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giovedì 24 luglio 2014

Tortini di pane di segale, con pesche, miele e rosmarino.

La felicità di certi momenti vorrei metterla sottovuoto. Vorrei chiuderla in una busta trasparente, etichettarla con una data, un luogo, dei nomi, riporla in frigorifero ed essere sicura che niente possa guastarla. Anzi, niente frigorifero, direttamente in abbattitore, così sì che sarei certa di poterla conservare il più a lungo possibile: protetta, intoccabile, felicità allo stato puro, sottovuoto.
Andrei a contemplarla di tanto in tanto: prenderei fra le mani la busta, la osserverei per bene, tronfia di aver messo in scacco la degradabilità dell'emozione più intensa e delirante, leggerei e rileggerei l'etichetta, annuendo fra me e me per l'esattezza dei ricordi riportati.

Sigillerei sottovuoto la serata di martedì.
L'espressione sul tuo viso quando ti ho detto chi avremmo avuto a cena, il saltare fuori dal letto esagitati, per fare colazione a mezzogiorno discutendo il menù, il pensare e ripensare, cambiare le idee fra una tappa e l'altra del nostro giorno libero - sempre più impegnativo di quelli lavorativi -, l'Esselunga a passo di marcia, tu prendi questo, io cerco quello, l'adrenalina come al primo servizio della prima sera in cucina, il tempo che vola e la casa da riordinare, la tavola da apparecchiare, tutti i cosa mi metto del mondo, il voler prevedere per essere pronta e il capire che improvvisare, alla fine, è sempre la scelta migliore.
Il tuffo al cuore sentendo i colpi alla porta, tu che mi presenti la tua felicità e io che ti presento la mia, la conversazione più naturale che potessi mai immaginare, la tensione che, lentamente, inizia a sfumare con la familiarità, l'incredulità continua negli sguardi fugaci che ci lanciamo, io che non so più come sorridere e il cuore che sembra collassarmi per le emozioni.
La penisola della cucina che si trasforma in pass, io da una parte e tu dall'altra, i gesti che si coordinano da soli, il loro "Vedervi cucinare insieme è davvero emozionante: lavorate all'unisono", l'orgoglio di averti accanto che mi si gonfia dentro.
Osservarvi davanti a me, voi tre, osservare la situazione da fuori, estraniarmi un attimo per realizzare che mai avrei pensato di vivere qualcosa del genere, che non mi sembro nemmeno io - Davvero sto così bene? Davvero ho delle persone così eccezionali al mio fianco? Davvero queste persone credono così tanto in me? -, pensare che quella solitudine non dev'essere mai esistita davvero, che la vita vera dev'essere questa, così, che è così che devono andare le cose, che la morte non esista più [e questa volta non è solo il verso di una canzone], che esistiamo noi.

Di martedì sera vorrei conservare in eterno le tue mani che stringono le mie spalle nel salutarci, il tuo sorriso e i nostri occhi luccicanti.
Vorrei preservare il tuo abbraccio quando ho chiuso la porta dietro di loro, il sentire di avere una casa come in nessun altro momento della mia vita.

A volte penso che la metterei sottovuoto, la felicità. Poi mi rendo conto che essa appartiene agli attimi, che il momento in cui l'assaggi è l'unico in cui puoi gustarla.
Oltre ci sono i ricordi, che sono come quei cibi che ti riportano ad alcuni momenti della tua vita, ad alcune persone, ad alcuni luoghi: ogni volta che li riassaggi ti permettono di tornare un po' indietro, di sorridere ancora affondando il cucchiaino, di perderti un po' e di ritrovarti.


La torta di pane è, per me, uno di questi cibi. Ogni volta che mi metto a rovistare nel sacco del pane raffermo torno indietro a quei sabati in cui tu preparavi la pizza, la cuocevi nel forno a legna sotto il portico e poi, mentre le braci si spegnevano, infornavi la torta di pane.
La tua torta era con cacao amaro, amaretti, uvetta e pinoli - quelli che rimanevano in superficie e si tostavano per bene erano sempre i miei preferiti -, la mia è monoporzione, composta da pane di segale, pesche, miele e rosmarino.
Perché, lo sai, faccio sempre di testa mia, ma l'ispirazione da qualche parte mi arriva.


Tortini di pane di segale, con pesche, miele e rosmarino

Non maleditemi, ma qui la ricetta non esiste. Anche se la preparo al ristorante, anche se non è così che si cucina professionalmente, anche se, anche se.
La ricetta non esiste perché non esisteva nemmeno allora, quando papà mi diceva di versare latte fino a coprire il pane, qualche cucchiaio di cacao, un po' di zucchero, amaretti a volontà, una manciata di uvetta, una pioggia di pinoli.


Quindi, prendete del pane, spezzettatelo per bene e mettetelo in una confortevole bowl, dove se ne stia ben largo. Ricopritelo di latte, fresco e intero, e lasciate che lo assorba per qualche ora.
Intanto colate in un pentolino qualche cucchiaiata di miele, fatela scaldare dolcemente, spezzettateci dentro qualche rametto di rosmarino e lasciatelo in infusione per mezz'ora.
Unite al pane il miele filtrato, qualche pesca matura e succosa tagliata a cubetti, mescolate il tutto, magari con un mixer a immersione per rendere la texture un po' più fine, assaggiate e, nel caso non sia sufficientemente dolce, aggiungete dell'altro miele.
Dividete l'impasto in stampi monoporzione e cuocete in forno [io li ho cotti a bagnomaria, ma non è necessario], a 160°C, per circa 45 minuti - un'ora [saranno pronti quando, sodi, si staccheranno dai bordi degli stampini].
Lasciateli raffreddare completamente [meglio per una notte], sformateli e serviteli con pesche fresche affettate e un po' di miele al rosmarino [preparato come sopra].


martedì 19 novembre 2013

Yogurt greco, kaki e pistacchi. | Il Sole di mezzanotte.

Novembre sembra insormontabile, quando stai cercando un lavoro che ti renda indipendente a tempo indeterminato e quando, mentre spargi curricula, senti confondersi i lineamenti, perdi di vista i tuoi confini e i tuoi limiti, dubiti delle tue capacità e dei tuoi desideri.
[A volte, ho la vaga impressione di complicarmi l'esistenza.]
In certi giorni di novembre non puoi che fotografare l'assenza di luce, ti arrendi, l'accetti, e ti lasci inglobare, assecondando le ombre con della stoffa nera.
Poi, inaspettatamente, tutto si rischiara, passata la mezzanotte, quando, anziché tornare a casa, inizi ad arrampicarti su per stradine annodate, con due amiche e la riproduzione casuale dell'iPod, alla ricerca della vista migliore per godere del lago di notte [la Bellezza salva sempre, o è il pretesto per salvarsi, quando non ci si arrende al bilancio della giornata e allora si spera che possa esserci dell'altro].
Rincorri un notturno e lo trovi punteggiato di luci. E ti lasci tirare su, quasi di peso, da qualcuno che ti racconta scorci di vita, dalle risate leggere, dai paesini deserti con i cancelli da scavalcare, dall'asfalto che, dopo la pioggia, riflette i lampioni gialli, dalla puntualità delle canzoni, dalla colata di smalto lucido e nero del lago, dall'arancione tondo dei kaki sugli alberi spogli.
[Certi entusiasmi notturni sono talmente regalati, liberi, che davvero ti chiedi che senso abbia ostinarsi a stare - farsi - male.]
C'è chi dipinge immagini destinate a divenire realtà, e chi cucina preludi di stupore.
Vi ho già detto quanto mi piacciono gli alberi di kaki?


La ricetta di oggi è davvero di una semplicità imbarazzante. Oltretutto, è velocissima da preparare, ideale quindi per un last minute.
La dolcezza di questo frutto-capolavoro ammorbidisce l'acido dello yogurt greco che, grazie alla sua compattezza, ben si presta a creare illusioni di mousse, golose e leggere. I pistacchi sono un vezzo cromatico che, in realtà, rivelano anche un vincente abbinamento.


YOGURT GRECO, KAKI E PISTACCHI

Ingredienti [per 4]
500 g di yogurt greco
2 + 1 cucchiaio di miele [se ha un sapore un po' intenso è meglio]
2 kaki
un cucchiaio di rum
un cucchiaino di estratto di vaniglia
pistacchi

Procedimento
Pulite i kaki, prelevatene la polpa e mettetela in un pentolino. Fate scaldare con un cucchiaio di miele e il rum, finché non si saranno disfatti.
Lavorate lo yogurt con il miele rimasto e l'estratto di vaniglia.
Componete i bicchierini versando, sul fondo, un cucchiaio di coulis di kaki, ricopritelo con lo yogurt, completate con altro coulis di kaki e con i pistacchi, tritali al coltello.


Cachi o kaki?
Ho cercato di togliermi questo atavico dubbio e, a quanto pare, entrambe le versioni sono corrette, sebbene sarebbe da preferire kaki, che richiama il nome latino Diòspyros Kaki.


venerdì 24 maggio 2013

Moelleux di ricotta, con miele e fragole | Nothing is real and nothing to get hung about


- Sono qui. Salgo? Scendi? Vado via?
Sali. Ti sento chiudere la porta d'ingresso, sotto, con quel tonfo metallico e pesante. Allungo la mano verso l'altra sedia, prendo la felpa e la indosso, dimenandomi in quel labirinto di maniche e colletto e cappuccio e stoffa spessa calda blu. Cerco di farmi una coda, ma niente, annodo i capelli in uno chignon disordinato. Mi alzo, vado ad appoggiarmi alla parete a fianco della porta. In quell'istante entri tu. Per un attimo la porta aperta ti nasconde, poi, quando la richiudi, compari. E hai quel tuo sorriso che, in realtà, è più una smorfia tragica, quella di quando mi vieni a recuperare.
Ti avvicini.
- Allora, che succede?-, chiedi a voce bassa.
Succede che, dai, abbracciami, non farmi queste domande, tanto lo sai, quello che succede, succede che sono io, succede che siamo ancora là, a sei mesi fa, a sei anni fa, succede che, guardami, ho quasi ventidue anni e non so badare a me stessa, mi perdo senza nemmeno uscire di casa, guardami, cado rimanendo seduta. Succede che, dai, fammi restare un po' immobile, ti prego, mi incastro fra le tue braccia così riesco a rimanere ferma, guarda, così non crollo nemmeno.
- Non sparire-, mi dici, con le labbra sulla mia clavicola sinistra.
Non rispondo, mentre gioco con il colletto della tua tee, percorrendolo col dito, ipnotizzata da quella sorta di corda di cotone, dove i polpastrelli fanno i funamboli.
Salto dalla maglia alla tua pelle, forse la realtà s'è nascosta là sotto, fra le tue vertebre e sui tuoi nei. Dal colletto, ora, esce solo il mio polso, stritolato dall'elastico per i capelli, troppo stretto.
C'è un punto, dietro le mie pupille, che si sta riempiendo di spilli, cerco di ignorarli, fuggo nel calore che sale dalla tua schiena.
- Ehi...
Ehi. Tre lettere e quegli spilli impazziscono, partono alla carica, mi sfondano la cornea.
Fuori c'è il temporale, puntuale come ogni pomeriggio, puntuale come i miei piccoli, ma irrisolvibili, crolli quotidiani.
Dieci minuti lì, a farci sostenere dal muro, col citofono contro la tempia, quasi fosse una pistola, e la luce bianca e verde degli alberi e delle nuvole che entra dalle finestre.
Ti guardo. I tuoi occhi verdi. Le tue ciglia trasparenti.
- Ho sotto la tua maglia.-, mormoro, così, una frase inutile perché dirti che ho bisogno di te non mi riesce.
Ci stacchiamo dal muro, cambiamo stanza. Rimaniamo un po' in silenzio, un po' parliamo.
Trascorre mezz'ora. Mi convinci a uscire. Mi porti fuori, fuori da me.

Nothing is real and nothing to get hung about.



MOELLEUX CON RICOTTA, MIELE E FRAGOLE [ricetta di Mon petit bistrot, liberamente stravolta]

Immaginate una cheesecake senza la base di biscotti e aggiungeteci delle fragole fresche, l'aroma del miele, la scorza di limone appena grattata, un po' di vaniglia. Tutto qui. 


Ingredienti [per uno stampo da 18 cm di diametro]400 g di ricotta [meglio se di pecora]
3 uova
50-70 g di miele [scegliete voi il grado di dolcezza, anche in base al tipo di miele che utilizzate]
50 g di fecola di patate / amido di mais
la scorza di un limone bio
un cucchiaino di estratto di vaniglia

una decina di fragole ben mature

burro e zucchero q.b.

Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Dividete gli albumi dai tuorli, e montate a neve i primi, con un pizzico di sale.
A parte, mescolate la ricotta con il miele, la fecola, i tuorli, la scorza di limone e l'estratto di vaniglia.
Aggiungete gli albumi, in più riprese e mescolando dall'alto verso il basso, per non smontarli.
Versate il composto nello stampo imburrato e inzuccherato. Disponete sulla superficie le fragole, pulite e affettate. Infornate per 45-50 minuti [uno stecchino, infilato nel centro, deve emergerne pulito].
Lasciate raffreddare. 
E' più buono il giorno dopo, soprattutto se ha trascorso la notte in frigo.


martedì 2 ottobre 2012

Madeleines | Here we are again, October.

Ottobre.
Di nuovo.
Fra poco è ancora una volta il 4.
Il mio ventesimo anno è stato talmente intenso.
Tortuoso. Immenso. Terribile. E magnifico.
[Lumen et umbra sumus. 
Sempre.]

Ricordare tutto, vorrei. Nulla all'oblio concedere.
Questa notte, è notte di madeleines.

Come sempre, le mie ricette sono una collazione di tutte quelle che raccolgo fra libri, web e blog.
La prima che vi propongo è decisamente classica: una madeleine chiara che profuma di miele, bastano pochi accorgimenti perché risulti perfettamente "ingobbita" ;)


MADELEINES AL MIELE

Ingredienti [per circa 16 madeleines]
75 g di farina
40 g di zucchero di canna
2 cucchiai di miele [il vostro preferito]
60 g di burro
1 uovo di grandi dimensioni
1/2 cucchiaino di lievito per dolci
sale

Procedimento
In un pentolino, sciogliere a fuoco dolce il burro con il miele. Intanto, montare le uova con lo zucchero, fino a ottenere una massa molto spumosa. Aggiungere il burro fuso insieme al miele, delicatamente per non smontare le uova. Setacciare le polveri e amalgamare tutto insieme a un pizzico di sale.
Lasciare raffreddare il composto in frigorifero per almeno un'ora [meglio tutta la notte, o diverse ore].
Preriscaldare il forno a 220°C.
Riempire con il composto ben freddo gli stampini, facendo attenzione a lasciare sufficiente spazio per la lievitazione [almeno 1/3].
Infornare e cuocere per 4 minuti. Abbassare la temperatura del forno a 200°C e proseguire la cottura per altri 4-6 minuti, fino a doratura.
Sfornare e lasciar stabilizzare le madeleines nei loro stampini, per almeno 5-10 minuti.

Accorgimenti
Tratto distintivo di questi piccoli dolci è la gobbetta sul dorso. Perché venga perfetta, è fondamentale lo sbalzo termico: far quindi raffreddare completamente il composto in frigo [assicurandosi che non prenda aria, coprirlo quindi con della pellicola o sigillare il contenitore] e cuocere seguendo le due fasi alle diverse temperature.


Meno classiche, ma forse più golose, le madeleines con il cuore di cioccolato fuso, tratte da "L'ABC del cioccolato", di Julie Andrieu [magari riparleremo di questo volumetto di 384 pagine, nella neonata rubrica libraria].
Questa volta, la ricetta è praticamente quasi del tutto copiata e incollata. Se c'è una cosa che apprezzo di Julie, infatti, è la sua precisione nel compilare le ricette: esatte fino all'ultimo grammo.


MADELEINES AU CHOCOLAT FONDANT [tra parentesi le dosi della ricetta originale]

Ingredienti [per 9 madeleines]
50 g di farina [30 g di farina + 20 g di farina di mandorle]
50 g di burro
2 uova intere
2 cucchiai colmi di cacao amaro di ottima qualità
55 g di zucchero [40 g di zucchero + una bustina di zucchero vanigliato]
1 cucchiaino raso di lievito per dolci
9 quadratini di cioccolato fondente

Procedimento
Preriscaldare il forno a 190°C.
Sbattere le uova con lo zucchero, aggiungere le polveri setacciate e il burro fuso.
Lasciare raffreddare il composto in frigorifero, come nella ricetta precedente.
Riempire gli stampini con un cucchiaio di impasto, porre nel centro un pezzo di cioccolato, ricoprire con altro impasto, fino a raggiungere i 2/3 delle cavità.
Infornare e cuore per 8 minuti.
Togliere dal forno e lasciare rassodare negli stampi per 5-10 minuti.
Mangiare le madeleines ancora tiepide, con il cioccolato che cola non appena le si addenta.

sabato 8 ottobre 2011

Vento d'autunno

Ieri mattina mi sono svegliata e, aprendo gli occhi, ho sentito il vento. 
Ho pensato al vento di Vianne, quello che arriva e si impone sulla vita, ordinandoti di fare i bagagli per lasciare l'ennesima casa a tempo determinato. 
L'autunno è arrivato, improvvisamente. Senza avvisare, indiscreto e gelido allo stesso tempo. 

Autunno. Mi è sempre piaciuto. 
I colori che cambiano. Il sole che illumina senza scaldare. I maglioni caldi e morbidi. Le sciarpe. Gli stivali. Le foglie che, cadendo, colorano parchi, prati, viali e piazze. Cambia tutto, in autunno. 

L'autunno porterà cambiamenti anche in queste lande, come qualcuno avrà già letto su Fb (per chi non l'avesse già fatto, se vi va qui potete mettere un bel "Mi piace"... grazie mille! ;), cambiamenti che si tradurranno in un nuovo blog, sebbene di Food Therapy rimarrà traccia (smettere di cucinare? Stiamo scherzando? ;).
Per il momento ho tante idee in testa... vi terrò aggiornati.

Nel frattempo, però, vi lascio con il primo dolce autunnale di quest'anno.
Ha l'autunno nei colori, nei profumi e nel sapore. Una crostata capace di confortare come la classica tazza di cioccolata calda, ma ottima da presentare anche a fine di una cena. 
Pasta frolla al cacao, ricotta lavorata con miele e vaniglia, noci. 
Ispirazione delle 12.07, nei pressi di "reparto latticini", Esselunga.
;)



CROSTATA DI FROLLA AL CACAO, CON RICOTTA, MIELE E NOCI


  • INGREDIENTI

Per la frolla

200 g di farina 00
50 g di cacao amaro
75 g di noci tritate finemente
120 g di zucchero (di canna sta benissimo!)
110 g di burro ben freddo e tagliato a tocchetti
un uovo e un tuorlo
un pizzico di sale

Per la crema

400 g di ricotta fresca
tre cucchiai di miele (assaggiate e decidete se è abbastanza dolce!)
i semini di una bacca di vaniglia
un uovo + l'albume avanzato dalla frolla

gherigli di noce
miele

  • PROCEDIMENTO

Preriscaldare il forno a 180°C.

Preparare la frolla, mescolando velocemente tutti gli ingredienti. Stendetela in uno stampo (possibilmente a cerniera) e lasciate riposare in frigorifero per mezz'ora. 

Lavorate la ricotta col miele e la vaniglia, aggiungete le uova leggermente sbattute.

Cuocete in bianco il guscio per 15-20 minuti. Versatevi la crema di ricotta, decorate la superficie con i gherigli di noce.
Abbassate il forno a 160°C e infornate nuovamente, per 30-40 minuti (la crema deve solidificarsi senza scurirsi).

Lasciate raffreddare. Servire "nappando" le fette con il miele.







Buon autunno a tutti. Con o senza vento. 

a.