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mercoledì 10 dicembre 2014

Parigi | Le Chateaubriand

Sono passate tre settimane, forse un post riguardante Parigi potrei degnarmi di scriverlo - anche se penso che la bellezza di Parigi sia ormai nota a tutti e tutti ne abbiano anche abbastanza di Louvre, macarons, Senna e via discorrendo.
Quindi, tralascerò le romantiche passeggiante lungo il fiume, le ore trascorse fra le sale del Louvre, a commuoversi dinnanzi al Canova e a sentirsi minuscoli sotto la Nike di Samotracia, l'indiscutibile talento di Pierre Hermé nel palesarsi a metà pomeriggio con un macaron al tartufo bianco d'Alba [e la conseguente scelta di tutto l'assortimento presente in negozio, perché noi, le cose, le si fa seriamente], la vista dall'ultimo piano del Centre Pompidou [come se la bellezza che si ha stipata negli occhi dopo tutta quell'Arte non fosse abbastanza], la vista dal Sacré Coeur, lauta ricompensa per aver scalato tutte le strette scale di Montmartre, la vista dal nostro tavolo al Jules Verne [perché non gli bastava portarmi da Ducasse per il mio compleanno, no, mi ha portata a cenare sulla Tour Eiffel - okay, trattengo gli occhi a cuore e il languorino al ricordo di quelle sette portate per-fet-te], la vista di Parigi, delle sue strade, dei suoi viali, dei suoi ponti, dei suoi tetti, delle sue innumerabili porte blu, dei rivoli di fumo che escono dai suoi comignoli, delle sue luci.








Sì, ho trascorso una mattinata a fotografare porte.
E non sono neppure tutte qui.

Dicevo, tralascerei di descrivere Parigi, ma non posso esimermi dal raccontarvi quella che è stata, senza ombra di dubbio, la migliore cena della mia vita.
Il luogo si chiama Le Chateaubriand, lo chef è Inaki Aizpitarte.

Arriviamo al 129 di Avenue Parmentier stravolti, dopo aver camminato per circa trenta chilometri attraverso Parigi, con appetito e aspettativa alle stelle.
Il locale è un bistrot degli anni Trenta rimasto intatto nello stile: gli arredi sono di legno scuro, lineari e ridotti ai minimi termini, le pareti chiare e nude - eccezion fatta per un largo specchio che occupa interamente quella in fondo alla sala, il bancone corre lungo l'entrata e accompagna i clienti verso i tavoli, l'eleganza minimalista della dicotomia nero-bianco [rotta solamente dal grembiule blu dello chef, che entra ed esce dalla cucina e dal locale, col viso serio e lo sguardo inflessibile, statuario nel fisico asciutto] impera anche nel pavimenti.
Il personale è giovane e l'uniforme sembra consistere in piercing e tatuaggi, jeans e rossetti, shorts con collant e camicie leggere incuranti della trasparenza.
Il menù viene stampato ogni sera, la carta dei vini è un plico di A4 pinzato poco prima dell'inizio del servizio; il tutto ci viene illustrato in un inglese allenato, addolcito da qualche erre squisitamente francese.
L'informalità generale [coerente con l'anima di bistrot] non sacrifica il servizio, che è presente, gentile e rapido.
Beviamo un Borgogna superbo e incredibilmente accessibile, il pane del cestino è caldo, appena uscito dalla cucina e affettato in sala, sbricioliamo tranquillamente sul tavolo senza tovaglia e chiacchieriamo fitto [essere gli unici italiani, nonostante la clientela davvero internazionale, crea come una parentesi di intimità, fortuita soluzione alla vicinanza, eccessiva ma comprensibile, dei tavoli].

Quattro amuses bouche aprono le danze: uno shottino ghiacciato e meravigliosamente acido [acqua di pomodoro e di cipollotto] con un cubetto di avocado fondente in sospensione, gamberi fritti con polvere di frutti rossi [espediente davvero intelligente per sgrassare la frittura senza ricorrere al turpiloquio del succo di limone], brodo di cavolfiore affumicato con passion fruit, veli di sedano rapa, foglie di nasturzio [la ragazza che ci serviva ha coinvolto tutta la cucina per trovare il nome in italiano di quelle foglie carnose e pungenti, alla fine è arrivata con Google Images aperto sull'iPhone e il mistero è stato risolto] e guanciale.

Alle fine di questo tourbillion di sensazioni, ci guardiamo stupefatti e con le papille eccitate, impazienti.

Col primo piatto si svela appieno il già preannunciato minimalismo estetico di Aizpitarte: in una fondina grigio-blu, che ricorda la ghisa al tatto, ma non nel peso, sono posati - in basso a destra - calamari crudi e finocchi, legati da una salsa allo yogurt e coperti da qualche ciuffetto di aneto bronzeo.
Essenziale ed elegante quanto alla vista tanto al palato, interessante nel gioco di carnosità e croccantezza.

Continuiamo con un filetto di merluzzo [materia prima eccelsa] su una stupefacente [davvero, mi viene l'acquolina al solo ricordarla] salsa di uova affumicate di aringa, il tutto ricoperto da una pioggia di acetosella.

Splendida, poi, l'animella [morbida, ma croccante all'esterno, eseguita alla perfezione], accompagnata alle vescicole di uno spicchio di pomelo [frutto per il quale ho un debole e piacevole contraltare acido] e da spinaci al vapore: un piatto di una semplicità e di un equilibrio quasi matematici.

A questo punto della cena, siamo già totalmente conquistati: piatti creativi e gustosi, abbinamenti accattivanti senza che si ricada in un'insensata avanguardia, pochi e riconoscibili ingredienti, trattati con cotture leggere nel massimo rispetto della materia prima.

Fresco, bilanciato e puntuale il primo dessert: granita neutra [non dolce] alla mandorla, setosa crema di topinambur - molto interessante -, spicchi di mela cotogna caramellata - unica nota spiccatamente dolce.

E, infine, il coup de théâtre.

Una delle nostre prima conversazione fu a proposito del perché cucinassi prevalentemente dolci. Io gli risposi che li trovavo una sfida maggiore, perché rare volte mi erano capitati sotto il cucchiaino desserts che m'avessero davvero sorpresa [ad oggi, direi che si possono contare sulle dita di una mano]. Nella maggior parte dei casi il dolce si sceglie per golosità, è qualcosa di rassicurante che corrisponde a un'esigenza quasi infantile, a volte capitano desserts che meravigliano per la tecnica con la quale sono eseguiti, per la perfezione millimetrica [la Tower Nut del Jules Verne, ad esempio], ammirevoli e innegabilmente buoni, ma. Senza stupore.
Senza lo stupore puro, quello che fa dubitare dei vostri sensi, che porta a domandarsi se tutto quel godimento sia reale.
Ecco. Non ho memoria di un dessert che mi abbia stupita, incantata e rapita come il signature dessert de Le Chateaubriand.


Mezzo macaron alla nocciola, posato, dal lato curvo, su una polvere della medesima meringa.
Salsa al caramello salato.
Tuorlo d'uovo pochè, tiepido.
Caramellatura superficiale.

Il Tocino de cielo di Aizpitarte si gusta in un boccone solo: il tuorlo esplode in bocca, mescolandosi al caramello e aggrappandosi al macaron.
Sapido, dolce, vellutato, croccante.
Estatico, assolutamente estatico.

Sono poche le cene che mi hanno lasciato questa urgenza di scriverne [poco importa se ho posticipato fino ad ora il post, la concretezza, come sempre, s'impadronisce di ogni priorità], pochi i ristoranti per i quali prenderei un aereo domani. Se c'era qualcosa di Parigi che, davvero, volevo raccontarvi, era la cucina di Inaki Aizpitarte.


[Ah, anche i prezzi sono da bistrot: il nostro menù si aggirava attorno ai 60 euro]

sabato 6 settembre 2014

Agosto.

Fa un certo effetto ritrovarsi in ferie, per una che non si prendeva una vacanza dal 2011.
[Vacanza... ero in Grecia a dannarmi l'anima per uno che sarebbe sparito a fine estate, eppure - allora - mi sembrava così poetico ignorare il mare per scrivere romantiche lettere inutili. Comunque.]
La prima settimana l'ho trascorsa praticamente a dormire. Quindici, diciotto ore al giorno, una letargia che nemmeno mi ricordavo come si facesse. Mi svegliavo, tornavo a letto, leggevo, dormivo di nuovo, uscivo a correre, ogni tanto mi ricordavo della vita sociale.
Non riuscivo bene a collocarmi "in ferie": cosa si deve fare, in ferie?, come funziona questa lunga serie di martedì [martedì = giorno di riposo]?, come si gestisce tutto questo tempo libero legittimato?
Insomma, ho vivacchiato per cinque-sei giorni, nulla di che, a parte il riuscire a leggere romanzi, saggi, qualcosa che non fosse una ricetta [okay, più o meno, uno dei libri di questo agosto è stato "Il perfezionista", ma devo ancora finirlo, a riprova di quanto sia riuscita ad evadere dalla mia monotematica ossessione culinaria] e - sì, posso dirlo - riposarmi.





Ho rivisto Persone che pensavo di aver perso, inghiottite dal limbo dei "ci sentiamo presto" che, poi, si sa, la vita trasforma in eterni rimandi.
Parlare con qualcuno di simile, nel bene e nel male - soprattutto nel male, per quanto ci riguarda, purtroppo -, è sempre un'iniezione di verità, un pugno nello stomaco, uno schiaffo d'acqua gelida: sapere che la voce che abita la tua testa da ormai troppi anni, e che non riesci ad ammazzare, è la stessa che schiamazza nella testa di altri ti rende un po' meno folle, un po' meno sola, ma un po' più malata.
E allora capisci che non esistono rinvii, non esistono concessioni, ogni giorno devi alzarti e resistere, anche quando sembra che ci sia solo lei, quella voce maledetta, che copra tutto il resto, che non esista nient'altro.
Credo in te, Martina, come credo in Marina, in Ombrella, in Alice, e in tutti quelli che lottano contro una voce che ha scelto come suo nido la loro mente, e da lì genera caos e pretende attenzioni.
[Prima o poi, inizierò anche a credere in me, sì. Magari quando dalle due cifre passerò alle tre, quando dalle tre passerò alle quattro, magari quando non avrò più bisogno di contare.]

{Paragrafo oscuro ai più, lo so, scusate, ma a volte si devono scrivere cose pubbliche per un pubblico ristretto, con i suoi codici e i suoi messaggi fra le righe.}


Sono partita per l'Elba, alle 3.30 di un buio martedì mattina.
Ci siamo salutati nel piazzale di Milano Centrale, con poco più di un paio di ore di sonno negli occhi, tu che mi dicevi di tenere addosso la tua felpa e io che pensavo a come non togliermi di dosso te.
Ho vagato per la stazione, fra i negozi ancora chiusi e i binari vuoti, con il mio trolley giallo, leggendo del suicidio di Robin Williams su Twitter, stordendomi con il profumo dei cornetti appena sfornati, contemplando l'atmosfera di rarefatta surrealtà che acquisiscono i luoghi solitamente affollati quando li trovi deserti.
Il viaggio è stato interminabile, e dolorosissimo è stato sfiorare Firenze solamente per un cambio di treno, senza nemmeno il tempo di rincontrare quella città che adoro.
Piombino era torrida, Porto Ferraio caotica, Marciana m'ha accolta con l'odore pungente della macchia mediterranea, che proprio in quei giorni aveva lasciato spuntare i fiori azzurri del suo rosmarino, con il verdeblu incredibile del mare cristallino, con i tramonti incendiari al di là dell'orizzonte frastagliato dalla Corsica.
Sorriderò sempre al ricordo della tua amaca turchese, delle ferite disinfettate col Gin a mezzanotte, delle chiacchierate labirintiche e dei silenzi leggeri, tu che leggi e io che scrivo, degli scogli taglienti che, però, rivelavano sempre un lato gentile dove sdraiarsi a leggere, dei fichi d'India raccolti ai bordi delle strade, della gatta sorda che veniva a farci visita tutte le mattine, delle cenette in quel ristorantino genovese a Poggio ["La Sciamadda", consigliatissimo], di Giove e Venere quasi allineati in un unico, gigantesco, punto luminoso, sbucato inaspettatamente da dietro una rupe la sera del 18, di quell'abbraccio prima che io salissi sul traghetto per ripartire.
Pensavo sarebbe stato strano tornare a fare colazione insieme tutte le mattine, dopo quasi un anno che non viviamo più nella stessa casa, eppure, è stato tutto perfettamente naturale. In fondo, quando i legami sono veri, e non solamente dettati dal sangue, le cose riescono spontanee.











Ho amato e odiato quei giorni lontana da te, dilaniata fra ciò che avevo e ciò che mi mancava. Più godevo di quel mare, di quel cielo e di quel Sole e più quella fitta al centro dello sterno pulsava. Mai sommare della distanza alla lontananza, mai più.
Devo aver sfiorato il punto di saturazione della mancanza, quel sabato sera fuori dal Villa Serbelloni, mentre aspettavo che la cucina ti rilasciasse camminando su e giù da quella discesa, leggendo e rileggendo quel menù che ormai conosco a memoria.
Poi sei comparso, e che sollievo incredibile è stato sfamare finalmente gli occhi, le mani, le labbra, la pelle, i sensi tutti.

Fra tutto ciò che amo di noi, adoro l'irrequietezza iperattiva che ci accomuna: nemmeno dodici ore dopo l'esserci rivisti, eravamo a 4200 metri di altezza, con un paracadute sulle spalle, a lanciarci da un aereo.

{Ora, permettetemi di aprire una breve parentesi su questa esperienza pazzesca. Lanciarsi col paracadute è una fottuta figata - sì, niente poesia, niente giri di parole e ghirigori di aggettivi, proprio così, secco. Lo rifarei anche domani. Una scarica di adrenalina di quell'intensità è impagabile.
Immaginate: siete su un aereo minuscolo, si apre il portellone, otto persone davanti a voi si gettano fuori, inghiottite immediatamente dall'aria, voi vi affacciate, il vento più forte della vostra vita vi frusta il viso, gelido [-6°C circa], e poi, WHAM, via, improvvisamente, caduta libera, a 200 km/h.
Caduta.
Libera.
Ecco, forse quella è la sensazione più preziosa: cadere, poter cadere per davvero, concedersi di cadere, cadere con tutta la consapevolezza di chi si è lanciato da un aereo per farlo, cadere quando fra voi e la terra ci sono 4200 metri e non avete nulla a rallentarvi.
Che libertà purissima, quel minuto di caduta, che delirante indipendenza.
Poi arriva la parte divertente: si apre il paracadute, rimanete frastornati per una manciata di secondi [200 km/h --> 15-20 km/h], stordite l'istruttore con tutto il vostro entusiasmo [che, non te la vuoi fare una chiacchieratina a 1500 metri da terra?], lui vi spiega come guidare il paracadute, ci giocate un po', contemplate campi, casupole, macchinine, fidanzati già atterrati, decidete che volete prendere il brevetto illudendovi di poter volare [ciao, cara vecchia hýbris, ciao], ritornate a terra con un'elegantissima scivolata sul sedere, limonate duramente ancora tutti belli imbragati, eccetera, eccetera, eccetera.
Insomma, fatelo. Punto.}


Forse, ancora più emozionante di quel volo, è il ricordo della sera del tuo compleanno: noi due seduti a quel tavolo del Mistral, a parlare fittamente, occhi lucenti e abiti eleganti.
Non saprei dire se fossi più orgogliosa o più onorata di essere al tuo fianco, di conoscere le persone e le menti con le quali lavori, di carpire stralci di quella quotidianità che non possiamo condividere.
Certamente, dal punto di vista professionale, mangiare certi piatti con qualcuno che ti spiega ingredienti e procedimenti - come solo chi è abituato a stare dietro le quinte può - è decine di volte più stimolante e interessante.
Per quanto, infatti, mi sarei sciolta allo stesso modo assaggiando quel salmone, avrei apprezzato ugualmente la piena soddisfazione delle mie aspettative sul crudo di gamberi con spuma di cocco, gelato al guacamole e cialda al nero, avrei goduto con la stessa intensità di quel trittico di foie gras, avrei comunque provato dello stupore per la consistenza di quello gnocco di sedano rapa, mi sarei meravigliata con altrettanta sincerità di fronte alla preparazione - proprio davanti ai nostri occhi - del gelato con l'azoto liquido, per quanto le mie papille gustative si sarebbero tutte inchinate, nel più totale appagamento, anche fossimo stati incapaci di comunicare, godere-sapendo ha collocato il piacere a un livello più alto - come spesso accade, d'altra parte.
[Credo sia superfluo specificare quanto sia stata una cena eccellente e, d'altra parte, non penso nemmeno vi aspettiate la descrizione e il commento di ogni portata da me: già sappiamo che non sono una foodblogger, figuriamoci se mi metto a recensire ristoranti.]
Bellagio si è fatta perdonare tutti i mesi di lontananza, quella sera.

Quindi, è stato agosto.
Ora sono tornata in cucina, e chissà che non capiti qualche nuova ricetta fra queste pagine.
Devo confessarvi che più faccio la cuoca e meno mi sento di fare la blogger. Ogni tanto, però, questo spazio mi manca, e allora torno.
Tanto avevate già capito che sono lunatica e incostante, no?

[Sono state delle vacanze talmente pigre che la reflex se n'è rimasta bella comoda a casa. Per fortuna c'è Instagram.]

sabato 16 novembre 2013

Speculoos. | Biciclette, fiori e cannella: Amsterdam.

[Post scritto cinque giorni fa, in partenza per Roma.]

L'ennesimo decollo. L'ennesimo post scritto sul retro di una carta d'imbarco.
Guardo la terra allontanarsi, il Parco del Ticino, il lungofiume dove camminavamo, scorgo casa.
A volte, è così semplice fuggire. Bruciarsi gli stipendi in km da percorrere è un ottimo anestetico, parlare una lingua straniera per qualche giorno un'efficace distrazione.
Mi sento come uno specchio frammentato, che riflette angoli di città e occhi di persone.
Ho trascorso l'ultimo mese sballottata da una parte all'altra dell'Europa, un po' per lavoro, un po' per innamoramenti [di ogni natura e per ogni forma di Bellezza, perché, è risaputo, "amore" racchiude una moltitudine di sentire diversi, non solo quello che, il più delle volte, finisce per incenerirsi col tempo, incendiato dall'attimo e consumato dalla vita].
Il vento tenace di oggi continua a frustare l'aereo, da una parte o dall'altra. Le nuvole sono avviluppate come tentacoli di piovra, gonfiate come palloncini candidi, pettinate in campi d'illusoria tranquillità.
Posso pensare che il vento del Mare del Nord mi abbia seguita -inseguita- fin qui, quel  vento di ghiaccio, che ci colpiva il viso impietosamente, senza lasciarci nemmeno un attimo di mite quiete, mentre attraversavamo Amsterdam, su e giù dai ponti, da un canale all'altro, cinque gradi e i fiori sui tetti dei battelli.
Di Amsterdam mi ricorderò i musei, le architetture lineari e ordinate, i pranzi a base di torte di mele, la tua felicità nel vedermi mangiare un panino. Tre giorni incredibilmente fitti, per riuscire a godere di tutto quello che la Venezia del Nord aveva da offrirci.
Prendetevi una giornata senza impegni e camminate dal centro al Jordaan [zona di ritrovo di artisti nel passato - Rembrandt vi trascorse gli ultimi anni di vita, la casa che abitò è, ovviamente, meta turistica per fanatici - e ora quartiere radical-chic, dove "hipster" è un eufemismo], adibite il caffè a scusa per entrare in ogni bakery [bisognerebbe avere uno stomaco infinito e un metabolismo da ghepardo per assaggiare ogni versione di speculoos, ogni brioche speziata, ogni fetta di pane nero affollata di semi e spalmata di sciroppo del Limburgo - una sorta di confettura, per quanto riguarda la consistenza, di mele e pere], perdetevi fra i mille negozietti di abbigliamento vintage o di designer esordienti, stupitevi della quantità inimmaginabile di biciclette che si trovano ovunque, fuori dalle case, ancorate ai ponti, all'uscita dei pub e, soprattutto, per strada. Ricordate: ad Amsterdam la precedenza è sempre data alla bicicletta, non ai pedoni, non alle auto, nemmeno ai tram: la bici domina.








Potrei iniziare a scrivere del Museo di Van Gogh e dello Stedelijk, ma credo finirei fra centomila battute. Sarei potuta rimanere dentro ciascuno dei due per giorni interi. Il Museo di Van Gogh è straordinario, per chiunque conosca -anche solo superficialmente come la sottoscritta- il pittore. Dettagliatissimo, interattivo, denso di opere, organizzato in modo che non sia mai affollato. Potete immergervi nel tormento di questo artista per ore intere. Uscirne frastornati, travolti dalla determinazione suicida di quest'uomo - perché di Van Gogh è impressionante proprio la determinazione, oltreumana, dolorante, senza quiete, riconoscibile in ogni pennellata, nel colore denso che rimane, frastagliato e crepato, aggrappato alla tela, nei mari e nei campi, nei cieli turbolenti e nelle fronde straziate dal vento.
D'altra parte, lo Stedelijk è un viaggio stupefacente nell'Arte Contemporanea, attraverso ogni mezzo artistico, fra quadri e installazioni, cortometraggi e neon. Necessita di almeno tre-quattro ore di visita, ma le merita tutte: il tempo trascorso fra le sale di questo museo non conta, sembra di venire assorbiti in una realtà parallela.
Io e la mia sindrome da innamoramento facile non siamo, ovviamente, rimaste indifferenti al fascino nordico di questa città, ma, stranamente, al contrario di Barcellona, di Roma, non ho pensato di trasferirmici. Forse per la sensazione di perfezione apparente che mi ha lasciato, come se, oltre l'onnipresente gusto estetico nella disposizione degli edifici, delle finestre, dei colori, ci sia un disordine di fondo, ben nascosto, latente. Ma forse sono io, che, caotica fino alla punta dei capelli, non riesco a fidarmi di ciò che è ordinato.
Mi è sembrata perfetta per una toccata e fuga, Amsterdam. Per un weekend in cui riempirsi gli occhi di Arte, dentro e fuori dai suoi musei, le narici di fiori, lo stomaco di cannella.














Da mangiatrice seriale di spezie quale sono, in valigia non potevo che infilare barattoli su barattoli di miscela per speculoos [che poi io la metta anche nello yogurt, al mattino, è un altro discorso]. Nemmeno due giorni a casa, e stavo già a sfornare [si sente che sono appena tornata da Roma?].
Da Amsterdam vi ho quindi portato la ricetta di questi favolosi biscotti, carpita chiacchierando con l'adorabile proprietaria di un café. Sono perfetti, croccanti fuori e più cedevoli all'interno, credo potrei mangiarne senza sosta.



SPECULOOS

Ingredienti
500 g di farina 00
400 g di cassonade [zucchero grezzo molto scuro e umido, potete sostituirlo con dello zucchero di canna]
20-30 g di misto di spezie per speculoos [cannella, chiodo di garofano, cardamomo, pepe bianco, noce moscata, zenzero]
330 g di burro fuso
1 uovo + 1 tuorlo
15 g di lievito per dolci
sale [due pizzichi]


Procedimento
Mescolate tutti gli ingredienti fino ad ottenere un impasto omogeneo e liscio. Lasciate riposare in frigorifero per circa due ore.

Preriscaldate il forno a 180°C.

Stendete l'impasto in una sfoglia di circa 3 mm di spessore. Trasferitelo su una placca foderata di carta forno e infornate per 10-15 minuti [rimarrà ancora morbido, ed è giusto così, non lasciate che si scurisca]. Sfornate la sfoglia e ritagliate gli speculoos [4 cm x 2 cm, più o meno, vedete voi come vi vengono]. Lasciate raffreddare su una griglia, finché non si saranno rassodati.

sabato 26 ottobre 2013

Barcellona.

- Voglio raccontarti di un luogo.Tieni, guarda attraverso questo. È un caleidoscopio, vede il Bello. 
Accetti il piccolo cilindro di latta che ti ha offerto quella ragazza bionda, con il suo sorriso un po' storto e ambiguo, gli occhi scuri e grandi. Accosti l'occhio a una delle estremità, e guardi. 

Sono le otto del mattino, il Sole sta sorgendo. Scendi dall'aereo, stringendoti istintivamente nel blazer e cacciando il mento della sciarpa. Il freddo non arriva a pungerti, però. Sciogli le braccia, respiri. L'aria è tiepida, il cielo terso.

Scosti il viso, lanci uno sguardo interrogativo alla ragazza bionda, che se ne sta, come divertita, appoggiata alla parete, una mano in tasca.
- E ora?
- E ora ruota leggermente la parte terminale del caleidoscopio. Bastano pochi gradi, ho molto da mostrarti, non voglio tu ti perda nemmeno un angolo di Bello. Sì, così, giusto un poco. Su, guarda.

Dopo esserti persa in una ragnatela di vicoli, raggiungi la Rambla. La strada è ampia, la luce ti travolge, così come le persone, a centinaia, un flusso continuo di visi ognuno diverso dall'altro, innumerabili culture che camminano una di fianco all'altra.
Ti trovi proprio al centro della lunga via, muovi qualche passo a destra, poi torni verso sinistra. Cammini con lo sguardo che corre sugli edifici attorno, saltando da un dettaglio all'altro dei decori che ricoprono le pareti, tracciando finestre, delineando porte e portoni; infine, arrivi a Plaça Catalunya, immensa, quasi è impossibile identificarne il perimetro. 



Lanci uno sguardo a lei, che, sempre con una spalla alla parete, sembra aver riversato tutta la sua attenzione nell'attorcigliarsi un riccio dorato fra le dita.
Per un attimo alza gli occhi, incrocia i tuoi, e ti fa un gesto fra l'incoraggiamento e l'assenso, inclinando la testa.
Muovi ancora di un poco la parte mobile di quell'oggetto prodigioso.
.
Colori, profumi, odori, voci, suoni, rumori. Sei nel mezzo della Boqueria, il più esteso mercato coperto di Barcellona.
Lo sguardo divora, curioso, ogni banco. Frutta e verdura da ogni angolo del mondo, pesci e carni, spezie che ti s'infilano nelle narici, cioccolati d'ogni tonalità, uova d'ogni dimensione.
Cammini, insinuandoti nella folla: sembra un universo parallelo, un altrove creato apposta per esercitare la curiosità. Leggi ogni nome, che sia infilato in un cumulo di frutta secca, nella spessa scorza di qualche frutto tropicale, in una duna di curry dalla tonalità insolita, fra le squame fulgenti dei pesci.
Lo stomaco inizia a fare le fusa, acquisti del mango. Lo mangi appoggiata a uno sgabello, la reflex al collo, gli occhi incapaci di prendersi una pausa, le papille che si sciolgono. Poco dopo assaggi la pitahaya: al posto della buccia ha fiamme rosa acceso e, tagliata a metà, rivela polpa bianca costellata da semini neri. La consistenza è fra il kiwi e il fico d'India, il sapore dolce, acquoso, sa un po' di cactus. Si gusta cucchiaino dopo cucchiaino, osservando il popolo della Boqueria: il gregge di turisti, i pochi, ma ben identificabili, acquirenti locali, i venditori, che sembrano parlare tutte le lingue del mondo.
Non sapresti affermare, con certezza, quante ore hai trascorso lì dentro. Quando esci stai aprendo l'ennesima confezione di mango appena affettato, la folla sulla Rambla non si è ancora dissolta, la luce è cambiata, ma non ci sono accenni di buio. 




- Continua, su.

Pomeriggio inoltrato. Ti perdi nel quartiere gotico. Le vie sono strette, gli edifici alti e frastagliati, le ombre corteggiano muri e finestre. Lo sguardo setaccia le pareti, coperte da dipinti e poesie, vorrebbe aprire le porte, ognuna di un colore diverso, s'arrampica sui balconcini, che hanno decori di piastrelle -o mosaici- anche nella parte inferiore, quella rivolta alla strada [a Barcellona è scontato che uno guardi verso l'alto, soprattutto mentre cammina; capita spesso di scontrarsi con altri, e si ride insieme dei propri nasi all'insù]. Ogni tanto spunta una cattedrale, il Museu Picasso lo trovi quando smetti di cercarlo - ma no, non entriamo ora, ci sarà tempo più avanti.
È un susseguirsi di piccole botteghe, ristoranti e bar.





- La senti, la Vita, sì? Lascia che ti pervada, come linfa.
Altro spostamento di cristalli e specchi, altra scena. 


Sei al porto. Il mare, finalmente. Fermati un po' a respirare, guarda la Luna sorgere nel cielo ancora azzurro.
C'è un prato verdissimo, la gente ci si sdraia, c'è chi legge, chi chiacchiera, chi corre, chi si bacia. Una funivia attraversa il cielo. Bolle di sapone giganti riflettono la Golden Hour.

Tuttavia, non puoi rimanere in questa serenità di cristallo per troppo. C'è ancora dello stupore da provare.
Entri nel Museu d'Història de Catalunya, sali i piani quasi di fretta - per le sale ci sarà tempo più tardi -, su per quella struttura di legno scuro e alluminio, toni bordeaux e luci calde, per arrivare alla terrazza -sarebbe per i clienti del ristorante, ma.
Attraversi il locale, ti affacci al parapetto.
Divampa, Barcellona, mentre il Sole si posa sui suoi tetti.




- Proseguo?
- Direi di sì: questo era solo il primo giorno.
Avvicini ancora l'occhio - c'è un bagliore, sul fondo della tua pupilla, o sbaglio?

Mattino.
Stai uscendo dalla metro. Sembra periferia.
Ti volti.

[Ora, dovresti riprendere a respirare.]

La Sagrada Familia.
La struttura intera è indescrivibile. Un'immensità leggera. Gli infiniti particolari. Colonne che sono tronchi d'albero, incredibilmente slanciate e sottili, come betulle.
Osservi le statue, osservi gli spigoli con i quali è stata scolpita la pietra, avresti mai potuto immaginare una simile espressività? Gli sguardi, le mani, i solchi che le emozioni lasciano sui volti. Quel cavaliere. Gli occhi - continui, continui, a guardare quegli occhi.

[Sei pronta? Entra.]

Luce. Luce ovunque. Altezza. Spazio. Colori di vetrate astratte.
Arcobaleni sugli organi.
Una foresta. Di marmo. F
ronde, rami, fiori.
Cammini, lenta, incredula. Senza nemmeno osare toccare la macchina fotografica, per ora.
Ti fermi, a un tratto. 

Non pensi anche tu che dovrebbe capitare più spesso, di piangere dalla Meraviglia? 
Credo sia inevitabile commuoversi, quando scopri che una mente umana ha concepito l'inconcepibile. 


[Non ci sono parole per descrivere quello che accade là dentro. E non sai la disperazione, quando ne esci, quando ritorni ad altri panorami, e scopri che il tuo limite di Bellezza è balzato in avanti, e tutto è più buio, più debole, più convenzionale.
Ti arrabbierai con Gaudì, per l'ennesimo bisogno con cui ti ritroverai a fare i conti. Ti arrabbierai, lo ringrazierai, leggerai di lui. Non basterà. Scriverai di lui un venerdì sera, con ancora qualche lacrima ad appendersi alle ciglia.]





- Ora devi uscire, però.
La ragazza bionda allontana piano il caleidoscopio dal tuo viso.
Per un attimo, è lei a guardarci dentro. Poi, lo fa ruotare ancora una volta.
- Tieni. 
È il luogo migliore per non tornare alla Realtà troppo violentemente. 

Parc Güell.
Sembra di trovarsi in una qualche fiaba: architetture ai limiti del surrealismo, gallerie preistoriche di pietra e terra, vegetazione lussureggiante.
La casa di Gaudì è un edificio colorato, con i comignoli a fungo, decori che sembrano fiori rampicanti, pavimenti differenti in ogni stanza, soffitti foderati da arabeschi o da motivi geometrici, lampadari che sottolineano l'attenzione per la luce e i giochi che essa può creare, se fatta filtrare attraverso un vetro rosso, o verde, o giallo. Un'abitazione piccola, modesta - inaspettatamente, vero? -, ma perfettamente capace di trasmettere la cura, la passione, per i dettagli e per il pensare al di là di tutto quello che è già stato creato.
Puoi perderti, senza mai sentirti smarrita. Qua e là trovi una violinista, o un chitarrista. Pappagalli verdi volano da un albero all'altro.
Poi, a un tratto, il genio esplode nuovamente: con la Sala Hipostila, e quella sorta di panchina sinusoidale. Potresti osservare, singolarmente, ognuna delle ceramiche che la ricoprono, e non ne troveresti una che si ripeta.
Scendi le scale.
Al di sotto, un vasto portico di colonne doriche, ancorate a un soffitto ondulato, coperto da un mosaico bianco-opalescente, nel mezzo del quale, come isole, spuntano decori circolari di cristalli colorati.
E poi c'è la doppia scalinata, con le fontane, e i mosaici che continuano sui muri. 

Cerchi di assorbire tutto il possibile con gli occhi. Intanto, l'unico pensiero che la tua mente riesce a formulare è: "Incredibile."



- Dovresti tornare in città ora. C'è la Cattedrale, da vedere. Ma. È magnifica, ovviamente, ma dopo la Sagrada tutto quel gotico, così buio, e minaccioso, è solo opprimente.
Mi penserai stupida, lo so. Posso però assicurarti che io adoro il gotico, davvero, ma, dopo tutta quella luce, ti farebbe solo stare male.
Piuttosto, è ora di cena.
La ragazza bionda sorride entusiasta, e tu fai girare, nuovamente, il cilindro e i suoi specchi. 


Sei seduta a un tavolino, in una piccola piazza. Ti sembra il quartiere gotico, di nuovo.
La sera è tiepida, il cielo è di cobalto scuro.
Leggi il menù. 
È un ristorante vegetariano, e ti chiedi come sia possibile esser finita in un posto del genere a Barcellona. Eppure, il posto sembra carino, i tavoli sono tutti occupati, da studenti e spagnoli, le ragazze di fianco a te mangiano nachos e guacamole. Ordini una paella vegetariana, preparata con riso integrale. Intanto, sedi la fame con gli antipasti: sfiziosi e ottimi. Anche la birra è notevole.
Inizi a rilassarti, quando un trio punk attacca a suonare in mezzo alla piazza.
Il primo pezzo è un inno alla banana, perché contiene il potassio. Cantano in spagnolo, non sei sicura di cogliere nemmeno i tre, canonici, accordi, ma sono simpatici. Soprattutto il cantante, in perfetto stile Johnny Rotten, con tanto di trucco pesante e pantaloni aderenti in tartan rosso.
La paella è perfetta.
Scambi quattro chiacchiere con la cameriera e con i ragazzi che gestiscono il locale: l'idea di un ristorante vegetariano [e veg: hanno dei nuggets di seitan da uscirci di testa, per non parlare dei dolci] è nata da una cooperativa che possiede l'azienda agricola dalla quale provengono la maggior parte degli ingredienti dei piatti.

[Il locale 
è molto carino anche all'interno, un po' hipster, ma poco mainstream. Non è assolutamente turistico, uno dei ragazzi assomiglia a Jude Law, e la ragazza è simpaticissima. La piazzetta è un susseguirsi di negozietti vintage. Insomma, ve lo consiglierei.]

Barcellona, di sera, è calda e movimentata. Stai bene, conta poco altro.

Questa volta, fai ruotare il caleidoscopio senza guardare la ragazza. 

Sei tornata al Museu Picasso. Ora, però, ci entri. L'edificio è splendido, il museo ben organizzato, le opere moltissime.
Quella dedicata al ciclo "Las Meninas" è la prima sala nella quale perdi la cognizione del tempo.
Un'ala intera del Museu è dedicata a "La vita". Si trova in fondo a una sala rettangolare molto lunga, 
c'è una singola seduta. Ti siedi, lì, da sola, nel silenzio, di fronte a quelle figure, alla vita tutta rappresentata in quella coppia nuda, in quella donna scheletrica, in quell'infante.
Visiti il museo e ne esci con la sensazione di aver trascorso tre ore in compagnia di Picasso, e di aver ascoltato la sua vita intera, raccontata dal pittore stesso.
A volte, l'intensità di determinate opere d'arte dà questa illusione, quella di aver compreso certi stati d'animo, certe passioni, certe vite, di aver trascorso del tempo con l'artista, e non solo con le sue opere, di averlo capito, e di essere stata capita.

- Oh, Pablo. - sospira, non senza ironia, la ragazza bionda.
- E ora?
- E ora si torna a casa. Ma puoi trascorrere ancora qualche ora in giro per Barcellona, se vuoi: perderti un po' nel mercato di Sant Antoni, visitare il quartiere El Born, andare a pranzare al mare, seduta sul molo, camminare fino a non sentirti più le gambe, ma senza essere stanca. Ecco, sì, cammina: è l'unico modo per afferrare tutta la Bellezza di questa città.
Certo, potresti anche decidere di non tornare. 

Il sopracciglio sinistro della ragazza bionda fa un guizzo appena percettibile, appena prima che lei si volti, per andarsene. Mentre si allontana canticchia una canzone in spagnolo.

Ti ha lasciato il suo caleidoscopio.