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martedì 7 ottobre 2014

Guinness chocolate cake. | 23 anni, una identità.

Eravate stupendi e assurdi, tutti seduti attorno a quel tavolo.
In fondo, lo sapevo, che ci sareste stati [forse, per questo non ho percepito alcuna fatica questo weekend, per questo non mi è pesata alcuna delle ore che ho trascorso in cucina per preparare quello che avreste assaggiato anche voi, per questo non mi sarei mai fermata, nonostante mi stessi addormentando in auto al primo accenno di traffico, domenica mattina], ma immaginare non significa sapere e vederlo non significa crederci.
We accept the love we think we deserve, diceva un film.
Sconfiggere l'incapacità ad accettare di essere amati, penso, sia una delle nostre fatiche più penose e insormontabili. Ma voi, voi, siete stati innegabili.


Mi è assolutamente inspiegabile il talento della vita a ribaltarsi, completamente, nel giro - anche - di una manciata di mesi.
Un anno fa cercavo lavoro a Roma. Poi ci sono state le settimane a sperare con ogni fibra del mio essere per quello stage, mentre pesavo tisane e vendevo decotti in un'erboristeria. Poi lo stage, conclusosi prematuramente per una fortunatissima serie di sfortune [ogni volta che passo sotto quel semaforo, a Cameri, dove mi sono fermata per rispondere al telefono quel pomeriggio, dove ho accettato quel - Il, il mio - lavoro, ogni volta non posso che ricordare, sorridere, ridere, ringraziare tutto il Caso e il Caos del mondo]. Poi le settimane di isolamento lassù, a [non voglio nemmeno ricordare quanti] chilometri da tutto e tutti, in mezzo al nulla [credo di aver toccato poche altre volte un fondo tanto buio come quella sera, seduta su quelle scale scricchiolanti e impolverate, una cosa che Like a rolling stone era diventata la colonna sonora delle mie giornate]. Poi la firma del contratto di affitto qui, senza un lavoro fisso e con un futuro totalmente incerto [ma il ricordo delle lacrime di felicità e di sollievo che ho pianto sapendo di riavere una casa non me lo toglierà mai nessuno]. Poi la firma dell'altro contratto, poter finalmente frenare l'ansia del non avere garanzie. Poi Tu. Poi questi mesi, ad affrontare ogni giorno questa nuova vita, a capire come indossarla, come conciliare tutta questa improvvisa stabilità con i maremoti del passato, come fidarmi del Bene, come sentire mie delle pareti e una divisa totalmente nuove e sconosciute.
Alla candelina sulla torta dei miei 22 anni, avevo chiesto un'identità.
Ho spento la fiamma che ha inaugurato i miei 23 anni vestendo la mia giacca da cuoca, al lavoro, con Lui al mio fianco e i miei amici e la mia famiglia attorno.
Passi una vita a non sapere chi sei, poi un giorno ti guardi addosso, ti guardi attorno e, improvvisamente, capisci tutto.


Ho sempre avuto il terrore della durata delle Cose. Sempre all'erta, sono abituata a tenermi d'occhio le spalle per paura che il futuro mi sottragga il presente e a tendere le orecchie per ascoltare quel maledetto ticchettio che preannuncia il deflagrarsi, puntuale, di tutto, prima o poi.
Detesto scegliere, perché comporta rinunciare a qualcosa, e io - con molta maturità - voglio tutto, non posso perdermi nulla.
Forse per questo mi sono fatta iniettare dell'inchiostro che m'imprimesse addosso la mia identità, che la rendesse stabile, immutabile, viva finché io esisterò. Ho chiesto alla mia pelle di fermarmi, ho chiesto al mio involucro di donarmi quella stabilità che il mio animo non conosce.
E l'ho fatto con te, perché - pur avendo sempre pensato all'amore come al più fallimentare dei progetti -  ho deciso di smettere di credere a tutte le idiozie del mio cervello viziato da drammi adolescenziali, film drammatici e poeti maledetti.
Preferisco credere in noi: è molto più produttivo e libera una quantità maggiore di endorfine.


Una volta, qualcuno mi disse: "Chissà quanto spesso si sorprenderà, mantenendo un così rigido controllo su ogni aspetto della sua vita."
Probabilmente, questo mio essere vagamente ossessionata dal controllo sulla Realtà non è ancora sparito, ma quanto vi ho adorati quando mi sono resa conto che eravate riusciti a mettermi in scacco, a realizzare qualcosa che non avessi previsto, a sorprendermi.
Il regalo più importante che poteste farmi è stato proprio quello di dimostrarmi che chiudere gli occhi e lasciar fare gli altri, senza controllare ogni millimetrico particolare, senza cercare di prevedere ogni evoluzione dei fatti, venire spiazzati, non poter sfoderare alcuna reazione preconfezionata, non è letale.
Mi avete sorpresa, sono sopravvissuta.

[La mia parte control freak se ne sta in un angolo, palesemente sconfitta e con il broncio, da domenica, grazie.]


Dovrei scrivere tutta la notte per rendere giustizia a voi e a questo anno, ma forse potrei accorciare la faccenda, semplicemente con delle diapositive:
- lei che arriva da Roma per trascorrere qui il weekend, disegna ombromini su piatti cucinati da me, dorme serena a casa mia mentre io esco all'alba per andare al lavoro, mi raggiunge in cucina e si mette a disegnare
- lei che mi fa recapitare profumatissimi mazzi di rose al lavoro
- voi che mi aspettate alla fine del servizio, vedervi dietro il vostro bancone, ghirigori e carta velina, stima e affetto, Arona di notte ed euforia
- tu che ti presenti in cucina con un mazzo di fiori che dimostra quanto mi conosci, iniziare il servizio saltellando dal forno alle piastre, sporcare mezza cucina per aprire una latta di acciughe
- gli occhi di mio padre e le sue infinite camicie azzurre
- cucinare per un cuoco, una pittrice, un'illustratrice, uno scrittore, una fotografa, un potenziale serial killer con un inimmaginabile senso della giustizia e, be', il mio supereroe preferito [dai, via libera alle battutone sul complesso di Elettra, forza.]
- arrivare a casa tua sfinita, aprire la porta pronta a schiantarmi a letto, trovarvi tutti in soggiorno, l'abbraccio di tua madre, il brindisi senza parole, il mio appetito che resuscita appena ti vedo cucinare
- lei che disegna, la pelle che brucia, compiere un gesto irreparabile quando sai che di davvero irreparabile, nella vita, non esiste nulla
- tua sorella, lui, la capacità che avete, voi tutti, di farmi sentire accolta
- la sua sincerità, affilata e indispensabile come certi coltelli
- descrivere tutto questo pensando a come arrivare ai 24 con ancora più vita addosso, sulla pelle, negli occhi.

Io, davvero, non ho parole per ringraziarvi.
Siete stati incredibili.


GUINNESS CHOCOLATE CAKE

Fra tutto ciò che sono riuscita a sfornare per il brunch di domenica, di certo non potevo non infilare una tortina fuori programma: il pretesto era una ricetta da provare, la scusa il mio compleanno, la motivazione è che senza la componente culinaria non mi sento legittimata a pubblicare un post.
Avevo già provato la celebre Guinness Cake - leitmotiv della blogosfera fino a qualche tempo fa -, utilizzando questa ricetta. Questa volta ho voluto provare quella di Trish Deseine [una garanzia quando si tratta di calorie] e, ammetto, di averla preferita: l'impasto risulta più ricco e meno asciutto, mentre identica rimane la particolare morbidezza conferita dalla birra. A livello di gusto, la ricetta di Sigrid è più gentile, questa rimane un po' tostata, severa, soprattutto quando la si assaggia senza glassa [a proposito: seguendo la ricetta, ho utilizzato del mascarpone, ma forse il risultato è stato eccessivamente dolce; proverei con il classico cream cheese, oppure sostituendo parte del mascarpone con dello yogurt greco, oppure, semplicemente, diminuendo lo zucchero].
Fra parentesi le dosi della ricetta originale.

PS: è una goduria da affettare

Ingredienti

275 g di farina 00
200 g di burro [250]
300 ml di Guinness [250]
250 g di zucchero di canna muscovado [125 g di zucchero bianco semolato + 125 g di muscovado]
150 g di panna acida [150 g di panna fatta addensare con due cucchiai di aceto bianco/di mele o limone]
80 g di cacao amaro
2 uova
10 g di lievito in polvere per dolci
3 g di sale

300 g di mascarpone
50 g di panna
100 g di zucchero a velo

Procedimento

Preriscaldare il forno a 175°C.

In un pentolino [o nel micro], sciogliete il burro con la Guinness e il cacao, facendo attenzione a non cuocere il composto [fate fondere a fuoco dolce, mescolando, e spegnete non appena il burro s'è dissolto].
In una bowl rompete le uova e aggiungete la panna acida, la farina, il lievito, lo zucchero e il sale, un ingrediente alla volta.
Incorporate, versandolo a filo, il composto di burro, birra e cacao.
Una volta ottenuto un impasto liscio e omogeneo, infornate [il mio stampo misurava 20 cm di diametro] per circa 60 minuti [a metà cottura vi consiglio di coprirla con un foglio di alluminio, altrimenti l'esterno si secca eccessivamente e rischia di bruciare, mentre l'interno rimane crudo].
Superata la prova stecchino, sfornate e lasciate raffreddare.

Mescolate mascarpone, panna e zucchero con una frusta [in planetaria, se l'avete].
Disponete la glassa sulla torta. Servite a temperatura ambiente.

PS: Un grazie anche ai miei colleghi, a Debora e a Raffaella, che hanno sopportato i miei nervi a fior di pelle per tutto il weekend e hanno chiuso un occhio - o più? - di fronte alla mia testa molto, molto, distratta. Cucina 41, tvb.

Il fidanzato [cuoco decisamente migliore della blogger] consiglia: per accentuare il gusto di Guinness, si potrebbero utilizzare 250 ml di birra + 50 ml di riduzione della stessa.
Passo e chiudo. (:

lunedì 22 settembre 2014

Cake con arachidi e caramello salato.

Ogni giorno penso di chiudere questo blog.
Ogni giorno penso di scriverci qualcosa.
Ogni giorn fu accettare una delle decine di proposte che mi sono state fatte perché ne esca un libro.
Ogni giorno penso di smettere di scrivere, di smettere di cucinare, di smettere.
Ogni giorno penso "ma cosa sto facendo?", quando alzo per un attimo lo sguardo dal tagliere e mi specchio nello sportello del forno e mi chiedo per la trecentesima volta se io sia davvero in grado di dedicare la mia vita a questo lavoro.
Ogni giorno penso di essere troppo sola e di stare troppo bene nella mia solitudine.
Ogni giorno penso a quanto, comunque, vi voglio bene, fratelli miei.
Ogni giorno penso di parlarti, di dimenticare tutto e indossare l'ennesimo abito largo per nascondere le ferite e fingere che non ci siano mai state, di fare pace, di coprire con una mano di bianco tutti questi anni, di scendere al compromesso di un civile accettare la tua esistenza nella mia vita.
Ogni giorno penso che, in fondo, le cose sono andate così perché non potevano andare altrimenti, che ognuno ha fatto del suo meglio, no?, ma è andata comunque così.
Ogni giorno penso che non potrò mai accettarlo, che io, semplicemente, non ce la faccio a darmi pace per tutti i buchi neri che esistono nel mio universo.
Ogni giorno penso di scriverti, di cercare di spiegare quanto mi faccia sinceramente male l'averti lasciata così, col silenzio e nel silenzio.
Ogni giorno penso che non devo e non posso sentirmi in colpa perché mi sono innamorata.
Ogni giorno penso che dovrei volermi bene, che anche se ora me ne voglio un po' di più rispetto prima non riesco ancora a trattarmi come una persona dovrebbe trattare se stessa.
Ogni giorno penso di essere di una banalità volgarissima, quando rincaso sapendo di aver corrisposto le aspettative di qualcuno.
Ogni giorno penso di essere unica e speciale, quando tu mi descrivi e quando le tue mani mi delineano.
Ogni giorno penso di essere geniale, per poi scoprire che altri mille hanno avuto la mia stessa idea, hanno dato la mia stessa interpretazione del mondo, hanno abbinato due ingredienti al mio stesso modo.
Ogni giorno penso che, forse, l'unico modo per risolvermi sarebbe resettarmi, ma non è possibile, e allora mi sembra di impazzire, nel più completo rifiuto di questo stato di cose.
Ogni giorno penso che dovrei scrivere qualcosa di più generale, indeterminato, nebuloso, metaforico, che non dovrei espormi così, che la gente non sa trattare con i pensieri nudi - come non sa trattare con la nudità dei corpi.
Ogni giorno penso che dovrei leggere di più.
Ogni giorno penso che dovrei tornare all'Università, laurearmi, fingermi realizzata con quattro ciuffi di alloro sulla testa.
Ogni giorno penso a tutti gli stereotipi in cui ho cercato di rientrare, senza mai riuscirci.
Ogni giorno penso a tutti i cibi che dovrei provare, a tutti i ristoranti dove dovrei cenare, a tutte le volte in cui lo chef mi cazzia perché non assaggio.
Ogni giorno penso di essere una povera illusa a credere di poter far convivere terrore e passione.
Ogni giorno penso di odiarti, perché non riesco a liberarmi di te, e ogni giorno penso che senza di te tutta questa dedizione non esisterebbe.
Ogni giorno penso a quanto sono diventata folle, a darti anche del tu.
Ogni giorno penso che non esiste alcun "qui" che sia per sempre, e va bene così.
Ogni giorno mi guardo allo specchio, occhi negli occhi, raddrizzo le sopracciglia, alzo il mento, mi raccolgo i capelli, cerco di costruirmi una sorta di fierezza per questa vita mia che è solo mia.
Ogni giorno provo, ogni giorno cado, ogni giorno mi rialzo.

Ogni giorno penso che vada tutto bene, ma che nulla sia semplice.



CAKE CON ARACHIDI E CARAMELLO SALATO

Circa una settimana fa ho visto questa torta al mascarpone da lei e mi è tornata, istantanea, la voglia di infornare qualcosa del genere, di tornare per un attimo ad essere quella che preparava la torta per la colazione, di abbandonare per un paio di ore la ricerca dell'ennesimo dessert al piatto.
Ricordavo di aver già infilato il mascarpone in qualche torta [capita che ne avanzi un po' dal classico tiramisù, no?], e il risultato ottenuto con la ricetta [leggermente modificata] di Barbara non ha deluso le mie aspettative: un cake soffice e per nulla asciutto, morbidissimo.
Volevo usare le arachidi per un primo piatto, e invece sono finite nel dolce: col caramello salato sono diaboliche.
"Ho preparato un cake che sa di... hai presente lo Snickers? Ecco. Ti aspetta per la colazione di domattina."
Fidanzato, papà e fratello se lo sono spazzolato.


Ingredienti

400 g di farina 00
16 g di lievito per dolci
200 g di zucchero di canna
200 g di mascarpone
200 g di latte intero caldo
3 uova

caramello salato*
arachidi

Procedimento

Montate le uova con lo zucchero, fino al raddoppio di volume. Incorporate, un cucchiaio alla volta, il mascarpone. Aggiungete farina e lievito gradualmente, alternandoli con il latte. Mescolate fino a ottenere un impasto omogeneo.
Versate metà del composto in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato, distribuite un po' di caramello salato e un po' di arachidi, ricoprite con l'impasto rimanente, altro caramello e altre arachidi.
Mescolate leggermente con un cucchiaio, in modo che il cake risulti variegato.
Infornate per 30-40 minuti a 175°C.


*per il caramello salato: in una casseruola, fate caramellare 100 g di zucchero a secco, senza farlo scurire troppo; intanto, scaldate 200 ml di panna. Una volta ottenuto un caramello biondo, toglietelo dal fornello e versatevi a filo la panna bollente, facendo attenzione agli schizzi. Aggiungete 5 g di sale e continuate a mescolare fino a sciogliere gli eventuali grumi. 

sabato 3 maggio 2014

Una luce perfetta.

Sono settimane che non ci parliamo, tu ed io. Ogni tanto torno a casa tua, quando tu sei al lavoro, a prendere pezzi di me che mi sono lasciata dietro: oggetti che portano le mie impronte, vestiti che conservano ancora il mio profumo, immagini, ricordi.
Vorrei che la mia ombra sparisse da quelle stanze, sbiadisse gradualmente, fino a portarti a dubitare della mia esistenza.
Dimentichiamoci, ti va? Sarà meno doloroso. Ci siamo sempre feriti, tu ed io, soprattutto tentando di farci - con la maldestria di chi sperimenta cose impossibili - del bene.
Dimenticami, davvero. Fa' in modo di non toccarmi mai più - non voglio mai più essere nemmeno sfiorata da te, dalle tue parole sgraziate, dai tuoi colori sgargianti, dal tuo cibo casuale, dalle tue risate stonate, dalla tua perfezione facile, dai tuoi occhi ciechi.
Dimenticami, perché, ora che non ti ho più, ora che non mi hai più, sto bene.

Continuo a cucinare, ogni giorno, per lavoro, per il mio pezzo inossidabile di famiglia, per gli amici, per me stessa.
Ho capito che le ossessioni vanno assecondate, non soppresse, perché nulla avrà mai la potenza di un'ossessione libera di esplodere. Sai quanto male mi sono fatta, cercando di capire come trattarla, come giocarci senza ferirmi, come sfogarla senza distruggermi. Sai quante volte ho pensato di accantonarla, chiuderla in un barattolo e lasciarla spegnere, perché pensavo non potesse convivere con un certo lato di me. Anche oggi, non posso dire di esserne totalmente padrona - forse non lo sarò mai -, ma ho capito che, spesso, per sapere esattamente cosa si sta facendo, e sapere se lo si sta facendo al meglio, è necessario perdere l'autocontrollo.
E non sai quanto diventa divertente, a quel punto.

Sai che ho una casa? Travi in legno e abbaini, ancora in fase di arredo, ma con una luce perfetta.
Ci sono libri sparsi dovunque, perché sono disordinata anche nelle letture, valigie e scatoloni spuntano ancora qua e là, alcuni ribelli fili elettrici stanno aspettando le loro lampade per redimersi. Ho poche pentole e il frigorifero perennemente desolato, come ogni persona che cucina per lavoro. Ci sono sempre delle fragole, però, del cioccolato, qualche tazza con i fondi abbandonati dei miei caffè americani.
Non immagini che impressione invitare gli amici e vederli seduti sul mio divano, arrampicati sugli sgabelli attorno all'isola della cucina, cenare con loro, bere vino, fumare qualche sigaretta, perdersi a parlare fino a notte fonda: le sere scorrono e fra quei muri si accumulano nuovi ricordi, echi di parole e di gesti.
Ogni mattina mi sveglio, scivolo con lo sguardo sulle venature del legno del soffitto, mi stiracchio fra le lenzuola rigorosamente bianche, mi godo quella luce perfetta e lo realizzo: ogni mattina realizzo che ho un posto dove stare. Finalmente.

Credo di star vivendo uno dei periodi più intensi della mia vita [e, mentre lo scrivo, già so che qualcosa di ancor più denso mi attende dietro l'angolo, perché la vita si comporta così, non si ferma mai, non ti dà mai tregua], ma come faccio a raccontarti delle mie giornate che sfuggono, lasciandomi disfatta e adrenalinica?
Dall'ultima volta in cui ci siamo visti, quel grigio mattino di aprile, in cui faceva quasi freddo [o forse era colpa del mio maglioncino traforato], ho imparato che certi abbandoni, certe sparizioni, certi distacchi, fanno male solo se li chiami così, mentre, in realtà, sono solo una forma travestita di liberazione. Ho imparato che la soddisfazione, in fondo, è insipida, e dura giusto quei cinque secondi in cui lasci la tua firma su un foglio o sorridi a un complimento: l'attimo seguente devi cercare già qualcosa di nuovo con cui dare significato a quello che hai. Ho imparato a scrivere lettere con la voce, e a spedirle dall'altra parte del mondo. Ho imparato a collegare cavi elettrici e ad usare un avvitatore. Ho imparato ad alzarmi da una panchina in riva al lago e andarmene, riconoscendo di non poter più fare bene. Vorrei poterti dire di aver imparato ad affilare bene i coltelli con la pietra, ad essere rapida e precisa allo stesso tempo, a non sentirmi in soggezione e ad essere più indulgente con me stessa, ma no, per questo ci vorrà ancora del tempo. Soprattutto per l'affilatura dei coltelli.

Non so perché abbia deciso di scriverti, oggi. Forse volevo solo farti sapere che sto bene, e che non mi manchi.



Ti lascio un ultimo assaggio della mia vita, una delle torte che preparo per le alzatine che svettano all'ora di pranzo nella sala di Cucina 41: dolci semplici, ma piacevoli, per avviare il pomeriggio con l'umore giusto. Ieri pioveva: ho usato amaretti e caffè, in un impasto soffice e umido [il trucco è usare la panna, nel caso ti venisse voglia di infornare qualcosa].
Le foto sono state scattate a casa mia: c'è proprio una luce perfetta, non trovi?


TORTA MORBIDA CON AMARETTI E CAFFÈ

Ingredienti

300 g di farina 00
100 g di amaretti sbriciolati
400 g di panna da montare
50 g di burro fuso [facoltativo *]
180 g di zucchero
2 uova
10 g di lievito per dolci
una tazzina di caffè
un cucchiaio di caffè solubile
un pizzico di sale

Procedimento

Preriscalda il forno a 180°C.

Monta uova e zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro e spumoso. Aggiungi la panna, fai montare ancora per un paio di minuti, poi unisci la farina, gli amaretti, il caffè, il lievito e il sale.
Versa l'impasto in uno stampo imburrato e infarinato, inforna per circa mezz'ora [prova stecchino].


* conferisce maggiore sofficità all'impasto, ma non è necessario

giovedì 23 gennaio 2014

Citrus and poppy seeds cake.

Lasciatevi accadere la vita. Credetemi, la vita ha ragione, in tutti i casi. 
R. M. Rilke - Lettere a un giovane poeta

Proprio ieri, mentre camminavo sul lungolago, godendomi quei surreali quattordici gradi a gennaio, mentre mi lasciavo beatamente accecare dal Sole e sgranocchiavo una mela, mentre perdevo, a cuor leggero, una mezz'ora fra la fine del servizio al ristorante e gli altri impegni della giornata, pensavo a un anno fa, quando, esattamente in questi giorni, prendevo me stessa e la trapiantavo a Modena, in un ufficio, con la prospettiva di mesi davanti a un computer.
Ricordavo il tempo trascorso a Modena, un po' sorridendo, un po' scuotendo - fra me e me - il capo, e riflettevo su quanto sia facile, per la vita, ribaltarsi completamente, quanto sia spontaneo e, allo stesso tempo, inarrestabile il cambiamento delle cose [perché, a discapito di tutto il nostro affaccendarci e smarrirci,  c'è sempre qualcosa, in fondo, dentro di noi, che lavora in una direzione, quella vera, quella naturale, quella dei sogni che custodiamo con fin troppa prudenza, per timore che la realtà li spezzi], quanto sia semplice vivere, quando si fa ciò che si ama [detesto questo genere di frasi fatte, ma non posso negare la verità di quest'ultima].
Non che mi sia improvvisamente trasferita in una favola, abbia iniziato ad indossare abiti con gonne e a sfornare torte canticchiando agli uccellini, anzi, però, ho cominciato a lasciare meno spazio alle parti più ciniche e distruttive di me stessa [anche perché, davvero, non ho tempo, voglia, bisogno di stare male]. Il fatto che, in questo momento, sia così propositiva ed energica non mi ha infatti astratta dalla Realtà: sono consapevole di come nulla si crei senza impegno, di come il presente sia un continuo calibrare la soddisfazione immediata e quella futura, un lavoro senza posa per migliorare se stessi e le proprie capacità.
Sicuramente, non c'è cosa più bella che arrivare a sera sfinita, ma con mille idee per la testa e l'entusiasmo nello sguardo. 


Quando ho tagliato la prima fetta da questa torta, ho pensato a una notte stellata in negativo: un infinito cielo luminoso, punteggiato da qualche costellazione buia.
Certe metafore hanno un sapore ottimo, vivace d'agrumi, croccante di semi di papavero, vibrante come un'appena percepibile nota di cocco, succoso come una torta imbevuta di glassa. 


CITRUS AND POPPY SEEDS CAKE 

Ingredienti

270 g di farina 00
30 g di cocco disidratato a scaglie
200 g di zucchero
3 uova
150 ml di olio vegetale leggero
la scorza di un'arancia, di un limone e di un lime [se non avete il lime, vanno bene anche due limoni]
125 ml di succo di agrumi
100 g di semi di papavero
13 g di lievito in polvere per dolci
un pizzico di sale

125 g di zucchero a velo
150 g di zucchero semolato
200 ml di succo di agrumi + 50 ml di acqua

Procedimento

Preriscaldate il forno a 170°C.

In una ciotola, mescolate tutti gli ingredienti, insieme. Non stressate troppo l'impasto, ma amalgamate tutti i componenti per bene.
Versatelo, poi, in uno stampo da ciambella, oliato e ricoperto di zucchero semolato.
Infornate per 30-40 minuti, controllando la cottura con uno stecchino.

Nel frattempo, preparate uno sciroppo portando ad ebollizione il succo, l'acqua e lo zucchero semolato. Quando lo sciroppo sarà pronto, versatene qualche cucchiaio in una tazza con lo zucchero a velo, fino a creare una glassa non troppo densa [aggiungete un cucchiaio di sciroppo alla volta, in modo da dosarvi progressivamente].

Una volta sfornato il dolce, bucherellatelo in modo regolare con uno stecchino lungo. Versatevi sopra metà dello sciroppo rimasto, e lasciate raffreddare.
Quando il cake ha raggiunto la temperatura ambiente, toglietelo dallo stampo. Con un pennello, fategli assorbire lo sciroppo rimasto e, in ultimo, ricopritelo con la glassa.

Servite dopo almeno un paio di ore di riposo.


Questa torta sarà una delle protagoniste dolci del brunch di domenica 26 gennaio a Cucina 41. Vi aspetto! (;

sabato 11 gennaio 2014

Vegan carrot cake. | Il brunch a Cucina 41 e altre novità.

Sono giorni davvero vivaci, in cui Madame Noia ed io riusciamo a incrociarci ben poco [non che mi dispiaccia, chiaro]. Dormo poco senza avvertire la stanchezza, al mattino mi alzo prima che la sveglia abbia occasione di rimproverarmi per la mia pigrizia, rimango a casa solo per cucinare e dormire.
In effetti, credo sia giunto il momento di raccontarvi ciò che sta succedendo alla vostra ventiduenne caotica, che si è sempre lasciata distrarre da qualsiasi opportunità le passasse di fianco, terrorizzata all'idea di proseguire in un'unica direzione.
Gente del web, sto imparando a cucinare seriamente. E per seriamente intendo nella cucina di un ristorante, di quelle in cui, nell'arco della giornata, fai i chilometri, passando dalle celle frigorifere, ai fuochi, al forno, con attrezzature che non so quando smetterò di osservare con religioso timore, una disponibilità di ingredienti paradisiaca, delle padelle pesanti quanto il carico dell'attrezzo per i dorsali che uso in palestra.
Ovviamente, è solo l'inizio, ma quanto è rassicurante, benefica, importante la consapevolezza di aver finalmente messo un punto fermo alla mia esistenza. Capire quanto faccia bene costruirsi, ogni giorno, un pezzetto di futuro non è così immediato [almeno, per me non lo è stato, ho sempre dato la precedenza all'ammaliante volubilità del presente], ma ora mi sembra vitale, e, forse, è uno dei modi in cui sto imparando a farmi del bene. Non saprei come spiegarlo, ma è come se, a un tratto, la vita mi avesse messa alle strette, chiedendomi cosa volessi davvero fare, diventare, essere, e qualcosa, forse orgoglio, forse curiosità di scoprire dove sarei potuta arrivare, si fosse incendiato, da qualche parte nella mia testa.
Mi sono chiesta cosa volessi fare da grande, e mi sono data una risposta sincera.
Quindi, ecco, ora sapete uno dei motivi per cui sono tanto straripante di voglia di fare ed insopportabilmente entusiasta.


Già che siamo in argomento, mi piacerebbe invitarvi [chi in zona, ovviamente] ai brunch domenicali che il sopracitato ristorante [fra poco avrà anche un nome, sì, voglio solo aumentare la suspense] e Food Therapy organizzeranno a partire dal 26 gennaio.
Una volta al mese [per il momento! (;], presso Cucina 41, a Borgomanero [NO], potrete godervi il tradizionale brunch americano [americano, okay, ma con qualche trucchetto tutto nostro, if you know what I mean...], dalle 11 del mattino fino al primo pomeriggio.
Scrambled eggs, pancakes, cheesecakes, brownies, pies, cakes dolci e salati, e molto altro, il tutto accompagnato da caffè americano e succhi di frutta, ma anche espresso, tè e cappuccino.
Qui, l'evento su Facebook.

Uno dei motivi per cui Cucina 41 mi è piaciuto fin dall'inizio è la sua attenzione verso ogni abitudine alimentare: nei suoi menù non mancano mai alternative gluten free, vegetariane e vegane.
Non potevo, quindi, che scegliere un cake vegano per raccontarvi questo appuntamento, uno di quei dolci guardati con sospetto da ogni fermo sostenitore di uova&latticini, che non riesce a spiegarsi come, senza i suoi capisaldi, una torta possa riuscire così buona.
Io e la carrot cake non abbiamo mai avuto un buon rapporto: mi sono sempre uscite deludenti, forse anche perché non impazzivo per le loro eccessive quantità di zuccheri e frutta secca.
Poi ho trovato questa formula, che sembra funzionare alla grande. La torta rimane leggera, profumata grazie a cannella, arancia e cocco, umida e compatta per merito delle carote. Personalmente, preferisco non tritare le mandorle fino a polverizzarle, ma lasciare qualche scheggia croccante da sentire sotto i denti.
Lo sciroppo all'arancia si può ovviamente omettere, ma le conferisce una consistenza fondente davvero interessante, soprattutto se, magari, volete gustare il cake in momenti diversi dalla colazione. Può essere servita con una glassa, oppure un frosting, io ho solamente aggiunto una cucchiaiata di yogurt di soia [lasciato precedentemente colare a mo' di yogurt greco, per renderlo più consistente].



VEGAN CARROT CAKE

Ingredienti

250 g di carote pulite e grattugiate
200 g di fecola/amido/maizena
100 g di farina integrale
50 g di farina di cocco
16 g lievito per dolci
100 g di mandorle tritate non troppo finemente
180-200 g di zucchero grezzo di canna
70 g di olio di semi
200 g di latte di soia
la scorza di un'arancia non trattata + 50 g del succo
cannella q.b.
un pizzico di sale

Per lo sciroppo

200 ml di spremuta d'arancia
50 g di zucchero [di canna o bianco]
la scorza di un'arancia

Procedimento 

Preriscaldate il forno a 190°C.
Mescolate tutti gli ingredienti, tranne quelli per lo sciroppo. Ungete uno stampo da ciambella, versatevi l'impasto, infornate per 35-40 minuti [prova stecchino].

In un pentolino, fate bollire dolcemente, per una decina di minuti, la spremuta, lo zucchero e le scorze.
Quando lo sciroppo si sarà addensato, versatelo sulla torta [precedentemente bucherellata con uno stecchino, in modo che il liquido s'infiltri per bene].

Lasciate riposare per almeno un paio d'ore [meglio tutta la notte/giornata], dopo di che, sformatela e servite.



Trovate Cucina 41 in via Alfieri 7, a Borgomanero [NO]. E su Facebook.

mercoledì 11 dicembre 2013

50 boys, 50 lies, 50 I'm gonna change my mind's.

{NP}

Il tempo che perdo è direttamente proporzionale alla quantità di impegni che ho, nonostante arrivare a fine giornata con la metà [siamo ottimisti, dai] della to-do list spuntata mi deprima.
Sarà questo dicembre strano, con queste giornate lunghissime, ma dalla luce breve.
La trasparenza di certi cieli mi distrae, rimango ad osservare l'azzurro farsi arancione, rossastro, violetto, blu per quantità indefinibili di minuti. La trasparenza di certe conversazioni mi rapisce, la conoscenza di cristallo che si crea attraverso le parole, come il ghiaccio che ramifica sulla superficie di un lago, fino a diventare inaspettatamente sicuro. La trasparenza di certe attese, la lucidità tagliente dell'assenza, le folate del vento della Realtà che tolgono il fumo dagli occhi.
Forse, ho semplicemente troppo tempo libero [sono piena di cose da fare, eppure, riesco ancora ad annoiarmi, a lasciare che il pensiero s'infiltri nella concentrazione, facendo franare tutto, ad annodarmi con gli stessi fili che mi tengono in piedi e governano i miei movimenti].
Quindi, ecco che per correggere una cinquantina di foto ci metto giornate intere, e alla fine ne scarto i tre quarti. E quelle che sopravvivono le osservo fino allo sfinimento, il loro, fino a farle suicidare nel Cestino. E i post rimangono nelle bozze. E i documenti di Word si chiudono senza essere salvati.
Ascolto musica sconosciuta, scarico film mai visti, cerco di perdermi nel labirinto di Internet alla ricerca di Minotauri, all'una di notte rimango a fissare i titoli dei libri nella libreria.
Ho decisamente troppo tempo libero.

Vicissitudini personali a parte, ecco le ricette principali degli eventi delle scorse settimane.
Enjoy. (:

APPLE PIE


Per l'apple pie, potete consultare due ricette, già pubblicate:
- qui trovate il classico pie di mele, la ricetta infallibile per questo tipo di torte
- qui, invece, un pie di uva, ma il crust [ovvero il guscio] è simile a quello utilizzato per la torta di mele che qualcuno di voi ha assaggiato da Nina

Altrimenti, potete optare per una versione light, impastando: 400 g di farina integrale, 80 g di burro, 50 g di zucchero di canna e qualche cucchiaio d'acqua fredda [q.b. per raggiungere un impasto omogeneo e facilmente modellabile]; lavorate l'impasto molto velocemente, con mani fredde o un robot da cucina, lasciate riposare per almeno mezz'ora in frigorifero. Stendete 2/3 dell'impasto e usateli per foderare uno stampo da 18-20 cm, versate il ripieno [3 mele, una manciata di uvetta, 5-6 noci tritate grossolanamente, zucchero di canna a piacimento] e ricoprite con l'impasto rimasto. Praticate i classici fori per lasciar uscire il vapore creato dalla frutta in cottura, e cuocete per 40-50 minuti a 160°C.

CHAI CHEESECAKE CON CARAMELLO SALATO


A me, preparare cheesecakes, dà una soddisfazione immensa. E, mettendo un attimo da parte modestia e simili, credo che questa sia proprio la miglior cheesecake che abbia mai preparato: la crema è aromatizzata con le classiche spezie chai, il caramello salato bilancia la dolcezza generale, e s'accoppia alla perfezione con la punta di sale della base.
Per quanto riguarda la ricetta, sono partita da quella -celebre- di California Bakery, ho tolto un uovo e modificato qualche altra grammatura. A voi.

Ingredienti

Per il guscio
300 g di biscotti Digestive
80 g di burro fuso
un cucchiaio di miele
1/2 cucchiaino di cannella
1/2 cucchiaino di sale

Per la crema
400 g di robiola
350 g di ricotta passata al setaccio
50 g di yogurt greco naturale [va bene anche il classico intero bianco, ma usando quello greco rimarrà più compatto]
120 ml di panna fresca
200 g di zucchero di canna
3 uova grandi
un cucchiaio colmo di fecola/amido/maizena
i semi di mezzo baccello di vaniglia, 1/2 cucchiaino di cannella, una punta di chiodi di garofano macinati, una punta di zenzero in polvere, una punta di semi di cardamomo pestati, una macinata di pepe [preferibilmente bianco]

Per il caramello
155 g di zucchero
130 ml di panna fresca
20 g di burro
due pizzichi di sale [misurazioni scientifiche, I know...]

Procedimento
- Polverizzate i biscotti e mescolateli al burro, al miele, alla cannella e all sale. Utilizzate la pasta ottenuta per foderate uno stampo [il mio aveva un diametro di 22 cm] e mettete in frigorifero.

- Accendete il forno a 160°C.

- Amalgamate i formaggi con lo yogurt, la panna, lo zucchero, la fecola setacciata, le uova leggermente sbattute e le spezie.

- Riprendete lo stampo dal frigorifero e versate la crema di formaggi dentro al crust.
Infornate per un'ora.
Una volta rappreso [il tempo può variare da forno a forno], lasciate il dolce all'interno del forno spento [tenete uno spiraglio aperto con il manico di un cucchiaio di legno, o qualcosa di simile] fino a completo raffreddamento.
Mettete il cheesecake in frigorifero e fingete di dimenticarvene fino al giorno seguente.

- Al momento di servire, completate con il caramello.

Per il caramello: fate sciogliere in un pentolino a fondo spesso lo zucchero. Una volta raggiunto un colore leggermente ambrato [si scurirà dopo, non cuocetelo di più, altrimenti rimarrà amaro], versate la panna, facendo attenzione a non scottarvi con i possibili schizzi. Mescolate per sciogliere gli eventuali grumi, e completate con il burro e il sale. Il caramello è pronto quando ha raggiunto la consistenza di un miele fluido, diventerà più denso raffreddandosi.


Cosa succede se vi accorgete di aver rotto lo stampo a cerniera, nel momento in cui avete già annunciato la preparazione di un cheesecake? Be', lo mettete nello stampo rettangolare dei brownies, no?
[Le versioni fighette dei miei dolci nascono tutte per caso, che si sappia.]

Thanks to Marta Rizzato per aver scattato mentre la sottoscritta giocava col caramello.



CAKE AL CACAO E ARANCIA


- Uhm... it's like these pies and cakes: at the end of every night, the cheesecake and the apple pie are always completely gone, the peach cobbler and the chocolate mousse cake are nearly finished, but there's always a whole blueberry pie left untouched.
- So what's wrong with the blueberry pie?
- There's nothing wrong with the blueberry pie. Just... people make other choices. You can't blame the blueberry pie, just... no one wants it.

Preparare cheesecakes e torte di mele significa avere la vittoria in tasca, il più delle volte. Infatti, la vera sfida, per me, è sempre la blueberry pie di turno, il dolce che nessuno si fila, anche quando è più interessante dei due più popolari.
Questa volta, il ruolo della blueberry pie è capitato a un cake nero e arancione. Con l'unica differenza che ne sono rimaste solamente le briciole.

L'aroma di cacao è intenso, la consistenza morbida e umida, il profumo di arancia assolutamente percepibile. Nessuna traccia di latticini, esecuzione semplicissima.
Il trucco è quello comprovato dell'acqua bollente [se ancora non l'avete provato, questo cake potrebbe essere l'occasione giusta], ho banalmente sostituito l'acqua con la spremuta d'arancia. L'olio d'oliva trovo stia benissimo con gli agrumi, ma potete anche utilizzare qualsiasi altro olio di origine vegetale.


Ingredienti
250 g di farina bianca 00
120 g di cacao amaro di ottima qualità
225 g di zucchero
8 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
una punta di cannella
scorza di un'arancia

250 g di spremuta d'arancia
75 g di olio evo leggero
2 uova

Per la "glassa": il succo e la scorza di due arance, due cucchiai di zucchero
Procedimento
Accendete il forno a 180°C.
In un pentolino scaldare il succo d'arancia, finché non sfiora il bollore.
Mescolate da una parte gli ingredienti secchi, dall'altra quelli liquidi [ad eccezione del succo d'arancia]. Uniteli e aggiungete la spremuta bollente, senza mescolare troppo.
Versate l'impasto in uno stampo da plumcake e infornate per 25-40 minuti [prova stecchino].

Lasciate raffreddare.

Nel frattempo, sempre in un pentolino, fate sciogliere lo zucchero con il succo delle arance. Lasciate ridurre in po'.

Sformate il cake, bucherellatelo senza pietà con uno stuzzicadenti e ricopritelo con lo sciroppo e le scorzette d'arancia.



!
Nel caso abbiate curiosità rispetto agli altri piatti preparati da me che avete assaggiato, potete scrivermi a questo indirizzo: agnesenegrini@gmail.com

martedì 13 agosto 2013

Coconut and lime cake | I see humans but no humanity.


Fra uno schiaffo e un'indelicatezza si sopporta meglio lo schiaffo.
Emil Cioran        


Mi chiedo che dispendio energetico abbia, per una persona, la gentilezza. Perché, a volte, sembra costare davvero molto.
Credo che essere gentili non sia una caratteristica a sé, ma una semplice conseguenza dell'essere umani.
Che, poi, la vita è molto più leggera, quando non ci si rapporta con gli altri armati di spade, pronti ad affondare il colpo al primo cenno. Eppure, a quanto pare, questa umana gentilezza rimane rarissima.
Sto cercando di diventare impermeabile a questa pioggia acida di mancate attenzioni, che corrode la pelle e inaridisce i capelli. La sensibilità è qualcosa di prezioso, e, come tale, va protetta, al costo di seppellirla sotto una coltre di ghiaccio.
Io sono stanca di stare male per gli altri. [Io sono stanca di stare male. Punto.]

Certo, qualche fenditura, ben nascosta, bisogna lasciarla. Magari per cogliere le parole di qualcuno che, quando rientri dopo il lavoro, stanca e nervosa, ti dice: "Davvero buona questa torta. Complimenti."


Oggi fa caldino, eppure questa ricetta voglio postarvela, così, magari, ne approfittate al primo temporale estivo.
Ho sempre detestato il cocco, forse perché lo collegavo ai venditori urlanti che facevano su e giù dalle spiagge della Riviera, che frequentavo da piccola, forse perché il gelato al cocco del 99% delle gelaterie è nauseante, forse per quella sbronza a base di piña colada di un tot di anni fa, finita non proprio nei migliori dei modi.
Ho sempre detestato il cocco, infatti quest'estate sto recuperando tutto quello che non ho mangiato durante il resto della mia vita. Prima o poi scoprirò un abbinamento vincente per cui metterlo anche sulla pasta, allora sarà la fine. Per ora mi limito a yogurt, gelati, frutta, frullati, geli [ne riparliamo fra un po' ;) ], ghiaccioli, fette biscottate, pane, il classico curry... e torte, ovviamente.
Per questa specie di plum-cake ho utilizzato il latte di cocco, che ho scoperto essere perfetto per rendere l'impasto soffice, morbido e leggero [è l'unico grasso utilizzato, infatti], un po' di cocco disidratato, la scorza e il succo di tre lime: l'abbinamento è fra i più congeniali e rende questo cake perfetto per l'estate.
Ad intensificare ancor di più l'aroma di lime, uno sciroppo lasciato penetrare nell'impasto dopo la cottura, che ne garantisce anche la giusta umidità, mantenendolo perfetto per qualche giorno.
Ah, ve l'ho detto che non ci sono uova? ;)


COCONUT AND LIME CAKE

Ingredienti
350 g di latte di cocco [lasciate la lattina in frigorifero per una notte, prima di preparare il cake]
70 g di cocco disidratato
160 g di zucchero + 70 g per lo sciroppo
250 g di farina bianca 00
8 g di lievito per dolci
3 lime
1 limone
vaniglia [facoltativa]

Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Grattate la scorza e spremete gli agrumi. Con uno sbattitore, montate il latte di cocco [che si sarà rassodato] con lo zucchero. Aggiungete 2/3 della scorze ottenute e 1/2 del succo, il cocco disidratato, l'eventuale vaniglia, la farina e il lievito [meglio se setacciati].
Versate il composto nello stampo che preferite [reso antiaderente da carta forno o burro+farina, nel caso non lo sia già] e infornate per circa mezz'ora.

Mentre il cake cuoce, preparate lo sciroppo versando il succo [misurate che siano almeno 100 ml, nel caso non fosse sufficiente, spremete un altro lime, oppure colmate la differenza con dell'acqua, a vostro rischio e pericolo] e la scorza rimasti, insieme ai 70 g di zucchero, in un pentolino. Fate andare a fuoco dolce finché non si raddenserà.


Una volta pronto il cake, armatevi di pazienza e di uno stuzzicadenti, perché dovrete bucherellarlo tutto. Quando avete sfogato tutti le vostre frustrazioni trafiggendolo, versatevi sopra lo sciroppo. Lasciate assorbire e raffreddare [se volete, cospargete la superficie con un po' di cocco disidratato].
Secondo me, è più buono se lo tenete in frigorifero [coperto, per non farlo seccare].


mercoledì 16 gennaio 2013

Di notti bianche, improvvisazioni e futuri imminenti. [Ma anche immanenti, sì.]

Proprio come quando leggi una ricetta che ti ispira, e poi aspetti giorni per provarla. Ogni giorno ripercorri gli ingredienti, studi il procedimento, ti soffermi su quella pagina ad osservare la foto, appunti qualche possibile ritocco su un post-it che lasci a far da segnalibro. Hai anche tutto ciò che ti occorre in dispensa, eppure, ogni volta che ti ritrovi a togliere le uova dal frigo, ad accendere il forno, a scegliere lo stampo, ti fermi, un attimo prima che il pensiero si tramuti in azione.
Finché non torni a casa una sera, e all'una meno un quarto di notte ti ritrovi ad annusare la confezione di fichi secchi, e a pensare che no, in fondo non hai sonno, non ancora. La ricetta che hai studiato per giorni rimane chiusa fra le pagine di quella rivista, ti dimentichi degli appunti e delle proporzioni ragionate, delle correzioni e delle modifiche, di tutto ciò che avevi programmato.
Alle tre di notte sei ancora davanti al forno ad aspettare che il dolce si cuocia. Sul tavolo della cucina hai  sparso libri, il pc è acceso, in una tazza del tè verde si raffredda, eppure rimani lì, senza fare null'altro se non goderti il calore del forno, osservando quel dolce preparato improvvisamente, senza aver seguito alcuna ricetta, in un momento forse non proprio adatto [o forse perfetto, proprio perché impensabile].
A volte capita proprio così. In cucina, altrove. Con le torte, con le persone.


Sono più di due settimane che non si vede ombra di post, su questo blog. Chiedo umilmente perdono, coperta d'imbarazzo. Volete il lavoro, volete un imminente trasferimento [con annesso cambio di casa, di panorama, di lavoro, di abitudini, di tutto -si legge un po' di panico e molta impazienza, sì?-], volete il poco tempo trascorso in casa, volete la vita -sempre lei, sì-, volete tutto questo ed altro, ma il blog è decisamente passato in secondo piano, in questi ultimi tempi. Ma non me lo dimentico, non lo abbandono, appena riesco sono di nuovo qui. 
Sta semplicemente cambiando tutto.
E io sto semplicemente tentando di non perdermi un attimo di ciò che sta accadendo.


Passando invece al dolce, l'ispirazione arriva dall'ultimo numero di Sale & Pepe, dove c'era un'interessantissima torta con fichi secchi e farina gialla. L'abbinamento mi intrigava, così ho iniziato a ragionarci su. Come avete letto sopra, però, ogni proposito di seguire la ricetta è stato ignorato al momento della preparazione. 
Il risultato è una torta molto, molto, umida e compatta, profumata di brandy e vaniglia.  Il sapore è rustico, grazie all'impiego della farina gialla. La dolcezza è data più dai fichi che dallo zucchero, presente in dosi davvero ridotte. Inoltre, è completamente senza grassi, dettaglio non da sottovalutare se siete in periodo detox.
Decisamente un comfort food in piena regola.


CAKE CON FICHI SECCHI E FARINA GIALLA

Ingredienti
120 g di farina gialla [tipo fioretto]
80 g di farina bianca 00
750 ml di latte intero
2 uova
100 g di zucchero
8 g di lievito per dolci
mezza bacca di vaniglia
100 ml di brandy
un pizzico di sale

300 g di fichi secchi

Procedimento
Lasciare in ammollo i fichi nel brandy, aggiungendo una quantità di latte sufficiente a coprirli del tutto.
Quando si saranno ammorbiditi, toglierli dal liquido e metterli da parte.
Accendere il forno a 180°C.
Montare le uova con lo zucchero. In un pentolino abbastanza capiente, portare a bollore il latte con il brandy e la stecca di vaniglia incisa.
Versare a filo i liquidi caldi [avendo tolto il baccello di vaniglia] nel composto di uova, mescolando per evitare che queste ultime si cuociano. Rimettere il tutto sul fuoco e, mentre si mescola con una frusta, versare a pioggia le farine con il lievito e il sale. Cuocere a fuoco basso finché il composto non si sia addensato.
Tagliare a pezzi i fichi e aggiungerli all'impasto. Versare il tutto in uno stampo da plum cake foderato di carta forno.
Cuocere per 50-60 minuti, finché il dolce non si sia completamente rappreso.
Lasciar riposare per 10-12 ore nel forno spento. 

martedì 27 novembre 2012

Lasciare che gli altri siano la propria ispirazione

Ways to stay creative.
Pensare. Riflettere. Rigirarsi le idee nella mente, finché non trovano il giusto incastro.
Divorare libri. Fagocitare musica. Consumarsi gli occhi con i film.
Mantenersi in vita. Perché non è semplice, rimanere vivi. Bisogna continuamente richiamarsi, rimanere vigili, svegliarsi al mattino con il pensiero: "Oggi devo vivere".
Uscire di casa. Buttarsi fuori di casa, quando necessario.
Camminare. Correre. Essere famelici anche quando si respira.
Mantenere in moto il cervello. Far sudare i neuroni.
Ascoltare. Guardare. Annusare. Toccare. Assaggiare.
Dare la caccia alla Bellezza. Perché è l'unica a poter salvare il mondo, è l'unica a poterci salvare.
Persone. Trovarle e lasciarsi trovare. Ascoltarle. Raccontarsi. Le Persone sono la chiave, sempre.


Parlo di Persone e di ispirazione perché questa ricetta è nata, come tante altre, dall'idea accesa da una preparazione di qualcun altro.
A volte bisogna lasciare che gli altri siano la propria ispirazione.
Credo non ci sia bisogno di presentarvi Marcello, dato che con la sua bravura ha conquistato tutta la blogosfera.
Marcello ed io ci siamo conosciuti mesi fa, parlando di paure, mele e cannella. Ci teniamo compagnia durante le nostre notti bianche, quando gli unici che ancora sfogliano pagine web, alla ricerca del prossimo dolce da sfornare, siamo noi.
La torta di oggi la devo a questa sua meraviglia, mia fonte di ispirazione di qualche giorno fa.
E' bastato aprire il mobiletto dei té, quello dove ho stipato decine e decine di scatole contenenti foglie di ogni aroma, perché la lista degli ingredienti mi si disegnasse nella mente.
Il risultato è un impasto soffice e leggero, grazie alla sostituzione del burro/olio con la ricotta [ma, fra parentesi, trovate anche le dosi per la versione meno light, per chi volesse qualcosa di un po' più gustoso ;) ].
La nota più particolare è conferita dal té che ho scelto di utilizzare, un rooibos. Il suo aroma dolce, di mandorla e vaniglia, penetra tutto l'impasto, rendendolo davvero speciale. Due parole su questo té? Definirlo tale è improprio, dato che in realtà si tratta delle foglie di una pianta che cresce esclusivamente in Sud Africa, conosciuta anche come Red Bush, grazie alla caratteristica sfumatura rossastra delle foglie e dell'infuso che se ne ricava. E' inoltre privo di teina e questo lo rende davvero adatto a tutti.


Io l'ho acquistato dalla mia spacciatrice di té preferita: Valerie dell'Esprit de Provence, ad Arona. Da lei potete trovare delle vere e proprie chicche: i pregiati té di Le Palais des Thés, spezie di ogni tipo, marmellate e confetture di altissima qualità [come quella ai petali di rosa che avevo utilizzato per i macarons], le bellissime scatole di Derrière La Porte, saponi di marsiglia profumati, sablèes e biscotti bretoni, idee regalo di ogni tipo [Natale, mi leggi?]. Se per caso capitaste sulle rive del Lago Maggiore, quindi, vi consiglio di andare a dare una sbirciatina al suo angolo di Provenza, incastonato in una delle rughe del corso [via Cesare Battisti, 13 - Arona - NO]. In ogni caso, vi consiglio di tenervi aggiornati seguendo la sua pagina Fb, dato che voci indiscrete mi hanno detto di un servizio e-commerce in avviamento.
Forse, forse è giunto il momento della ricetta, che dite?


ROOIBOS TEA CAKE

Ingredienti
200 g di farina 00 + 50 g di fecola [oppure 250 g di farina]
120 g di zucchero
120 g di ricotta [oppure 120 g di burro o olio]
2 uova
150 ml di latte intero
6 g di lievito per dolci
un pizzico di sale

due cucchiai di rooIbos in foglie [oppure altro té -nel caso l'abbiate in bustine, ne occorrono due]

Procedimento
Scaldare il latte, senza farlo bollire, e lasciarvi in infusione le foglie di té.
Accendere il forno sui 160°C.
Nel frattempo, lavorare le uova con lo zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro [il volume dovrebbe essere circa triplicato].
Aggiungere la ricotta, mescolando delicatamente dall'alto verso il basso. Setacciare le polveri e mescolarle all'impasto, insieme al pizzico di sale. Infine, filtrare il latte e versarlo a filo.
Utilizzare uno stampo imburrato e infarinato [18 cm di diametro, il mio, ma potete anche sceglierlo più largo] e cuocere la torta per 45-50 minuti [prova stecchino].

- la cottura a bassa temperatura garantisce una maggiore morbidezza all'impasto
- nel caso la superficie si scurisca troppo, coprirla con un foglio di alluminio
- quelle che vedete sulla torta sono foglie di té, più una scelta estetica che un'esigenza gustativa ;)


domenica 28 ottobre 2012

Un bouquet di foglie


Perché non siamo sempreverdi, noi. Ci toccano le stagioni, rapide e improvvise nel loro mutare. Cadiamo a terra, rinsecchiti e accartocciati, pronti a perdere aderenza alla prima folata di vento.

Oggi, è arrivato l’autunno, dopo un’estate iniziata una Vita fa.
Questa notte dura un’ora in più.
Il vento ulula fuori dalla finestra, sembra che le tre streghe debbano apparire da un momento all’altro, fra tuoni e lampi.
Scrivo ascoltando Dente e bevendo rovente Earl Grey, in bilico fra l’essere foglia in autunno, oppure in primavera.


Il dolce di questo post è un fondant di castagne, con pezzi di cioccolato.
L’autunno in una fetta. 





FONDANT DI CASTAGNE

Ingredienti
400 g di castagne lessate
250 g di marmellata di castagne
70-100 g di zucchero [scegliete voi il grado di dolcezza che preferite]
50 g di burro
3 uova
due cucchiai di farina
un pizzico di sale

cioccolato fondente, in tavoletta [ma vanno bene anche le comodissime gocce]

Procedimento
Accendere il forno a 180°C.
Passare le castagne lessate nello schiacciapatate. Mescolarle con la marmellata, il burro fuso, la farina setacciata e il pizzico di sale.
Incorporare un uovo alla volta. Concludere con il cioccolato in pezzi.
Cuocere in uno stampo da cake foderato da carta forno per 45-60 minuti.
Il fondant è pronto quando è ben rassodato e sulla superficie presenta delle crepe. Togliere il dolce dallo stampo con l’aiuto della carta forno e lasciarlo raffreddare, prima di dividerlo in fette. 






domenica 7 ottobre 2012

Baking by night

Le torte in forno profumano di più, la notte.
E così ti ritrovi, una notte, a sfornare torte fino alle quattro del mattino.
Un po' è lavoro, anche se ti sembra strano definirlo così, visto quanto è piacevole. Un po' è pura voglia di avere una fetta di torta per colazione, di quelle semplici, che ben si abbinano alla tranquillità della mattina domenicale.
Un po' è che è sempre bellissimo infilarsi nel letto, stanca e con la schiena a pezzi, con la pelle scaldata dal forno e che profuma di dolce.

Pere dolci e succose, al perfetto grado di maturazione. Cioccolato fondente spezzettato al coltello, da far incontrare con il caffè al mattino. Un impasto leggero e morbido, per avvolgere e contenere uno degli abbinamenti che più preferisco [sono pur sempre quella che spolvera le fette di pera, affettate sottilmente, con la polvere di cacao amaro, quando viene assalita dalla voglia di dolce, ma non ha tempo di infornare qualcosa].


PERE E CIOCCOLATO, light version

Ingredienti
200 g di farina 00 [oppure 50% di farina integrale]
125 g di yogurt bianco naturale
60 g di zucchero, grezzo di canna oppure bianco [si può aumentare la quantità in base al grado di maturazione delle pere]
1 uovo di grandi dimensioni
cioccolato fondente, a volontà
3 pere Williams di media dimensione, ben mature
8 g di lievito per dolci
cannella
un pizzico di sale

latte, se necessario.

Procedimento
Accendere il forno a 175°C.
Sbattere l'uovo con lo zucchero, fino a sciogliere quest'ultimo. Aggiungere lo yogurt, le polveri setacciate, il pizzico di sale e la cannella in base al proprio gusto.
Tagliare grossolanamente il cioccolato e aggiungerlo all'impasto.
Versare il tutto in uno stampo [21 cm] precedentemente imburrato e infarinato. Disporre sulla superficie le pere pulite e tagliate a metà. Infornare per 40 minuti, controllando la cottura con uno stecchino.



Breve comunicazione di servizio: ero in dubbio se il web contenesse un numero troppo esiguo di miei account, così ora ho anche Flickr. Trovate il mio profilo esattamente qui. :)