martedì 29 maggio 2012

"Un po' ammaccata fuori, molto disordinata dentro."


Oggi post breve, sintetico, giusto per raccontarvi di una torta con le fragole che “se aspetto ancora un po' a pubblicare le fragole ce le sogniamo”.
Sono in periodo esami, quindi più che vagare per casa con una montagna di libri appresso, drogata di caffeina e teina, con gli occhiali da vista che ormai sono diventati parte del mio corpo, non faccio.
A parte andare a Pavia, per vedere una mostra, trascorrere una meravigliosa giornata, godersi, in serata, un festival con un nome che è tutto un programma [BeerFood, NdA.], e fondere il motore della macchina sulla via del ritorno, si sottintende.
A parte l'ennesima complicazione che rimescola tutte le carte sul tavolo di gioco.
A parte tutto ciò che manca.
A parte che nobody said it was easy, it’s such a shame for us part.
A parte questo, non faccio altro che preparare gli esami, in effetti. ;)

Dunque, la torta.
Trovata da lei, colpo di fulmine istantaneo. Infornata all’una di notte, fra un filosofo e l’altro, con farina e cacao che pericolosamente attentavano ai libri dell’università sparsi sul tavolo [vorrai mica essere così ordinata da non preparare una torta senza aver spostato appunti e quaderni].
Con la testa di mia mamma che, a un certo punto, fa capolino dalla porta e Agnesesipuòsaperechecavolostaifacendoaquest’ora?
La torta, mamma. Chi non fa una torta all’una di notte, mentre sta studiando.
È che… cucinare di notte ha sempre il suo perché. Molte cose, di notte, hanno il loro perché.
La notte ha il suo perché.
Che cosa ha a che fare la notte con il sonno, diceva John Milton.*
Ma dicevamo, lla torta. [Mantenere il filo del discorso, una delle cose che non mi hanno insegnato.]
Cacao e fragole. Tanto cacao, così diventa bella scura e ha quel profumo che è già di per sé un’estasi. Fragole, che in cottura si sciolgono quasi. Un impasto morbido, diviso in quadrotti.
Perfetto come colazione da fare in macchina, on the road, cantando canzoni anni ’70, mentre si sfreccia in autostrada con i finestrini abbassati e il vento fra i capelli. L’ultima torta di una lunga serie di dolci trasportati e, spesso, mangiati, su quella macchina, insomma.
Piccola Ka, ci mancherai.




TORTA MORBIDA CON CACAO E FRAGOLE

[Ricetta di Wenny, fra parentesi le mie modifiche agli ingredienti. Ho stravolto soprattutto il procedimento, in primis inserendo il latte bollente perché mi piace moltissimo la consistenza che dà agli impasti, per qualche esempio, qui e qui.]


Ingredienti
180 g di farina 00 [130 g + 50 di fecola]
4 cucchiai di zucchero di canna scuro
3/4 di bicchiere di olio evo [io non l'ho messo]
3 cucchiai di cacao amaro di ottimissima qualità [4 cucchiai]
un uovo
latte intero, qb.
6 g di lievito per dolci [3 g + 3 g di bicarbonato]
[un pizzico di sale]
[cannella, perché adoro la cannella con le fragole.]

una decina di fragole ben mature [circa 400 g]


Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°C.
Setacciare le farine, il cacao e il lievito. Pulire e affettare le fragole.
Lavorare con le fruste lo zucchero e l'uovo. Aggiungere le polveri, la cannella e il sale.
Ammorbidire il composto con il latte, versato a filo e bollente, mentre si mescola.
Unire le fragole e versare in una pirofila rettangolare, foderata da carta forno.
Cuocere per mezz'ora. Prova stecchino.


E, dopo questa, vi auguro un'ottima giornata.
A presto.

A.


*A proposito di John Milton e notti insonni... il prossimo numero di Arabica Fenice [Ve la ricordate? Non la conoscete? Non vi ho ancora rotto abbastanza le scatole? Qui trovate tutto.] sarà a tema "Insonnia" e la citazione scelta come punto di vista sulle notti bianche è proprio quella di Milton. Se vi ho incuriositi, potete seguire Arabica su Fb e su Twitter [@arabicafenice]. Ovviamente, l'Agnese della quale trovate ogni tanto i racconti non sono io, ovviamente.

lunedì 21 maggio 2012

No, non sono biscotti.

Avere troppo da raccontare e non riuscire a scriverlo.
Vorrei un mazzo di istantanee, da spargere in questo post, che parlassero per me.
La riproduzione casuale del mio iPod che riportasse i miei stati d'animo. 
Venti giorni dall'ultimo post.
Ho visto Londra. Ho vissuto Londra a piedi, ignorando i mezzi pubblici per scelta, camminando per più di dieci ore al giorno, da sola, con canzoni e pensieri in testa, nient'altro.
Fermarsi a leggere nei parchi, gli scoiattoli che ti passano di fianco. Scrivere nelle caffetterie. Perdersi perchè la cartina no, vado sempre dritto, da qualche parte arrivo. 
Un susseguirsi di musei, gallerie d'arte e mostre.  
Il Tate Modern con Einaudi nelle orecchie.
Pezzi di Partenone al British e il tuo cuore da classicista che un po' sussulta.
Van Gogh lì, a 30 cm da te. Sorridere davanti a Kandinsky. Mondrian. Mirò. Dalì. Matisse.
Scale rosse appese al soffitto. Tele squarciate da Fontana. 
L'abbraccio di un amico che non vedevi da mesi. 
Mangiare curry fino alle lacrime. Scoprire modi di cucinare da ogni parte del mondo perché li hai lì, a portata di mano, in un'unica città.
Il Tamigi di sera, fermarsi ad osservarlo ascoltando canzoni di ricordi.
Soho, Camden, quartieri di persone, di modi di essere, di voci, di colori.
Sentire la mancanza così netta di ciò, di chi, hai lasciato qui, chiedersi il perché di quel viaggio improvvisato, respirare nella voglia di tornare. 
E poi, quando torni, ti sembra che quei giorni dall'altra parte dell'Europa siano stati nient'altro che un attimo, velocissimo, trascorso fra quel sabato sera e quel giovedì pomeriggio.
E poi i giorni passano. Con una rapidità che ti lascia sempre un po' allibita.
C'è l'Università. Ci sono gli esami e la testa che non vuole studiare. C'è il lavoro. C'è quel lavoro che ti risolverebbe i 3/4 dei cazzi che si mettono fra te e il buon umore, sempre. Ci sono le schede bloccate di Chrome con gli appartamenti in affitto che sì, forse, magari, magari. Ci sono i tramonti sul Lago d'Orta. Ci sono i lunedì. E i venerdì pomeriggio. Ma anche i giovedì, in effetti. Ci sono i racconti scritti dopo una serata in birreria. Ci sono le sere in cui lasci la tua macchina a qualcuno, e il mattino dopo ti fai venire a prendere.
Ci sono i cheesecake mangiati fronte lago, i temporali che durano il tempo di un bacio, l' "euforismo" e gli scazzi.
C'è tanto, così tanto. Così tanto che non è mai abbastanza.
Ci sono le ricette rincorse perché qualcuno ti chiede quei biscotti.
Ci sono le ricette inventate che, ovviamente, non portano a quei biscotti.
Ci sono i biscotti che ti chiedi un po' che cosa siano, e che mangi cercandone il nome, ridendo in due, come sceme, in macchina. 
Ci sono biscotti indefiniti e improvvisati, completamente inventati, che, però, chissà come, creano assuefazione.
Un po' come tutto il resto che nasce indefinito, figlio dell'improvvisazione, un po' inventato, perché non pensavi che la vita potesse comprendere anche qualcosa del genere. 

I biscotti, per la cronaca, sono questi. 
Mele e uvetta ammorbidita nel Calvados. 
Morbidi che sembrano frittelle. Perché c'è la ricotta al posto del burro, così sono anche light.
Per colazione, perfetti. Per il dopocena davanti a un film. Per la merenda anticipata prima del pomeriggio di studio matto e disperato che poi trascorri leggendo blog.
A voi, i friscotti, o biscottelle, come qualcuno li ha definiti.
[Perché, no, non sono biscotti, come sempre quel qualcuno mi ha scritto nel titolo. Cosa succede a scrivere un post in presenza di altri, @atraM_otazziR...]





COOKIES MORBIDI con mele e uvetta


Ingredienti
300 g di farina
150 g di zucchero di canna
250 g di ricotta
latte q.b.
2 uova
due cucchiai di marmellata di albicocche
3 mele
80 g di uvetta
vaniglia [bacca/estratto/vanillina]

un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di lievito per dolci

calvados/rum/marsala per far rinvenire l'uvetta


Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°C.
Ricoprire l'uvetta con il liquore, in una ciotolina a parte. Sbattere la ricotta con lo zucchero, aggiungere, uno alla volta, le uova, la farina setacciata, il sale, il lievito e, in ultimo, le mele a pezzetti e l'uvetta.
Se necessario, aggiungere qualche cucchiaio di latte, fino a ottenere una consistenza da "cookie", abbastanza morbida.
Distribuire il composto su una placca da forno ricoperta da carta, utilizzando due cucchiai.
Infornare per 15-20 minuti, finché non saranno dorati.
Lasciar raffreddare su una griglia.


Scritto ciò, vado a studiare, che mi pare cosa buona e giusta.
Buona serata a tutti, e a presto :)

A.




martedì 1 maggio 2012

"Ehi, ho fatto la torta!"


Ogni tanto rispunto. Sì.
Non ho smesso di cucinare. Non ho smesso di leggervi. Sono semplicemente stata… Altrove. Faccende in sospeso con la vita, sapete. Quelle cose che, prima o poi, bisogna fare.
Tentare di frequentare l’Università, e poi trascorrere più ore a girare Milano a piedi che a lezione. Imparare, sempre e comunque, da qualsiasi cosa. Leggere, da sola, in due, di notte sotto casa di qualcuno, in macchina, di pomeriggio in riva al lago, sui treni, a letto, negli occhi. Scrivere. Dipingere. Fotografare. Cantare, fischiettare. Guardare, o non guardare, decine di film. Scoprire. Rimanere a guardare i tramonti. Aspettare ogni alba, che sia alle 6.30 del mattino, o alle 15.00 del pomeriggio. Fidarsi. Stare con gli amici, quelli che ti vengono a prendere dovunque e in ogni momento, quelli con cui non si contano i litri di benzina, quelli con cui si cerca una Casa, vagabondando per le strade e per le giornate. Andare al mare d’inverno. Decidere di prendere un aereo, così, dal nulla, e acquistare i biglietti prima che la testa si chieda cosa tu stia facendo. Vedere la neve ad aprile. Ubriacarsi di Bellezza. Sentire la pioggia sulla pelle, su tanta pelle. Spegnere il cervello e sentire. Innamorarsi.
Cose così, insomma.
Però, ogni tanto si torna. Anche solo per lasciare un saluto, per dire “Ehi, ho fatto la torta!” [Su Twitter ne sanno qualcosa, e anche su Instragram, e su Tumblr, chiedete di una certa Guinness Cake.]
Così, stamattina, nell’alba sonnacchiosa di un risveglio pacifico, con un sottofondo di pioggia e ricordi di una serata extra-ordinaria [#youknow], ho preparato una torta.
Senza partire da alcuna ricetta, semplicemente cercando di accostare ciò che le mie mani pescavano da frigorifero e dispense. Un po’ come si abbinano i colori, o le parole per comporre una frase.

Banane, noci, cioccolato fondente, zucchero di canna, un pizzico di cannella.

...ricetta?




BANANA BREAD con noci, cioccolato e yogurt

Ingredienti
una banana matura
2 vasetti di yogurt alla banana
250 g di farina integrale
200 g di farina bianca
180 g di zucchero di canna
100 g di burro
2 uova
cannella q.b.
mezza bustina di lievito per dolci [8g] + una punta di bicarbonato
un pizzico di sale
150 g di cioccolato fondente [70%]
100-150 g di noci

Procedimento
Preriscaldare il forno a 170°C.
Far fondere il burro, nel frattempo montare le uova con lo zucchero e il sale.
Frullare la banana con lo yogurt. Unire il composto di uova a quello di banana e yogurt, aggiungere il burro, le farine, la cannella e il lievito.
Tritare grossolanamente il cioccolato e le noci, aggiungerli all’impasto.
Versare il tutto in uno stampo da cake, foderato di carta forno [o imburrato e infarinato, as you prefer].
Infornare per 50-60 minuti. Prova stecchino.

A questo punto, che dirvi… tanto lo sapete, che non me ne vado. Quando torno, però, non so. Magari alla prossima torta. Magari fra un’altra manciata di mesi.

Buona giornata. Buon maggio.
Lasciatevi vivere.

A.

p.s.: foto via Instagram [_yournoise, nda], non vorrei illudervi di essere una food-blogger seria ;) [Non diciamo che avevo la macchina fotografica scarica, per una volta che avrei potuto usarla... non diciamolo.]