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sabato 18 gennaio 2014

Panna cotta allo zafferano e pere, con cioccolato fondente.

Se ripenso a certi post di questo blog, ricordo un'urgente necessità di di trascrivere la mia vita, di raccontare me stessa, di condividere riflessioni per trovare conferme, o smentite, o sfumature, di mostrarmi, con la sicurezza dell'incoerente protezione del web, dove tutto è pubblico e rintracciabile, ma, in qualche modo, cristallizzato nell'illusione di un universo parallelo, dove pochi ti conoscono e dove ti sembra di poter scegliere chi essere e cosa vivere, risultando, a volte, più reale e sincera che al di là di schermo e tastiera.
Insomma, c'era questo bisogno di comunicare, in me. C'era.
Oggi, invece, mi trovo a scrivere questo post senza, veramente, qualcosa da condividere. O, meglio, così rapita dalla vita non-virtuale, così assorbita dagli eventi, così intenta a distillare emozioni e sensazioni, a carpire ogni consistenza e ogni odore, a trattenere gli istanti, le parole, i gesti, per farli risuonare, così coinvolta da questa instancabile voglia di fare, di sperimentare, di approfondire, di imparare, da non aver davvero voglia di trasformare tutto questo in parole.
Forse, perché alcune cose meritano la riservatezza, vanno protette, lasciate respirare in un luogo riparato, senza troppi occhi e voci.
La verità è che non tutti possono vederti felice, non tutti vogliono e non tutti ne sono degni.
Ma credo sia giusto così, giusto e perfetto così.


Quindi, mentre cerco di non sorridere troppo sfacciatamente, lasciate che vi racconti di questa panna cotta.
Era da un po' che sproloquiavo ["sproloquiare" è sicuramente uno dei verbi più utilizzati di questo blog] su Twitter di una panna cotta allo zafferano. L'idea di zafferano e liquirizia mi tentava soprattutto dal punto di vista estetico - già m'immaginavo questo minimalismo bicolore, wow -, tuttavia, desideravo sfruttare i rossi pistilli per qualcosa di meno inflazionato.
Quindi, nella mia testa è comparsa l'idea che pere e zafferano dovessero accordarsi molto bene [non vi racconterò della mattina in cui ho messo una bustina di zafferano nello yogurt greco, per poi affettarci dentro una pera e testare l'abbinamento] e, in effetti, chi ha assaggiato il dolce mi ha confermato che non si è trattato solo di una mia allucinazione gustativa.
La panna cotta è composta per il 20% di purea di pera, in modo da risultare più leggera e fresca. Lo zafferano si avverte, ma non prevarica gli altri elementi, offrendo un sottofondo caldo e intrigante.
Qualche scaglia di fondente al 90% mi è, poi, sembrata necessaria: gli spigoli amari si lasciano volentieri avvolgere dalla morbidezza della panna e corteggiano le curve sensuali della bacca di vaniglia, senza però tradire l'intesa che, da sempre, li lega alla pera.



PANNA COTTA ALLO ZAFFERANO E PERE, CON CIOCCOLATO FONDENTE

Ingredienti

400 ml di panna fresca
80 g di zucchero di canna
1 g di agar agar [in alternativa, 8-10 g di colla di pesce fatti reidratare]
1/2-1 bustina [0,15 g] di zafferano [dosatevi in base all'intensità di aroma del vostro zafferano, se è ottimo ve ne basterà mezza]

2 pere Abate mature [anche le Decana vanno bene, l'importante è che siano compatte, ma dolci]
una bacca di vaniglia
cioccolato fondente [80%-90%]

Procedimento

In un pentolino, tagliate a piccoli tocchetti 100 g di pera. Versate poi la panna, lo zucchero, l'agar agar, i semi raschiati dal baccello di vaniglia e il baccello. Lasciate scaldare a fuoco dolce finché non sfiora il bollore.
A questo punto, insaporite con lo zafferano e frullate con il frullatore a immersione, in modo che non rimangano pezzi di pera.

Versate negli stampini, lasciate raffreddare e poi rassodare in frigorifero [almeno due ore, ma io le ho lasciate tutta la notte].

Intanto, affettate la pera rimanente in modo molto sottile [io ho usato l'affettatrice, ma solo perché mi piace esagerare - in realtà, dovrei comprarmi una mandolina, sarebbe ora]. Disponete qualche fetta su un piatto.

Sformate le panne cotte sopra il carpaccio di pera, e completate con qualche scaglia di fondente.


Agar agar

Gelificante di origine vegetale [è ricavato da alcuni tipi di alghe rosse], ho iniziato ad usarlo da poco, e ammetto di preferirlo soprattutto perché mi evita gli attacchi di nausea quando mi ricordo l'origine dei fogli trasparenti di colla di pesce.
1 g basta a gelificare 500 ml di liquido, non ha sapore, ha zero calorie. Va aggiunto a freddo, poiché il calore lo rende insolubile. E' utilizzato anche per confetture e gelificazioni light, dato che non necessita dello zucchero per rapprendere il liquido.
Insomma, se ancora non lo utilizzate, vi consiglierei di dargli una chance.
Poi, ha indubbiamente un nome molto più carino di "colla di pesce".

venerdì 20 dicembre 2013

Buchteln. | Appunti.

Mi alzo alle 7.30 per fotografare, e poi rimango appoggiata al frigorifero, in attesa che si faccia giorno, mangiando briciole di brioche e bevendo tazze bollenti di tè nero speziato. E mentre maledico la lentezza della luce, ammiro quello che i primi raggi di Sole fanno con le nuvole, con i muri, con i tetti e gli alberi. Albe dai colori incredibili, capaci di dar senso a sveglie che suonano in anticipo mentre io arrivo, comunque, in ritardo.

Sono passati nove mesi, eppure, certe parole mi immobilizzano ancora alla poltroncina rossa del teatro, colonna vertebrale drizzata e luci spietate negli occhi. Mi chiedo come abbiano imparato a calibrare bene e male così perfettamente. Vorrei essere capace di spogliare per liberare, come fanno loro, vorrei la loro delicatezza nell'affondare la lama nel costato, vorrei la loro sfrontatezza nel chiamare con nome esatto i sentimenti e le emozioni, vorrei la loro innocenza nel far emergere quanto l'umanità sia disumana, a volte, vorrei la loro trasparenza nell'innamorarmi della fragilità di certe vite.
Vorrei la loro bellezza, il loro continuo mutare senza tradire l'essenza.

Adoro le persone.
Se potessi, se fosse umanamente possibile, vorrei trascorrere la maggior parte del mio tempo a conoscere sconociuti. Ovviamente, non una conoscenza di superficie.
Scambiarsi pezzi di vita, ricordi, sogni, riflessioni, libri, musica e film, senza obblighi o concessioni, in autostrada, in chat, dietro a due tazzine di caffè, su un lungolago di notte.
Per me è davvero impossibile resistere alle persone.

Oggi ho inviato qualche curricula a Torino: l'altra sera era particolarmente affascinante, sotto la luna tonda e splendente, Piazza Castello svuotata dall'ora tarda e dal freddo, i soffitti di Palazzo Madama che si lasciavano spiare dalle vetrate. Si sa, di notte è più facile lasciarsi ammaliare, e io voglio cascarci sempre.
[Gran parte della mia inconcludenza sarà forse dovuta al fatto che non escludo mai alcuna possibilità? Chissà.]

Ho sempre avuto le mani fredde. Ogni volta che tentavo di impastare un pane, o una brioche, fallivo miseramente.
Poi è arrivato il Kitchen Aid, e ha permesso che io e lievitati facessimo amicizia.
[Giustamente, ora sono intollerante ai lieviti, ma questo non è importante.]
Avevo voglia di preparare una brioche, ma non avevo uova in frigorifero.
Poi ho chiesto a Internet, e ho scoperto che la brioche viene ottima anche senza uova.
Insomma, ogni tanto bastano i mezzi giusti per riuscire in qualcosa che credevi impossibile.



BUCHTELN

Originari della Boemia, fanno parte della tradizione culinaria ungherese, austriaca e ladina. Si tratta di focaccine tondeggianti ripiene di marmellata, cotte l'una accanto all'altra in una teglia, in modo che si attacchino. La cosa bella è quando le si divide per mangiarle: immaginate il dolce sulla tavola della colazione, tiepido di forno, immaginate quando separate le due brioches, il profumo fragrante di burro e zucchero, la confettura che ha macchiato l'impasto soffice in qualche punto.
La mia formula eretica per i buchteln prevede pasta brioche senza uova [non credevo rimanesse così soffice, ma mi sono dovuta ricredere, con molto piacere: alla terza mattina è ancora perfetta, soprattutto se la si scalda un po'] e confettura di frutti di bosco.
Ovviamente, potete utilizzare la vostra ricetta preferita per l'impasto.




Ingredienti

250 g di farina 00
250 g di manitoba [o 500 g di farina 00, no problem]
80 g di zucchero
70 g di burro morbido
250 g di latte intero tiepido
3 g di sale
25 g di lievito di birra, oppure 7 g di lievito disidratato
vaniglia [in bacca, estratto, o come la preferite]

confettura a vostra scelta

burro e zucchero q.b. per la rifinitura

Procedimento

Sciogliete il lievito [se in panetto] in mezzo bicchiere di latte tiepido.
Nella planetaria, o sul piano di lavoro, iniziate miscelando bene tutti gli ingredienti secchi. Aggiungete, poi, gradatamente il latte, il lievito sciolto [oppure quello in bustina, non sciolto] e la vaniglia. Per ultimo, incorporate il burro a fiocchetti.
Impastate per una decina di minuti, finché il burro non sia ben assorbito, e la pasta omogenea e liscia.
Lasciate riposare in un luogo riparato e possibilmente umido [io di solito scaldo il forno a 25°C mentre impasto, e lascio lievitare lì dentro, con un canovaccio inumidito a coprire la ciotola], per almeno due ore, fino a raddoppio.

Una volta lievitato, riprenderete l'impasto e sgonfiatelo su un piano leggermente infarinato, tirando una sfoglia di circa 3 mm di spessore.
Ritagliate dei dischi di almeno 8 cm di diametro, posizionate un cucchiaino di confettura al centro di ognuno di essi e richiudeteli a fagotto.
Disponete i buchteln uno accanto all'altro in una teglia rettangolare, imburrata e inzuccherata.
Fate lievitare per un'altra ora.

Preriscaldate il forno a 180°C.
Completate i buchteln con una pennellata di burro fuso e una spolverata di zucchero. Infornata per 20-30 minuti, fino a doratura.

Passare da un budino in busta a un impasto lievitato si può fare, sì?

martedì 13 agosto 2013

Coconut and lime cake | I see humans but no humanity.


Fra uno schiaffo e un'indelicatezza si sopporta meglio lo schiaffo.
Emil Cioran        


Mi chiedo che dispendio energetico abbia, per una persona, la gentilezza. Perché, a volte, sembra costare davvero molto.
Credo che essere gentili non sia una caratteristica a sé, ma una semplice conseguenza dell'essere umani.
Che, poi, la vita è molto più leggera, quando non ci si rapporta con gli altri armati di spade, pronti ad affondare il colpo al primo cenno. Eppure, a quanto pare, questa umana gentilezza rimane rarissima.
Sto cercando di diventare impermeabile a questa pioggia acida di mancate attenzioni, che corrode la pelle e inaridisce i capelli. La sensibilità è qualcosa di prezioso, e, come tale, va protetta, al costo di seppellirla sotto una coltre di ghiaccio.
Io sono stanca di stare male per gli altri. [Io sono stanca di stare male. Punto.]

Certo, qualche fenditura, ben nascosta, bisogna lasciarla. Magari per cogliere le parole di qualcuno che, quando rientri dopo il lavoro, stanca e nervosa, ti dice: "Davvero buona questa torta. Complimenti."


Oggi fa caldino, eppure questa ricetta voglio postarvela, così, magari, ne approfittate al primo temporale estivo.
Ho sempre detestato il cocco, forse perché lo collegavo ai venditori urlanti che facevano su e giù dalle spiagge della Riviera, che frequentavo da piccola, forse perché il gelato al cocco del 99% delle gelaterie è nauseante, forse per quella sbronza a base di piña colada di un tot di anni fa, finita non proprio nei migliori dei modi.
Ho sempre detestato il cocco, infatti quest'estate sto recuperando tutto quello che non ho mangiato durante il resto della mia vita. Prima o poi scoprirò un abbinamento vincente per cui metterlo anche sulla pasta, allora sarà la fine. Per ora mi limito a yogurt, gelati, frutta, frullati, geli [ne riparliamo fra un po' ;) ], ghiaccioli, fette biscottate, pane, il classico curry... e torte, ovviamente.
Per questa specie di plum-cake ho utilizzato il latte di cocco, che ho scoperto essere perfetto per rendere l'impasto soffice, morbido e leggero [è l'unico grasso utilizzato, infatti], un po' di cocco disidratato, la scorza e il succo di tre lime: l'abbinamento è fra i più congeniali e rende questo cake perfetto per l'estate.
Ad intensificare ancor di più l'aroma di lime, uno sciroppo lasciato penetrare nell'impasto dopo la cottura, che ne garantisce anche la giusta umidità, mantenendolo perfetto per qualche giorno.
Ah, ve l'ho detto che non ci sono uova? ;)


COCONUT AND LIME CAKE

Ingredienti
350 g di latte di cocco [lasciate la lattina in frigorifero per una notte, prima di preparare il cake]
70 g di cocco disidratato
160 g di zucchero + 70 g per lo sciroppo
250 g di farina bianca 00
8 g di lievito per dolci
3 lime
1 limone
vaniglia [facoltativa]

Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Grattate la scorza e spremete gli agrumi. Con uno sbattitore, montate il latte di cocco [che si sarà rassodato] con lo zucchero. Aggiungete 2/3 della scorze ottenute e 1/2 del succo, il cocco disidratato, l'eventuale vaniglia, la farina e il lievito [meglio se setacciati].
Versate il composto nello stampo che preferite [reso antiaderente da carta forno o burro+farina, nel caso non lo sia già] e infornate per circa mezz'ora.

Mentre il cake cuoce, preparate lo sciroppo versando il succo [misurate che siano almeno 100 ml, nel caso non fosse sufficiente, spremete un altro lime, oppure colmate la differenza con dell'acqua, a vostro rischio e pericolo] e la scorza rimasti, insieme ai 70 g di zucchero, in un pentolino. Fate andare a fuoco dolce finché non si raddenserà.


Una volta pronto il cake, armatevi di pazienza e di uno stuzzicadenti, perché dovrete bucherellarlo tutto. Quando avete sfogato tutti le vostre frustrazioni trafiggendolo, versatevi sopra lo sciroppo. Lasciate assorbire e raffreddare [se volete, cospargete la superficie con un po' di cocco disidratato].
Secondo me, è più buono se lo tenete in frigorifero [coperto, per non farlo seccare].


giovedì 31 gennaio 2013

Gelo di arancia | Modena Days

E, poi, accade.
Un lunedì mattina, in pieno hangover causa festa della sera precedente, carichi la tua macchina con quasi tutto quello che è tuo [libri, qualche vestito, molti ricordi, valigie intere di fame di futuro] e parti. Guidi per trecento chilometri cantando le canzoni di mezzo iPod, fra picchi di entusiasmo e minuti di grigia malinconia, con gli occhiali da sole, nonostante il cielo nuvoloso, e il maglione più sformato che possiedi addosso.
Arrivi. Scarichi la macchina. Perlustri il tuo appartamentino. Apri i cassetti in cucina. Ti sciacqui la faccia in bagno. Sali in camera tua. Ti chiudi la porta alle spalle. E scoppi a ridere.
Perché sei sola. Perché quella stanza è tua.
Togli giusto le camicie dalla valigia, così non si stropicciano troppo. Liberi i libri e li impili tutti di fianco al comodino. Respiri un po'. Ed esci, impaziente di innamorarti della città.

Il nuovo capitolo è iniziato.
La mia stanza è minuscola. Ha il parquet. Il letto è matrimoniale, di fianco a me, di solito, dormono PC, libri e quaderni. La finestra lascia entrare la giusta dose di luce al mattino. Di sera rimango affacciata a prendere freddo e a fumare sigarette, rischiando di essere beccata dalla padrona di casa, che non vuole si fumi nei suoi appartamenti. Ogni tanto passa qualche treno, che sferraglia sui binari del paese vicino.
Fuori è tutta ansiogena pianura, a perdita d'occhio. Di giorno sembra quasi sempre un mare di nebbia dal quale, di tanto in tanto, emergono file calligrafiche di alberi neri. Di notte, quell'orizzonte immobile è rischiarato dalle luci della centrale elettrica.
In cucina ho una macchinetta del caffè che minaccia già di scioperare causa sfruttamento eccessivo.
Al mattino improvviso outfits da persona seria arrampicandomi su una sedia, perché non ho uno specchio a figura intera. Percorro i dieci minuti di tangenziale che mi separano dall'ufficio con il volume dello stereo al massimo, per svegliare le idee. Di sera, sfrutto il traffico per godermi la radio, e stiracchiarmi sul sedile. In pausa pranzo faccio su e giù per i corsi principali, per ossigenare muscoli e cervello. Oppure mi perdo nel labirinto di viuzze che ramificano dal centro di Modena. In dieci giorni ho visto due mostre fotografiche. Sono iscritta in biblioteca. Mi sono persa non so quante volte, alla ricerca di un supermercato, di questa o di quella via, dell'uscita giusta in tangenziale, della stazione ferroviaria, di un parcheggio non a pagamento, di un bar con free-wifi. Ho letto pagine economiche di quotidiani e chiacchierato di drammaturgia in pausa caffè. Ho cenato con barattoli da 500 g di yogurt, in mutande e maglietta, mentre guardavo una serie televisiva a letto. Mi sono cambiata in auto, passando da skinny bordeaux e converse, a collant, vestito e tacchi. Ho salutato qualcuno a un binario, dopo avergli rubato il maglione. Paolo Rossi mi è passato di fianco in centro e io, anziché riconoscerlo, mi sono chiesta "Ma questo cos'ha da guardarmi, ci conosciamo?". Sto imparando un lavoro. Sto imparando.

Più o meno, nelle ultime settimane è successo questo.
E' solo l'inizio. Nel bene e nel male.
Mi manca giusto una connessione internet a casa, ma posso sopravvivere.
Ovviamente, vivendo da sola, non ho quasi mai occasione di cucinare qualcosa di elaborato.
Ripescando dall'archivio, eccovi un dolce che qualche settimana fa vi avevo mostrato su Facebook.
Si tratta di un gelo di arancia, ispirato al suo gemello estivo, di qualche mese fa.
Il procedimento è semplicissimo e il risultato è ultra-light, ma anche molto soddisfacente, grazie alle scaglie di cioccolato [rigorosamente extra-dark], la dolcezza delle arance in questa stagione e l'aroma di cannella.
Eccovi la ricetta. (:


GELO DI ARANCIA CON CIOCCOLATO FONDENTE

Ingredienti
500 ml di spremuta d'arancia
100 ml di acqua
100 g di zucchero [io l'ho omesso, ma va un po' a gusti: potete anche aumentare la dose, magari fino a 200 g]
50 g di maizena
cannella macinata [facoltativa]

cioccolato fondente [dal 70% in su]

Procedimento
Scaldare in un pentolino abbastanza capiente 1/3 del liquido totale [spremuta + acqua]. Sciogliervi lo zucchero e la maizena. Aggiungere i liquidi restanti e la cannella. Cuocere finché il composto non si sia raddensato, come una sorta di budino.
Dividere negli stampi singoli e lasciar raffreddare per 3-4 ore.
Spolverare con scaglie di cioccolato fondente.


Spero di riuscire ad aggiornare di nuovo presto.
Per il momento vi auguro un buon finesettimana, alla prossima. (:

mercoledì 21 novembre 2012

Potrei.

"Dovrei scrivere." 
Me lo ripeto ogni volta che apro la cartella contenente le foto in attesa di pubblicazione.
Me lo dico, clicco sulla promettente iconcina di Word. Sporco un nuovo documento con qualche riga svogliata. Lancio il cursore sulla "x" in alto a destra, dopo aver nutrito la mia autostima con un: "Ma cosa stai scrivendo, davvero non riesci a tirare fuori nulla di meglio?".
Forse dovrei arrendermi a scrivere le quattro banalità che di solito si dicono sull'apple pie. Raccontarvi di Biancaneve e delle torte lasciate a raffreddare sulla finestra. Degli uccellini che pinzano i bordi zampettandoci sopra [solo io l'ho sempre reputato terribilmente anti-igienico?]. Del profumo di cannella e di quanto sono rassicuranti le mele morbide che emergono dalla corazza croccante.
Potrei scrivere di questo, come potrei scrivere di mille altri argomenti. Potrei raccontarvi delle mie giornate, potrei raccontarvi dei miei progetti, potrei raccontarvi delle persone che mi riempiono la testa e di quelle che mi riempiono il cuore. Potrei raccontarvi dell'ultima volta in cui sono stata sveglia tutta la notte, potrei raccontarvi del perché. Potrei raccontarvi della palestra e del ragazzo bellissimo che correva di fianco a me, stasera, con quel suo bellissimo tatuaggio. Potrei raccontarvi dei discorsi notturni che facciamo, quelli in cui ci chiediamo "Ma cosa sta succedendo?" -cosa sta succedendo al mondo, a noi, a voi.-. Potrei raccontarvi dei suoi ombromini. Potrei raccontarvi del "Mi mancavi" più puro che abbia mai pensato. Potrei raccontarvi dell'onnipresente "Ma devo andare". Potrei raccontarvi dei kg di zucca che sto mangiando, sotto forma di vellutate zucca&zenzero. Potrei raccontarvi delle dipendenze, dei vizi, della sensazione di libertà assoluta quando te ne liberi, di quanto mi manca, quella sensazione. Potrei raccontarvi delle relazioni, delle loro evoluzioni ed involuzioni. Potrei raccontarvi dei libri che sto leggendo. Potrei raccontarvi delle persone che dopo anni riescono a farti sentire bene, a farti stare bene, a farti bene. Potrei raccontarvi del freddo. Dei cieli azzurri. Dei colori delle foglie. Della nebbia sul Ticino, all'alba.
Potrei raccontare di più, più di quello che ho già lasciato trapelare.
Ma non ne ho voglia.
E non aver voglia di fare qualcosa è il motivo migliore per non farla.


Mentre invece ho voglia di dilungarmi un attimo riguardo l'apple pie o, meglio, il pie in generale.
Se, infatti, il contenuto del vostro pie può variare a piacimento della vostra fantasia, la pie crust segue alcune -semplici, ma fondamentali- regole.
[Questa dicotomia interno-esterno, anarchia-regolamentazione si potrebbe sviluppare meglio, ma stiamo parlando di pie, pie! Concentrazione.]
  • impasto neutro: né zucchero, né sale [va bene, un pizzichino di sale, ma solo per dare una punta di carattere all'insieme], solo farina, burro e acqua
    [Se proprio non ce la fate, mettetecelo, un po' di zucchero. Per me è superfluo, ma, nel caso scegliate della frutta molto acidula o non perfettamente matura, un paio di cucchiai potrebbero aiutare]
  • mente e ingredienti freddi: perché il crust abbia la consistenza giusta, ogni ingrediente deve essere ben freddo, dalla farina, all'acqua. Mettete dunque tutto in frigo almeno mezz'ora prima di iniziare la preparazione del pie. Per un risultato ancora migliore, in frigo metteteci anche gli attrezzi necessari, dal mixer, allo stampo. E il burro? Tagliato a cubetti, in freezer
  • non sprecate l'acqua: aggiungetene poca per volta, un cucchiaio al massimo, fino a ottenere la consistenza ideale [ovvero un impasto liscio, ma non elastico]
  • alternativa light? La friabilità non è identica, ovviamente, ma una ricetta piuttosto soddisfacente per un impasto simile è questa:
    Ingredienti: 300 g di farina [del tipo che preferite, anche integrale], 100 g di yogurt bianco neutro [si può utilizzare anche la ricotta, viene ugualmente bene, solo un po' più soffice], 1-2 cucchiai di olio, acqua fredda q.b.
    Procedimento: Si impastano gli ingredienti molto velocemente, nel mixer, e si lascia riposare l'impasto per un paio di ore in frigo.
  • la cottura: il problema del pie, come di ogni torta di frutta, è che rischia di rimanere umido sul fondo, a causa dei succhi rilasciati dalla frutta stessa in cottura. Per ovviare a questo problema, io completo la cottura senza stampo, semplicemente lasciandolo "nudo" sulla griglia del forno. In questo modo si asciuga perfettamente anche il fondo. 
Tenendo in considerazione questi piccoli accorgimenti non avrete alcun problema con il guscio del vostro pie e  il risultato sarà perfettamente friabile.
Ultime note sulla mia ricetta: l'impasto è composto al 50% da farina integrale [risulta un po' più rustico, ma anche più croccante e saporito, a voi la scelta] e la superficie è spennellata con il rhum utilizzato per reidratare l'uvetta e spolverata con zucchero di canna integrale. Il ripieno? Mele Fuji [che adoro per intensità del profumo e consistenza], uvetta, cannella, chiodi di garofano e una punta di zenzero.
Tutto qui.


APPLE PIE

Ingredienti

Per il pie crust

150 g di farina bianca 00
150 g di farina integrale
175 g di burro ben freddo
un pizzico di sale
acqua gelata q.b.

Per il ripieno

4 mele
due cucchiai di zucchero di canna
tre cucchiai di uvetta reidrata nel rhum
spezie, a volontà

zucchero di canna per la superficie

Procedimento

Nel mixer, impastare ad alta velocità le farine con il burro tagliato a pezzetti e il sale. Quando il composto avrà un aspetto sabbioso, iniziare ad aggiungere l'acqua, un cucchiaio alla volta. L'impasto è pronto quando il mixer riuscirà a formare una palla [mi raccomando, la pasta non deve risultare umida, né elastica].
Lasciare riposare in frigorifero mentre si mondano le mele. Una volta pulite, affettarle a cubetti e mescolarle, in un recipiente, con le spezie, l'uvetta e lo zucchero.
Intanto, accendere il forno a 180°C.
Riprendere l'impasto freddo. Dividerlo in tre parti e utilizzarne due per il fondo. Stendere la pasta in una sfoglia circolare dello spessore di circa un centimetro e usarla per foderare lo stampo [18 cm, il mio] precedentemente imburrato e inzuccherato. Versare il ripieno di mele e ricoprire con il terzo rimanente, anch'esso steso.
Rimboccare i bordi rigirando i lembi su loro stessi e pinzandoli con i polpastrelli [oppure, come ho fatto io, "incastrandoli" nello stampo]. Praticare il classico taglio a croce. Spennellare con il rhum [l'alternativa è il canonico latte & tuorlo sbattuto] e ricoprire di zucchero di canna.
Far cuocere per 40 minuti. Trascorso questo tempo, sfornare, toglierlo dallo stampo e, se il fondo dovesse risultare ancora umido, lasciare in forno, su una griglia, per altri 10 minuti.


martedì 28 agosto 2012

Storie di occhiali e di affinita' elettive.

Andy era un bel paio di occhiali. La montatura squadrata, razionale, circondava lenti leggermente graffiate dalla distrazione, dal suolo disordinato di quei pensieri sui quali spesso cadeva. Amava quando le parole attraversavano le sue lenti, quando lo facevano con eleganza e bellezza, dopo essere scaturite da una penna, sua, o altrui.
Aveva una figlia, Audrey. Non appena gli era comparsa dinnanzi, con la sua montatura esuberante, dalle inconsuete sfumature violacee, Andy aveva capito che, con lei, disciplina e ordine sarebbero stati solo i nomi di un'infinita serie di tentativi di regolare l'entropia insita nella natura della figlia. Così, l'aveva lasciata crescere senza imposizioni caratteriali, ed Audrey aveva imparato ad utilizzare l'arte e la creatività come principi ordinatori, per dare senso al suo disordine.
I due avevano trovato i giusti compromessi per convivere, la giusta distanza dalla quale osservarsi e osservare la vita dell'altro. Si divertivano a pungersi a vicenda, lui con i suoi spigoli netti e duri, lei con le sue punte di vivace irrazionalità.
Audrey trascorreva molto tempo con sua zia, Angie. Sorella di Andy, Angie era un gatto randagio.
Una montatura totalmente nera, con due lenti trasparenti dalle dicotomiche gradazioni. La vita aveva smussato e allungato le sue linee diritte, essenziali, ma, alla prima occhiata, riusciva a mantenere la maschera di ordine e raziocinio.
Andy ed Angie avevano circa la stessa età, ma si erano conosciuti davvero solo alle porte dell'età adulta, porte che nessuno dei due aveva davvero voglia di attraversare. Si somigliavano, e non solo per le tonalità scure che, come ombre sempre presenti, circondavano le loro lenti. 
Angie andava a caccia di sguardi, nella vita. -Sai riconoscerli-, le diceva spesso la nipote. Angie ridacchiava, ribattendo che con gli sguardi non è mai un univoco riconoscersi. Quasi fosse un gioco di specchi.




E, in effetti, loro tre erano così, specchi trasparenti che si erano riconosciuti.
Avevano lenti dalle quali filtrava ogni sfumatura di colore, ogni raggio di luce, ogni frammento di vita, ma, quando si osservavano, riuscivano non solo a vedere tutto ciò che era già passato fra le linee di quelle montature, ma anche i propri tratti personali, come fossero riflessi.
Andy, Angie ed Audrey erano, prima di tutto, compagni di vita.



Signore, signori, ho il piacere di presentarvi "Glasses Stories", le avventure di Andy, Angie ed Audrey. Perché, se è vero che "life's too short to wear boring glasses", figuriamoci per essere dei banali occhiali da vista.
Eccovi dunque le vicissitudini di questo bizzarro trio, storie costruite su ciò che passa attraverso le lenti dei miei occhiali, ovviamente, e di quelli di Andrea e Marta. Potrei dilungarmi molto su questi due loschi figuri, ma, per ora, vi basti sapere che, anche noi, altro non siamo se non compagni di vita, con tutto ciò che questo comporta.

Bene, dopo aver sparato la mia quotidiana dose di assurde futilità, passiamo a qualcosa di serio e importante.
Cioccolato. Serissimo e importantissimo cioccolato. No, non sto esagerando.
Pensate al quadratino di cioccolato. Pensate alla sfoglia sottile perfettamente temperata, al suono che produce quando la spezzate fra i denti. Pensate al vostro cioccolatino preferito, quello che scartate lentamente, quello che lasciate sciogliere languidamente sulla lingua, in religioso silenzio, con la calma di un rito, rito che si conclude con voi che distendete le pieghe dell'involucro della pralina passandoci con attenzione l'unghia, mentre vi cullate in quel retrogusto dalle mille risonanze.
Pensateci. Ecco. Vi sembra esista qualcosa di più serio e importante?
No, direi di no.
E allora sublimiamola, questa materia divina.
Prendete il vostro cioccolato preferito. Unitelo alla panna [ma che sia panna fresca, mi raccomando, una nuvola candida]. Lasciate che si mescolino, che si fondano, che l'uno diventi indissolubile, inseparabile, dall'altro.
E' un'affinità elettiva, quella fra il cioccolato e la panna. E lo percepite nel momento esatto in cui affondate il cucchiaino nella mousse, e trovato un composto soffice e compatto allo stesso tempo, costellato da alveoli che ne garantiscono aereosità e leggerezza.
E poi portate il cucchiaino alla bocca. E capite che il cioccolato unito alla panna è semplice, pura, assoluta, estasi.

La ricetta è di Maurizio Santin, dal blog di Sara.




MOUSSE DI CIOCCOLATO E PANNA

Ingredienti
200 g di panna freschissima
150 g di panna montata
180 g di cioccolato fondente all'85%

[Attenzione: qui dovete giocare un po' con le proporzioni, in base alla percentuale di cacao del cioccolato che preferite, infatti, cambieranno le dosi di questo ingrediente. Per esempio:
- 250 g per un cioccolato al 55%
- 215 g per un cioccolato al 75%]

Procedimento
Fare a pezzetti il cioccolato e trasferirlo in una ciotola. Portare a ebollizione la panna fresca e versarla sul cioccolato, mescolando energicamente con una frusta, fino a completo scioglimento dei pezzetti [il risultato dev'essere una ganache lucida e setosa].
Incorporare delicatamente la panna montata al cioccolato fuso.
Trasferire la mousse in bicchierini e lasciare raffreddare per almeno 6 ore in frigorifero.




L'estasi di Andy.
 ... anche gli occhiali mangiano la mousse di cioccolato.




Ebbene no, questo non è un food blog professionale, da oggi ufficialmente.
Più che un ricettario, Food Therapy è un ricettacolo delle assurdità create dalla mia mente, mi spiace avervi illuso del contrario.
Siete ancora in tempo per fuggire, comunque. Ma, nel caso decidiate di restare, sappiate che siamo solo all'inizio.

The best is yet to come.
[as always]

A.


[Foto di Marta Rizzato, ma ormai lo sapete.]

venerdì 17 agosto 2012

Questo dolce lo mangio anche io.

Perché contiene frutta, e poco altro.
E non fa paura.

Vorrei avere parole per raccontarvi, ma ancora non le trovo.
Perché togliersi la maschera per lasciarsi guardare, davvero, fino in fondo, è molto più semplice quando si è in due e si è seduti a un tavolo, e si parla fra i caffè, quando si è in due e si è in macchina, e la direzione è l'Iperuranio, quando si è in due e ci si scambia la propria vita attraverso quelle lettere moderne e straordinariamente veloci che sono le mail.
Con tutti i vostri occhi a guardarmi, è molto più complicato. Ma stanotte, l'ennesima notte di sonno divorato dall'insonnia, non ho voglia di scrivere con la maschera sul viso. Pesa anche lei, a fine giornata.
E allora vi dico che sì, questo dolce lo mangio anch'io.
E non mi fa paura.

La ricetta è di Iaia.
E con Iaia vorrei prepararla, prima o poi. Con lei, e con ogni sguardo che ha lasciato cadere la maschera e l'ha appoggiata sul tavolo, di fianco alla mia.




GELO DI MELLONE

Ingredienti [per 12 porzioni medio-piccole]
500 ml di succo di anguria [ottenuto frullando e privando dei semi il frutto]
60 g di zucchero [che io mi sono dimenticata, ehm ehm, ma, insomma, l'anguria è già così dolce, caspita!]
45 g di amido di mais, o simili
mezzo cucchiaino di cannella in polvere

Procedimento
Sciogliere l'amido [e lo zucchero] nel succo. Profumare con la cannella e portare il tutto a bollore. Spegnere il fornello non appena la miscela si sia ben addensata. Dividere nei bicchierini e lasciar raffreddare.
Un passaggio in frigo ci sta benissimo.
Decorare con scaglie di cioccolato fondente, l'ideale, oppure con pistacchi non salati, o, ancora, con fiori di gelsomino.

[La versione seria e dettagliata della ricetta, la trovate qui.]




[Foto: Marta Rizzato, un'altra che la maschera l'ha dimenticata da qualche parte, tempo fa.]

domenica 10 luglio 2011

Non il solito

Forse... parlare di cose belle è difficile quanto parlare di cose meno piacevoli.
Forse.
Nel dubbio,lascio solo un "grazie". E un caffè. Un po' speciale.
Ghiacciato. Cremoso. In un bicchiere, non in una tazzina.
Non nero come al solito.
:) 




ICED COFFEE

D'estate vivrei di questo. Già sapete quanto io veneri il caffè, questa è la mia "summer version". Caffè amaro, come sempre, tanto ghiaccio, una bella frullata nel mixer. Si ottiene una crema vellutata e ghiacciata, di un colore splendido (nessuno direbbe che è solo caffè, giusto?).
Semplicissimo, veloce e... beh, crea dipendenza. ;)

Ingredienti [per tre persone, o per una/un caffeinomane]
caffè per tre
12 cubetti di ghiaccio

Procedimento
Mettere nel mixer i cubetti di ghiaccio. Chiudere il coperchio e aggiungere, dall'alto, a filo, il caffè, mentre lo si aziona. Frullare finchè il caffè non sarà diventato chiaro e cremoso.
Servire subito, in bicchieri ghiacciati, magari, con una spolverata di polvere di caffè in superficie.

Variabili e varianti: ovviamente potete zuccherarlo, quanto e come volete. Potete aggiungere del baileys (così diventa davvero una meraviglia!), del gelato, della panna... una cucchiaiata di Nutella, cannella, vaniglia, cioccolato a scaglie... quello che più vi piace col caffè, insomma! Il procedimento rimane lo stesso, ed è sempre ottimo.

Ciao a tutti, a presto!

a.

mercoledì 6 luglio 2011

One minute you're on top, next you're not.

E' da domenica sera che tento di scrivere questo post, eppure non ci riesco. Forse perchè i ricordi legati a questo dolce sono troppo contrastanti con quello che sto vivendo, con quello che mi riempie la testa in questi ultimi giorni, con le emozioni che, come al solito, decidono di fare a pugni fra di loro proprio dentro di me. Non saprei.
So che cambiare è difficile. Iniziare a fidarsi ancora di più. Raccontarsi, poi, è complicatissimo. Anche quando ne avresti un disperato bisogno.
E che a volte vorresti solo il tasto "canc".
Mi si chiudono gli occhi dal sonno, ma non ho voglia di addormentarmi. Freud c'aveva preso, con la sua teoria dei sogni.

Mi concentro sulla ricetta di stasera, che ne dite? Magari così riesco a postare, il che sarebbe cosa buona e giusta, visto il tempo che è passato dall'ultima volta.

Festeggiamo un anno di Arabica Fenice, signore e signori, e sono davvero orgogliosa di poterlo scrivere anche qui. Sebbene mi sia unita da relativamente poco tempo ai Menestrelli, infatti, vedere un bel "6" stampato sulla copertina del nostro bimestrale un po' mi riempie il cuore, dai.
E, in occasione della chiusura del primo anno della nostra rivista, abbiamo deciso di organizzare una grigliata. Una decina di amici, una quantità industriale di carne che sfrigola su un bbq gestito alla perfezione dal fuochista ufficiale dell'associazione, un cocomero riempito di sangria, l'immancabile chitarra e una placida domenica di inizio luglio. Ingredienti che da soli non fanno la ricetta, certo, ma che quando si uniscono a quel pizzico di voglia di stare insieme e di "familiarità" creano un gusto inconfondibile.
E la giornata che ne è uscita, ve lo garantisco, è stata eccezionale.

Il dolce per questa occasione è nato un po' così, senza un'idea precisa da seguire. Gli scaffali del supermercato sono sempre la migliore ispirazione, soprattutto quando vaghi senza meta cercando di assorbire più aria condizionata possibile, prima di rituffarti nell'arsura dell'estate.
Un dolce fresco, anche piuttosto leggero, a ben guardare, e personalizzabile con tutti i tipi di frutta. Non necessita nemmeno di cottura, e direi che non è male ;)
La consistenza è una via di mezzo fra una mousse e un budino. Un consiglio? Diminuite la gelatina e sostituite il Philadelphia Yo con della classica, ma sempre ottima, ricotta, secondo me potrebbe guadagnarci.
Dunque, ecco la ricetta :)




CHEESECAKE ALLO YOGURT CON PESCHE


  • INGREDIENTI


Per la base:

400 g di biscotti secchi (questa volta ho usato i Cereali Così della Galbusera, che adoro, ma vanno benissimo i tradizionali Digestive o qualsiasi altro tipo di biscotto friabile)
150 g di burro freddo e a cubetti
un paio di cucchiai di latte

Per la crema:

600 g di ricotta (anche se io ho usato il Philadelphia Yo)
300 g di yogurt bianco cremoso (ma utilizzate quello che preferite: greco, magro, intero, alla frutta...)
200 ml di panna da montare
180 g di zucchero
due pesche
15 g di gelatina in fogli (ne toglierei 3-5)

Per completare:

quattro pesche tagliate a fettine sottili e condite con succo di limone e zucchero


  • PROCEDIMENTO

Immergere la gelatina in acqua fredda.
Nel mixer, frullare i biscotti insieme al burro. Aggiungere abbastanza latte quanto basta per ottenere un impasto compatto. Distribuire il composto sul fondo di uno stampo (possibilmente a cerniera), livellandolo bene. Mettere in frigorifero.
In un terrina, lavorare il formaggio con lo yogurt e lo zucchero. A parte, montare la panna e aggiungerne metà al composto allo yogurt. Frullare le pesche e sciogliere la gelatina in un pentolino (o nel microonde). Mescolarli alla crema e completare con la panna rimasta, cercando di smontarla il meno possibile.

Versare sullo strato di biscotti e porre in frigorifero a rapprendere, per almeno due ore. 
Quando si sarà solidificato, completare con la frutta fresca.  




Belle foto, eh? Sono state scattate da Marta Rizzato, grandissima fotografa di Arabica. Date un'occhiata ai suoi lavori qui, la ragazza ci sa fare ;)

Ok, spengo il pc e vedo di dormire un po'.
Buonanotte a tutti, grazie perchè leggete questo blog nonostante le "lune" della proprietaria, ogni commento è un sorriso, e fa la differenza :)

a.

sabato 21 maggio 2011

Cherry Days

Ammetto di non aver mai avuto una passione viscerale per le ciliegie in cucina. Bisogna raccoglierle, sceglierle, lavarle, denocciolarle… una crostata rischia di diventare faccenda di ore, insomma, e raramente ho tutto quel tempo da dedicare a una torta.
Quindi solitamente mi limito a raccoglierne qualche manciata con cui risolvermi la merenda, o da spiluccare quando mi viene voglia di uno spuntino leggero.
Quest’anno, invece, incoraggiata da una produzione davvero eccezionale da parte del nostro ciliegio, ho deciso di snocciolare chili su chili di questi tondeggianti frutti rossi (l’attività ideale per qualcuno come me, che apprezza i lavori ripetitivi… ma la soluzione è semplice: bastano un bel film o qualcuno con cui chiacchierare per sconfiggere la noia che inizia a ghermirvi dopo i primi due etti) e sperimentare tutte quelle ricette con le ciliegie che ogni anno puntualmente salvavo, senza mai provarle davvero.
Probabilmente alla fine non ne potrete più e non mangerete nemmeno una ciliegia, ma i post dei prossimi giorni saranno tutti dedicati a questo frutto. Avremo torte, marmellate e altri dolci, tutti con il tocco rosso della ciliegia.
Se anche voi vi state sollazzando fra ciliegie e loro declinazioni, perché non mi inviate le vostre ricette? Provvederò io stessa a pubblicarle su Food Therapy: l’occasione ideale per coloro che non hanno un blog ma vorrebbero comunque condividere le loro sperimentazioni culinarie, ma anche per chi il blog ce l’ha, ma ha comunque voglia di partecipare.

Pronti per i Cherry Days 2011? ;)



CHEESECAKE SENZA COTTURA CON GELATINA DI CILIEGIE

La prima ricetta è il dolce preparato per il compleanno di mia mamma, con le prime ciliegie raccolte: una cheesecake golosa e fresca, ideale come dessert in queste giornate calde.
La cheesecake (ma è femminile o maschile? Mah.) a me piace fredda, senza cottura e senza gelatina. Ovvio, se mi offrite una fetta di New York cheesecake, magari sormontata da una composta di frutti rossi, non dico di no, ma se posso scegliere, la mia cheesecake è la classica torta fredda da gustare con un cucchiaino, strato dopo strato.
Tempo fa, parlavo con un amico di cheesecakes e il discorso è caduto (si fa per dire) sulla base di biscotti:
-…tu vai al supermercato e compri i Digestive. Ti ritrovi fra le mani questo pacchetto rosso di biscotti che se osi anche solo posare nel carrello si sbriciolano, che si sgretolano anche solo con uno sguardo… e allora io mi chiedo: quanto burro devi metterci perché quando infili il coltello nel cheesecake la base produca quel “tac”?!
Ardua questione. Ma, dopo vari tentativi, sono giunta a pensare che la formula ideale sia utilizzare metà del peso dei biscotti in burro. La proporzione 1:1 mi sembra davvero esagerata, va bene la golosità, ma non è necessario che le nostre arterie diventino la corsia preferenziale per il colesterolo.
Ammetto di non avere una ricetta precisa per il composto di formaggio, dipende da quello che ho in frigo: yogurt? Vai di cheesecake allo yogurt. Ricotta? Perfetta, avrà la consistenza di una mousse. Mascarpone? Per fortuna che vengono a cena quei due miei amici che mangiano per sei senza ingrassare un etto ;)
Certo è che non c’è cheesecake se non c’è Philadelphia. Conferisce la consistenza ideale: soffice, cremosa, eppure molto stabile e compatta. E poi ha quella punta di acidità ideale per smorzare la grassezza della base di biscotti e rendere il tutto un po’ più leggero (illudiamoci, dai).

[Apro una picola parentesi. Colleghe, colleghi foodbloggers, vogliamo iniziare a farci pagare? Quanta pubblicità GRATUITA facciamo a Messer Philadelphia? D’ora in poi lo citerò solo tramite perifrasi. A meno che, ovviamente, Messer Philadelphia non inizi a darci una percentuale ;)]

Il topping che preferisco è quello di frutta, possibilmente frutti rossi (creano un contrasto cromatico con la base bianca davvero meraviglioso). Ma spesso scelgo di lasciare la cheesecake “nuda”, per poi farci scivolare sopra, innocentemente, una salsa al cioccolato prima di servirla, o una fantastica composta di mirtilli tiepida (e abbiamo anche il contrasto termico, evvai ;)

Questa volta ho scelto la combinazione di Ph… ehm, formaggio fresco spalmabile, ricotta e panna montata, non troppo zucchero e una gelatina di ciliegie come copertura.
Ha fatto la sua scena ed è sparita in tempo record :D

  • INGREDIENTI                                                                              

Per la base:

400 g di biscotti tipo Digestive
200 g di burro
nel caso, qualche cucchiaio di latte

Per la crema di formaggio:

500 g di Philadelphia classico (o la versione che preferite)
250 g di ricotta
200 ml di panna fresca montata
300 g di zucchero
i semi di una bacca di vaniglia incisa per il lungo

Per la gelatina di ciliegie:

400 g di ciliegie mondata e private del nocciolo
due cucchiai di zucchero
10 g di gelatina

  • PROCEDIMENTO

Mixare i biscotti con il burro fuso (se lo sciogliete si compatterà meglio con i biscotti, senza il bisogno di aggiungere altro) e distribuire il composto sul fondo di una tortiera apribile. Mettere in frigo a solidificare.
Lavorare i formaggi con lo zucchero e la vaniglia. A parte, montare la panna. Incorporarla ai formaggi senza che si sgonfi.
Distribuire il composto sul fondo di biscotti, livellare bene e questa volta mettere il tutto a raffreddarsi in freezer.
Reidratare la gelatina in acqua fredda. Nel frattempo, mettere le ciliegie in una pentola con lo zucchero e cuocerle per dieci minuti. Aggiungere la gelatina e farla sciogliere incorporandola bene.
Lasciare che si raffreddi un po’ e poi riprendere lo stampo da freezer. Versarvi sopra la copertura in modo uniforme, rimettere in frigo fino a un quarto d’ora prima di servire la cheesecake.


Se volete inviarmi le vostre ricette per i Cherry Days (ormai mi è partito l'entusiasmo, mi dispiace per voi, davvero) potete farlo sia tramite commenti al post, sia via mail: agnesenegrini@hotmail.it
Un'ultima cosa, poi per oggi ho finito. Food Therapy è su Facebook! Se vi va (e se vi piace, ovviamente!), andate a mettere un bel "mi piace" sulla sua pagina! Grazie ;)

Ciao a tutti, buon sabato!
A domani per il secondo giorno dei Cherry Days (non troppo felici, dai ;)


giovedì 5 maggio 2011

Panna cotta bloody panna cotta

Probabilmente il titolo non è molto invitante, lo riconosco. Tuttavia, mentre fotografavo questa panna cotta, non potevo non pensare a come l’accostamento di colori risultasse un po’ vampiresco, con questo candore lunare e questo rosso così acceso. Quando poi ho preparato la foto del “taglio” e quella goccia di coulis è languidamente scivolata giù, lungo lo spigolo disegnato dal cucchiaino, be’, il rimando ai libri di Anne Rice è stato automatico nella mia mente. Ebbene sì, ho un dark side che si è bevuto (è il caso di dirlo ;) ) i romanzi noir della Signora dei vampiri (altro che Stephenie Meyer ed Edward Cullen vari…) e che conosce praticamente a memoria le battute di Intervista col Vampiro (film da vedere anche solo per godersi il cast… e chi lo conosce sa di cosa, anzi, chi, parlo ;). Eh già.
Quindi stamattina, quando in radio è passata l’omonima canzone degli U2, il titolo del post mi è comparso in mente modello pop up.

Ok, dopo queste divagazioni passiamo alla ricetta di oggi. In realtà è dell’altro ieri, dato che era il dessert per una cena. Cioccolato bianco e fragole. Semplice, lineare, equilibrato.
Ho portato in tavola le panne cotte ed è improvvisamente piombato il silenzio, finchè i piattini non sono stati svuotati, cucchiaino dopo cucchiaino.
E’ una panna cotta “alleggerita”, ovvero con metà panna sostituita dall’equivalente in latte. Zero zucchero (basta il cioccolato bianco ad addolcire) e una consistenza scioglievole, per niente gelatinosa. La nota di freschezza è data dalle fragole fresche, tagliate a cubetti e immerse in un coulis che stempera la dolcezza della panna cotta. Da provare ;)



PANNA COTTA CON COULIS DI FRAGOLE E FRAGOLE FRESCHE

  • INGREDIENTI

Per la panna cotta (10 porzioni)

500 ml di panna fresca
500 ml di latte
400 g di cioccolato bianco
12 g di gelatina di fogli

Per il coulis:

250 g di fragole
il succo di mezzo limone
3-4 cucchiai di zucchero

fragole fresche

  • PROCEDIMENTO

Far reidratare i fogli di gelatina in acqua fredda per circa dieci minuti. Nel frattempo fondere il cioccolato con la panna e il latte in un pentolino, aggiungervi poi la gelatina strizzata e farla sciogliere.
Dividere il composto negli stampi e far solidificare in frigorifero per almeno 4 ore.

Preparare il coulis: in un pentolino antiaderente far saltare le fragole con il succo di limone e lo zucchero. Quando si saranno ammorbidite un po’, frullarle con il mixer a immersione. Fare raffreddare (per una una texture molto fine filtrare), aggiungervi le fragole fresche, tagliate a pezzetti.
Sformare le panne cotte ( scaldare leggermente gli stampini con dell’acqua calda nel caso) su un piattino da dessert e accompagnarle con il coulis e le fragole. 
Servirle a temperatura ambiente, fredde perdono un po'.



Leggevo da Babs della Milano Food Week... vorrei proprio riuscire a fare un salto, qualcuno ha già in programma di andare? Chi si unisce? Fatemi sapere ;)
A presto!
A.

domenica 17 aprile 2011

Seventeen forever

Venerdì sera, ore 21.30 circa, famiglia riunita per cena.
-Ah, Agnese, mi puoi fare un dolce per la festa di domani?- emerge il fratello dal suo silenzio maschile- adolescenziale.
La diretta interessata (appena tornata dal lavoro, ndr), fa rapidamente il calcolo delle ore che ha a disposizione prima del turno seguente e ripercorre mentalmente ciò che è rimasto in dispensa per sentenziare un: -Ma non potevi chiedermelo prima?
Fortunatamente, in questi casi, è possibile sfoderare quell'arma segreta tutta femminile dell'incastrare gli svariati impegni in uno spazio temporale ristretto ed è stato così che ieri mattina fra una colazione “mangio qualcosa mentre sale il caffè”, un lavaggio e asciugatura di capelli con metodo finestrinodellamacchinaabbassato e una spesa che doveva essere per “quei due o tre ingredienti che mi mancano” ma che invece si è risolta in un carrello straripante perché “la nonna ha bisogno di questo e di quello... e a noi mancherebbe quest'altro... poi guardi se c'è la tal cosa che è finita l'altro giorno...?” sono riuscita a impastare due salami di cioccolato formato festa di compleanno di un quasi diciassettenne e la sua trentina di amici.
Perché so che mio fratello è così, perché mi ricordo la festa dei miei diciassette (e i miei diciassette in generale, che forse sono stati più “movimentati” dei miei diciotto), perché alla fine se mi chiedi un dolce sai già che ti dico sì e perché il salame di cioccolato è magnificamente veloce e facile, ma è anche uno dei colpi sicuri più certi.
Non so come sia andata la festa ieri sera (ed è bene cos^), ma dei due mega salami non è rimasta traccia.

La ricetta è un'altra di quelle di cui ognuno ha la propria versione. La mia nasce da un foglietto arancione scritto da un'amica di mia mamma e gelosamente conservato nel “cassetto delle ricette” di casa Negrini. Negli anni l'ho modificata un po' (altrimenti che gusto c'è ;) ), aggiungendo magari delle mandorle, magari del caffè, magari dei pezzettoni di cioccolato bianco, o del cocco essiccato, ma oggi vi propongo la versione basic, semplice, ma efficace.



SALAME DI CIOCCOLATO (senza uova*)

  • INGREDIENTI

500 g di biscotti tipo (Oro Saiwa for life!)
100 g di amaretti
170- 200 g di burro
100 g di cioccolato fondente (max 60%)
150 g di cioccolato al latte
200 g di zucchero
tre cucchiai di cacao amaro
latte q.b

  • PROCEDIMENTO

Fondere i cioccolati con il burro, a bagnomaria o nel micro.
Nel frattempo, tritare i biscotti e gli amaretti nel mixer. Aggiungervi poi il cioccolato fuso con il burro, il cacao e lo zucchero. Mescolare bene.
Versare il composto su un foglio di carta da forno e compattarlo bene, cercando di dargli una forma cilindrica.
Lasciare solidificare in freezer (o in frigo, se lo preferite più morbido) per alcune ore.

*non amo molto le uova crude, soprattutto quando la preparazione rischia di rimanere fuori dal frigo per un po', così le ho tolte da questo salame. La consistenza non cambia in modo significativo, poi, voglio dire, fra cioccolato e burro sicuramente la mancanza delle uova non si fa sentire ;)


Buon compleanno, bro, tvukdb. Che, come dici tu, sta per “ti voglio un kg di banane”.

lunedì 27 settembre 2010

Di (purpuree) colazioni improvvisate

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L'altro giorno ero a fare la spesa... girovagavo nel reparto ortofrutta quando mi ritrovo davanti un bancale di fragole. Ora, io non so se ho sempre vissuto con una convinzione errata, ma pensavo che la stagione delle fragole, a fine settembre, fosse da considerarsi decisamente conclusa.
Così, con curiosità e diffidenza prendo in mano un cestino. Lo osservo per bene (bei frutti, niente da dire), controllo la provenienza (dopo aver letto “Italia” la mia espressione era ormai inetitabilmente preda dell'incredulità) e infine lascio cadere l'occhio sul prezzo (erano anche in offerta!). Non ho potuto fare a meno di metterne subito tre bei cestini nel carrello, soprassedendo sui precetti della mamma, che ha sempre bandito la frutta fuori stagione come il veleno (che poi, queste fragole, erano davvero fuori stagione? :) )

Una volta portato a casa lo scarlatto bottino, l'ho sistemato in frigo (non prima di essermene pappate un paio, dovevo pur sempre controllare la qualità della materia prima, no? ;) ), in attesa d'ispirazione.


Ore 6.00 di stamattina: apro il frigo per prendere il latte e scorgo le suddette fragole, ancora intoccate nei loro cestini.
Latte + fragole. Uhm...

Avevo voglia di una colazione diversa, in effetti, ma che fosse conforme ai miei canoni di primo pasto della giornata: absolutely comfort.
La colazione è per me sacra, essendo il “piede” con cui inizio la giornata. Mi piace con frutta, qualcosa di biscottoso da inzuppare nel latte freddo di frigo e mega caffè.
La frutta c'era, il latte anche. E volendo c'erano quelle sottili pastefrolle fatte ieri...

Il risultato è stata una cremina morbida, leggermente budinosa (probabilmente lasciandola riposare per qualche ora in frigo si sarebbe addensata), intervallata da fettine di fragole e ricoperta da frutti rossi e dal loro sciroppo.
Semplicissima, improvvisatissima, ma mi sto mangiando ora il secondo bicchierino.



BICCHIERINI AL LATTE CON FRAGOLE E FRUTTI ROSSI

  • INGREDIENTI

300 ml di latte *1
zucchero a piacere
150 g di fragole
1 cucchiaio di farina di riso (o altro addensante)

frutti rossi (io ho usato i praticissimi surgelati :S)
zucchero a piacere

biscottini di pasta frolla

  • PREPARAZIONE

Mettere il latte in un pentolino e iniziare a scaldarlo a fuoco dolce.
Nel frattempo affettare le fragole, tagliandole prima per il lungo per poi ricavare le fettine da dei tagli trasversali. Sistemarne la metà sul fondo dei bicchierini.
Sciogliere la farina di riso in qualche cucchiaio di latte, unire al latte che si sta scaldando.
Portare il tutto a bollore e continuare la cottura finchè non si sarà addensato.
Aggiungere le restanti fragole senza mescolare troppo e versare nei bicchierini.
Porre in frigo per almeno un paio di ore.

Mentre si raffredda, preparare il topping di frutti rossi. Sistemarli in un padellino antiaderente con un cucchiaio di acqua e zucchero a piacere (io non l'ho messo), farli cuocere finché il succo non si sarà leggermente caramellato (il che accade anche senza che si aggiunga lo zucchero, grazie al fruttosio contenuto naturalmente nei frutti).

Prendere i bicchierini dal frigo. Decorare la superficie con qualche frutto intero e un po' del loro succo. Infilare infine due biscottini.



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*1 Io ho usato del latte scremato (manie light ;) ), ma è una ricetta talmente semplice che si offre a numerosissime interpretazioni: dall'uso di latte con diversa percentuale di grassi, all'aggiunta di yogurt o, ancora, alla sostituzione del latte con panna, così che avremo una quasi-panna cotta :D

Mia osservazione: non penso sia un classico "breakfast food", probabilmente è adatto anche come dessert a fine pasto (soprattutto nella versione con panna o yogurt).

Buon inizio settimana a tutti!