- Voglio raccontarti di un luogo.Tieni, guarda attraverso questo. È un caleidoscopio, vede il Bello.
Accetti il piccolo cilindro di latta che ti ha offerto quella ragazza bionda, con il suo sorriso un po' storto e ambiguo, gli occhi scuri e grandi. Accosti l'occhio a una delle estremità, e guardi. Sono le otto del mattino, il Sole sta sorgendo. Scendi dall'aereo, stringendoti istintivamente nel blazer e cacciando il mento della sciarpa. Il freddo non arriva a pungerti, però. Sciogli le braccia, respiri. L'aria è tiepida, il cielo terso.
Scosti il viso, lanci uno sguardo interrogativo alla ragazza bionda, che se ne sta, come divertita, appoggiata alla parete, una mano in tasca.
- E ora?
- E ora ruota leggermente la parte terminale del caleidoscopio. Bastano pochi gradi, ho molto da mostrarti, non voglio tu ti perda nemmeno un angolo di Bello. Sì, così, giusto un poco. Su, guarda.
Dopo esserti persa in una ragnatela di vicoli, raggiungi la Rambla. La strada è ampia, la luce ti travolge, così come le persone, a centinaia, un flusso continuo di visi ognuno diverso dall'altro, innumerabili culture che camminano una di fianco all'altra.
Ti trovi proprio al centro della lunga via, muovi qualche passo a destra, poi torni verso sinistra. Cammini con lo sguardo che corre sugli edifici attorno, saltando da un dettaglio all'altro dei decori che ricoprono le pareti, tracciando finestre, delineando porte e portoni; infine, arrivi a Plaça Catalunya, immensa, quasi è impossibile identificarne il perimetro.
Lanci uno sguardo a lei, che, sempre con una spalla alla parete, sembra aver riversato tutta la sua attenzione nell'attorcigliarsi un riccio dorato fra le dita.
Per un attimo alza gli occhi, incrocia i tuoi, e ti fa un gesto fra l'incoraggiamento e l'assenso, inclinando la testa.
Muovi ancora di un poco la parte mobile di quell'oggetto prodigioso.
Per un attimo alza gli occhi, incrocia i tuoi, e ti fa un gesto fra l'incoraggiamento e l'assenso, inclinando la testa.
Muovi ancora di un poco la parte mobile di quell'oggetto prodigioso.
.
Colori, profumi, odori, voci, suoni, rumori. Sei nel mezzo della Boqueria, il più esteso mercato coperto di Barcellona.
Lo sguardo divora, curioso, ogni banco. Frutta e verdura da ogni angolo del mondo, pesci e carni, spezie che ti s'infilano nelle narici, cioccolati d'ogni tonalità, uova d'ogni dimensione.
Cammini, insinuandoti nella folla: sembra un universo parallelo, un altrove creato apposta per esercitare la curiosità. Leggi ogni nome, che sia infilato in un cumulo di frutta secca, nella spessa scorza di qualche frutto tropicale, in una duna di curry dalla tonalità insolita, fra le squame fulgenti dei pesci.
Lo stomaco inizia a fare le fusa, acquisti del mango. Lo mangi appoggiata a uno sgabello, la reflex al collo, gli occhi incapaci di prendersi una pausa, le papille che si sciolgono. Poco dopo assaggi la pitahaya: al posto della buccia ha fiamme rosa acceso e, tagliata a metà, rivela polpa bianca costellata da semini neri. La consistenza è fra il kiwi e il fico d'India, il sapore dolce, acquoso, sa un po' di cactus. Si gusta cucchiaino dopo cucchiaino, osservando il popolo della Boqueria: il gregge di turisti, i pochi, ma ben identificabili, acquirenti locali, i venditori, che sembrano parlare tutte le lingue del mondo.
Non sapresti affermare, con certezza, quante ore hai trascorso lì dentro. Quando esci stai aprendo l'ennesima confezione di mango appena affettato, la folla sulla Rambla non si è ancora dissolta, la luce è cambiata, ma non ci sono accenni di buio.
Colori, profumi, odori, voci, suoni, rumori. Sei nel mezzo della Boqueria, il più esteso mercato coperto di Barcellona.
Lo sguardo divora, curioso, ogni banco. Frutta e verdura da ogni angolo del mondo, pesci e carni, spezie che ti s'infilano nelle narici, cioccolati d'ogni tonalità, uova d'ogni dimensione.
Cammini, insinuandoti nella folla: sembra un universo parallelo, un altrove creato apposta per esercitare la curiosità. Leggi ogni nome, che sia infilato in un cumulo di frutta secca, nella spessa scorza di qualche frutto tropicale, in una duna di curry dalla tonalità insolita, fra le squame fulgenti dei pesci.
Lo stomaco inizia a fare le fusa, acquisti del mango. Lo mangi appoggiata a uno sgabello, la reflex al collo, gli occhi incapaci di prendersi una pausa, le papille che si sciolgono. Poco dopo assaggi la pitahaya: al posto della buccia ha fiamme rosa acceso e, tagliata a metà, rivela polpa bianca costellata da semini neri. La consistenza è fra il kiwi e il fico d'India, il sapore dolce, acquoso, sa un po' di cactus. Si gusta cucchiaino dopo cucchiaino, osservando il popolo della Boqueria: il gregge di turisti, i pochi, ma ben identificabili, acquirenti locali, i venditori, che sembrano parlare tutte le lingue del mondo.
Non sapresti affermare, con certezza, quante ore hai trascorso lì dentro. Quando esci stai aprendo l'ennesima confezione di mango appena affettato, la folla sulla Rambla non si è ancora dissolta, la luce è cambiata, ma non ci sono accenni di buio.
- Continua, su.
Pomeriggio inoltrato. Ti perdi nel quartiere gotico. Le vie sono strette, gli edifici alti e frastagliati, le ombre corteggiano muri e finestre. Lo sguardo setaccia le pareti, coperte da dipinti e poesie, vorrebbe aprire le porte, ognuna di un colore diverso, s'arrampica sui balconcini, che hanno decori di piastrelle -o mosaici- anche nella parte inferiore, quella rivolta alla strada [a Barcellona è scontato che uno guardi verso l'alto, soprattutto mentre cammina; capita spesso di scontrarsi con altri, e si ride insieme dei propri nasi all'insù]. Ogni tanto spunta una cattedrale, il Museu Picasso lo trovi quando smetti di cercarlo - ma no, non entriamo ora, ci sarà tempo più avanti.
È un susseguirsi di piccole botteghe, ristoranti e bar.
- La senti, la Vita, sì? Lascia che ti pervada, come linfa.
Altro spostamento di cristalli e specchi, altra scena.
Sei al porto. Il mare, finalmente. Fermati un po' a respirare, guarda la Luna sorgere nel cielo ancora azzurro.
C'è un prato verdissimo, la gente ci si sdraia, c'è chi legge, chi chiacchiera, chi corre, chi si bacia. Una funivia attraversa il cielo. Bolle di sapone giganti riflettono la Golden Hour.
Tuttavia, non puoi rimanere in questa serenità di cristallo per troppo. C'è ancora dello stupore da provare.
Entri nel Museu d'Història de Catalunya, sali i piani quasi di fretta - per le sale ci sarà tempo più tardi -, su per quella struttura di legno scuro e alluminio, toni bordeaux e luci calde, per arrivare alla terrazza -sarebbe per i clienti del ristorante, ma.
Attraversi il locale, ti affacci al parapetto.
Divampa, Barcellona, mentre il Sole si posa sui suoi tetti.
Entri nel Museu d'Història de Catalunya, sali i piani quasi di fretta - per le sale ci sarà tempo più tardi -, su per quella struttura di legno scuro e alluminio, toni bordeaux e luci calde, per arrivare alla terrazza -sarebbe per i clienti del ristorante, ma.
Attraversi il locale, ti affacci al parapetto.
Divampa, Barcellona, mentre il Sole si posa sui suoi tetti.
- Proseguo?
- Direi di sì: questo era solo il primo giorno.
Avvicini ancora l'occhio - c'è un bagliore, sul fondo della tua pupilla, o sbaglio?
- Direi di sì: questo era solo il primo giorno.
Avvicini ancora l'occhio - c'è un bagliore, sul fondo della tua pupilla, o sbaglio?
Mattino.
Stai uscendo dalla metro. Sembra periferia.
Ti volti.
[Ora, dovresti riprendere a respirare.]
La Sagrada Familia.
La struttura intera è indescrivibile. Un'immensità leggera. Gli infiniti particolari. Colonne che sono tronchi d'albero, incredibilmente slanciate e sottili, come betulle.
Osservi le statue, osservi gli spigoli con i quali è stata scolpita la pietra, avresti mai potuto immaginare una simile espressività? Gli sguardi, le mani, i solchi che le emozioni lasciano sui volti. Quel cavaliere. Gli occhi - continui, continui, a guardare quegli occhi.
[Sei pronta? Entra.]
Luce. Luce ovunque. Altezza. Spazio. Colori di vetrate astratte.
Arcobaleni sugli organi.
Una foresta. Di marmo. Fronde, rami, fiori.
Cammini, lenta, incredula. Senza nemmeno osare toccare la macchina fotografica, per ora.
Ti fermi, a un tratto.
Stai uscendo dalla metro. Sembra periferia.
Ti volti.
[Ora, dovresti riprendere a respirare.]
La Sagrada Familia.
La struttura intera è indescrivibile. Un'immensità leggera. Gli infiniti particolari. Colonne che sono tronchi d'albero, incredibilmente slanciate e sottili, come betulle.
Osservi le statue, osservi gli spigoli con i quali è stata scolpita la pietra, avresti mai potuto immaginare una simile espressività? Gli sguardi, le mani, i solchi che le emozioni lasciano sui volti. Quel cavaliere. Gli occhi - continui, continui, a guardare quegli occhi.
[Sei pronta? Entra.]
Luce. Luce ovunque. Altezza. Spazio. Colori di vetrate astratte.
Arcobaleni sugli organi.
Una foresta. Di marmo. Fronde, rami, fiori.
Cammini, lenta, incredula. Senza nemmeno osare toccare la macchina fotografica, per ora.
Ti fermi, a un tratto.
Non pensi anche tu che dovrebbe capitare più spesso, di piangere dalla Meraviglia? Credo sia inevitabile commuoversi, quando scopri che una mente umana ha concepito l'inconcepibile.
[Non ci sono parole per descrivere quello che accade là dentro. E non sai la disperazione, quando ne esci, quando ritorni ad altri panorami, e scopri che il tuo limite di Bellezza è balzato in avanti, e tutto è più buio, più debole, più convenzionale.
Ti arrabbierai con Gaudì, per l'ennesimo bisogno con cui ti ritroverai a fare i conti. Ti arrabbierai, lo ringrazierai, leggerai di lui. Non basterà. Scriverai di lui un venerdì sera, con ancora qualche lacrima ad appendersi alle ciglia.]
- Ora devi uscire, però.
La ragazza bionda allontana piano il caleidoscopio dal tuo viso.
Per un attimo, è lei a guardarci dentro. Poi, lo fa ruotare ancora una volta.
- Tieni. È il luogo migliore per non tornare alla Realtà troppo violentemente.
Parc Güell.
Sembra di trovarsi in una qualche fiaba: architetture ai limiti del surrealismo, gallerie preistoriche di pietra e terra, vegetazione lussureggiante.
La casa di Gaudì è un edificio colorato, con i comignoli a fungo, decori che sembrano fiori rampicanti, pavimenti differenti in ogni stanza, soffitti foderati da arabeschi o da motivi geometrici, lampadari che sottolineano l'attenzione per la luce e i giochi che essa può creare, se fatta filtrare attraverso un vetro rosso, o verde, o giallo. Un'abitazione piccola, modesta - inaspettatamente, vero? -, ma perfettamente capace di trasmettere la cura, la passione, per i dettagli e per il pensare al di là di tutto quello che è già stato creato.
Puoi perderti, senza mai sentirti smarrita. Qua e là trovi una violinista, o un chitarrista. Pappagalli verdi volano da un albero all'altro.
Poi, a un tratto, il genio esplode nuovamente: con la Sala Hipostila, e quella sorta di panchina sinusoidale. Potresti osservare, singolarmente, ognuna delle ceramiche che la ricoprono, e non ne troveresti una che si ripeta.
Scendi le scale.
Al di sotto, un vasto portico di colonne doriche, ancorate a un soffitto ondulato, coperto da un mosaico bianco-opalescente, nel mezzo del quale, come isole, spuntano decori circolari di cristalli colorati.
E poi c'è la doppia scalinata, con le fontane, e i mosaici che continuano sui muri.
Cerchi di assorbire tutto il possibile con gli occhi. Intanto, l'unico pensiero che la tua mente riesce a formulare è: "Incredibile."
La casa di Gaudì è un edificio colorato, con i comignoli a fungo, decori che sembrano fiori rampicanti, pavimenti differenti in ogni stanza, soffitti foderati da arabeschi o da motivi geometrici, lampadari che sottolineano l'attenzione per la luce e i giochi che essa può creare, se fatta filtrare attraverso un vetro rosso, o verde, o giallo. Un'abitazione piccola, modesta - inaspettatamente, vero? -, ma perfettamente capace di trasmettere la cura, la passione, per i dettagli e per il pensare al di là di tutto quello che è già stato creato.
Puoi perderti, senza mai sentirti smarrita. Qua e là trovi una violinista, o un chitarrista. Pappagalli verdi volano da un albero all'altro.
Poi, a un tratto, il genio esplode nuovamente: con la Sala Hipostila, e quella sorta di panchina sinusoidale. Potresti osservare, singolarmente, ognuna delle ceramiche che la ricoprono, e non ne troveresti una che si ripeta.
Scendi le scale.
Al di sotto, un vasto portico di colonne doriche, ancorate a un soffitto ondulato, coperto da un mosaico bianco-opalescente, nel mezzo del quale, come isole, spuntano decori circolari di cristalli colorati.
E poi c'è la doppia scalinata, con le fontane, e i mosaici che continuano sui muri.
Cerchi di assorbire tutto il possibile con gli occhi. Intanto, l'unico pensiero che la tua mente riesce a formulare è: "Incredibile."
- Dovresti tornare in città ora. C'è la Cattedrale, da vedere. Ma. È magnifica, ovviamente, ma dopo la Sagrada tutto quel gotico, così buio, e minaccioso, è solo opprimente.
Mi penserai stupida, lo so. Posso però assicurarti che io adoro il gotico, davvero, ma, dopo tutta quella luce, ti farebbe solo stare male.
Piuttosto, è ora di cena.
La ragazza bionda sorride entusiasta, e tu fai girare, nuovamente, il cilindro e i suoi specchi.
Sei seduta a un tavolino, in una piccola piazza. Ti sembra il quartiere gotico, di nuovo.
La sera è tiepida, il cielo è di cobalto scuro.
Leggi il menù. È un ristorante vegetariano, e ti chiedi come sia possibile esser finita in un posto del genere a Barcellona. Eppure, il posto sembra carino, i tavoli sono tutti occupati, da studenti e spagnoli, le ragazze di fianco a te mangiano nachos e guacamole. Ordini una paella vegetariana, preparata con riso integrale. Intanto, sedi la fame con gli antipasti: sfiziosi e ottimi. Anche la birra è notevole.
Inizi a rilassarti, quando un trio punk attacca a suonare in mezzo alla piazza.
Il primo pezzo è un inno alla banana, perché contiene il potassio. Cantano in spagnolo, non sei sicura di cogliere nemmeno i tre, canonici, accordi, ma sono simpatici. Soprattutto il cantante, in perfetto stile Johnny Rotten, con tanto di trucco pesante e pantaloni aderenti in tartan rosso.
La paella è perfetta.
Scambi quattro chiacchiere con la cameriera e con i ragazzi che gestiscono il locale: l'idea di un ristorante vegetariano [e veg: hanno dei nuggets di seitan da uscirci di testa, per non parlare dei dolci] è nata da una cooperativa che possiede l'azienda agricola dalla quale provengono la maggior parte degli ingredienti dei piatti.
[Il locale è molto carino anche all'interno, un po' hipster, ma poco mainstream. Non è assolutamente turistico, uno dei ragazzi assomiglia a Jude Law, e la ragazza è simpaticissima. La piazzetta è un susseguirsi di negozietti vintage. Insomma, ve lo consiglierei.]
Mi penserai stupida, lo so. Posso però assicurarti che io adoro il gotico, davvero, ma, dopo tutta quella luce, ti farebbe solo stare male.
Piuttosto, è ora di cena.
La ragazza bionda sorride entusiasta, e tu fai girare, nuovamente, il cilindro e i suoi specchi.
Sei seduta a un tavolino, in una piccola piazza. Ti sembra il quartiere gotico, di nuovo.
La sera è tiepida, il cielo è di cobalto scuro.
Leggi il menù. È un ristorante vegetariano, e ti chiedi come sia possibile esser finita in un posto del genere a Barcellona. Eppure, il posto sembra carino, i tavoli sono tutti occupati, da studenti e spagnoli, le ragazze di fianco a te mangiano nachos e guacamole. Ordini una paella vegetariana, preparata con riso integrale. Intanto, sedi la fame con gli antipasti: sfiziosi e ottimi. Anche la birra è notevole.
Inizi a rilassarti, quando un trio punk attacca a suonare in mezzo alla piazza.
Il primo pezzo è un inno alla banana, perché contiene il potassio. Cantano in spagnolo, non sei sicura di cogliere nemmeno i tre, canonici, accordi, ma sono simpatici. Soprattutto il cantante, in perfetto stile Johnny Rotten, con tanto di trucco pesante e pantaloni aderenti in tartan rosso.
La paella è perfetta.
Scambi quattro chiacchiere con la cameriera e con i ragazzi che gestiscono il locale: l'idea di un ristorante vegetariano [e veg: hanno dei nuggets di seitan da uscirci di testa, per non parlare dei dolci] è nata da una cooperativa che possiede l'azienda agricola dalla quale provengono la maggior parte degli ingredienti dei piatti.
[Il locale è molto carino anche all'interno, un po' hipster, ma poco mainstream. Non è assolutamente turistico, uno dei ragazzi assomiglia a Jude Law, e la ragazza è simpaticissima. La piazzetta è un susseguirsi di negozietti vintage. Insomma, ve lo consiglierei.]
Barcellona, di sera, è calda e movimentata. Stai bene, conta poco altro.
Questa volta, fai ruotare il caleidoscopio senza guardare la ragazza.
Sei tornata al Museu Picasso. Ora, però, ci entri. L'edificio è splendido, il museo ben organizzato, le opere moltissime.
Quella dedicata al ciclo "Las Meninas" è la prima sala nella quale perdi la cognizione del tempo.
Un'ala intera del Museu è dedicata a "La vita". Si trova in fondo a una sala rettangolare molto lunga, c'è una singola seduta. Ti siedi, lì, da sola, nel silenzio, di fronte a quelle figure, alla vita tutta rappresentata in quella coppia nuda, in quella donna scheletrica, in quell'infante.
Visiti il museo e ne esci con la sensazione di aver trascorso tre ore in compagnia di Picasso, e di aver ascoltato la sua vita intera, raccontata dal pittore stesso.
A volte, l'intensità di determinate opere d'arte dà questa illusione, quella di aver compreso certi stati d'animo, certe passioni, certe vite, di aver trascorso del tempo con l'artista, e non solo con le sue opere, di averlo capito, e di essere stata capita.
- Oh, Pablo. - sospira, non senza ironia, la ragazza bionda.
- E ora?
- E ora si torna a casa. Ma puoi trascorrere ancora qualche ora in giro per Barcellona, se vuoi: perderti un po' nel mercato di Sant Antoni, visitare il quartiere El Born, andare a pranzare al mare, seduta sul molo, camminare fino a non sentirti più le gambe, ma senza essere stanca. Ecco, sì, cammina: è l'unico modo per afferrare tutta la Bellezza di questa città.
Certo, potresti anche decidere di non tornare.
Il sopracciglio sinistro della ragazza bionda fa un guizzo appena percettibile, appena prima che lei si volti, per andarsene. Mentre si allontana canticchia una canzone in spagnolo.
Ti ha lasciato il suo caleidoscopio.
Questa volta, fai ruotare il caleidoscopio senza guardare la ragazza.
Sei tornata al Museu Picasso. Ora, però, ci entri. L'edificio è splendido, il museo ben organizzato, le opere moltissime.
Quella dedicata al ciclo "Las Meninas" è la prima sala nella quale perdi la cognizione del tempo.
Un'ala intera del Museu è dedicata a "La vita". Si trova in fondo a una sala rettangolare molto lunga, c'è una singola seduta. Ti siedi, lì, da sola, nel silenzio, di fronte a quelle figure, alla vita tutta rappresentata in quella coppia nuda, in quella donna scheletrica, in quell'infante.
Visiti il museo e ne esci con la sensazione di aver trascorso tre ore in compagnia di Picasso, e di aver ascoltato la sua vita intera, raccontata dal pittore stesso.
A volte, l'intensità di determinate opere d'arte dà questa illusione, quella di aver compreso certi stati d'animo, certe passioni, certe vite, di aver trascorso del tempo con l'artista, e non solo con le sue opere, di averlo capito, e di essere stata capita.
- Oh, Pablo. - sospira, non senza ironia, la ragazza bionda.
- E ora?
- E ora si torna a casa. Ma puoi trascorrere ancora qualche ora in giro per Barcellona, se vuoi: perderti un po' nel mercato di Sant Antoni, visitare il quartiere El Born, andare a pranzare al mare, seduta sul molo, camminare fino a non sentirti più le gambe, ma senza essere stanca. Ecco, sì, cammina: è l'unico modo per afferrare tutta la Bellezza di questa città.
Certo, potresti anche decidere di non tornare.
Il sopracciglio sinistro della ragazza bionda fa un guizzo appena percettibile, appena prima che lei si volti, per andarsene. Mentre si allontana canticchia una canzone in spagnolo.
Ti ha lasciato il suo caleidoscopio.


















Un post magico per una città magica <3 Amo profondamente Barcellona, ci sono stata moltissime volte, l'ultima, la più bella, in appartamento, sistemazione che mi ha permesso di vivere a pieno questo meraviglioso posto!Buon we
RispondiEliminanon pensavo che leggere di Barcellona fosse come una secchiata d'acqua fredda.
RispondiEliminaci sono stata, ormai quasi 10 anni fa.
e mi sconvolge rendermi conto ora che in realtà non ho visto nulla.
Non ricordo nulla se non quelle ceramiche a Parc Güell. E quel mimo vestito di bottiglie di plastica sulla Rambla.
E la casa di Dalì.
E i lampioni, i lampioni in ferro battuto pazzeschi di Gaudì.
Barcellona è una botta di vita,
tocca tornarci.
Anzi, tocca davvero "andarci".
io ci vivo da un anno e ancora la vivo come te, la adoro, mi sembra di stare in un sogno
RispondiEliminala. meraviglia.
RispondiEliminaNon posso dire niente di più degno di questa parola - INCREDIBILE.
RispondiEliminaCi andrò e lo so che succederà presto.
Per ora l'ho solo vissuta attraverso i libri di Carlo Ruiz Zafòn.
Vorrei viverla. Veramente.
apity
Da un bel po' di anni questa magica città mi ha adottato. Che bello è stato leggere il tuo post!
RispondiEliminaBaci catalani!
Letizia
Una volta dicevo che preferivo Madrid a Barcellona, poi dopo aver vissuto a Madrid forse ora preferisco Barcellona, ma dovrei vivere un po' anche lì! Bel reportage e belle foto! :*
RispondiElimina"come il cacio sui maccheroni" cercavo soluzioni ho trovato parole ed immagini. molto meglio.
RispondiElimina