sabato 31 gennaio 2015

Arance e pistacchi.

Come vorrei che perdessimo l'abitudine a fare tutto da soli, tu ed io, che smettessimo di soddisfare le manie di protagonismo e di controllo del nostro ego solipsista, che realizzassimo che, davvero, non siamo soli - forse non lo siamo mai stati, ma cosa importa ciò che è stato, ci basterebbe averne coscienza nel presente, in questo ora condiviso, in queste notti in cui c'è il tuo respiro come sottofondo ai miei pensieri, in questi giorni in cui posso rifugiarmi nell'idea di te ad aspettarmi a casa, ora, perché è ora che, davvero, l'assenza di solitudine è innegabile.
Come vorrei che abbandonassimo questo tenace bisogno di soffrire, di dimostrare il nostro valore attraverso la resistenza [confondendo, come ingenui, resistenza e forza], come se la pelle esistesse solo laddove ci sono delle cicatrici a segnarla, come se il dolore fosse la catarsi per il male.
Come vorrei togliere tutti i condizionali da Riprendere Berlino.
Come vorrei che ti amassi almeno quanto ti amo io. Come vorrei amarmi almeno quanto mi ami tu. Eppure, per quanto abili possiamo diventare con le cose concrete, il lavoro e la gestione di una casa, rimaniamo sempre maldestri con noi stessi, incapaci di trattarci con delicatezza, con cura, dimenticandoci di avere fra le mani qualcosa di prezioso e unico. A volte ci sentiamo tanto grandi, ma siamo ancora così piccoli. Per assurdo, più talentuosi nel prenderci cura dell'altro, che di noi stessi.


Per quanto le cose possano essere luminose e la felicità frequente, non si può sempre fuggire al grigio. Ma sono solo sfumature, nulla di davvero grave. Sono sempre io, siamo sempre noi, in fondo.
Stamattina c'è il Sole, i tetti e i cortili rimasti all'ombra sono ancora bianchi di neve, la solita tazza di caffè bollente mi fa compagnia di fianco al pc, ho ancora sulle mani il profumo dell'arancia mangiata a colazione.
A proposito di arance, oggi c'è l'AIRC nelle piazze. E, per una volta, per chissà quale fortuito caso, mi trovo a pubblicare un post coordinato con qualcosa che accade là fuori [se c'è una cosa che non fa di me una foodblogger è l'essere completamente a parte dalla realtà: mi perdo tutte le iniziative, i contest, le giornate a tema; riesco ad essere asociale anche sul web].
La torta di oggi è una di quelle perfette per la colazione o per la merenda, da accompagnare a una tazza di qualcosa di caldo: un ciambellone alto e morbido, per nulla asciutto grazie alla ricotta e alle arance nell'impasto. Di una semplicità imbarazzante, ovviamente.


Torta di arance e pistacchi

Ingredienti

300 g di farina 00
150 g di pistacchi tritati finemente [o farina di pistacchio, se volete fare un investimento]
200 g di zucchero
200 g di ricotta
3 uova
75 g di olio di semi
16 g di lievito in polvere per dolci
150 g di spremuta di arancia
la scorza di un'arancia
un'arancia intera

Procedimento

In un pentolino, coprire l'arancia intera con dell'acqua, portare a bollore e lasciar cuocere finché non è diventata morbida. Frullarla.
Montare le uova con lo zucchero, fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. A parte, lavorare la ricotta con l'arancia frullata, il succo e la scorza. Incorporarla con delicatezza alle uova, cercando di non togliere ariosità. Amalgamare i due composti, aggiungere a filo l'olio e, poi, le polveri setacciate e la farina di pistacchi, mescolando dal basso verso l'alto con una spatola.
Versare l'impasto in uno stampo, decorare la superficie con un po' di granella di pistacchi, cuocere in forno a 175°C per 35-45 minuti [prova stecchino].




domenica 25 gennaio 2015

Life was so different this time last year.

Davvero, io ero una di quelle che non credeva all'amore - o, meglio, che adorava innamorarsi, ma non pensava di poter estendere quel sentimento folgorante nel tempo. Allo stesso modo, non credevo che avrei mai lasciato casa mia, il mio rifugio, quel bellissimo soffitto a travi che mi ha accolta quando me ne andavo in giro col cuscino sul sedile del passeggero. Ugualmente, non credevo che avrei dato la mia vita in pasto a qualcun altro, senza nemmeno pensarci, anzi, chiedendogli di farne tutto ciò che avesse desiderato, senza lasciarmi respiro o riposo, come se tutta la fiducia nel prossimo che non ho mai avuto si fosse concentrata su un unico individuo.
Eppure.
Stanno accadendo molte cose che mi rendono felice. C'è la casa, un nuovo mazzo di chiavi, il presente [soprattutto il presente, evviva il presente!, niente passato, niente futuri vaghi, vivere nel presente, che sollievo!], una famiglia i cui pezzi sembrano combaciare con armonia, certe amicizie distese, limpide, sincere, che se ci si augura il bene ce lo si augura per davvero, il lavoro [ho compiuto il mio primo anno da cuoca, a proposito!], quattro zampe grigie-quasi-blu, capitate quasi per caso, che quasi non escono dal sottoscala, il lievito madre da accudire, Penelope l'impastatrice, le lucine di Natale senza stagione, una foresta di cactus, i bigliettini di chi esce prima di casa al mattino, le bollette e le ricette ugualmente sparse sul tavolo, le gelide corse sul Lago al tramonto. Ogni tanto, lo ammetto, lui trova la foresta Amazzonica in formato fazzoletti sotto il mio cuscino, ma sono solo sporadici episodi di esondazione emotiva, qualche microfrattura nell'entusiasmo, una momentanea concrezione di fragilità, nulla di irreparabile.
Tutto mi è decisamente inspiegabile, come se non esistesse un filo logico da un anno fa ad oggi, come se tutto avesse contribuito, ma niente fosse stato la causa scatenante.
Eppure.
La vita, a volte, dimostra un vero talento a ripararsi e costruirsi, apparentemente da sé [ogni tanto penso che la mia, di vita, attendesse solo che la lasciassi libera di dispiegarsi a suo piacimento].




Semisfera all'arancia e caramello

Non ricordo quando, non ricordo dove, ho avvistato una glassa marmorizzata sul web. La sua immagine mi ha tartassato la mente per una quindicina di giorni, finché, una domenica pomeriggio, non ho deciso di lavorarci. Senza ricetta, ho azzardato qualche tentativo e, sebbene questa non mi sembri ancora perfetta, il risultato è il migliore al quale sono giunta.
Come spesso mi capita, costruisco un piatto da un suo componente - anche secondario, come in questo caso -: quindi, se la glassa dettava cioccolato bianco e caramello, per la semisfera ho utilizzato la base di namelaka che avevo già proposto qui, caramellando il cioccolato bianco con un metodo di Frédéric Bau e sostituendo il limone con l'arancia [cercavo, per la carta di Cucina 41, un dessert agrumato]. A voi la ricetta.

Namelaka

Ingredienti

200 g di latte intero
5 g di gelatina
360 g di cioccolato bianco
400 g di panna liquida fredda
100 g di spremuta di arancia filtrata
5 g di scorza di aranci
a

Procedimento

In un pentolino con il fondo spesso, sciogliere il cioccolato bianco, mescolando di continuo finché non acquista un bel colore ambrato [senza che si bruci].
Idratare la gelatina in acqua fredda e, intanto, portare a bollore il latte. Unire la gelatina al latte e versare il composto caldo sul cioccolato caramellato [potrebbe formare qualche grumo, mescolare fino a dissolverli il più possibile].
Passare il tutto al setaccio, aggiungere la panna fredda, la scorza e il succo di arancia. Lisciare con un minipimer e distribuire in stampi a semisfera in silicone. Mettere nel congelatore per almeno 10 ore.[Come base si può utilizzare un dischetto di sablé classica o alle mandorle]


Glassa

Ingredienti glassa al caramello


200 g di zucchero
150 g di acqua
10 g di gelatina

Procedimento

Reidratare la gelatina e, intanto, caramellare lo zucchero. Portare l'acqua a bollore, versarla piano sul caramello per diluirlo, sciogliervi la gelatina e passare il tutto al setaccio. Lasciar raffreddare.


Ingredienti glassa bianca

265 g di cioccolato bianco
4 g di gelatina
175 g di panna fresca
40 g di acqua
30 g di sciroppo di glucosio

Procedimento

Fondere il cioccolato al microonde o a bagnomaria. Reidratare la gelatina in acqua fredda, mentre in una casseruola si porta a bollore la panna, l'acqua e lo sciroppo di glucosio.
Quando il cioccolato è fuso, versarvi la panna lentamente e in tre riprese, cercando di ottenere un'emulsione lucida e omogenea. A questo punto, sciogliervi la gelatina, lisciare con il minipimer e tenere da parte.


Le glasse vanno utilizzare a una temperatura di circa 37°C.
Al momento di estrarre dal congelatore le semisfere, mescolare leggermente le due glasse, cercando di mantenere delle striature evidenti.
Disporre le semisfere su una griglia con una teglia sotto e glassarle. Lasciar colare la glassa in eccesso, porre in frigorifero fino a cinque minuti prima del servizio.


Arance candite

Con un pelapatate, togliere solamente la parte arancione della scorza delle arance. Affettarla sottilmente per il lungo, lasciarla bollire in acqua per 20-30 minuti.
Scolare le scorze e rimetterle nel pentolino coprendole completamente di acqua. Pesare l'acqua necessaria e aggiungere altrettanto zucchero. Candire le arance in questo sciroppo facendolo sobbollire per circa 60 minuti.


NB [soprattutto per Mavie (; ]: Dato che le scorze così affettate sono molto più piccole delle classiche scorzette d'arancia, il tempo di canditura è minore. Per ottenere, invece, le classiche orangettes candite, basterà tagliare a listarelle la scorza delle arance [anche con qualche mm di parte bianca], farle bollire in acqua per un'oretta [o finché non siano morbide] e, poi, in uno sciroppo 1:1 [uguale peso di acqua e zucchero] tre volte per trenta minuti, con una pausa di almeno un paio d'ore fra una bollitura e l'altra.
Una volta morbide e traslucide, si lasciano asciugare su una griglia per 24 ore, poi si passano nello zucchero semolato, si tuffano in una pozza di cioccolato fondente fuso, si mangiano così oppure si utilizzano in altre preparazioni.