luce ti travolge, così come le persone, a centinaia, un flusso continuo di visi ognuno diverso dall'altro, innumerabili culture che camminano una di fianco all'altra.
Ti trovi proprio al centro della lunga via, muovi qualche passo a destra, poi torni verso sinistra. Cammini con lo sguardo che corre sugli edifici attorno, saltando da un dettaglio all'altro dei decori che ricoprono le pareti, tracciando finestre, delineando porte e portoni; infine, arrivi a Plaça Catalunya, immensa, quasi è impossibile identificarne il perimetro. 



Lanci uno sguardo a lei, che, sempre con una spalla alla parete, sembra aver riversato tutta la sua attenzione nell'attorcigliarsi un riccio dorato fra le dita.
Per un attimo alza gli occhi, incrocia i tuoi, e ti fa un gesto fra l'incoraggiamento e l'assenso, inclinando la testa.
Muovi ancora di un poco la parte mobile di quell'oggetto prodigioso.
.
Colori, profumi, odori, voci, suoni, rumori. Sei nel mezzo della Boqueria, il più esteso mercato coperto di Barcellona.
Lo sguardo divora, curioso, ogni banco. Frutta e verdura da ogni angolo del mondo, pesci e carni, spezie che ti s'infilano nelle narici, cioccolati d'ogni tonalità, uova d'ogni dimensione.
Cammini, insinuandoti nella folla: sembra un universo parallelo, un altrove creato apposta per esercitare la curiosità. Leggi ogni nome, che sia infilato in un cumulo di frutta secca, nella spessa scorza di qualche frutto tropicale, in una duna di curry dalla tonalità insolita, fra le squame fulgenti dei pesci.
Lo stomaco inizia a fare le fusa, acquisti del mango. Lo mangi appoggiata a uno sgabello, la reflex al collo, gli occhi incapaci di prendersi una pausa, le papille che si sciolgono. Poco dopo assaggi la pitahaya: al posto della buccia ha fiamme rosa acceso e, tagliata a metà, rivela polpa bianca costellata da semini neri. La consistenza è fra il kiwi e il fico d'India, il sapore dolce, acquoso, sa un po' di cactus. Si gusta cucchiaino dopo cucchiaino, osservando il popolo della Boqueria: il gregge di turisti, i pochi, ma ben identificabili, acquirenti locali, i venditori, che sembrano parlare tutte le lingue del mondo.
Non sapresti affermare, con certezza, quante ore hai trascorso lì dentro. Quando esci stai aprendo l'ennesima confezione di mango appena affettato, la folla sulla Rambla non si è ancora dissolta, la luce è cambiata, ma non ci sono accenni di buio. 




- Continua, su.

Pomeriggio inoltrato. Ti perdi nel quartiere gotico. Le vie sono strette, gli edifici alti e frastagliati, le ombre corteggiano muri e finestre. Lo sguardo setaccia le pareti, coperte da dipinti e poesie, vorrebbe aprire le porte, ognuna di un colore diverso, s'arrampica sui balconcini, che hanno decori di piastrelle -o mosaici- anche nella parte inferiore, quella rivolta alla strada [a Barcellona è scontato che uno guardi verso l'alto, soprattutto mentre cammina; capita spesso di scontrarsi con altri, e si ride insieme dei propri nasi all'insù]. Ogni tanto spunta una cattedrale, il Museu Picasso lo trovi quando smetti di cercarlo - ma no, non entriamo ora, ci sarà tempo più avanti.
È un susseguirsi di piccole botteghe, ristoranti e bar.





- La senti, la Vita, sì? Lascia che ti pervada, come linfa.
Altro spostamento di cristalli e specchi, altra scena. 


Sei al porto. Il mare, finalmente. Fermati un po' a respirare, guarda la Luna sorgere nel cielo ancora azzurro.
C'è un prato verdissimo, la gente ci si sdraia, c'è chi legge, chi chiacchiera, chi corre, chi si bacia. Una funivia attraversa il cielo. Bolle di sapone giganti riflettono la Golden Hour.

Tuttavia, non puoi rimanere in questa serenità di cristallo per troppo. C'è ancora dello stupore da provare.
Entri nel Museu d'Història de Catalunya, sali i piani quasi di fretta - per le sale ci sarà tempo più tardi -, su per quella struttura di legno scuro e alluminio, toni bordeaux e luci calde, per arrivare alla terrazza -sarebbe per i clienti del ristorante, ma.
Attraversi il locale, ti affacci al parapetto.
Divampa, Barcellona, mentre il Sole si posa sui suoi tetti.




- Proseguo?
- Direi di sì: questo era solo il primo giorno.
Avvicini ancora l'occhio - c'è un bagliore, sul fondo della tua pupilla, o sbaglio?

Mattino.
Stai uscendo dalla metro. Sembra periferia.
Ti volti.

[Ora, dovresti riprendere a respirare.]

La Sagrada Familia.
La struttura intera è indescrivibile. Un'immensità leggera. Gli infiniti particolari. Colonne che sono tronchi d'albero, incredibilmente slanciate e sottili, come betulle.
Osservi le statue, osservi gli spigoli con i quali è stata scolpita la pietra, avresti mai potuto immaginare una simile espressività? Gli sguardi, le mani, i solchi che le emozioni lasciano sui volti. Quel cavaliere. Gli occhi - continui, continui, a guardare quegli occhi.

[Sei pronta? Entra.]

Luce. Luce ovunque. Altezza. Spazio. Colori di vetrate astratte.
Arcobaleni sugli organi.
Una foresta. Di marmo. F
ronde, rami, fiori.
Cammini, lenta, incredula. Senza nemmeno osare toccare la macchina fotografica, per ora.
Ti fermi, a un tratto. 

Non pensi anche tu che dovrebbe capitare più spesso, di piangere dalla Meraviglia? 
Credo sia inevitabile commuoversi, quando scopri che una mente umana ha concepito l'inconcepibile. 


[Non ci sono parole per descrivere quello che accade là dentro. E non sai la disperazione, quando ne esci, quando ritorni ad altri panorami, e scopri che il tuo limite di Bellezza è balzato in avanti, e tutto è più buio, più debole, più convenzionale.
Ti arrabbierai con Gaudì, per l'ennesimo bisogno con cui ti ritroverai a fare i conti. Ti arrabbierai, lo ringrazierai, leggerai di lui. Non basterà. Scriverai di lui un venerdì sera, con ancora qualche lacrima ad appendersi alle ciglia.]





- Ora devi uscire, però.
La ragazza bionda allontana piano il caleidoscopio dal tuo viso.
Per un attimo, è lei a guardarci dentro. Poi, lo fa ruotare ancora una volta.
- Tieni. 
È il luogo migliore per non tornare alla Realtà troppo violentemente. 

Parc Güell.
Sembra di trovarsi in una qualche fiaba: architetture ai limiti del surrealismo, gallerie preistoriche di pietra e terra, vegetazione lussureggiante.
La casa di Gaudì è un edificio colorato, con i comignoli a fungo, decori che sembrano fiori rampicanti, pavimenti differenti in ogni stanza, soffitti foderati da arabeschi o da motivi geometrici, lampadari che sottolineano l'attenzione per la luce e i giochi che essa può creare, se fatta filtrare attraverso un vetro rosso, o verde, o giallo. Un'abitazione piccola, modesta - inaspettatamente, vero? -, ma perfettamente capace di trasmettere la cura, la passione, per i dettagli e per il pensare al di là di tutto quello che è già stato creato.
Puoi perderti, senza mai sentirti smarrita. Qua e là trovi una violinista, o un chitarrista. Pappagalli verdi volano da un albero all'altro.
Poi, a un tratto, il genio esplode nuovamente: con la Sala Hipostila, e quella sorta di panchina sinusoidale. Potresti osservare, singolarmente, ognuna delle ceramiche che la ricoprono, e non ne troveresti una che si ripeta.
Scendi le scale.
Al di sotto, un vasto portico di colonne doriche, ancorate a un soffitto ondulato, coperto da un mosaico bianco-opalescente, nel mezzo del quale, come isole, spuntano decori circolari di cristalli colorati.
E poi c'è la doppia scalinata, con le fontane, e i mosaici che continuano sui muri. 

Cerchi di assorbire tutto il possibile con gli occhi. Intanto, l'unico pensiero che la tua mente riesce a formulare è: "Incredibile."



- Dovresti tornare in città ora. C'è la Cattedrale, da vedere. Ma. È magnifica, ovviamente, ma dopo la Sagrada tutto quel gotico, così buio, e minaccioso, è solo opprimente.
Mi penserai stupida, lo so. Posso però assicurarti che io adoro il gotico, davvero, ma, dopo tutta quella luce, ti farebbe solo stare male.
Piuttosto, è ora di cena.
La ragazza bionda sorride entusiasta, e tu fai girare, nuovamente, il cilindro e i suoi specchi. 


Sei seduta a un tavolino, in una piccola piazza. Ti sembra il quartiere gotico, di nuovo.
La sera è tiepida, il cielo è di cobalto scuro.
Leggi il menù. 
È un ristorante vegetariano, e ti chiedi come sia possibile esser finita in un posto del genere a Barcellona. Eppure, il posto sembra carino, i tavoli sono tutti occupati, da studenti e spagnoli, le ragazze di fianco a te mangiano nachos e guacamole. Ordini una paella vegetariana, preparata con riso integrale. Intanto, sedi la fame con gli antipasti: sfiziosi e ottimi. Anche la birra è notevole.
Inizi a rilassarti, quando un trio punk attacca a suonare in mezzo alla piazza.
Il primo pezzo è un inno alla banana, perché contiene il potassio. Cantano in spagnolo, non sei sicura di cogliere nemmeno i tre, canonici, accordi, ma sono simpatici. Soprattutto il cantante, in perfetto stile Johnny Rotten, con tanto di trucco pesante e pantaloni aderenti in tartan rosso.
La paella è perfetta.
Scambi quattro chiacchiere con la cameriera e con i ragazzi che gestiscono il locale: l'idea di un ristorante vegetariano [e veg: hanno dei nuggets di seitan da uscirci di testa, per non parlare dei dolci] è nata da una cooperativa che possiede l'azienda agricola dalla quale provengono la maggior parte degli ingredienti dei piatti.

[Il locale 
è molto carino anche all'interno, un po' hipster, ma poco mainstream. Non è assolutamente turistico, uno dei ragazzi assomiglia a Jude Law, e la ragazza è simpaticissima. La piazzetta è un susseguirsi di negozietti vintage. Insomma, ve lo consiglierei.]

Barcellona, di sera, è calda e movimentata. Stai bene, conta poco altro.

Questa volta, fai ruotare il caleidoscopio senza guardare la ragazza. 

Sei tornata al Museu Picasso. Ora, però, ci entri. L'edificio è splendido, il museo ben organizzato, le opere moltissime.
Quella dedicata al ciclo "Las Meninas" è la prima sala nella quale perdi la cognizione del tempo.
Un'ala intera del Museu è dedicata a "La vita". Si trova in fondo a una sala rettangolare molto lunga, 
c'è una singola seduta. Ti siedi, lì, da sola, nel silenzio, di fronte a quelle figure, alla vita tutta rappresentata in quella coppia nuda, in quella donna scheletrica, in quell'infante.
Visiti il museo e ne esci con la sensazione di aver trascorso tre ore in compagnia di Picasso, e di aver ascoltato la sua vita intera, raccontata dal pittore stesso.
A volte, l'intensità di determinate opere d'arte dà questa illusione, quella di aver compreso certi stati d'animo, certe passioni, certe vite, di aver trascorso del tempo con l'artista, e non solo con le sue opere, di averlo capito, e di essere stata capita.

- Oh, Pablo. - sospira, non senza ironia, la ragazza bionda.
- E ora?
- E ora si torna a casa. Ma puoi trascorrere ancora qualche ora in giro per Barcellona, se vuoi: perderti un po' nel mercato di Sant Antoni, visitare il quartiere El Born, andare a pranzare al mare, seduta sul molo, camminare fino a non sentirti più le gambe, ma senza essere stanca. Ecco, sì, cammina: è l'unico modo per afferrare tutta la Bellezza di questa città.
Certo, potresti anche decidere di non tornare. 

Il sopracciglio sinistro della ragazza bionda fa un guizzo appena percettibile, appena prima che lei si volti, per andarsene. Mentre si allontana canticchia una canzone in spagnolo.

Ti ha lasciato il suo caleidoscopio.

lunedì 14 ottobre 2013

Pumpkin crush.

Ottobre è, senza dubbio, il mese più hipster di tutti.
Aprite Tumblr: verrete sommersi da cumuli di foglie variopinte, con i vari "October", "Hello, October", "Welcome back, October" -possibilmente in helvetica-. Anche su Instagram la situazione è simile: tutti a salutare il decimo mese.

A me ottobre piaceva. Sono nata ad ottobre, adoravo l'aria che tornava fredda, in un perfetto ossimoro con lo scaldarsi dei colori, sono sempre stata il contrario delle meteoropatia [umore pessimo quando fuori splendeva il sole, energia ed entusiasmo con cieli grigi e pioggia battente - ora le cose sono un po' cambiate, la mia serotonina è ormai troppo provata per non trovare conforto in un cielo blu M&M's], mi sollazzavo in pomeriggi bigi, fra tazze di tè, piumoni, letti e divani, luci oblique.
Quindi, ottobre rientra ufficialmente nella lista di ciò che amavo anche prima che diventasse mainstream [come gli occhiali con montature importanti, Harry Potter, Holly Golightly, cerchi e triangoli -doppi sensi, portatemi via-, libri, librerie e biblioteche, David Foster Wallace etc].
Mentre mi trattengo dal convertire il nickname di ognuna delle mie personalità presenti sul web in "Ottobre", spargere foglie secche sulle copertine di Facebook e Twitter, riempire un album di Flickr con foto di alberi spogli e tatuarmi in fronte "Autumn", godo silenziosamente di questo ottobre un po' freddo, degli stivali -quando solo una settimana fa me ne stavo spiaggiata sui prati di Villa Torlonia in shorts e canottiera-, della pioggia e dei lampi che mi entrano in camera di notte, dei litri di tè che mi bevo ogni giorno -tanto fa bene, no?-, dei pomeriggi a prender freddo camminando lungo il fiume.
Fra i must have di ogni autunno, un posto d'onore è riservato alla zucca.
Appurato che Halloween, per me, rimarrà sempre un inutile secondo Carnevale, lascio ai colleghi anglosassoni tutto il divertimento di tagliuzzare queste tondeggianti meraviglie arancioni secondo canoni estetici a me incomprensibili. Da parte mia, mi limiterò a mangiarne giusto qualche kg, sotto qualsiasi forma: vellutate, chips, gnocchi, tortelli [sono per metà mantovana, ve l'ho mai detto? *sopracciglio inarcato e ammiccante*], muffins, dolci, cakes e. Suggerimenti?
Dai, che punto a diventare arancione prima di dicembre anche quest'anno.

Nel caso non sia chiaro che, in quanto a zucca, faccio sul serio, oggi vi propongo ben due ricette.
Un dignitoso cake di zucca e gorgonzola, perfetto sia come aperitivo [se riuscite a non mangiarne cinque o sei fette] sia come piatto principale, magari accompagnato a un'insalata di rucola o radicchio [o radicchio e rucola, o quello che volete: perché mi fate parlare di abbinamenti?], e una versione molto light but tasty: zucca al forno, con semini vari [in una vita precedente devo essere stata un pappagallo], pepe, salvia e rosmarino.




CAKE DI ZUCCA AL GORGONZOLA

Sono partita dalla base dei cake salati di Ilona Chovancova [il suo libro rimane la Bibbia dei cakes, dolci e salati, sebbene io mi ritrovi sempre a modificare qualche grammatura -alcuni risultano un po' troppo pesanti, o sbaglio?], togliendo qualche grasso e sostituendo il groviera con della crescenza. Il risultato è un cake molto morbido, grazie alla zucca, e saporito.


Ingredienti
200 g di farina 00
2 uova
100 ml di latte
200 g di crescenza
200 g di gorgonzola a cubetti
300 g di zucca grattugiata
16 g di lievito in polvere istantaneo [non vanigliato]
sale, pepe
semi di zucca tostati

Procedimento

Preriscaldate il forno a 180°C.
Sbattete le uova con il latte e la crescenza e mescolate bene, in modo che non rimangano grumi [le fruste sono l'ideale]. Aggiungete la zucca grattuggiata e la farina. Salate, pepate, incorporate il lievito e, infine, il gorgonzola [senza mescolare troppo, in modo che i cubetti non si disfino].
Versate l'impasto in uno stampo oliato e cosparso di pan grattato [ma va bene anche della normale farina].
Distribuite un po' di semi di zucca sulla superficie, infornate per circa 50 minuti.
Prova stecchino. 




ZUCCA AL FORNO

Ingredienti
Zucca
Semi misti [io ho usato un mix Rapunzel con zucca, girasole, lino e grano saraceno, ma solo perché non avevo mandorle o pinoli]
Aglio
Pepe
Rosmarino
Salvia
Sale
Olio e.v.o.

Procedimento
Preriscaldate il forno a 200°C.
Affettate la zucca sottilmente [potete utilizzare una mandolina per un effetto chips] e distribuitela su una teglia ricoperta da carta forno [se volete potete anche oliarla un po'].
Condite con i profumi, i semi, il sale. Aggiungete qualche spicchio d'aglio in camicia, semplicemente schiacciato. 
Infornate per 20-30 minuti [sempre per un effetto chips: modalità ventilata].




giovedì 10 ottobre 2013

Chocolate and banana chips cookies | You know

Sono una che prepara dolci, non una che fa del bene. Sforno biscotti, non consolazioni. Posso abbracciarti, mentre aspetto che la torta cuocia, ma non so risolvere i problemi. Ti porto una scatola di cookies, ma non chiedermi di rimanere, di tornare, di esserci. Impasto egoismo e incontentabile insoddisfazione, come posso renderti felice? Rimango sveglia la notte e al mattino ti faccio trovare croissants appena sfornati, ma che ne sai dei fantasmi che mi hanno aiutata ad arrotolare i triangoli di pasta sfoglia? Lascio scivolare nell'impastatrice qualche grammo del mio incomunicabile affetto, sperando di non esagerare - ché, si sa, troppo amore fa male.
Sono così maldestra, a volte. Con i sentimenti, con le emozioni. Nemmeno dovessi portare, con una mano, dodici uova. Così, preferisco allontanarmi, osservare da lontano incrociando le dita.
Perché, lo sai, "everything will be ok, in the end; if it's not ok, it's not the end".
Tutto passa, passerà anche questa. Io continuo a sfornare dolci. E a volerti bene.


Cookies di sostegno, per l'amica sotto esami, o per qualsiasi altra emergenza. Croccanti chips di banana, scaglie di cioccolato fondente, poco [o zero, decidete voi quanto essere salutisti!] burro per non non appesantirsi con i sensi di colpa.  Morbidi e fragranti, profumatissimi. Come tutti i cookies, dopo un paio di giorni migliorano.



CHOCOLATE AND BANANA CHIPS COOKIES

Ingredienti
200 g di banana matura schiacciata [o 100 g di burro + 100 g di banana]
170 g di zucchero di canna
250 g di farina 0
2 uova grandi
un cucchiaino di bicarbonato
un pizzico di sale
cannella, rhum, vaniglia, gli aromi che preferite
latte q.b.

100 g di cioccolato fondente, spezzettato [oppure gocce]
60 g di chips di banana

Procedimento
Accendete il forno a 180°C-
Se utilizzate il burro, montatelo con lo zucchero fino a renderlo ben spumoso.
Altrimenti, mescolate la banana, le due uova e gli zuccheri, senza montare il composto.
Aggiungete gli aromi che avete scelto, la farina setacciata, il bicarbonato e il sale.
Unire infine il cioccolato e le chips di banana a pezzetti. Se necessario, ammorbidite l'impasto con qualche cucchiaio di latte.

Con due cucchiai, oppure con l'attrezzo per servire il gelato, formate delle palline grandi come noci. Distribuitele sulla teglia, lasciando qualche centimentro di distanza fra l'una e l'altra.
Infornate per 10-13 minuti [i cookies risulteranno ancora un po' morbidi, lasciateli rassodare su una griglia finché non si saranno raffreddati].


Questa ricetta è piaciuta moltissimo anche agli amici di The Breakfast Review, che l'hanno pubblicata qui



domenica 6 ottobre 2013

Roma | Non m'importa di cercare leggi di stabilità

Scrivo suol retro della carta d'imbarco, sgualcita dalle decine di passaggi per tasche, borse, angoli della valigia. Sono in aereo, ci siamo da poco staccati dall'asfalto di Fiumicino. Per una volta, non ho un posto sull'ala. Peccato ci siano le nuvole, e non riesca a vedere le luci della costa tirrenica. Scrivo appoggiando il foglio sulla copertina color verde Adelphi di Simic, sulle gambe, perché quelli di EasyJet mai -proprio mai- riescono a pulire i tavolini pieghevoli. 
Fra le dita ho una matita rosa fluo, rubata da una scrivania che mi mancherà. 

Scrivo, guardo mio fratello dormire nel sedile a fianco, spio le nuvole dall'oblò troppo stretto, sento l'uomo seduto dietro di noi aprire la confezione del suo muffin di plastica. 
Ho in testa i Radiohead, i Dire Straits, i Baustelle, Vasco Brondi, gli Air, Le Vergini Suicide, Trainspotting, Dogville che dovevi farmi vedere, ma poi no, e qualche bacio. Meravigliose teste bionde. Tovaglie sporche di tabacco e di vino. Sorprese. Doppi gelati per pranzo. Bottigliette d'acqua svuotate dentro a magliette, prati verdissimi e cieli assurdamente tersi, ad ottobre. Quartieri come opere di Dalì, con lampadari appesi sopra le strade e tappeti sui muri. Tramonti su San Giovanni, quando ti fermi e trattieni il respiro chiedendoti in quale altra città ci sia quella luce, quella che non se va mai, quella che c'è anche di notte, quando torni a casa abbracciata e un po' brilla.

Perdonaci, Roma, se questa volta non siamo rimasti tutta la notte sotto il Colosseo ad aspettare un'alba di nuvole rosa. Perdonaci se ci siamo svegliati a pomeriggio inoltrato, se siamo rimasti felici a cantare canzoni tristi mentre lavavamo i piatti, anziché immergerci nei tuoi musei e nelle tue bellissime rovine. Perdonaci se, come schizofrenici, abbiamo mangiato cacio e pepe, amatriciana e saltinbocca, ma anche wakame e avocado, ceci allo yogurt e pollo al curry. Perdonaci se abbiamo rimandato le Catacombe, Villa Borghese e chissà che altro, ma avevamo qualche film da guardare, tutti insieme nella sua camera azzurra, fra i fili di fumo delle nostre sigarette, i bicchieri di vino, gli incastri di gambe e braccia. Perdonaci, Roma, le nostre "e" troppo aperte, impareremo. Perdonaci, Roma, i nostri sorrisi, i pomeriggi di penombra in camera da letto, il gelato trasformato in cheesecake, i nostri occhi distratti da altri occhi, questo viverti senza sbranarti, ma in un sornione godere della tua bellezza, semplicemente respirando fra le tue strade, lungo il tuo fiume, dentro la tua storia, questo spudorato stare bene, la nostra sana anormalità, l'equilibrio degli squilibri, i brindisi all'eterno entusiasmo, il guardarsi a un binario e dirsi: "Io sono schifosamente felice, e tu?".

Incrocio lo sguardo della hostess. Mi chiede se desidero qualcosa. Rispondo di no, ma la ringrazio.
Penso che, in fondo, per essere schifosamente felici ci vuole poco.
Una serie di incredibili coincidenze.
Un blog. Un commento a un post. Un nickname che si trasforma in un nome. Raccontarsi le proprie vite una sera, su hangout. Decidere di andare a Roma. Pensare di trovarsi per bere qualcosa, per aggiungere un volto a delle parole. Osare un "Io, in questa città, vengo a viverci", mentre il sole cala dietro San Pietro e me ne sto seduta sul parapetto di Ponte Sant'Angelo. Decidere di farlo davvero, di cambiare di nuovo casa, letto, veduta dalla finestra della cucina. Prenotare un biglietto aereo per il proprio compleanno, tornare. Festeggiare con una famiglia conosciuta venti giorni prima.
A rifletterci, ora, non sono solo coincidenze: sono scelte. La felicità deriva sempre da una scelta, come l'infelicità. Scegliere di essere felice non mi appartiene, non sono mai stata capace, perché mai avrei dovuto, c'era così tanto da fare, al di là dell'essere felice.
Il problema della felicità è che, spesso, bisogna essere egoisti per sceglierla. Bisogna davvero mettere tutto il resto da parte: è un aut-aut, non esistono vie di mezzo, se vuoi essere felice devi buttare via quello che non serve, una sorta di minimalismo del benessere. 
Certe rinunce sono inevitabili: la vita è troppo vasta per un unico luogo, per un'unica famiglia, per un unico gruppo di amici, per un unico grande amore. Non permettersi l'euforico delirio della libertà è un suicidio.

"Se vuoi una storia d'amore eterna, innamorati di una città." [cit. Una Snob]
Io di Roma mi sono proprio innamorata. L'ho considerata una città "da visitare", finché non mi sono trovata sotto le mura della Basilica di Massenzio. E, improvvisamente, ho sentito qualcosa pungermi gli occhi, degli inspiegabili spilli.
Ho camminato urtando i passanti per non distogliere lo sguardo dal Vittoriano, ho girato Roma di notte, a piedi, godendo spudoratamente di quel vuoto di gente, che lascia risuonare l'eco della magnificenza della città. Ho dormito pochissimo, senza mai sentirmi stanca. Abbiamo visitato i Musei Vaticani due volte, tornando all'entrata grazie al passaggio segreto indicatoci da una guida sulla quale -noi biondi in vacanza- avevamo fatto colpo. Sono entrata nella Cappella Sistina e, finché non mi sono trovata al centro, non mi sono voltata a guardare il Giudizio Universale, un'assurda via di mezzo fra Orfeo e Stendhal. Sono rimasta incredula a fissare il soffitto, i colori, la tensione di quelle braccia, di quelle dita. Sarei rimasta per sempre all'interno del Pantheon, ad osservare la pioggia entrare dall'oculo, lenta e fittissima, quell'ipnotico cadere di luce ed acqua.
Sono stata trafitta da troppa Bellezza per rimanere indifferente. Mai potrei anche solo tentare di racchiuderla in delle parole.
Descrivere non serve, raccontare neppure, le fotografie, poi, sono una presa in giro. Bisogna trovarsi lì, e arrendersi. Lasciarsi invadere dallo stupore.

Il retro della carta d'imbarco è finito da un pezzo. Ho continuato a scrivere su una nota dello smartphone.
Siamo appena atterrati.
Scendiamo dall'aereo per ultimi. Torno presto. 

Fotografie di Roma non ve ne lascio [mi limito ad ammorbare il popolo di Facebook, contenti?], ma la parentesi culinaria voglio farla. Certo, sarei troppo banale a darvi la mia versione della cacio e pepe, vero?




ICE CREAM CAKE

Ingredienti
300 g di biscotti secchi [noi avevamo gli Oro Saiwa, ma potete usare quelli che preferite, anche abbinandoli ai gusti di gelato]
150 g di burro fuso
2 cucchiai di miele
cannella, un pizzico di sale

1 kg di ottimo gelato [il nostro era di Gelatario, se non lo conoscete dovete provvedere]

Procedimento
Tritate finemente i biscotti, mescolateli al burro fuso, al miele, alla cannella e al sale.
Disponeteli sul fondo di una tortiera con apertura a cerniera. Mettete in freezer per una decina di minuti.
Intanto, lasciate ammorbidire un po' il gelato.

Riprendete la base, e distribuitevi il gelato. Se scegliete due gusti, come nel nostro caso, vi consiglio di utilizzare una sac à poche per distribuirli in modo che rimangano separati.

Rimettete in tutto in freezer fino al momento di servire il dolce.

[I nostri gusti? Ricotta con pistacchi e cioccolato + crema con biscotti Gentilini]


INSALATA DI AVOCADO, WAKAME E PINOLI [ricetta di Iaia]

Ingredienti [per 5 persone]
2  avocado ben maturi
Alga wakame reidratata
Pinoli
Salsa di soia
Succo di limone

Procedimento
Tagliate gli avocado a cubetti. Mescolateli all'alga e ai pinoli [si potrebbero anche tostare, perché no]. Condite con la salsa di soia e il succo di limone, a piacere.


CECI CON CAROTE E SALSA DI YOGURT SPEZIATA

Ingredienti [sempre per 5 persone]
250 g di ceci [una scatola, insomma, ma se li avete secchi è meglio]
una carota
yogurt [magro o intero, l'importante è che non sia zuccherato]
spezie e aromi a volontà: curcuma, curry, paprika, cumino, coriandolo, origano, pepe nero

Procedimento
Fate saltare in padella i ceci e la carota tagliata sottilmente [se avete pelapatate/mandolina è perfetto].
Intanto, mescolate allo yogurt le spezie, regolandovi con l'assaggio.
Servite i ceci e le carote con la salsa.