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lunedì 16 dicembre 2013

Sorry, I'm human.

Ebbene sì, signore e signori, lettori fidati o casuali avventori: oggi nessuna fragrante bacca di vaniglia, nessun finissimo sableé, nemmeno un grammo di zucchero grezzo. Capita anche a me di avere il frigorifero vuoto, la noia ad alitarmi sul collo, la modalità "procrastinazione selvaggia" nei confronti delle solite faccende del lunedì. Allora, dopo aver aperto almeno una decina di volte ogni anta della cucina, mi arrendo: afferro il pacco di biscotti nel mobiletto della colazione, il preparato in busta per il budino alla vaniglia dall'altro scaffale, il cartone del latte dal frigorifero, e improvviso un dolce per la cena.
Accade anche che arrivi a completarlo prima della pomeridiana discesa delle tenebre invernali, e allora ci scappa il post, con la massima consapevolezza di non aver creato un capolavoro di pasticceria, ma con la certezza che, in ogni caso, questo genere di sorprese, a fine cena, raramente lasciano insoddisfatti.



La riuscita è sicura al 100%, l'esecuzione di una facilità imbarazzante. Trattasi di un favoloso budino alla vaniglia sostenuto e ricoperto da briciole di Pan di Stelle. Applausi, grazie!



BUDINO ALLA VANIGLIA CON PAN DI STELLE

Ingredienti 

preparato per budino alla vaniglia
500 ml di latte intero

una manciata di Pan di Stelle
un po' di cannella
un pizzico di sale
un cucchiaio di miele

Procedimento

Preparate il budino seguendo le indicazioni sulla confezione.
Frullate grossolanamente i Pan di Stelle, insieme a cannella, sale e miele.
Disponete un fondo di biscotti nei bicchierini/coppe, ricoprite di budino e terminate con altri biscotti.


martedì 19 novembre 2013

Yogurt greco, kaki e pistacchi. | Il Sole di mezzanotte.

Novembre sembra insormontabile, quando stai cercando un lavoro che ti renda indipendente a tempo indeterminato e quando, mentre spargi curricula, senti confondersi i lineamenti, perdi di vista i tuoi confini e i tuoi limiti, dubiti delle tue capacità e dei tuoi desideri.
[A volte, ho la vaga impressione di complicarmi l'esistenza.]
In certi giorni di novembre non puoi che fotografare l'assenza di luce, ti arrendi, l'accetti, e ti lasci inglobare, assecondando le ombre con della stoffa nera.
Poi, inaspettatamente, tutto si rischiara, passata la mezzanotte, quando, anziché tornare a casa, inizi ad arrampicarti su per stradine annodate, con due amiche e la riproduzione casuale dell'iPod, alla ricerca della vista migliore per godere del lago di notte [la Bellezza salva sempre, o è il pretesto per salvarsi, quando non ci si arrende al bilancio della giornata e allora si spera che possa esserci dell'altro].
Rincorri un notturno e lo trovi punteggiato di luci. E ti lasci tirare su, quasi di peso, da qualcuno che ti racconta scorci di vita, dalle risate leggere, dai paesini deserti con i cancelli da scavalcare, dall'asfalto che, dopo la pioggia, riflette i lampioni gialli, dalla puntualità delle canzoni, dalla colata di smalto lucido e nero del lago, dall'arancione tondo dei kaki sugli alberi spogli.
[Certi entusiasmi notturni sono talmente regalati, liberi, che davvero ti chiedi che senso abbia ostinarsi a stare - farsi - male.]
C'è chi dipinge immagini destinate a divenire realtà, e chi cucina preludi di stupore.
Vi ho già detto quanto mi piacciono gli alberi di kaki?


La ricetta di oggi è davvero di una semplicità imbarazzante. Oltretutto, è velocissima da preparare, ideale quindi per un last minute.
La dolcezza di questo frutto-capolavoro ammorbidisce l'acido dello yogurt greco che, grazie alla sua compattezza, ben si presta a creare illusioni di mousse, golose e leggere. I pistacchi sono un vezzo cromatico che, in realtà, rivelano anche un vincente abbinamento.


YOGURT GRECO, KAKI E PISTACCHI

Ingredienti [per 4]
500 g di yogurt greco
2 + 1 cucchiaio di miele [se ha un sapore un po' intenso è meglio]
2 kaki
un cucchiaio di rum
un cucchiaino di estratto di vaniglia
pistacchi

Procedimento
Pulite i kaki, prelevatene la polpa e mettetela in un pentolino. Fate scaldare con un cucchiaio di miele e il rum, finché non si saranno disfatti.
Lavorate lo yogurt con il miele rimasto e l'estratto di vaniglia.
Componete i bicchierini versando, sul fondo, un cucchiaio di coulis di kaki, ricopritelo con lo yogurt, completate con altro coulis di kaki e con i pistacchi, tritali al coltello.


Cachi o kaki?
Ho cercato di togliermi questo atavico dubbio e, a quanto pare, entrambe le versioni sono corrette, sebbene sarebbe da preferire kaki, che richiama il nome latino Diòspyros Kaki.


venerdì 16 agosto 2013

Olive nere, feta e limone | I luoghi

A volte, mi mancano i luoghi.
In questo agosto lacustre, penso spesso alla Grecia. Mi mancano i suoi colori -quel blu accecante, quell'inviolabile bianco-, i suoi odori -il sale, il legno delle barche al porto, l'umidità nelle strade pietrose e strette all'alba-, il suo vento senza tregua, il mare inevitabile come solo sulle piccole isole sa essere, che si gonfia e invade le terrazze dei ristoranti, che abbraccia le spiagge, calmo, di notte, che ti inghiotte lo sguardo.

Che la cucina sia evocazione -di memorie, di emozioni, di sensazioni- è risaputo. Oggi volevo tornare un po' là, a vagare fra i mille gatti che popolano quei frammenti di terra in mezzo al mare, là, su quel balconcino dove cenavamo, mordendo pomodori e spezzettando feta, mentre il tramonto, indescrivibile, moriva oltre l'orizzonte. 

Della Grecia mi ricordo l'intensità netta dei sapori e dei colori, ed è quella che ho cercato di ricreare oggi a pranzo. 
Il salato si vede raramente, fra queste pagine. Forse perché mi sembra assurdo, quando ormai tutti sono già a tavola, armati di forchette, afferrare la reflex e insorgere con un: "Fermi tutti! Devo fotografare i vostri spaghetti per il blog." Forse perché il salato, quella faccenda di forchette e coltelli, di pepi macinati e di padelle sul fuoco, ha più a che fare con la quotidianità e, spesso, la quotidianità viene trascurata, sottovalutata. Forse perché con il dolce è più semplice ottenere l'approvazione degli altri.
Qualunque sia il motivo, oggi non solo vi posto un piatto di pasta, ma scrivo anche il post il giorno stesso della preparazione -senza far passare quei 2 o 3 mesi canonici.
Il fatto è che questa pasta era troppo buona per non afferrare la Canon e scattare -noterete, infatti, lo styling accurato e premeditato. Pasta integrale al dente, olive nere ridotte a tapenade velocemente, con la lama del coltello, feta sbriciolata, zeste di limone grattata all'ultimo. In particolare, il limone con le olive se la passa benissimo, togliendo loro un po' di quel sapore burbero e complicato che le contraddistingue, inoltre, crea un intrigante gioco di acido-aspro con la feta: insomma, non solo rinfresca, ma rende anche il piatto di gran lunga più interessante.
Questa pasta è anche una goduria da preparare: dal tritare le olive al coltello, con quel suono ipnotico che producono lama e tagliere insieme, allo sbriciolare la feta con le dita, al grattare il limone e sentire il suo profumo sprigionarsi. 


FUSILLI INTEGRALI CON TAPENADE DI OLIVE NERE, FETA E LIMONE

Ingredienti [per 1]
x g di pasta, il formato che preferite
5-10 olive nere
30-50 g di feta
un limone non trattato
olio evo

*quantità di pasta a vostra discrezione, non sono io a dovervi dire quando il piatto è abbastanza pieno; di conseguenza, regolate le quantità degli altri ingredienti

Procedimento
Cuocete la pasta mantenendola al dente. Intanto, tritate le olive con un coltello.
Quando la pasta è pronta, conditela con la tapenade, la feta sbriciolata e un po' di zeste grattuggiata al momento. Giro d'olio a piacimento.

giovedì 7 marzo 2013

Banana pancakes | For the love of breakfast

Sono ormai quasi due mesi che mi sono trasferita qui, a Modena, e settimana prossima sarà il turno di un nuovo trasloco.
Ho trovato il mio bucolocale, la mia mansardina con soffitto di travi in legno e finestre vista tetti, la mia libreria da riempire con i miei libri, la mia cucina eufemisticamente essenziale, persino senza forno [ma chi se ne importa, in qualche modo si farà], con un lavandino da far traboccare di tazze con fondi di caffè e cucchiaini sporchi di yogurt, i miei pochi mq in cui mantenere in ordine il mio disordine.
Non realizzo ancora bene il concetto "casa mia", ma non vedo l'ora di andare a viverci.



Mi sarebbe però dispiaciuto non lasciare traccia di quella che è stata la "casa di transizione", che mi ha ospitata in queste prime settimane modenesi, fra le pagine di Food Therapy.
Sono sicura di aver già sviscerato il mio amore profondo e fedele nei confronti della colazione che, anche vivendo da sola, è rimasta un appuntamento importante, nonostante mi siano mancati prodotti da forno homemade [casa di transizione, dicevo poco sopra, immaginate l'attrezzatura da cucina disponibile, sorvolando, poi, sul forno impossibile da accendere, dato che farebbe saltare la corrente].
Questi pancakes sono stati davvero una rivelazione. [In rete circolano già da un po', io li avevo visti da Stefania qualche tempo fa]. Perfetti per una colazione da favola, non necessitano una dispensa fornitissima, un frigo straripante, e nemmeno il possesso dell'intero catalogo Kitchen Aid. La classica ricetta, insomma, che nei manuali di cucina indirizzerebbero a single, workaholics senza tempo per spesa&fornelli o professionisti in pigrizia.
Bastano due ingredienti: una banana [magari proprio l'ultima rimasta, ormai in fase di mummificazione] e un uovo.
Il risultato? Pancakes.


Dimenticatevi merendine confezionate o il solito yogurt con i cereali: questi pancakes sono velocissimi da preparare e leggerissimi [1 uovo + 1 banana = meno di 200 kcal, giusto per dire], oltre a costituire una colazione equilibrata e sana: proteine, zuccheri, fibre, vitamine, potassio e molto altro.


Sono eccezionali già al naturale [soprattutto se la banana è ben matura], ma volendo si possono declinare in varianti più golose:

- fragole fresche [o confettura di fragole, o coulis di fragole, come quello che trovate qui, o fragole disidratate mescolate alla pastella]
- cioccolato [a pezzi dell'impasto, fuso, tritato grossolanamente e lasciato cadere sulla pila di pancakes]
- sciroppo d'acero o miele [a pioggia]
- una spolverata di cannella [spolverata, o kg, dipende quanto ne siete addicted]
- burro e zucchero di canna [che languidamente si fondono sulla superficie dell'ultimo pancake]
- ogni genere di frutta secca
- Nutella [un evergreen]

Breakfast lovers, vi ho convinti a provarli?


BANANA PANCAKES [per due persone]

Ingredienti
2 banane medie, ben mature
2 uova

Procedimento
In una ciotola, schiacciare le banane con la forchetta [non frullarla, altrimenti la ricetta non funziona!]. Aggiungere poi le uova, mescolando bene.
Scaldare un padellino antiaderente [volendo, si può ungere con un po' di burro].
Versare un'adeguata quantità di pastella. Aspettare finché la superficie non si sia ricoperta di bolle e asciugata, quindi, girare il pancake. Terminare la cottura [ci vorranno circa 3-4 minuti in totale].


Photo: thanks to Marta Rizzato and her gorgeous 35mm.


... siamo delle persone serie, sì.

giovedì 31 gennaio 2013

Gelo di arancia | Modena Days

E, poi, accade.
Un lunedì mattina, in pieno hangover causa festa della sera precedente, carichi la tua macchina con quasi tutto quello che è tuo [libri, qualche vestito, molti ricordi, valigie intere di fame di futuro] e parti. Guidi per trecento chilometri cantando le canzoni di mezzo iPod, fra picchi di entusiasmo e minuti di grigia malinconia, con gli occhiali da sole, nonostante il cielo nuvoloso, e il maglione più sformato che possiedi addosso.
Arrivi. Scarichi la macchina. Perlustri il tuo appartamentino. Apri i cassetti in cucina. Ti sciacqui la faccia in bagno. Sali in camera tua. Ti chiudi la porta alle spalle. E scoppi a ridere.
Perché sei sola. Perché quella stanza è tua.
Togli giusto le camicie dalla valigia, così non si stropicciano troppo. Liberi i libri e li impili tutti di fianco al comodino. Respiri un po'. Ed esci, impaziente di innamorarti della città.

Il nuovo capitolo è iniziato.
La mia stanza è minuscola. Ha il parquet. Il letto è matrimoniale, di fianco a me, di solito, dormono PC, libri e quaderni. La finestra lascia entrare la giusta dose di luce al mattino. Di sera rimango affacciata a prendere freddo e a fumare sigarette, rischiando di essere beccata dalla padrona di casa, che non vuole si fumi nei suoi appartamenti. Ogni tanto passa qualche treno, che sferraglia sui binari del paese vicino.
Fuori è tutta ansiogena pianura, a perdita d'occhio. Di giorno sembra quasi sempre un mare di nebbia dal quale, di tanto in tanto, emergono file calligrafiche di alberi neri. Di notte, quell'orizzonte immobile è rischiarato dalle luci della centrale elettrica.
In cucina ho una macchinetta del caffè che minaccia già di scioperare causa sfruttamento eccessivo.
Al mattino improvviso outfits da persona seria arrampicandomi su una sedia, perché non ho uno specchio a figura intera. Percorro i dieci minuti di tangenziale che mi separano dall'ufficio con il volume dello stereo al massimo, per svegliare le idee. Di sera, sfrutto il traffico per godermi la radio, e stiracchiarmi sul sedile. In pausa pranzo faccio su e giù per i corsi principali, per ossigenare muscoli e cervello. Oppure mi perdo nel labirinto di viuzze che ramificano dal centro di Modena. In dieci giorni ho visto due mostre fotografiche. Sono iscritta in biblioteca. Mi sono persa non so quante volte, alla ricerca di un supermercato, di questa o di quella via, dell'uscita giusta in tangenziale, della stazione ferroviaria, di un parcheggio non a pagamento, di un bar con free-wifi. Ho letto pagine economiche di quotidiani e chiacchierato di drammaturgia in pausa caffè. Ho cenato con barattoli da 500 g di yogurt, in mutande e maglietta, mentre guardavo una serie televisiva a letto. Mi sono cambiata in auto, passando da skinny bordeaux e converse, a collant, vestito e tacchi. Ho salutato qualcuno a un binario, dopo avergli rubato il maglione. Paolo Rossi mi è passato di fianco in centro e io, anziché riconoscerlo, mi sono chiesta "Ma questo cos'ha da guardarmi, ci conosciamo?". Sto imparando un lavoro. Sto imparando.

Più o meno, nelle ultime settimane è successo questo.
E' solo l'inizio. Nel bene e nel male.
Mi manca giusto una connessione internet a casa, ma posso sopravvivere.
Ovviamente, vivendo da sola, non ho quasi mai occasione di cucinare qualcosa di elaborato.
Ripescando dall'archivio, eccovi un dolce che qualche settimana fa vi avevo mostrato su Facebook.
Si tratta di un gelo di arancia, ispirato al suo gemello estivo, di qualche mese fa.
Il procedimento è semplicissimo e il risultato è ultra-light, ma anche molto soddisfacente, grazie alle scaglie di cioccolato [rigorosamente extra-dark], la dolcezza delle arance in questa stagione e l'aroma di cannella.
Eccovi la ricetta. (:


GELO DI ARANCIA CON CIOCCOLATO FONDENTE

Ingredienti
500 ml di spremuta d'arancia
100 ml di acqua
100 g di zucchero [io l'ho omesso, ma va un po' a gusti: potete anche aumentare la dose, magari fino a 200 g]
50 g di maizena
cannella macinata [facoltativa]

cioccolato fondente [dal 70% in su]

Procedimento
Scaldare in un pentolino abbastanza capiente 1/3 del liquido totale [spremuta + acqua]. Sciogliervi lo zucchero e la maizena. Aggiungere i liquidi restanti e la cannella. Cuocere finché il composto non si sia raddensato, come una sorta di budino.
Dividere negli stampi singoli e lasciar raffreddare per 3-4 ore.
Spolverare con scaglie di cioccolato fondente.


Spero di riuscire ad aggiornare di nuovo presto.
Per il momento vi auguro un buon finesettimana, alla prossima. (:

domenica 7 ottobre 2012

Baking by night

Le torte in forno profumano di più, la notte.
E così ti ritrovi, una notte, a sfornare torte fino alle quattro del mattino.
Un po' è lavoro, anche se ti sembra strano definirlo così, visto quanto è piacevole. Un po' è pura voglia di avere una fetta di torta per colazione, di quelle semplici, che ben si abbinano alla tranquillità della mattina domenicale.
Un po' è che è sempre bellissimo infilarsi nel letto, stanca e con la schiena a pezzi, con la pelle scaldata dal forno e che profuma di dolce.

Pere dolci e succose, al perfetto grado di maturazione. Cioccolato fondente spezzettato al coltello, da far incontrare con il caffè al mattino. Un impasto leggero e morbido, per avvolgere e contenere uno degli abbinamenti che più preferisco [sono pur sempre quella che spolvera le fette di pera, affettate sottilmente, con la polvere di cacao amaro, quando viene assalita dalla voglia di dolce, ma non ha tempo di infornare qualcosa].


PERE E CIOCCOLATO, light version

Ingredienti
200 g di farina 00 [oppure 50% di farina integrale]
125 g di yogurt bianco naturale
60 g di zucchero, grezzo di canna oppure bianco [si può aumentare la quantità in base al grado di maturazione delle pere]
1 uovo di grandi dimensioni
cioccolato fondente, a volontà
3 pere Williams di media dimensione, ben mature
8 g di lievito per dolci
cannella
un pizzico di sale

latte, se necessario.

Procedimento
Accendere il forno a 175°C.
Sbattere l'uovo con lo zucchero, fino a sciogliere quest'ultimo. Aggiungere lo yogurt, le polveri setacciate, il pizzico di sale e la cannella in base al proprio gusto.
Tagliare grossolanamente il cioccolato e aggiungerlo all'impasto.
Versare il tutto in uno stampo [21 cm] precedentemente imburrato e infarinato. Disporre sulla superficie le pere pulite e tagliate a metà. Infornare per 40 minuti, controllando la cottura con uno stecchino.



Breve comunicazione di servizio: ero in dubbio se il web contenesse un numero troppo esiguo di miei account, così ora ho anche Flickr. Trovate il mio profilo esattamente qui. :)

martedì 28 agosto 2012

Storie di occhiali e di affinita' elettive.

Andy era un bel paio di occhiali. La montatura squadrata, razionale, circondava lenti leggermente graffiate dalla distrazione, dal suolo disordinato di quei pensieri sui quali spesso cadeva. Amava quando le parole attraversavano le sue lenti, quando lo facevano con eleganza e bellezza, dopo essere scaturite da una penna, sua, o altrui.
Aveva una figlia, Audrey. Non appena gli era comparsa dinnanzi, con la sua montatura esuberante, dalle inconsuete sfumature violacee, Andy aveva capito che, con lei, disciplina e ordine sarebbero stati solo i nomi di un'infinita serie di tentativi di regolare l'entropia insita nella natura della figlia. Così, l'aveva lasciata crescere senza imposizioni caratteriali, ed Audrey aveva imparato ad utilizzare l'arte e la creatività come principi ordinatori, per dare senso al suo disordine.
I due avevano trovato i giusti compromessi per convivere, la giusta distanza dalla quale osservarsi e osservare la vita dell'altro. Si divertivano a pungersi a vicenda, lui con i suoi spigoli netti e duri, lei con le sue punte di vivace irrazionalità.
Audrey trascorreva molto tempo con sua zia, Angie. Sorella di Andy, Angie era un gatto randagio.
Una montatura totalmente nera, con due lenti trasparenti dalle dicotomiche gradazioni. La vita aveva smussato e allungato le sue linee diritte, essenziali, ma, alla prima occhiata, riusciva a mantenere la maschera di ordine e raziocinio.
Andy ed Angie avevano circa la stessa età, ma si erano conosciuti davvero solo alle porte dell'età adulta, porte che nessuno dei due aveva davvero voglia di attraversare. Si somigliavano, e non solo per le tonalità scure che, come ombre sempre presenti, circondavano le loro lenti. 
Angie andava a caccia di sguardi, nella vita. -Sai riconoscerli-, le diceva spesso la nipote. Angie ridacchiava, ribattendo che con gli sguardi non è mai un univoco riconoscersi. Quasi fosse un gioco di specchi.




E, in effetti, loro tre erano così, specchi trasparenti che si erano riconosciuti.
Avevano lenti dalle quali filtrava ogni sfumatura di colore, ogni raggio di luce, ogni frammento di vita, ma, quando si osservavano, riuscivano non solo a vedere tutto ciò che era già passato fra le linee di quelle montature, ma anche i propri tratti personali, come fossero riflessi.
Andy, Angie ed Audrey erano, prima di tutto, compagni di vita.



Signore, signori, ho il piacere di presentarvi "Glasses Stories", le avventure di Andy, Angie ed Audrey. Perché, se è vero che "life's too short to wear boring glasses", figuriamoci per essere dei banali occhiali da vista.
Eccovi dunque le vicissitudini di questo bizzarro trio, storie costruite su ciò che passa attraverso le lenti dei miei occhiali, ovviamente, e di quelli di Andrea e Marta. Potrei dilungarmi molto su questi due loschi figuri, ma, per ora, vi basti sapere che, anche noi, altro non siamo se non compagni di vita, con tutto ciò che questo comporta.

Bene, dopo aver sparato la mia quotidiana dose di assurde futilità, passiamo a qualcosa di serio e importante.
Cioccolato. Serissimo e importantissimo cioccolato. No, non sto esagerando.
Pensate al quadratino di cioccolato. Pensate alla sfoglia sottile perfettamente temperata, al suono che produce quando la spezzate fra i denti. Pensate al vostro cioccolatino preferito, quello che scartate lentamente, quello che lasciate sciogliere languidamente sulla lingua, in religioso silenzio, con la calma di un rito, rito che si conclude con voi che distendete le pieghe dell'involucro della pralina passandoci con attenzione l'unghia, mentre vi cullate in quel retrogusto dalle mille risonanze.
Pensateci. Ecco. Vi sembra esista qualcosa di più serio e importante?
No, direi di no.
E allora sublimiamola, questa materia divina.
Prendete il vostro cioccolato preferito. Unitelo alla panna [ma che sia panna fresca, mi raccomando, una nuvola candida]. Lasciate che si mescolino, che si fondano, che l'uno diventi indissolubile, inseparabile, dall'altro.
E' un'affinità elettiva, quella fra il cioccolato e la panna. E lo percepite nel momento esatto in cui affondate il cucchiaino nella mousse, e trovato un composto soffice e compatto allo stesso tempo, costellato da alveoli che ne garantiscono aereosità e leggerezza.
E poi portate il cucchiaino alla bocca. E capite che il cioccolato unito alla panna è semplice, pura, assoluta, estasi.

La ricetta è di Maurizio Santin, dal blog di Sara.




MOUSSE DI CIOCCOLATO E PANNA

Ingredienti
200 g di panna freschissima
150 g di panna montata
180 g di cioccolato fondente all'85%

[Attenzione: qui dovete giocare un po' con le proporzioni, in base alla percentuale di cacao del cioccolato che preferite, infatti, cambieranno le dosi di questo ingrediente. Per esempio:
- 250 g per un cioccolato al 55%
- 215 g per un cioccolato al 75%]

Procedimento
Fare a pezzetti il cioccolato e trasferirlo in una ciotola. Portare a ebollizione la panna fresca e versarla sul cioccolato, mescolando energicamente con una frusta, fino a completo scioglimento dei pezzetti [il risultato dev'essere una ganache lucida e setosa].
Incorporare delicatamente la panna montata al cioccolato fuso.
Trasferire la mousse in bicchierini e lasciare raffreddare per almeno 6 ore in frigorifero.




L'estasi di Andy.
 ... anche gli occhiali mangiano la mousse di cioccolato.




Ebbene no, questo non è un food blog professionale, da oggi ufficialmente.
Più che un ricettario, Food Therapy è un ricettacolo delle assurdità create dalla mia mente, mi spiace avervi illuso del contrario.
Siete ancora in tempo per fuggire, comunque. Ma, nel caso decidiate di restare, sappiate che siamo solo all'inizio.

The best is yet to come.
[as always]

A.


[Foto di Marta Rizzato, ma ormai lo sapete.]

giovedì 23 agosto 2012

Semplicita'.

Ho questo dolce incastrato nella cartella "bozze" dal 7 di agosto.
Ma, nonostante il caldo, non avrei potuto pubblicarlo che oggi.

Il clafoutis di Martina.
Martina, lei.
Non sapendo ancora bene cosa dire [perché "grazie" sembra sempre insufficiente, per quanto sia l'unica parola che riesca a contenere tutto quello che si prova nei confronti di una persona], ho scelto di pubblicare il suo clafoutis.
Dopo questa delusione, avevo deciso di lasciar perdere. Come sempre, però, mi è un po' difficile arrendermi a un risultato poco soddisfacente, così, sfogliando l'archivio di Martina, mi sono convinta a dare al dolce francese un'ulteriore chance.
E, questa volta, il clafoutis è stato promosso.
E' di una semplicità disarmante. Sia nella preparazione, che nei sapori. Si tratta, infatti, di un morbido impasto che avvolge la frutta, lasciandosi irrorare dal succo zuccherino che quest'ultima rilascia in cottura. Da mangiare col cucchiaino, anche direttamente dalla pirofila, come è successo al soggetto delle foto.

Semplicità disarmante. O semplicemente disarmante.
Racchiuderei in questi binomi la giornata di ieri.
Persone. Universi. Abissi.
Vita.

Non dico altro, qui non è necessario.
Lascio la parola al suo clafoutis.




CLAFOUTIS DI PESCHE E MANDORLE [di Martina]

Ingredienti
3 uova
150 g di latte
90 g di farina 00 
4 cucchiai di zucchero [io ne ho messi due e mezzo, le pesche erano molto mature]
i semi di 1/2 baccello di vaniglia

3 pesche 
zucchero di canna
un paio di cucchiai di mandorle a lamelle

Procedimento
Preriscaldare il forno a 180 °C.
Sbattere con una frusta le uova e lo zucchero, fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Aggiungere la farina setacciata, mescolando delicatamente dall'alto verso il basso. Versare a filo il latte e, infine, unire la vaniglia.
Disporre in una pirofila imburrata le pesche, ricoprirle con l'impasto. Spolverare la superficie con lo zucchero e spargervi le mandorle.
Infornare per circa mezz'ora, controllare il dolce affinché non s'indurisca troppo.





[Foto: Marta Rizzato]



lunedì 20 agosto 2012

Con questo caldo un post utile sarebbe chiedere troppo.

Agosto incendia persino l'aria, quest'anno.
Osservo il cielo dalla finestra e mi sembra che sia evaporato anche l'azzurro.
Sopravvivo con caffè ghiacciato [litri e litri di questo, per intenderci], gelato, granita, gelo, gazpacho [devo pagare qualche extra, per l'utilizzo di tutte queste g?]. Non credo di aver mai chiesto tanto ghiaccio al mio freezer come in questi giorni.

D'altra parte, però, dalle sette di sera alle sette del mattino l'estate è magnifica.
Prima di attaccare al lavoro, alle otto, mi godo la pioggia di luce calda che bagna i tetti, l'asfalto bollente, le montagne che circondano il Lago, quella luce bassa che filtra fra gli alberi, che sembra infilarsi sotto pelle.
Il finestrino dell'auto abbassato, la musica giusta, le strade secondarie per evitare il traffico.
L'estate si fa perdonare così, con la luce.
E con i cieli stellati, che sono davvero immensi, in queste notti. Immensi da perdercisi, per poi ritrovarsi nelle albe, che ad agosto sono davvero atomiche, con il rosa e l'arancione che esplodono nel cielo violetto, ancora livido di notte.
Non mi perdo un'alba, ultimamente. E ogni mattina, mentre bevo la mia dose maxi di caffè, seduta sul balcone, gli occhi nel cielo, mi ritrovo a ringraziare l'insonnia: perché l'estate è magnifica, dalle sette di sera alle sette del mattino. Davvero magnifica.

Il post in programma per oggi prevedeva cioccolato e panna. Mi scioglievo al solo scriverne.
E allora, anziché evitare di pubblicare inutilità, ho pensato bene vi spargere anche qui qualche estratto del mio imperdibile account Instagram.


In realtà, un sottofondo utile potrebbe anche esserci.  Per esempio, potrei raccontarvi dei chili di frutta surgelata che vivono, beati loro, nel mio freezer. Pesche, frutti di bosco, anguria, quellochetrovo.
Quando ho voglia di qualcosa di fresco, tiro fuori un sacchettino [non sono assolutamente maniacale, no, nel pesare ogni singola porzione al grammo, affatto.] e scelgo fra tre opzioni: smoothie, granita, o gelato.

How to? 

Nell'ordine:

- smoothie: mixer + frutta surgelata + acqua fredda

- granita: mixer + frutta surgelata [+ eventualmente un goccio d'acqua]

- gelato: mixer + frutta surgelata + 2-3 cucchiai di yogurt [per 180 g di frutta]
Okay, quest'ultimo è più un facciamo-finta-sia-gelato, lo ammetto, ma risulta comunque cremoso e buonissimo -ecco, mi raccomando la frutta, che sia matura e che sappia di qualcosa-]

Più che semplice. E non ho inventato nulla: l'idea del simil-gelato l'ho trovata da Elisa.
Potete aggiungere zucchero, ovviamente. Io macino cannella un po' dovunque, con le pesche bianche è divina. Anche il cardamomo non è male. E un mezzo limone spremuto, qua e là, ci sta sempre bene.





Che dire, forse ho finito di blaterare.
Vado a cercare di abbassare la mia temperatura corporea sotto una doccia gelida, sempre non mi si siano fusi i polsi sul portatile.

Buona serata a tutti! :)

A.

Ps: Grazie, con la G maiuscola e gli occhi a pronunciarlo, per le risposte all'ultimo post. Quelle arrivate tramite i commenti, quelle tramite mail, quelle via sms, quelle altrove.
La salvezza sta nel riconoscersi. 
Grazie.

venerdì 17 agosto 2012

Questo dolce lo mangio anche io.

Perché contiene frutta, e poco altro.
E non fa paura.

Vorrei avere parole per raccontarvi, ma ancora non le trovo.
Perché togliersi la maschera per lasciarsi guardare, davvero, fino in fondo, è molto più semplice quando si è in due e si è seduti a un tavolo, e si parla fra i caffè, quando si è in due e si è in macchina, e la direzione è l'Iperuranio, quando si è in due e ci si scambia la propria vita attraverso quelle lettere moderne e straordinariamente veloci che sono le mail.
Con tutti i vostri occhi a guardarmi, è molto più complicato. Ma stanotte, l'ennesima notte di sonno divorato dall'insonnia, non ho voglia di scrivere con la maschera sul viso. Pesa anche lei, a fine giornata.
E allora vi dico che sì, questo dolce lo mangio anch'io.
E non mi fa paura.

La ricetta è di Iaia.
E con Iaia vorrei prepararla, prima o poi. Con lei, e con ogni sguardo che ha lasciato cadere la maschera e l'ha appoggiata sul tavolo, di fianco alla mia.




GELO DI MELLONE

Ingredienti [per 12 porzioni medio-piccole]
500 ml di succo di anguria [ottenuto frullando e privando dei semi il frutto]
60 g di zucchero [che io mi sono dimenticata, ehm ehm, ma, insomma, l'anguria è già così dolce, caspita!]
45 g di amido di mais, o simili
mezzo cucchiaino di cannella in polvere

Procedimento
Sciogliere l'amido [e lo zucchero] nel succo. Profumare con la cannella e portare il tutto a bollore. Spegnere il fornello non appena la miscela si sia ben addensata. Dividere nei bicchierini e lasciar raffreddare.
Un passaggio in frigo ci sta benissimo.
Decorare con scaglie di cioccolato fondente, l'ideale, oppure con pistacchi non salati, o, ancora, con fiori di gelsomino.

[La versione seria e dettagliata della ricetta, la trovate qui.]




[Foto: Marta Rizzato, un'altra che la maschera l'ha dimenticata da qualche parte, tempo fa.]

mercoledì 1 agosto 2012

Agosto

Agosto sorge alle sei, stamattina, e ha un'alba coperta da nuvole.
Agosto sorge e io vado a comprare dello sciroppo d'acero, non appena apre il supermercato.
In pantaloncini della tuta e canottiera, con i capelli ancora bagnati dalla doccia, gli sguardi di disapprovazione della gente e il sorriso sulle labbra.
Agosto sorge e in radio passano i Rolling Stones. E sono perfetti.
Agosto sorge e io ti preparo i pancakes con lo sciroppo d'acero, perché non è possibile che tu non l'abbia mai assaggiato.
Facciamo colazione con pancakes, smoothie e caffè.
Poi torniamo a letto, perché le nuvole sono sparite e agosto è fuori dalla finestra, bollente e accecante.
Agosto aspetta.



PANCAKES 

Ingredienti
125 g di farina
125 g di latte circa
25 g di burro
un uovo
un cucchiaino di lievito per dolci
un pizzico di sale

Procedimento
Fondere il burro in un padellino antiaderente.
Intanto, sbattere l'uovo con il latte. Aggiungere la farina, il lievito e il sale.
Versare il burro nel composto. Se dovesse risultare ancora troppo denso, ritoccare la consistenza con ancora un po' di latte.
Scaldare per bene il padellino, versarvi una dose di pastella.
Lasciar cuocere il pancake finché sulla superficie compaiono delle bollicine. Girarlo e completare la cottura.
Impilare i pancake in un piatto, e annegarli nello sciroppo d'acero.


Ovviamente le foto sono improvvisate e tremende, in diretta da Instagram e dalla fotocamera giocattolo del mio cellulare.
Ovviamente questa ricetta è personalizzabile in tutti i modi che potete immaginare [cambiate tipo di farina, cambiate tipo di latte, togliete il burro, aggiungete lo zucchero, mangiateli con il gelato, lo yogurt greco, la marmellata, la sempiterna Nutella...].
Ovviamente è un post scritto più per raccontare, che per la ricetta in sé.

Buon agosto, a tutti.




giovedì 26 luglio 2012

"Il mio antidepressivo preferito di chiama sfornare chili di muffins da distribuire al mondo."


L'estate mi riempie la testa.
E le giornate.
A tal punto da non riuscire a raccontarvi, poi, così tanto.
Fra l'afa e i temporali s'infiltra un vento inquieto di cambiamenti.
Costruisco futuri possibili. Arredo case in cui ancora non vivo. Organizzo una vita ipotetica, altrove.
C'è poi tutto un Universo di faccende-complicazioni-implicazioni personali che eviterei anche di raccontarvi.
E' che a vent'anni si ha la costante impressione di vivere sull'orlo, sul filo, sul crinale. A tratti è la vetta dalla quale ti sembra di poter raggiungere il cielo, a tratti è uno scoglio dal quale tuffarsi in mare per tentare di raggiungere l'orizzonte, a tratti è proprio quel baratro in cui hai il terrore di cadere e perderti.
Non sto male, comunque. Ho tantissime cose da fare, e lo adoro. Abito in libreria, fra lavoro e gite eccezionali [anzi, abituali, direi]. Giovedì scorso c'è stata l'energia dei Kasabian dal vivo, orecchie che fischiano, adrenalina nel sangue, lividi da pogo: la musica live si conferma una grandissima invenzione. E non sapete quanto è bella Milano di notte, quando ci si racconta sedute su una panchina, due granite e la vita. Martedì siamo andati a fare colazione ai Creative Mornings milanesi: creatività e ottimi dolci [e il merito è tutto di questa fanciulla qui], abbinamento ideale.
Per il resto, è estate. Riesco a cucinare, finalmente, approfittando del tempo libero in più che mi ritrovo. Rimango sempre quella che, anche con 34 gradi, trascorre il pomeriggio col forno acceso, insomma.
Lunedì, è stato il turno dei muffins.
Vuoi il cattivo umore, che con i muffin si volatilizza in un nulla [okay, più o meno, ma non si può negare che infornare teglie di questi dolcetti semplicissimi e velocissimi da fare sia rilassante], vuoi i numerosissimi [leggesi: troppi] libri di cucina che, grazie al lavoro, stanno approdando a casa mia [avere un catalogo Mondadori accessibile è una dannazione], vuoi la semplice voglia di cucinare, vuoi qualsiasi altra cosa... i muffins sono da fare, semplicemente. In qualsiasi situazione. Comunque. In ogni modo.
Non sapete cosa fare? Avete la testa sommersa da paranoie? Cercate il rimedio alla Noia esistenziale?
Preparate muffins.
Easy.

Questa volta, vi propongo due varianti: il classico blueberry muffin e un altro, con mela, cannella e avena.
Entrambi tratti da questo libro, che è una favola e vi consiglio: foto perfette e ricette interessanti e complete, il tutto curato e semplice.

Bene. Che muffins siano.



BLUEBERRY MUFFINS

Morbidi, rimangono leggermente bassi e senza la classica "cupoletta", ma il sapore è eccezionale.
Ho voluto provare a eliminare totalmente il burro e utilizzare solo la panna acida: il risultato mi è piaciuto davvero molto. La panna acida ha un grandissimo perché, credetemi. Oh, sì. Lo so, non costa poco e non è facilissima da trovare, ma basta spremere mezzo limone in una tazza di panna normale, e lasciarla in meditazione per un po': otterrete una panna acida densa, perfetta. 

Ingredienti [6 muffins]
120 g di farina 00
80 g di zucchero
200 g di panna acida [la ricetta originale prevedeva 150 g di panna acida + 30 g di burro]
un uovo
6 g di lievito per dolci
2 g di sale

70 g di mirtilli

Procedimento
Preriscaldate il forno a 180°C.
Mescolate l'uovo con lo zucchero. Quando quest'ultimo è completamente sciolto, aggiungete la panna.
In un altro recipiente, mettete le polveri: la farina, il lievito, il sale. Aggiungete i mirtilli, facendo in modo che si "infarinino" per bene. Unite infine i liquidi, mescolate brevemente e dividete l'impasto negli stampini.
Infornate per 25 minuti, controllando la cottura con uno stecchino.



MUFFINS INTEGRALI con mela e avena, alla cannella

Okay, parliamoci sinceramente. Se non siete a dieta, né paranoici [il caso della sottoscritta, nda], né intolleranti a latticini e derivati, né masochisti per il puro piacere di esserlo, o se, semplicemente, volete un dolce goloso, fatevi degli altri muffins.
Questi sono buoni, ma sono light, e si sente che sono lo sono. A me piacciono, ma io sono abituata a mangiare cose poco dolci e le preparazioni troppo ricche di grassi m'infastidiscono, quindi sono un caso a parte [paranoici, dicevo? Sì, la categoria è proprio quella].
Sono completamente integrali, contengono pochissimo zucchero, ed è di canna, grezzo, e hanno solo un'ombra lontana e indefinita di grassi. Però, però, hanno tutta la bontà delle cose un po' rustiche e sane: la dolcezza della mela, il profumo della cannella, l'aroma di nocciola dell'avena tostata.
Insomma, a voi la scelta. Io la ricetta ve la lascio ;)


Ingredienti110 g di farina integrale
80 g di avena
180 g di latte di soia
un uovo
30 g di zucchero di canna non raffinato [fate pure 50-60 g]
20 g di olio di semi [nella ricetta erano 50 g]
4 g di estratto di vaniglia
6 g di cannella
4 g di lievito
2 g di sale

140 g di mela grattuggiata

PROCEDIMENTOPreriscaldate il forno a 180°C.
Fate gonfiare l'avena nel latte. Intanto sbattete l'uovo con lo zucchero, aggiungete poi l'olio e l'estratto di vaniglia. Incorporate l'avena e il latte.
In un'altra ciotola, mescolate la farina, il lievito, il sale e la cannella. Unite i due composti e mescolate brevemente. Completate con la mela a pezzetti.
25 minuti in forno.

lunedì 21 maggio 2012

No, non sono biscotti.

Avere troppo da raccontare e non riuscire a scriverlo.
Vorrei un mazzo di istantanee, da spargere in questo post, che parlassero per me.
La riproduzione casuale del mio iPod che riportasse i miei stati d'animo. 
Venti giorni dall'ultimo post.
Ho visto Londra. Ho vissuto Londra a piedi, ignorando i mezzi pubblici per scelta, camminando per più di dieci ore al giorno, da sola, con canzoni e pensieri in testa, nient'altro.
Fermarsi a leggere nei parchi, gli scoiattoli che ti passano di fianco. Scrivere nelle caffetterie. Perdersi perchè la cartina no, vado sempre dritto, da qualche parte arrivo. 
Un susseguirsi di musei, gallerie d'arte e mostre.  
Il Tate Modern con Einaudi nelle orecchie.
Pezzi di Partenone al British e il tuo cuore da classicista che un po' sussulta.
Van Gogh lì, a 30 cm da te. Sorridere davanti a Kandinsky. Mondrian. Mirò. Dalì. Matisse.
Scale rosse appese al soffitto. Tele squarciate da Fontana. 
L'abbraccio di un amico che non vedevi da mesi. 
Mangiare curry fino alle lacrime. Scoprire modi di cucinare da ogni parte del mondo perché li hai lì, a portata di mano, in un'unica città.
Il Tamigi di sera, fermarsi ad osservarlo ascoltando canzoni di ricordi.
Soho, Camden, quartieri di persone, di modi di essere, di voci, di colori.
Sentire la mancanza così netta di ciò, di chi, hai lasciato qui, chiedersi il perché di quel viaggio improvvisato, respirare nella voglia di tornare. 
E poi, quando torni, ti sembra che quei giorni dall'altra parte dell'Europa siano stati nient'altro che un attimo, velocissimo, trascorso fra quel sabato sera e quel giovedì pomeriggio.
E poi i giorni passano. Con una rapidità che ti lascia sempre un po' allibita.
C'è l'Università. Ci sono gli esami e la testa che non vuole studiare. C'è il lavoro. C'è quel lavoro che ti risolverebbe i 3/4 dei cazzi che si mettono fra te e il buon umore, sempre. Ci sono le schede bloccate di Chrome con gli appartamenti in affitto che sì, forse, magari, magari. Ci sono i tramonti sul Lago d'Orta. Ci sono i lunedì. E i venerdì pomeriggio. Ma anche i giovedì, in effetti. Ci sono i racconti scritti dopo una serata in birreria. Ci sono le sere in cui lasci la tua macchina a qualcuno, e il mattino dopo ti fai venire a prendere.
Ci sono i cheesecake mangiati fronte lago, i temporali che durano il tempo di un bacio, l' "euforismo" e gli scazzi.
C'è tanto, così tanto. Così tanto che non è mai abbastanza.
Ci sono le ricette rincorse perché qualcuno ti chiede quei biscotti.
Ci sono le ricette inventate che, ovviamente, non portano a quei biscotti.
Ci sono i biscotti che ti chiedi un po' che cosa siano, e che mangi cercandone il nome, ridendo in due, come sceme, in macchina. 
Ci sono biscotti indefiniti e improvvisati, completamente inventati, che, però, chissà come, creano assuefazione.
Un po' come tutto il resto che nasce indefinito, figlio dell'improvvisazione, un po' inventato, perché non pensavi che la vita potesse comprendere anche qualcosa del genere. 

I biscotti, per la cronaca, sono questi. 
Mele e uvetta ammorbidita nel Calvados. 
Morbidi che sembrano frittelle. Perché c'è la ricotta al posto del burro, così sono anche light.
Per colazione, perfetti. Per il dopocena davanti a un film. Per la merenda anticipata prima del pomeriggio di studio matto e disperato che poi trascorri leggendo blog.
A voi, i friscotti, o biscottelle, come qualcuno li ha definiti.
[Perché, no, non sono biscotti, come sempre quel qualcuno mi ha scritto nel titolo. Cosa succede a scrivere un post in presenza di altri, @atraM_otazziR...]





COOKIES MORBIDI con mele e uvetta


Ingredienti
300 g di farina
150 g di zucchero di canna
250 g di ricotta
latte q.b.
2 uova
due cucchiai di marmellata di albicocche
3 mele
80 g di uvetta
vaniglia [bacca/estratto/vanillina]

un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di lievito per dolci

calvados/rum/marsala per far rinvenire l'uvetta


Procedimento
Preriscaldare il forno a 180°C.
Ricoprire l'uvetta con il liquore, in una ciotolina a parte. Sbattere la ricotta con lo zucchero, aggiungere, uno alla volta, le uova, la farina setacciata, il sale, il lievito e, in ultimo, le mele a pezzetti e l'uvetta.
Se necessario, aggiungere qualche cucchiaio di latte, fino a ottenere una consistenza da "cookie", abbastanza morbida.
Distribuire il composto su una placca da forno ricoperta da carta, utilizzando due cucchiai.
Infornare per 15-20 minuti, finché non saranno dorati.
Lasciar raffreddare su una griglia.


Scritto ciò, vado a studiare, che mi pare cosa buona e giusta.
Buona serata a tutti, e a presto :)

A.




venerdì 16 settembre 2011

Chocolate. Again and again.




Anche a voi capita di sfornare dolci che sembrano assomigliarvi?



FONDANT AU CHOCOLAT (light version)


  • INGREDIENTI


400 g di ricotta
200 g di farina 00
50 g di fecola (o amido o simili)
175 g di zucchero (preferibilmente muscovado o normale canna grezzo)
2 uova grandi
3 cucchiai di cacao amaro
50 g di burro
latte q.b.
un pizzico di fleur de sel

  • PROCEDIMENTO


Preriscaldare il forno a 170°C.
Sbattere le uova con lo zucchero e il sale, fino a renderle chiare.
Aggiungere la ricotta leggermente lavorata, il burro fuso, le polveri setacciate e latte sufficiente a rendere il composto morbido (ma non liquido).
Infornare per circa mezz'ora, finché non si sia rassodato.






Sono di poche parole, oggi. Ma un dolce di cioccolato fondente, scuro e oscuro, con profonde spaccature che si aprono sulla sua superficie, dice molto più di quanto potrei raccontare.
Si sta rimescolando un po' tutto, nella mia vita. Eppure, il cioccolato, quel sapore amaro di settembre, sembra permanere...

Buon we.

a.

domenica 14 agosto 2011

Cake integrale con nocciole e pere. Nient'altro, oggi.

Posso parlare solo di cucina, oggi? Posso fare la food blogger e non la blogger? Posso risparmiarvi un po' di paranoie, riflessioni, drammi esistenziali, improvvisazioni filosofiche? Direi di sì.

Oggi cake. Sapori semplici che ben si accordano fra loro, con una nota rustica e un po' grezza a rendere il tutto più intrigante. Una torta soffice e profumata cotta nell'ultimo acquisto compulsivo (stampo a cerniera con fondo per ciambella? Per la modica cifra di venti miliardi di trilioni? Non posso certo farmelo scappare!).
Zero grassi, la morbidezza della ricotta, il buon proposito "sano" della farina integrale abbinata alla frutta, pochissimo zucchero e una manciata di nocciole tritate finemente e lasciate distrattamente cadere nell'impasto.
Insomma, il classico cake da colazione o da tea time, quello che prepari perché hai voglia di cucinare anche se non hai fatto la spesa, quello che ti dà un buongiorno un po' più promettente dei cereali nello yogurt light.
Certo, volendo proprio esagerare si potrebbero tostare le fette e poi imburrarle, magari per adagiarci sopra un cucchiaino di confettura di lamponi... o magari ricordarsi del barattolino di crema di gianduia dimenticato in dispensa... ma con le nocciole e le pere sarebbe veramente pessimo! ;)




CAKE INTEGRALE CON NOCCIOLE E PERE

  • INGREDIENTI

180 g di farina integrale
100-120 g di nocciole, sgusciate e passate al mixer 
250 g di ricotta fresca
2 uova
50 g di zucchero di canna 
due cucchiai di miele
due pere Williams tagliate a tocchetti
1/2 cucchiaino di lievito
qualche cucchiaio di latte, o di acqua tiepida
vaniglia e cannella, se volete
un pizzico di sale

  • PROCEDIMENTO

Preriscaldare il forno a 180°C.
Montare le uova con lo zucchero, finché non siano gonfie e chiare. Aggiungervi la ricotta, il miele e le nocciole. Mescolare. Aggiungere gli ingredienti rimanenti (regolate la consistenza con latte o acqua) e versare in uno stampo.
Cuocere per 40-60 minuti (dipende dallo stampo che scegliete, dalla potenza del forno, da quanti liquidi avete aggiunto... infinite variabili che lo prova stecchino può tranquillamente risolvere!)




Che strano scrivere un post così breve. Non fateci l'abitudine, però, tornerò ad allietarvi le giornate con leggere e frivole introduzioni a innocenti dolci! ;)

Buona domenica... e buon Ferragosto a tutti! (vi capita mai di perdere la cognizione del tempo in vacanza? A me sempre! Siamo già al 14, bello realizzarlo ora...)

A (non so quanto) presto.

a.

mercoledì 3 agosto 2011

Make my way back home when I learn to fly

Fra ultime giornate in ufficio, amici e famigliari che partono, stanchezza e/o pigrizia da ferie in avvicinamento, la mia voglia di vacanze sta raggiungendo livelli illegali.
Anche per questo, forse, il blog sta sonnecchiando un po'.

Ho voglia di estate, estate per davvero.
Di una vacanza che sia davvero vacanza, e non semplicemente del tempo libero abbandonato fra due stagioni di lavoro e studio, senza qualcosa con il quale valorizzarlo.
Mi sono sempre fatta molto aspettative riguardo l'estate. Sempre molti buoni propositi e to do lists.
Quest'anno, invece, attendo l'estate un po' così, aspettandola e basta, semplicemente.
Forse perchè non ho tutto quell'ansia di dover colmare le giornate con qualcosa, qualcuno, luoghi e impegni. Sto, lentamente, imparando a godermi ciò che c'è, senza perdermelo di vista nella sfrenata ricerca di ciò che non c'è (e che, il più delle volte, poi, non c'è nemmeno idealmente).
Sto imparando ad assaggiare, anzichè ingoiare subito per il timore di avvertire un sapore che non mi piace.
Sto imparando ad aspettare che il caffè sia pronto al mattino, senza accendere subito il computer per iniziare a rispondere alle mail in attesa che la moka gorgogli.
Sto imparando ad attendere l'ultima nota di una canzone, prima di cambiarla perchè "Tanto so come va a finire".
Sto anche imparando a correre, senza fermarmi subito non appena i battiti iniziano ad accelerare troppo.
Imparo a ignorare le paranoie, lasciandomi distrarre dagli amici.
Imparo a credere nei progetti, senza dare retta alla vocina gracchiante dentro di me che ripete: "Tanto non lo porterai mai a termine".
Imparo a riconoscere quando ho bisogno di stare sola perchè sola voglio stare, e quando invece sono solo scuse che mi racconto per la paura che qualcuno mi guardi negli occhi.
Sto imparando a godermi qualche attimo di vita, nonostante stia facendo cose del tutto differenti da quelle che, pensavo, avrei voluto godermi.

Forse, questo mese che mi si prospetta, di convivenza Agnese+Agnese, non sarà così deleterio.
Anzi, forse è proprio quello che mi ci vuole, una serie di pranzi e cene seduta a tavola con me stessa.
Chissà che non impari anche a guardarmi, davvero, allo specchio.

Nonostante sia con la testa in vacanza (anche letteralmente parlando), ho deciso che il blog aspetterà ancora un po' le ferie. Magari ci saranno meno post, magari saranno meno frequenti e conterranno ricette un po' pigre, ma Food Therapy rimane aperto :)

E oggi vi propone l'ultimo dolce preparato prima che il resto della famiglia facesse i bagagli, cucinato un po' per svuotare frigo e dispense, un po' perchè l'ultima colazione tutti insieme fosse con un dolcino home made, declinato in più varianti per accontentare tutti.
La base è la classica torta allo yogurt, privata dei grassi (niente burro, né olio! :), ma arricchita da croccanti pezzetti di mandorla. Delle piccole tortine addolcite da pezzi di frutta o marmellata (per il fratello che si mantiene sempre a distanza di sicurezza dalla cesta della frutta ;), 100% breakfast style, insomma.

Ricetta? Of course!
Veloce quanto semplice :)










TORTINE CON YOGURT, MANDORLE E FRUTTA


  • INGREDIENTI

300 g di yogurt bianco (o alla frutta, intero, o scremato, di soia o greco... insomma, quello che preferite, o che avete in frigo!)
150 g di farina 00
200 g di mandorle
100 g di zucchero (regolate la quantità in base all'acidità dello yogurt che avete scelto e della frutta che aggiungete)
2 uova
mezza bustina di lievito (per me vanigliato)
un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di cannella
pesche, susine, albicocche, marmellata... ciò che preferite ;)

zucchero extra per la superficie

  • PROCEDIMENTO

Preriscaldare il forno a 170°C e preparare uno stampo per muffins (o tanti stampini monoporzione).
Sbattere le uova con lo zucchero. Aggiungervi lo yogurt e le mandorle, tritate non troppo finemente, (conservandone una parte per cospargere la superficie delle tortine), il sale, la
cannella e il lievito.
Mettere un cucchiaio di composto in ogni stampino per muffin, aggiungere qualche pezzo di frutta (io ne ho fatte diverse versioni, ognuna con un frutto diverso, ma potete anche scegliere di mettere più tipi di frutta insieme) o un cucchiai(n)o di marmellata, e ricoprire con altrettanto impasto. Completare la superficie con ancora qualche pezzo di frutta. Cospargerla poi con il rimanente del trito di mandorle, mescolato a un po' di zucchero.

Infornare per 15-20 minuti, finchè non saranno cotti (prova stecchino) e dorati.

Nel caso non spariscano subito (possibilità che a casa mia non si è nemmeno lontanamente immaginata ;), conservatele in frigorifero. Nel caso si possono anche congelare :)

pesca.


confettura di albicocche.

susina.








albicocche.



E voi della vostra estate cosa mi dite?

A presto.

a.

lunedì 25 luglio 2011

Mi piace cucinare, semplicemente.

[...] perchè una cosa è certa: cucinare fa stare bene e mette in pace con il mondo.
Sigrid  conclude con questa frase la prefazione del suo ultimo libro, e mentre la leggevo, stamattina, nell'assonnata alba del lunedì, pensavo che niente avrebbe potuto adattarsi di più a me e al mio modo di vivere la cucina.
Per tanti, vari, motivi, amo più cucinare che mangiare.
Forse perchè la cucina è l'applicarsi al cibo, è unire il proprio pensiero razionale a ingredienti materiali e tentare una fusione armonica. Forse perchè cucinando devo semplicemente seguire una ricetta, precisa nelle sue grammature e nei suoi procedimenti, che sia scritta in un libro, in una pagina web o nella mia mente. Forse perchè cucinare è un altro modo di comunicare, l'ennesima via per trasmettere qualcosa, con pennelli che sono cucchiai e colori che sono ingredienti.
Ma forse perchè, semplicemente, creare qualcosa pasticciando fra pacchi di farina, uova, forno e fornelli mi piace. Sì, mi piace, e per una volta cerchiamo di vedere le cose nel più banale dei modi, senza cercare significati profondi o metafore di vita :)

Così, sulla linea del limpido e schietto, questa settimana partiamo con un piatto di pasta.
Sì, un semplice, normalissimo, piatto di pasta. Cucinata per un gruppetto di dodicenni (sorella e amiche) di ritorno da una giornata di piscina, affamate e stanche.
I sapori? Pomodorini appena colti, mozzarella di bufala (quella buona ;) e basilico fresco.
Certo, proprio un normale piatto di pasta, a ben guardare, non è... c'è qualche tocco di Agnese, che però si avverte solamente, mentre all'apparenza rimane un'innocua pasta fredda ;)

Eccovi la (non) ricetta, variazioni personali comprese :)




PASTA FREDDA CON POMODORINI SEMI-CONFIT, MOZZARELLA DI BUFALA E OLIO AL BASILICO

  • INGREDIENTI

200 g di pasta grossa (avevo finito l'integrale, ma secondo me ci sarebbe stata benissimo!)
pomodorini ciliegia
una mozzarella di bufala da 150 g circa
foglie di basilico fresco
mezzo cucchiaino di zucchero
olio evo
sale

  • PROCEDIMENTO

Cuocere la pasta al dente in abbondante acqua salata. Scolarla e lasciarla raffreddare, aggiungendo un filo d'olio.
Nel frattempo pulire e tagliare in quattro i pomodorini. In una padella, far soffriggere in un cucchiaio di olio uno spicchio d'aglio in camicia. Aggiungere i pomodori e farli saltare per circa un minuto (devono solo insaporirsi), aggiustando l'acidità con lo zucchero e bilanciando con un pizzico di sale.
Creare un'emulsione con le foglie di basilico e un po' di olio (la consistenza dipende da quanto olio utilizzate: io ne ho messo pochissimo e il risultato era quasi un pesto; se ne aggiungete, sarà più simile a un olio al basilico. La scelta è vostra, l'importante è sfruttare il profumo del basilico al meglio).
Condite la pasta fredda con l'emulsione di olio al basilico, i pomodorini semi-confit e la mozzarella (non affettatela con un coltello, "sfilacciatela" semplicemente: rimane con una consistenza migliore ed è anche più bella, secondo me :)





E' tutto :)
E dopo questa difficilissima ricetta vi lascio al vostro lunedì, io torno al mio.
Buona settimana a tutti, a presto.

a.

ps: vi ricordo l'appuntamento con Food Therapy oggi pomeriggio in diretta su Puntoradio, dalle 18.00 :)