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venerdì 5 giugno 2015

Riso integrale, zucchine, edamame, pomodori secchi, gomasio. | Giugno.

Giugno, un'altra metamorfosi.
Cambiano le ore, le luci, le temperature, le correnti d'aria.
Dopo una breve pausa d'incertezza, ho iniziato a muovermi in una nuova, sconosciuta, cucina. Spazi minuscoli rispetto ai precedenti, organizzazione millimetrica, disciplina dell'ordine, precisione e severità, metodi di lavoro inediti ai quali devo plasmarmi, manualità da assorbire. C'è una nuova sala dove buttare lo sguardo di tanto in tanto: tavolini di legno scuro e rugoso, candele colanti, lo spazio dettato dalle casse di legno dei vini, buona musica sempre in sottofondo. Ci sono tardi e rilassati pasti del personale - chiacchierando di grandi chef, piatti e cucina, o di tutto il resto, la libreria dove ho lavorato si trova a due passi dal ristorante, per minare lo stipendio ogni mattina e anche il Lago è vicinissimo, a salutarmi dopo ogni fine e prima di ogni inizio.
Vorrei pensare al futuro con più leggerezza o, forse, vorrei meno incertezze. Accadono cose che mi ricordano quanto ancora sia lontana l'indipendenza e, allo stesso tempo, accadono persone che mi assicurano come non sia l'indipendenza a importare davvero, ma l'autonomia. E, allora, io mi chiedo quanto davvero sia autonoma, quando io sia, etimologicamente pensando, in grado di decidere da sola le leggi secondo cui vivere.
Mentre cerco - ancora, sempre - la misura di me, continuo a crescere, osservare, imparare, amare, fare fatica, cercare, eludere le mie difese, rompere i miei schemi, vivere il più possibile.
Sto leggendo un libro di quelli che desideri non finiscano mai, uno di quei libri che ti offrono la possibilità di vivere mille vite, solamente leggendo, d'imparare mille nuove sfaccettature dell'essere umano e del suo sentire; s'intitola "Atti osceni in luogo privato", l'ha consigliato la mia cara Mareva, qui ne trovate un'esaustiva recensione, io lo suggerisco a voi.
Siamo andati a guardare il nuovo film di Sorrentino e, per quanto mi sia parso un po' troppo costruito sull'ossatura de La grande bellezza e di This must be the place, per quanto alcune inquadrature mi siano sembrate una sfacciata emulazione delle simmetrie magiche di Wes Anderson [Paolo, non basta un hotel per replicare il Grand Budapest], l'ho adorato. M'è scesa anche una lacrima, verso la fine, ma non per il film in sé, ma per quella capacità che hanno i film di piazzare al momento giusto della giusta giornata la giusta battuta - e farti crollare, e farti realizzare [che, poi, forse, si tratta più della battuta sbagliata nel momento sbagliato della giornata sbagliata, comunque]. Per il resto, ricorderò la digressione su orrore e desiderio, qualcuno dei soliti aforismi di Sorrentino sui grandi temi della vita, l'inquietudine che m'ha tenuta sveglia per metà notte, la bellezza di Rachel Weisz.
Vorrei scrivere di più, leggere di più, cucinare - non al lavoro - di più. Vorrei del tempo solo per noi, più passeggiate sul Lago - con le mani sui fianchi e il profumo dei gelsomini a stordirci, più sere libere per guardare film e ricordarci della cena passata la mezzanotte, più mattine trascorse a letto, dimentichi del mondo, più occasioni per scappare da qualche parte insieme, solo noi.

Ogni tanto mi chiedo quand'è che tutto s'è fatto così pratico, concreto, prioritario. Dove sia finito il tempo lento, l'edonismo fine a se stesso, le giornate vuote a contemplare la vita.
È un po' come pensare al freddo di gennaio ora, mentre i piccoli iceberg nel mio caffè gelido si sciolgono a vista d'occhio: è davvero esistito?


Estate chiama leggerezza, piatti freschi e poco impegnativi, verdurine e colori: per questo ho deciso di postare questo riso freddo, incredibilmente sano, senza nemmeno il sale, ma saporito, buono, soddisfacente. Il carboidrato integrale del riso assicura energia per molte ore, le zucchine crude rimangono croccanti, il pomodoro secco dà sapidità, gli edamame dolcezza, il gomasio alle alghe una nota di umami che ci piace sempre molto, la canapa un extra di proteine e una buona dose di preziosi Omega 3 e 6, che abbassano il colesterolo e aiutano a togliere la fame nervosa [ogni tanto rispunta l'erborista che c'è in me], succo di limone, pepe e olio EVO condiscono il tutto.
Ovviamente, la realizzazione è di una semplicità imbarazzante.


Un'insalata di riso

Ingredienti [per 2]

140 g di riso integrale
1 zucchina grande, ma non acquosa
8 pomodori secchi medi
60 g di edamame lessati e tolti dal baccello
2 cucchiai di gomasio alle alghe*
2 cucchiai di semi di canapa* [possibilmente non decorticati]
il succo di un limone
miso [opzionale]
olio EVO
pepe
basilico

Procedimento

Lessate il riso [ci vorranno circa 45 minuti] sciogliendo nell'acqua un cucchiaio di miso al posto del sale e tenendolo piuttosto al dente.
Intanto, tagliate a cubetti piccolissimi la zucchina e lasciatela marinare nel succo di limone.
Scolate il riso, passatelo sotto l'acqua fredda per fermare la cottura, eliminate tutta l'acqua.
Condite il riso con la zucchina, i pomodori tagliati a julienne, gli edamame, il gomasio, la canapa. Regolate di pepe e aggiungete un filo d'olio.
Potete mangiarlo subito, oppure, lasciarlo riposare per qualche ora in frigorifero: i sapori si svilupperanno meglio. Prima di servirlo, aggiungete un paio di foglie di basilico fresco, affettate sottilmente.

*Gomasio: lo trovate ormai in tutte le erboristerie un po' fornite e nei negozi bio; sceglietene uno con una buona percentuale di alghe, conterrà meno sale e vi fornirà tutti i loro super poteri [wakame, dulse, nori e compagnia bella contengono tutti gli amminoacidi essenziali, minerali e fibre. Lo trovate anche di solo sesamo, con sesamo nero, con erbe provenzali, con altre erbe aromatiche, con curcuma e curry; oppure, potete farvelo a casa, tritando sesamo tostato e gli aromi che preferite.

giovedì 24 luglio 2014

Tortini di pane di segale, con pesche, miele e rosmarino.

La felicità di certi momenti vorrei metterla sottovuoto. Vorrei chiuderla in una busta trasparente, etichettarla con una data, un luogo, dei nomi, riporla in frigorifero ed essere sicura che niente possa guastarla. Anzi, niente frigorifero, direttamente in abbattitore, così sì che sarei certa di poterla conservare il più a lungo possibile: protetta, intoccabile, felicità allo stato puro, sottovuoto.
Andrei a contemplarla di tanto in tanto: prenderei fra le mani la busta, la osserverei per bene, tronfia di aver messo in scacco la degradabilità dell'emozione più intensa e delirante, leggerei e rileggerei l'etichetta, annuendo fra me e me per l'esattezza dei ricordi riportati.

Sigillerei sottovuoto la serata di martedì.
L'espressione sul tuo viso quando ti ho detto chi avremmo avuto a cena, il saltare fuori dal letto esagitati, per fare colazione a mezzogiorno discutendo il menù, il pensare e ripensare, cambiare le idee fra una tappa e l'altra del nostro giorno libero - sempre più impegnativo di quelli lavorativi -, l'Esselunga a passo di marcia, tu prendi questo, io cerco quello, l'adrenalina come al primo servizio della prima sera in cucina, il tempo che vola e la casa da riordinare, la tavola da apparecchiare, tutti i cosa mi metto del mondo, il voler prevedere per essere pronta e il capire che improvvisare, alla fine, è sempre la scelta migliore.
Il tuffo al cuore sentendo i colpi alla porta, tu che mi presenti la tua felicità e io che ti presento la mia, la conversazione più naturale che potessi mai immaginare, la tensione che, lentamente, inizia a sfumare con la familiarità, l'incredulità continua negli sguardi fugaci che ci lanciamo, io che non so più come sorridere e il cuore che sembra collassarmi per le emozioni.
La penisola della cucina che si trasforma in pass, io da una parte e tu dall'altra, i gesti che si coordinano da soli, il loro "Vedervi cucinare insieme è davvero emozionante: lavorate all'unisono", l'orgoglio di averti accanto che mi si gonfia dentro.
Osservarvi davanti a me, voi tre, osservare la situazione da fuori, estraniarmi un attimo per realizzare che mai avrei pensato di vivere qualcosa del genere, che non mi sembro nemmeno io - Davvero sto così bene? Davvero ho delle persone così eccezionali al mio fianco? Davvero queste persone credono così tanto in me? -, pensare che quella solitudine non dev'essere mai esistita davvero, che la vita vera dev'essere questa, così, che è così che devono andare le cose, che la morte non esista più [e questa volta non è solo il verso di una canzone], che esistiamo noi.

Di martedì sera vorrei conservare in eterno le tue mani che stringono le mie spalle nel salutarci, il tuo sorriso e i nostri occhi luccicanti.
Vorrei preservare il tuo abbraccio quando ho chiuso la porta dietro di loro, il sentire di avere una casa come in nessun altro momento della mia vita.

A volte penso che la metterei sottovuoto, la felicità. Poi mi rendo conto che essa appartiene agli attimi, che il momento in cui l'assaggi è l'unico in cui puoi gustarla.
Oltre ci sono i ricordi, che sono come quei cibi che ti riportano ad alcuni momenti della tua vita, ad alcune persone, ad alcuni luoghi: ogni volta che li riassaggi ti permettono di tornare un po' indietro, di sorridere ancora affondando il cucchiaino, di perderti un po' e di ritrovarti.


La torta di pane è, per me, uno di questi cibi. Ogni volta che mi metto a rovistare nel sacco del pane raffermo torno indietro a quei sabati in cui tu preparavi la pizza, la cuocevi nel forno a legna sotto il portico e poi, mentre le braci si spegnevano, infornavi la torta di pane.
La tua torta era con cacao amaro, amaretti, uvetta e pinoli - quelli che rimanevano in superficie e si tostavano per bene erano sempre i miei preferiti -, la mia è monoporzione, composta da pane di segale, pesche, miele e rosmarino.
Perché, lo sai, faccio sempre di testa mia, ma l'ispirazione da qualche parte mi arriva.


Tortini di pane di segale, con pesche, miele e rosmarino

Non maleditemi, ma qui la ricetta non esiste. Anche se la preparo al ristorante, anche se non è così che si cucina professionalmente, anche se, anche se.
La ricetta non esiste perché non esisteva nemmeno allora, quando papà mi diceva di versare latte fino a coprire il pane, qualche cucchiaio di cacao, un po' di zucchero, amaretti a volontà, una manciata di uvetta, una pioggia di pinoli.


Quindi, prendete del pane, spezzettatelo per bene e mettetelo in una confortevole bowl, dove se ne stia ben largo. Ricopritelo di latte, fresco e intero, e lasciate che lo assorba per qualche ora.
Intanto colate in un pentolino qualche cucchiaiata di miele, fatela scaldare dolcemente, spezzettateci dentro qualche rametto di rosmarino e lasciatelo in infusione per mezz'ora.
Unite al pane il miele filtrato, qualche pesca matura e succosa tagliata a cubetti, mescolate il tutto, magari con un mixer a immersione per rendere la texture un po' più fine, assaggiate e, nel caso non sia sufficientemente dolce, aggiungete dell'altro miele.
Dividete l'impasto in stampi monoporzione e cuocete in forno [io li ho cotti a bagnomaria, ma non è necessario], a 160°C, per circa 45 minuti - un'ora [saranno pronti quando, sodi, si staccheranno dai bordi degli stampini].
Lasciateli raffreddare completamente [meglio per una notte], sformateli e serviteli con pesche fresche affettate e un po' di miele al rosmarino [preparato come sopra].


venerdì 27 settembre 2013

Grape pie | Settembre, ancora una volta

19 settembre 2010. Crumble di uva. Prima ricetta pubblicata su Food Therapy.
Un post senza foto, imbarazzato e indeciso come solo nelle migliori occasioni so essere.
Sono trascorsi tre anni, centonovantasei post, non so quanti "adesso lo chiudo", mesi di pausa, settimane di cucina forsennata, amicizie create, punti di riferimento in ogni parte d'Italia, e non solo, occasioni lavorative, lavori abbandonati, piatti cucinati per la famiglia e per gli amici, pasti a due improvvisati, pastasciutte della mezzanotte mangiate dalla padella e pancakes delle colazioni nel primo pomeriggio, ore con forno e stereo accesi, giornate a farmi insegnare a tenere in mano una reflex da Marta, anni a discutere col cibo senza arrendermi a lasciarlo fuori dalla mia vita, cercando sempre di mantenere vivo questo rapporto assurdo, affettando mele su un tagliere, fondendo cioccolato, separando tuorli e albumi.

Tre anni. Occupo uno spazio nel web da tre anni. Riempio il web di miei fotografie e di mie parole da tre anni. Mi fa un po' impressione.
Eppure, dopo la consueta manciata di settimane di pausa, eccomi di nuovo qui a scrivere, a spostare il tavolo per cercare un po' luce, a montare il gancio giusto al Kitchen Aid, ad attendere, appollaiata sul tavolo della cucina, di fianco al forno, il trillo del timer, con lo smartphone in mano e tre conversazioni di Whatsapp aperte, a fare, senza pensarci troppo.
Ogni volta che mi chiedo il perché di questo blog mi fermo, ogni volta che penso a quanti mi leggono, ogni volta che mi ritrovo una mail di un lettore nella casella, ogni volta che qualcuno mi chiede "Ehi, ma tu sei quella del blog?". Ogni volta che percepisco il pubblico, ogni volta che mi sento in dovere di spiegare, giustificare, dimostrare.
E, invece, a volte, è così bello ritrovare la spontaneità di quando accendevo il forno perché, semplicemente, avevo voglia di torta.

Ho preparato questo pie senza nemmeno considerare Food Therapy. Dopo pochi giorni l'ho rifatto, e l'ho fotografato, perché ho pensato che meritasse di comparire in questa sorta di ricettario virtuale. Aprendo Food Therapy, mi è venuta voglia di andare a ripescare il primo post: settembre, uva.
A volte sembriamo così diversi da come eravamo. Altre volte, invece, ci ritroviamo identici.



Questa è la formula delle torte che preferisco: farina integrale, poco zucchero grezzo di canna, frutta, una cascata di frutta. Sapori netti e decisi, che non te la raccontano con etti di burro e zuccheri raffinati. Qualche noce tritata al coltello e una spolverata di cannella, per non annoiarsi troppo in fretta.

Sono giorni strani, frenetici, sono appena tornata da Roma, e ci tornerò presto, e poi partirò ancora. Ho un nuovo lavoro, ma nessuna voglia di fermarmi.
Il cambio di stagione mi mette fame, di vita, soprattutto.


 GRAPE PIE con farina integrale, noci e cannella

Ingredienti
100 g di farina 0
200 g di farina integrale
50 g di noci tritate finemente [farina]
100-150 g di zucchero grezzo di canna
2 uova
80 g di burro
un pizzico di sale

uva

80-100 g di noci
un cucchiaio di maizena
cannella
zucchero di canna, q.b.

Procedimento
Unite nel mixer [o impastatrice, ma si può tranquillamente fare a mano, basta non averle troppo calde] tutti gli ingredienti. Azionate fino a ottenere un impasto omogeneo [se necessario, aggiungete qualche cucchiaio d'acqua].
Riponete la pasta in frigo.

Mondate l'uva, asciugatela bene, mescolatela, in una ciotola, alle noci tritate [non troppo finemente], la cannella, la maizena, qualche cucchiaio di zucchero se non è abbastanza dolce.

Accendete il forno a 180°C.
Ungete e infarinate [o inzuccherate] uno stampo a cerniera [il mio aveva un diametro di 22 cm].

Stendete 2/3 dell'impasto in una sfoglia sottile circa mezzo cm [utilizzate due fogli di carta forno per non aggiungere ulteriore farina, che asciugherebbe eccessivamente la pasta, già povera di grassi], rivestite lo stampo. Versate l'uva nel guscio. Stendete l'impasto rimanente, e coprite il pie.
Praticate le classiche incisioni in modo da lasciar fuoriuscire il vapore della frutta in cottura. Spolverate con lo zucchero.

Infornate per 45-50 minuti. 





venerdì 16 agosto 2013

Olive nere, feta e limone | I luoghi

A volte, mi mancano i luoghi.
In questo agosto lacustre, penso spesso alla Grecia. Mi mancano i suoi colori -quel blu accecante, quell'inviolabile bianco-, i suoi odori -il sale, il legno delle barche al porto, l'umidità nelle strade pietrose e strette all'alba-, il suo vento senza tregua, il mare inevitabile come solo sulle piccole isole sa essere, che si gonfia e invade le terrazze dei ristoranti, che abbraccia le spiagge, calmo, di notte, che ti inghiotte lo sguardo.

Che la cucina sia evocazione -di memorie, di emozioni, di sensazioni- è risaputo. Oggi volevo tornare un po' là, a vagare fra i mille gatti che popolano quei frammenti di terra in mezzo al mare, là, su quel balconcino dove cenavamo, mordendo pomodori e spezzettando feta, mentre il tramonto, indescrivibile, moriva oltre l'orizzonte. 

Della Grecia mi ricordo l'intensità netta dei sapori e dei colori, ed è quella che ho cercato di ricreare oggi a pranzo. 
Il salato si vede raramente, fra queste pagine. Forse perché mi sembra assurdo, quando ormai tutti sono già a tavola, armati di forchette, afferrare la reflex e insorgere con un: "Fermi tutti! Devo fotografare i vostri spaghetti per il blog." Forse perché il salato, quella faccenda di forchette e coltelli, di pepi macinati e di padelle sul fuoco, ha più a che fare con la quotidianità e, spesso, la quotidianità viene trascurata, sottovalutata. Forse perché con il dolce è più semplice ottenere l'approvazione degli altri.
Qualunque sia il motivo, oggi non solo vi posto un piatto di pasta, ma scrivo anche il post il giorno stesso della preparazione -senza far passare quei 2 o 3 mesi canonici.
Il fatto è che questa pasta era troppo buona per non afferrare la Canon e scattare -noterete, infatti, lo styling accurato e premeditato. Pasta integrale al dente, olive nere ridotte a tapenade velocemente, con la lama del coltello, feta sbriciolata, zeste di limone grattata all'ultimo. In particolare, il limone con le olive se la passa benissimo, togliendo loro un po' di quel sapore burbero e complicato che le contraddistingue, inoltre, crea un intrigante gioco di acido-aspro con la feta: insomma, non solo rinfresca, ma rende anche il piatto di gran lunga più interessante.
Questa pasta è anche una goduria da preparare: dal tritare le olive al coltello, con quel suono ipnotico che producono lama e tagliere insieme, allo sbriciolare la feta con le dita, al grattare il limone e sentire il suo profumo sprigionarsi. 


FUSILLI INTEGRALI CON TAPENADE DI OLIVE NERE, FETA E LIMONE

Ingredienti [per 1]
x g di pasta, il formato che preferite
5-10 olive nere
30-50 g di feta
un limone non trattato
olio evo

*quantità di pasta a vostra discrezione, non sono io a dovervi dire quando il piatto è abbastanza pieno; di conseguenza, regolate le quantità degli altri ingredienti

Procedimento
Cuocete la pasta mantenendola al dente. Intanto, tritate le olive con un coltello.
Quando la pasta è pronta, conditela con la tapenade, la feta sbriciolata e un po' di zeste grattuggiata al momento. Giro d'olio a piacimento.

mercoledì 21 novembre 2012

Potrei.

"Dovrei scrivere." 
Me lo ripeto ogni volta che apro la cartella contenente le foto in attesa di pubblicazione.
Me lo dico, clicco sulla promettente iconcina di Word. Sporco un nuovo documento con qualche riga svogliata. Lancio il cursore sulla "x" in alto a destra, dopo aver nutrito la mia autostima con un: "Ma cosa stai scrivendo, davvero non riesci a tirare fuori nulla di meglio?".
Forse dovrei arrendermi a scrivere le quattro banalità che di solito si dicono sull'apple pie. Raccontarvi di Biancaneve e delle torte lasciate a raffreddare sulla finestra. Degli uccellini che pinzano i bordi zampettandoci sopra [solo io l'ho sempre reputato terribilmente anti-igienico?]. Del profumo di cannella e di quanto sono rassicuranti le mele morbide che emergono dalla corazza croccante.
Potrei scrivere di questo, come potrei scrivere di mille altri argomenti. Potrei raccontarvi delle mie giornate, potrei raccontarvi dei miei progetti, potrei raccontarvi delle persone che mi riempiono la testa e di quelle che mi riempiono il cuore. Potrei raccontarvi dell'ultima volta in cui sono stata sveglia tutta la notte, potrei raccontarvi del perché. Potrei raccontarvi della palestra e del ragazzo bellissimo che correva di fianco a me, stasera, con quel suo bellissimo tatuaggio. Potrei raccontarvi dei discorsi notturni che facciamo, quelli in cui ci chiediamo "Ma cosa sta succedendo?" -cosa sta succedendo al mondo, a noi, a voi.-. Potrei raccontarvi dei suoi ombromini. Potrei raccontarvi del "Mi mancavi" più puro che abbia mai pensato. Potrei raccontarvi dell'onnipresente "Ma devo andare". Potrei raccontarvi dei kg di zucca che sto mangiando, sotto forma di vellutate zucca&zenzero. Potrei raccontarvi delle dipendenze, dei vizi, della sensazione di libertà assoluta quando te ne liberi, di quanto mi manca, quella sensazione. Potrei raccontarvi delle relazioni, delle loro evoluzioni ed involuzioni. Potrei raccontarvi dei libri che sto leggendo. Potrei raccontarvi delle persone che dopo anni riescono a farti sentire bene, a farti stare bene, a farti bene. Potrei raccontarvi del freddo. Dei cieli azzurri. Dei colori delle foglie. Della nebbia sul Ticino, all'alba.
Potrei raccontare di più, più di quello che ho già lasciato trapelare.
Ma non ne ho voglia.
E non aver voglia di fare qualcosa è il motivo migliore per non farla.


Mentre invece ho voglia di dilungarmi un attimo riguardo l'apple pie o, meglio, il pie in generale.
Se, infatti, il contenuto del vostro pie può variare a piacimento della vostra fantasia, la pie crust segue alcune -semplici, ma fondamentali- regole.
[Questa dicotomia interno-esterno, anarchia-regolamentazione si potrebbe sviluppare meglio, ma stiamo parlando di pie, pie! Concentrazione.]
  • impasto neutro: né zucchero, né sale [va bene, un pizzichino di sale, ma solo per dare una punta di carattere all'insieme], solo farina, burro e acqua
    [Se proprio non ce la fate, mettetecelo, un po' di zucchero. Per me è superfluo, ma, nel caso scegliate della frutta molto acidula o non perfettamente matura, un paio di cucchiai potrebbero aiutare]
  • mente e ingredienti freddi: perché il crust abbia la consistenza giusta, ogni ingrediente deve essere ben freddo, dalla farina, all'acqua. Mettete dunque tutto in frigo almeno mezz'ora prima di iniziare la preparazione del pie. Per un risultato ancora migliore, in frigo metteteci anche gli attrezzi necessari, dal mixer, allo stampo. E il burro? Tagliato a cubetti, in freezer
  • non sprecate l'acqua: aggiungetene poca per volta, un cucchiaio al massimo, fino a ottenere la consistenza ideale [ovvero un impasto liscio, ma non elastico]
  • alternativa light? La friabilità non è identica, ovviamente, ma una ricetta piuttosto soddisfacente per un impasto simile è questa:
    Ingredienti: 300 g di farina [del tipo che preferite, anche integrale], 100 g di yogurt bianco neutro [si può utilizzare anche la ricotta, viene ugualmente bene, solo un po' più soffice], 1-2 cucchiai di olio, acqua fredda q.b.
    Procedimento: Si impastano gli ingredienti molto velocemente, nel mixer, e si lascia riposare l'impasto per un paio di ore in frigo.
  • la cottura: il problema del pie, come di ogni torta di frutta, è che rischia di rimanere umido sul fondo, a causa dei succhi rilasciati dalla frutta stessa in cottura. Per ovviare a questo problema, io completo la cottura senza stampo, semplicemente lasciandolo "nudo" sulla griglia del forno. In questo modo si asciuga perfettamente anche il fondo. 
Tenendo in considerazione questi piccoli accorgimenti non avrete alcun problema con il guscio del vostro pie e  il risultato sarà perfettamente friabile.
Ultime note sulla mia ricetta: l'impasto è composto al 50% da farina integrale [risulta un po' più rustico, ma anche più croccante e saporito, a voi la scelta] e la superficie è spennellata con il rhum utilizzato per reidratare l'uvetta e spolverata con zucchero di canna integrale. Il ripieno? Mele Fuji [che adoro per intensità del profumo e consistenza], uvetta, cannella, chiodi di garofano e una punta di zenzero.
Tutto qui.


APPLE PIE

Ingredienti

Per il pie crust

150 g di farina bianca 00
150 g di farina integrale
175 g di burro ben freddo
un pizzico di sale
acqua gelata q.b.

Per il ripieno

4 mele
due cucchiai di zucchero di canna
tre cucchiai di uvetta reidrata nel rhum
spezie, a volontà

zucchero di canna per la superficie

Procedimento

Nel mixer, impastare ad alta velocità le farine con il burro tagliato a pezzetti e il sale. Quando il composto avrà un aspetto sabbioso, iniziare ad aggiungere l'acqua, un cucchiaio alla volta. L'impasto è pronto quando il mixer riuscirà a formare una palla [mi raccomando, la pasta non deve risultare umida, né elastica].
Lasciare riposare in frigorifero mentre si mondano le mele. Una volta pulite, affettarle a cubetti e mescolarle, in un recipiente, con le spezie, l'uvetta e lo zucchero.
Intanto, accendere il forno a 180°C.
Riprendere l'impasto freddo. Dividerlo in tre parti e utilizzarne due per il fondo. Stendere la pasta in una sfoglia circolare dello spessore di circa un centimetro e usarla per foderare lo stampo [18 cm, il mio] precedentemente imburrato e inzuccherato. Versare il ripieno di mele e ricoprire con il terzo rimanente, anch'esso steso.
Rimboccare i bordi rigirando i lembi su loro stessi e pinzandoli con i polpastrelli [oppure, come ho fatto io, "incastrandoli" nello stampo]. Praticare il classico taglio a croce. Spennellare con il rhum [l'alternativa è il canonico latte & tuorlo sbattuto] e ricoprire di zucchero di canna.
Far cuocere per 40 minuti. Trascorso questo tempo, sfornare, toglierlo dallo stampo e, se il fondo dovesse risultare ancora umido, lasciare in forno, su una griglia, per altri 10 minuti.


venerdì 19 ottobre 2012

Trasparenza

Accade, di non aver voglia di scrivere nulla, vero?
Accade, di voler aspettare che le cose accadano, prima di spiegarle, vero?
Accade, di rimanere col fiato sospeso, attraverso i giorni, vero?
Accade un po' tutto. E un po' niente.
Come quando osservi un acquario e posi le dita su quel vetro. E percepisci la vita, al di là. La vedi, la guardi, la studi, la ammiri. Eppure rimane al di là di quella parete impermeabile e indistruttibile, ma trasparente.
La trasparenza è diabolica.

Procediamo per contrasti, come sempre. E ad un'introduzione forse un po' fredda e distante [ma non distaccata], facciamo seguire il comfort food per eccellenza: l'apple crumble. In monoporzione, per giunta.
Da gustarsi col cucchiaino, godendosi, fra le briciole e le mele, l'altalenarsi di croccantezza e morbidezza., mentre la cocotte ancora tiepida riscalda le mani.
Ho aggiunto alla ricetta classica una manciata di avena, tostata e caramellata in padella, per dare un sentore di nocciola al tutto. Il resto è semplice in modo quasi imbarazzante, come ogni comfort food che si rispetti.



APPLE CRUMBLE

Ingredienti
170 g di farina [per me 50 e 50 fra farina bianca e integrale, ma una volta ne ho provata una versione con quella di grano saraceno che non era per niente male...]
30 g di cruschello d'avena*
80 g di burro ben freddo
qualche cucchiaio d'acqua gelida
una manciata di avena
zucchero di canna q.b.
un pizzico di sale

tre mele piuttosto grandi
una spolverata di cannella
un chiodo di garofano sbriciolato
zucchero di canna, eventualmente

Procedimento
In una padella, far tostare l'avena. Aggiungere poi 1-2 cucchiai di zucchero e lasciare caramellare [volendo, si può lasciare sciogliere insieme allo zucchero anche una nocciola di burro, così, giusto per non farsi mancare nulla ;) ]
Intanto, accendere il forno sui 180°C.
Nel mixer, preparare le briciole unendo il burro, la farina, il cruschello e il sale [se necessario aggiungere l'acqua]. Azionare alla massima velocità, ma a scatti, in modo da non creare un impasto omogeneo, ma, piuttosto, le classiche briciolone da crumble. 
Mettere in frigo.
Pulire e tagliare a tocchetti le mele, mescolarle alle spezie e allo zucchero, se si vuole. Dividerle nelle cocotte [si può utilizzare anche un unico stampo]. Riprendere le briciole in frigo, mescolarvi insieme velocemente l'avena, e distribuirle sulle male. Volendo si può concludere con qualche fiocchetto di burro e una crosticina di zucchero di canna.
Infornare per 25-35 minuti [45-50 per un unico stampo], finché la copertura non sarà dorata e si vedranno le mele "ribollire" al di sotto. 
Servire tiepido. Sempre ottima l'abbinata con del gelato o dello yogurt greco, magari con una colata di miele [di castagno, perché no?].

* Se ne parlava con Vaniglia qui, dell'utilizzo del cruschello in cucina, soprattutto nei crumble.
Dà un tocco di croccantezza in più, oltre a un tocco di ruvidità che, in questo tipo di dolci, sta sempre bene.



giovedì 26 luglio 2012

"Il mio antidepressivo preferito di chiama sfornare chili di muffins da distribuire al mondo."


L'estate mi riempie la testa.
E le giornate.
A tal punto da non riuscire a raccontarvi, poi, così tanto.
Fra l'afa e i temporali s'infiltra un vento inquieto di cambiamenti.
Costruisco futuri possibili. Arredo case in cui ancora non vivo. Organizzo una vita ipotetica, altrove.
C'è poi tutto un Universo di faccende-complicazioni-implicazioni personali che eviterei anche di raccontarvi.
E' che a vent'anni si ha la costante impressione di vivere sull'orlo, sul filo, sul crinale. A tratti è la vetta dalla quale ti sembra di poter raggiungere il cielo, a tratti è uno scoglio dal quale tuffarsi in mare per tentare di raggiungere l'orizzonte, a tratti è proprio quel baratro in cui hai il terrore di cadere e perderti.
Non sto male, comunque. Ho tantissime cose da fare, e lo adoro. Abito in libreria, fra lavoro e gite eccezionali [anzi, abituali, direi]. Giovedì scorso c'è stata l'energia dei Kasabian dal vivo, orecchie che fischiano, adrenalina nel sangue, lividi da pogo: la musica live si conferma una grandissima invenzione. E non sapete quanto è bella Milano di notte, quando ci si racconta sedute su una panchina, due granite e la vita. Martedì siamo andati a fare colazione ai Creative Mornings milanesi: creatività e ottimi dolci [e il merito è tutto di questa fanciulla qui], abbinamento ideale.
Per il resto, è estate. Riesco a cucinare, finalmente, approfittando del tempo libero in più che mi ritrovo. Rimango sempre quella che, anche con 34 gradi, trascorre il pomeriggio col forno acceso, insomma.
Lunedì, è stato il turno dei muffins.
Vuoi il cattivo umore, che con i muffin si volatilizza in un nulla [okay, più o meno, ma non si può negare che infornare teglie di questi dolcetti semplicissimi e velocissimi da fare sia rilassante], vuoi i numerosissimi [leggesi: troppi] libri di cucina che, grazie al lavoro, stanno approdando a casa mia [avere un catalogo Mondadori accessibile è una dannazione], vuoi la semplice voglia di cucinare, vuoi qualsiasi altra cosa... i muffins sono da fare, semplicemente. In qualsiasi situazione. Comunque. In ogni modo.
Non sapete cosa fare? Avete la testa sommersa da paranoie? Cercate il rimedio alla Noia esistenziale?
Preparate muffins.
Easy.

Questa volta, vi propongo due varianti: il classico blueberry muffin e un altro, con mela, cannella e avena.
Entrambi tratti da questo libro, che è una favola e vi consiglio: foto perfette e ricette interessanti e complete, il tutto curato e semplice.

Bene. Che muffins siano.



BLUEBERRY MUFFINS

Morbidi, rimangono leggermente bassi e senza la classica "cupoletta", ma il sapore è eccezionale.
Ho voluto provare a eliminare totalmente il burro e utilizzare solo la panna acida: il risultato mi è piaciuto davvero molto. La panna acida ha un grandissimo perché, credetemi. Oh, sì. Lo so, non costa poco e non è facilissima da trovare, ma basta spremere mezzo limone in una tazza di panna normale, e lasciarla in meditazione per un po': otterrete una panna acida densa, perfetta. 

Ingredienti [6 muffins]
120 g di farina 00
80 g di zucchero
200 g di panna acida [la ricetta originale prevedeva 150 g di panna acida + 30 g di burro]
un uovo
6 g di lievito per dolci
2 g di sale

70 g di mirtilli

Procedimento
Preriscaldate il forno a 180°C.
Mescolate l'uovo con lo zucchero. Quando quest'ultimo è completamente sciolto, aggiungete la panna.
In un altro recipiente, mettete le polveri: la farina, il lievito, il sale. Aggiungete i mirtilli, facendo in modo che si "infarinino" per bene. Unite infine i liquidi, mescolate brevemente e dividete l'impasto negli stampini.
Infornate per 25 minuti, controllando la cottura con uno stecchino.



MUFFINS INTEGRALI con mela e avena, alla cannella

Okay, parliamoci sinceramente. Se non siete a dieta, né paranoici [il caso della sottoscritta, nda], né intolleranti a latticini e derivati, né masochisti per il puro piacere di esserlo, o se, semplicemente, volete un dolce goloso, fatevi degli altri muffins.
Questi sono buoni, ma sono light, e si sente che sono lo sono. A me piacciono, ma io sono abituata a mangiare cose poco dolci e le preparazioni troppo ricche di grassi m'infastidiscono, quindi sono un caso a parte [paranoici, dicevo? Sì, la categoria è proprio quella].
Sono completamente integrali, contengono pochissimo zucchero, ed è di canna, grezzo, e hanno solo un'ombra lontana e indefinita di grassi. Però, però, hanno tutta la bontà delle cose un po' rustiche e sane: la dolcezza della mela, il profumo della cannella, l'aroma di nocciola dell'avena tostata.
Insomma, a voi la scelta. Io la ricetta ve la lascio ;)


Ingredienti110 g di farina integrale
80 g di avena
180 g di latte di soia
un uovo
30 g di zucchero di canna non raffinato [fate pure 50-60 g]
20 g di olio di semi [nella ricetta erano 50 g]
4 g di estratto di vaniglia
6 g di cannella
4 g di lievito
2 g di sale

140 g di mela grattuggiata

PROCEDIMENTOPreriscaldate il forno a 180°C.
Fate gonfiare l'avena nel latte. Intanto sbattete l'uovo con lo zucchero, aggiungete poi l'olio e l'estratto di vaniglia. Incorporate l'avena e il latte.
In un'altra ciotola, mescolate la farina, il lievito, il sale e la cannella. Unite i due composti e mescolate brevemente. Completate con la mela a pezzetti.
25 minuti in forno.

martedì 1 maggio 2012

"Ehi, ho fatto la torta!"


Ogni tanto rispunto. Sì.
Non ho smesso di cucinare. Non ho smesso di leggervi. Sono semplicemente stata… Altrove. Faccende in sospeso con la vita, sapete. Quelle cose che, prima o poi, bisogna fare.
Tentare di frequentare l’Università, e poi trascorrere più ore a girare Milano a piedi che a lezione. Imparare, sempre e comunque, da qualsiasi cosa. Leggere, da sola, in due, di notte sotto casa di qualcuno, in macchina, di pomeriggio in riva al lago, sui treni, a letto, negli occhi. Scrivere. Dipingere. Fotografare. Cantare, fischiettare. Guardare, o non guardare, decine di film. Scoprire. Rimanere a guardare i tramonti. Aspettare ogni alba, che sia alle 6.30 del mattino, o alle 15.00 del pomeriggio. Fidarsi. Stare con gli amici, quelli che ti vengono a prendere dovunque e in ogni momento, quelli con cui non si contano i litri di benzina, quelli con cui si cerca una Casa, vagabondando per le strade e per le giornate. Andare al mare d’inverno. Decidere di prendere un aereo, così, dal nulla, e acquistare i biglietti prima che la testa si chieda cosa tu stia facendo. Vedere la neve ad aprile. Ubriacarsi di Bellezza. Sentire la pioggia sulla pelle, su tanta pelle. Spegnere il cervello e sentire. Innamorarsi.
Cose così, insomma.
Però, ogni tanto si torna. Anche solo per lasciare un saluto, per dire “Ehi, ho fatto la torta!” [Su Twitter ne sanno qualcosa, e anche su Instragram, e su Tumblr, chiedete di una certa Guinness Cake.]
Così, stamattina, nell’alba sonnacchiosa di un risveglio pacifico, con un sottofondo di pioggia e ricordi di una serata extra-ordinaria [#youknow], ho preparato una torta.
Senza partire da alcuna ricetta, semplicemente cercando di accostare ciò che le mie mani pescavano da frigorifero e dispense. Un po’ come si abbinano i colori, o le parole per comporre una frase.

Banane, noci, cioccolato fondente, zucchero di canna, un pizzico di cannella.

...ricetta?




BANANA BREAD con noci, cioccolato e yogurt

Ingredienti
una banana matura
2 vasetti di yogurt alla banana
250 g di farina integrale
200 g di farina bianca
180 g di zucchero di canna
100 g di burro
2 uova
cannella q.b.
mezza bustina di lievito per dolci [8g] + una punta di bicarbonato
un pizzico di sale
150 g di cioccolato fondente [70%]
100-150 g di noci

Procedimento
Preriscaldare il forno a 170°C.
Far fondere il burro, nel frattempo montare le uova con lo zucchero e il sale.
Frullare la banana con lo yogurt. Unire il composto di uova a quello di banana e yogurt, aggiungere il burro, le farine, la cannella e il lievito.
Tritare grossolanamente il cioccolato e le noci, aggiungerli all’impasto.
Versare il tutto in uno stampo da cake, foderato di carta forno [o imburrato e infarinato, as you prefer].
Infornare per 50-60 minuti. Prova stecchino.

A questo punto, che dirvi… tanto lo sapete, che non me ne vado. Quando torno, però, non so. Magari alla prossima torta. Magari fra un’altra manciata di mesi.

Buona giornata. Buon maggio.
Lasciatevi vivere.

A.

p.s.: foto via Instagram [_yournoise, nda], non vorrei illudervi di essere una food-blogger seria ;) [Non diciamo che avevo la macchina fotografica scarica, per una volta che avrei potuto usarla... non diciamolo.]

domenica 14 agosto 2011

Cake integrale con nocciole e pere. Nient'altro, oggi.

Posso parlare solo di cucina, oggi? Posso fare la food blogger e non la blogger? Posso risparmiarvi un po' di paranoie, riflessioni, drammi esistenziali, improvvisazioni filosofiche? Direi di sì.

Oggi cake. Sapori semplici che ben si accordano fra loro, con una nota rustica e un po' grezza a rendere il tutto più intrigante. Una torta soffice e profumata cotta nell'ultimo acquisto compulsivo (stampo a cerniera con fondo per ciambella? Per la modica cifra di venti miliardi di trilioni? Non posso certo farmelo scappare!).
Zero grassi, la morbidezza della ricotta, il buon proposito "sano" della farina integrale abbinata alla frutta, pochissimo zucchero e una manciata di nocciole tritate finemente e lasciate distrattamente cadere nell'impasto.
Insomma, il classico cake da colazione o da tea time, quello che prepari perché hai voglia di cucinare anche se non hai fatto la spesa, quello che ti dà un buongiorno un po' più promettente dei cereali nello yogurt light.
Certo, volendo proprio esagerare si potrebbero tostare le fette e poi imburrarle, magari per adagiarci sopra un cucchiaino di confettura di lamponi... o magari ricordarsi del barattolino di crema di gianduia dimenticato in dispensa... ma con le nocciole e le pere sarebbe veramente pessimo! ;)




CAKE INTEGRALE CON NOCCIOLE E PERE

  • INGREDIENTI

180 g di farina integrale
100-120 g di nocciole, sgusciate e passate al mixer 
250 g di ricotta fresca
2 uova
50 g di zucchero di canna 
due cucchiai di miele
due pere Williams tagliate a tocchetti
1/2 cucchiaino di lievito
qualche cucchiaio di latte, o di acqua tiepida
vaniglia e cannella, se volete
un pizzico di sale

  • PROCEDIMENTO

Preriscaldare il forno a 180°C.
Montare le uova con lo zucchero, finché non siano gonfie e chiare. Aggiungervi la ricotta, il miele e le nocciole. Mescolare. Aggiungere gli ingredienti rimanenti (regolate la consistenza con latte o acqua) e versare in uno stampo.
Cuocere per 40-60 minuti (dipende dallo stampo che scegliete, dalla potenza del forno, da quanti liquidi avete aggiunto... infinite variabili che lo prova stecchino può tranquillamente risolvere!)




Che strano scrivere un post così breve. Non fateci l'abitudine, però, tornerò ad allietarvi le giornate con leggere e frivole introduzioni a innocenti dolci! ;)

Buona domenica... e buon Ferragosto a tutti! (vi capita mai di perdere la cognizione del tempo in vacanza? A me sempre! Siamo già al 14, bello realizzarlo ora...)

A (non so quanto) presto.

a.

lunedì 25 luglio 2011

Mi piace cucinare, semplicemente.

[...] perchè una cosa è certa: cucinare fa stare bene e mette in pace con il mondo.
Sigrid  conclude con questa frase la prefazione del suo ultimo libro, e mentre la leggevo, stamattina, nell'assonnata alba del lunedì, pensavo che niente avrebbe potuto adattarsi di più a me e al mio modo di vivere la cucina.
Per tanti, vari, motivi, amo più cucinare che mangiare.
Forse perchè la cucina è l'applicarsi al cibo, è unire il proprio pensiero razionale a ingredienti materiali e tentare una fusione armonica. Forse perchè cucinando devo semplicemente seguire una ricetta, precisa nelle sue grammature e nei suoi procedimenti, che sia scritta in un libro, in una pagina web o nella mia mente. Forse perchè cucinare è un altro modo di comunicare, l'ennesima via per trasmettere qualcosa, con pennelli che sono cucchiai e colori che sono ingredienti.
Ma forse perchè, semplicemente, creare qualcosa pasticciando fra pacchi di farina, uova, forno e fornelli mi piace. Sì, mi piace, e per una volta cerchiamo di vedere le cose nel più banale dei modi, senza cercare significati profondi o metafore di vita :)

Così, sulla linea del limpido e schietto, questa settimana partiamo con un piatto di pasta.
Sì, un semplice, normalissimo, piatto di pasta. Cucinata per un gruppetto di dodicenni (sorella e amiche) di ritorno da una giornata di piscina, affamate e stanche.
I sapori? Pomodorini appena colti, mozzarella di bufala (quella buona ;) e basilico fresco.
Certo, proprio un normale piatto di pasta, a ben guardare, non è... c'è qualche tocco di Agnese, che però si avverte solamente, mentre all'apparenza rimane un'innocua pasta fredda ;)

Eccovi la (non) ricetta, variazioni personali comprese :)




PASTA FREDDA CON POMODORINI SEMI-CONFIT, MOZZARELLA DI BUFALA E OLIO AL BASILICO

  • INGREDIENTI

200 g di pasta grossa (avevo finito l'integrale, ma secondo me ci sarebbe stata benissimo!)
pomodorini ciliegia
una mozzarella di bufala da 150 g circa
foglie di basilico fresco
mezzo cucchiaino di zucchero
olio evo
sale

  • PROCEDIMENTO

Cuocere la pasta al dente in abbondante acqua salata. Scolarla e lasciarla raffreddare, aggiungendo un filo d'olio.
Nel frattempo pulire e tagliare in quattro i pomodorini. In una padella, far soffriggere in un cucchiaio di olio uno spicchio d'aglio in camicia. Aggiungere i pomodori e farli saltare per circa un minuto (devono solo insaporirsi), aggiustando l'acidità con lo zucchero e bilanciando con un pizzico di sale.
Creare un'emulsione con le foglie di basilico e un po' di olio (la consistenza dipende da quanto olio utilizzate: io ne ho messo pochissimo e il risultato era quasi un pesto; se ne aggiungete, sarà più simile a un olio al basilico. La scelta è vostra, l'importante è sfruttare il profumo del basilico al meglio).
Condite la pasta fredda con l'emulsione di olio al basilico, i pomodorini semi-confit e la mozzarella (non affettatela con un coltello, "sfilacciatela" semplicemente: rimane con una consistenza migliore ed è anche più bella, secondo me :)





E' tutto :)
E dopo questa difficilissima ricetta vi lascio al vostro lunedì, io torno al mio.
Buona settimana a tutti, a presto.

a.

ps: vi ricordo l'appuntamento con Food Therapy oggi pomeriggio in diretta su Puntoradio, dalle 18.00 :)

venerdì 10 giugno 2011

Love it healthy


Ieri sera sono uscita da un certo appuntamento (ha qualcosa a che fare con quella cosa di cui vi parlavo l’altro giorno ;) e, anziché tornare subito a casa, sono andata a farmi un giro ad Arona. Era quasi ora di cena, così mi sono presa un gelato nella mia gelateria preferita (almeno uno dei miei kg lo devo a loro, ma è un kg di cui mi pento ben poco ;) e me lo sono gustato passeggiando sul lungo lago. La sera, in quell’orario sacro che va dalle sette alle nove, quando tutti sono a cena, è ancora più bello. Deserto, solo qualcuno che fa jogging o che porta a spasso il cane. Con quella luce calda ma velata, che accarezza ogni forma e allunga le ombre, disegnandole sinuose ed eleganti, che riflette sullo specchio del Lago creando un effetto particolare, rendendo la sua superfiche simile al mercurio liquido. E tu sei libera di camminare a passi lenti e leggeri, sorridendo ai tuoi pensieri e mangiando un gelato per cena.
Cose semplici, che s’incastrano perfettamente fra loro, che hanno un retrogusto che, guarda, guarda, assomiglia alla serenità.

E di semplicità parliamo anche in cucina, oggi. Durante uno dei pomeriggi in Fiera, chiacchieravo con Emanuela, amica e compagna di quelle giornate, riguardo le insalate fredde con i cereali. Parla di orzo, parla di avena, parla di kamut e ti viene voglia di goderti un sanissimo piatto di questi chicchi ben più saporiti e gustosi del banale riso bianco. Io li adoro il più naturale possibile: con tonno e pomodorini, con zucchine e menta, con ricotta e basilico, con feta e olive. Come spesso accade, l’idea originale di un’insalata di cereali con verdurine fresche è stata rivoluzionata semplicemente aprendo la dispensa e cercando qualcosa da infilarci dentro.
Questa volta, in fondo al mobiletto erano rimasti piselli secchi, lenticchie (anch’esse secche) e un mezzo pacchetto di orzo perlato.
Premettendo che adoro i legumi (sono ricchi di nutrienti preziosi, praticamente privi di grassi e hanno quella giusta quantità di fibre che li completa alla perfezione –fra l’altro, sapete che le fibre sono prive di calorie? E, anzi, il nostro corpo brucia calorie nel difficile compito di digerirle. Quindi, più è elevata la percentuale di fibre di un alimento, più aumentano le possibilità che sia leggero e più il nostro apparato digerente deve faticare per assimilarlo… meglio di una corsetta al parco, o quasi ;)- ) e che questi carboidrati a basso indice glicemico sono quelli che preferisco, sono passati giusto due o tre secondi prima che finissero in pentola.
Poteva uscirne una classica zuppa, ma ho deciso di farne una versione asciutta, più estiva e sfiziosa. Ho cotto il tutto in un brodo vegetale improvvisato, per dare un po’ più di sapore, profumato con rosmarino e pepe (taaaanto pepe, che adoro!).
Ricetta!




INSALATA FREDDA DI ORZO, LENTICCHIE E PISELLI

  • INGREDIENTI

200 g di orzo
500 g di lenticchie secche
500 g di piselli secchi
una carota
mezza cipolla
un paio di coste di sedano
sale&pepe
rosmarino
olio evo

  • PROCEDIMENTO

In una pentola, mettere a bollire dell’acqua salata con le verdure fresche. Nel frattempo, sciacquate in abbondante acqua fredda l’orzo e i legumi, finchè l’acqua non sarà limpida. Aggiungerli al brodo e cuocere per circa mezz’ora (confesso di non aver misurato la cottura, ho semplicemente assaggiato di tanto in tanto). Quando cotto (a me piacciono più che al dente, ma decidete voi il grado di cottura secondo il vostro gusto), scolate il tutto, togliete le verdure (potete affettarle e aggiungerle all’insalata, volendo), fate saltare in padella per qualche istante, senza olio, ma solo con gli aghi di rosmarino tritati.
Servite con un’abbondante macinata di pepe nero e un filo d’olio.


Due ricette salate di seguito? C'è aria di cambiamento? ;)

Buon weekend a tutti, un abbraccio!
Agnese