Fa un certo effetto ritrovarsi in ferie, per una che non si prendeva una vacanza dal 2011.
[Vacanza... ero in Grecia a dannarmi l'anima per uno che sarebbe sparito a fine estate, eppure - allora - mi sembrava così poetico ignorare il mare per scrivere romantiche lettere inutili.
Comunque.]
La prima settimana l'ho trascorsa praticamente a dormire. Quindici, diciotto ore al giorno, una letargia che nemmeno mi ricordavo come si facesse. Mi svegliavo, tornavo a letto, leggevo, dormivo di nuovo, uscivo a correre, ogni tanto mi ricordavo della vita sociale.
Non riuscivo bene a collocarmi "in ferie": cosa si deve fare, in ferie?, come funziona questa lunga serie di martedì [martedì = giorno di riposo]?, come si gestisce tutto questo tempo libero legittimato?
Insomma, ho vivacchiato per cinque-sei giorni, nulla di che, a parte il riuscire a leggere romanzi, saggi, qualcosa che non fosse una ricetta [okay, più o meno, uno dei libri di questo agosto è stato "Il perfezionista", ma devo ancora finirlo, a riprova di quanto sia riuscita ad evadere dalla mia monotematica ossessione culinaria] e - sì, posso dirlo - riposarmi.
Ho rivisto Persone che pensavo di aver perso, inghiottite dal limbo dei "ci sentiamo presto" che, poi, si sa, la vita trasforma in eterni rimandi.
Parlare con qualcuno di simile, nel bene e nel male - soprattutto nel male, per quanto ci riguarda, purtroppo -, è sempre un'iniezione di verità, un pugno nello stomaco, uno schiaffo d'acqua gelida: sapere che la voce che abita la tua testa da ormai troppi anni, e che non riesci ad ammazzare, è la stessa che schiamazza nella testa di altri ti rende un po' meno folle, un po' meno sola, ma un po' più malata.
E allora capisci che non esistono rinvii, non esistono concessioni, ogni giorno devi alzarti e resistere, anche quando sembra che ci sia solo lei, quella voce maledetta, che copra tutto il resto, che non esista nient'altro.
Credo in te, Martina, come credo in Marina, in Ombrella, in Alice, e in tutti quelli che lottano contro una voce che ha scelto come suo nido la loro mente, e da lì genera caos e pretende attenzioni.
[Prima o poi, inizierò anche a credere in me, sì. Magari quando dalle due cifre passerò alle tre, quando dalle tre passerò alle quattro, magari quando non avrò più bisogno di contare.]
{Paragrafo oscuro ai più, lo so, scusate, ma a volte si devono scrivere cose pubbliche per un pubblico ristretto, con i suoi codici e i suoi messaggi fra le righe.}
Sono partita per l'Elba, alle 3.30 di un buio martedì mattina.
Ci siamo salutati nel piazzale di Milano Centrale, con poco più di un paio di ore di sonno negli occhi, tu che mi dicevi di tenere addosso la tua felpa e io che pensavo a come non togliermi di dosso te.
Ho vagato per la stazione, fra i negozi ancora chiusi e i binari vuoti, con il mio trolley giallo, leggendo del suicidio di Robin Williams su Twitter, stordendomi con il profumo dei cornetti appena sfornati, contemplando l'atmosfera di rarefatta surrealtà che acquisiscono i luoghi solitamente affollati quando li trovi deserti.
Il viaggio è stato interminabile, e dolorosissimo è stato sfiorare Firenze solamente per un cambio di treno, senza nemmeno il tempo di rincontrare quella città che adoro.
Piombino era torrida, Porto Ferraio caotica, Marciana m'ha accolta con l'odore pungente della macchia mediterranea, che proprio in quei giorni aveva lasciato spuntare i fiori azzurri del suo rosmarino, con il verdeblu incredibile del mare cristallino, con i tramonti incendiari al di là dell'orizzonte frastagliato dalla Corsica.
Sorriderò sempre al ricordo della tua amaca turchese, delle ferite disinfettate col Gin a mezzanotte, delle chiacchierate labirintiche e dei silenzi leggeri, tu che leggi e io che scrivo, degli scogli taglienti che, però, rivelavano sempre un lato gentile dove sdraiarsi a leggere, dei fichi d'India raccolti ai bordi delle strade, della gatta sorda che veniva a farci visita tutte le mattine, delle cenette in quel ristorantino genovese a Poggio ["La Sciamadda", consigliatissimo], di Giove e Venere quasi allineati in un unico, gigantesco, punto luminoso, sbucato inaspettatamente da dietro una rupe la sera del 18, di quell'abbraccio prima che io salissi sul traghetto per ripartire.
Pensavo sarebbe stato strano tornare a fare colazione insieme tutte le mattine, dopo quasi un anno che non viviamo più nella stessa casa, eppure, è stato tutto perfettamente naturale. In fondo, quando i legami sono veri, e non solamente dettati dal sangue, le cose riescono spontanee.
Ho amato e odiato quei giorni lontana da te, dilaniata fra ciò che avevo e ciò che mi mancava. Più godevo di quel mare, di quel cielo e di quel Sole e più quella fitta al centro dello sterno pulsava. Mai sommare della distanza alla lontananza, mai più.
Devo aver sfiorato il punto di saturazione della mancanza, quel sabato sera fuori dal Villa Serbelloni, mentre aspettavo che la cucina ti rilasciasse camminando su e giù da quella discesa, leggendo e rileggendo quel menù che ormai conosco a memoria.
Poi sei comparso, e che sollievo incredibile è stato sfamare finalmente gli occhi, le mani, le labbra, la pelle, i sensi tutti.
Fra tutto ciò che amo di noi, adoro l'irrequietezza iperattiva che ci accomuna: nemmeno dodici ore dopo l'esserci rivisti, eravamo a 4200 metri di altezza, con un paracadute sulle spalle, a lanciarci da un aereo.
{Ora, permettetemi di aprire una breve parentesi su questa esperienza pazzesca. Lanciarsi col paracadute è una fottuta figata - sì, niente poesia, niente giri di parole e ghirigori di aggettivi, proprio così, secco. Lo rifarei anche domani. Una scarica di adrenalina di quell'intensità è impagabile.
Immaginate: siete su un aereo minuscolo, si apre il portellone, otto persone davanti a voi si gettano fuori, inghiottite immediatamente dall'aria, voi vi affacciate, il vento più forte della vostra vita vi frusta il viso, gelido [-6°C circa], e poi, WHAM, via, improvvisamente, caduta libera, a 200 km/h.
Caduta.
Libera.
Ecco, forse quella è la sensazione più preziosa: cadere, poter cadere per davvero, concedersi di cadere, cadere con tutta la consapevolezza di chi si è lanciato da un aereo per farlo, cadere quando fra voi e la terra ci sono 4200 metri e non avete nulla a rallentarvi.
Che libertà purissima, quel minuto di caduta, che delirante indipendenza.
Poi arriva la parte divertente: si apre il paracadute, rimanete frastornati per una manciata di secondi [200 km/h --> 15-20 km/h], stordite l'istruttore con tutto il vostro entusiasmo [che, non te la vuoi fare una chiacchieratina a 1500 metri da terra?], lui vi spiega come guidare il paracadute, ci giocate un po', contemplate campi, casupole, macchinine, fidanzati già atterrati, decidete che volete prendere il brevetto illudendovi di poter volare [ciao, cara vecchia hýbris, ciao], ritornate a terra con un'elegantissima scivolata sul sedere, limonate duramente ancora tutti belli imbragati, eccetera, eccetera, eccetera.
Insomma, fatelo. Punto.}
Forse, ancora più emozionante di quel volo, è il ricordo della sera del tuo compleanno: noi due seduti a quel tavolo del Mistral, a parlare fittamente, occhi lucenti e abiti eleganti.
Non saprei dire se fossi più orgogliosa o più onorata di essere al tuo fianco, di conoscere le persone e le menti con le quali lavori, di carpire stralci di quella quotidianità che non possiamo condividere.
Certamente, dal punto di vista professionale, mangiare certi piatti con qualcuno che ti spiega ingredienti e procedimenti - come solo chi è abituato a stare dietro le quinte può - è decine di volte più stimolante e interessante.
Per quanto, infatti, mi sarei sciolta allo stesso modo assaggiando quel salmone, avrei apprezzato ugualmente la piena soddisfazione delle mie aspettative sul crudo di gamberi con spuma di cocco, gelato al guacamole e cialda al nero, avrei goduto con la stessa intensità di quel trittico di foie gras, avrei comunque provato dello stupore per la consistenza di quello gnocco di sedano rapa, mi sarei meravigliata con altrettanta sincerità di fronte alla preparazione - proprio davanti ai nostri occhi - del gelato con l'azoto liquido, per quanto le mie papille gustative si sarebbero tutte inchinate, nel più totale appagamento, anche fossimo stati incapaci di comunicare, godere-sapendo ha collocato il piacere a un livello più alto - come spesso accade, d'altra parte.
[Credo sia superfluo specificare quanto sia stata una cena eccellente e, d'altra parte, non penso nemmeno vi aspettiate la descrizione e il commento di ogni portata da me: già sappiamo che non sono una foodblogger, figuriamoci se mi metto a recensire ristoranti.]
Bellagio si è fatta perdonare tutti i mesi di lontananza, quella sera.
Quindi, è stato agosto.
Ora sono tornata in cucina, e chissà che non capiti qualche nuova ricetta fra queste pagine.
Devo confessarvi che più faccio la cuoca e meno mi sento di fare la blogger. Ogni tanto, però, questo spazio mi manca, e allora torno.
Tanto avevate già capito che sono lunatica e incostante, no?
[Sono state delle vacanze talmente pigre che la reflex se n'è rimasta bella comoda a casa. Per fortuna c'è
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