venerdì 26 settembre 2014

Brioche Nanterre. | Eat hard, dream harder.

Non so descrivere quanto prezioso sia il tempo che trascorriamo insieme.

- Il problema, con te, è che mi sembra tutto realizzabile.



BRIOCHE NANTERRE di Pierre Hermé

Chiariamoci subito: io adoro i lievitati. Mi mettono di buon umore, c'è poco da fare: dalla sensazione di velluto del lievito quando lo si frantuma con le dita, al sapere di avere in frigorifero qualcosa che cresce [credo che nessun essere vivente saprà mai scatenarmi l'istinto materno che mi fa nascere un lievitato...], dal riprendere l'impasto soffice e sgonfiarlo per lavorarlo, al profumo inevitabile ed irresistibile che si scatena per casa quando cuoce.
Ogni tanto mi perdo ancora a sognare la mia boulangerie parigina, e allora sforno una brioche.
Questa volta è stato il turno di una ricetta di Monsieur Hermé che adocchiavo [qui, soprattutto] da tempo. Si tratta della classica pasta da brioche francese: ricca di burro e uova, morbida, né dolce né salata, perché si possa gustare con qualsiasi accompagnamento [ma anche nature, con mezzo litro di caffè, dà una certa dipendenza].
L'impasto non è semplicissimo, necessita di molto tempo ed energia perché si incordi bene [magari usate un'impastatrice, non come la sottoscritta che s'è fatta venire due braccia da bodybuilder litigando con quella massa burrosissima per quaranta minuti].
Però, il risultato è impagabile.

Un'ultima nota: cercate un burro di ottima qualità, essendocene così tanto influisce davvero sul gusto della brioche.


Ingredienti [per uno stampo da plumcake 30x11]

12 g di lievito di birra
20 g di latte
200 g di farina manitoba
150 g di farina 00
5 uova [245 g] + 1 per la finitura
35 g di zucchero
7 g di sale
250 g di burro

Procedimento

Sciogliete il lievito nel latte tiepido. Aggiungete 150 g di farina [presi dal totale], 2 uova e iniziate a impastare [se usate l'impastatrice cominciate con il gancio a foglia].
Quando l'impasto sarà amalgamato, aggiungete e lasciate assorbire lo zucchero.
Unite un altro uovo e metà della farina restante, lasciate incorporare, proseguite così fino a esaurimento di uova e farina.
Aggiungete il sale e lavorate l'impasto finché non si staccherà per bene dalle pareti della bowl o dal piano di lavoro [cambiate il gancio all'impastatrice, usate quello a uncino].
A questo punto, incorporate a poco a poco il burro e impastate energicamente [con l'impastatrice alla massima velocità] fino a perfetta incordatura: la massa deve essere lucida e setosa, assolutamente omogenea.
Stendete l'impasto sul piano di lavoro leggermente infarinato in un rettangolo, eseguite un giro di pieghe come per la sfoglia [tipo 1, qui]. Mettete il vostro cucciolo di pan brioche a riposare in un contenitore pulito e coperto da pellicola.
Dopo averlo lasciato per una quarantina di minuti a temperatura ambiente, riponetelo in frigorifero e cercate di dimenticarvelo per 8 ore [ammetto di aver provato a lasciarlo in lievitazione anche 20 ore, e il risultato è stato migliore di quello che ho cotto dopo sole 8 ore].
Terminato il riposo, l'impasto sarà lievitato, ma non esageratamente gonfio e molto compatto: non spaventatevi, lasciatelo a temperatura ambiente per altri 40 minuti, poi lavoratelo un po' allungandolo e arrotolandolo sotto i palmi.


La forma tipica della brioche di Nanterre prevede che si divida l'impasto in quattro palline e che le si sistemi in uno stampo da plumcake. Dopo che queste abbiano raggiunto il bordo dello stampo [in una giornata calda ci vorrà circa mezz'ora, altrimenti un'oretta], spennellate con l'uovo sbattuto e praticate delle incisioni sulla superficie, perpendicolari alle cunette delle palline, in modo che in cottura si creino le tipiche aperture più chiare [okay, non mi so spiegare, guardate qui].
Infornate a 180°C per circa 40 minuti. La brioche si colora piuttosto velocemente, tenetela d'occhio e, nel caso, copritela con un foglio di alluminio [non fate come la sottoscritta, che è andata ingenuamente a farsi una doccia per poi ritrovare un pan brioche decisamente troppo abbronzato].

Il fidanzato [cuoco decisamente migliore della blogger] consiglia: rivestite il pan brioche cotto con la pellicola trasparente, perché si mantenga morbido e fragrante più a lungo [ma vi sfido a fargli superare le 12 ore di vita].


PS: Scusate la luce variabile nelle foto, mi pare palese che io abbia disimparato ad utilizzare la reflex.

lunedì 22 settembre 2014

Cake con arachidi e caramello salato.

Ogni giorno penso di chiudere questo blog.
Ogni giorno penso di scriverci qualcosa.
Ogni giorn fu accettare una delle decine di proposte che mi sono state fatte perché ne esca un libro.
Ogni giorno penso di smettere di scrivere, di smettere di cucinare, di smettere.
Ogni giorno penso "ma cosa sto facendo?", quando alzo per un attimo lo sguardo dal tagliere e mi specchio nello sportello del forno e mi chiedo per la trecentesima volta se io sia davvero in grado di dedicare la mia vita a questo lavoro.
Ogni giorno penso di essere troppo sola e di stare troppo bene nella mia solitudine.
Ogni giorno penso a quanto, comunque, vi voglio bene, fratelli miei.
Ogni giorno penso di parlarti, di dimenticare tutto e indossare l'ennesimo abito largo per nascondere le ferite e fingere che non ci siano mai state, di fare pace, di coprire con una mano di bianco tutti questi anni, di scendere al compromesso di un civile accettare la tua esistenza nella mia vita.
Ogni giorno penso che, in fondo, le cose sono andate così perché non potevano andare altrimenti, che ognuno ha fatto del suo meglio, no?, ma è andata comunque così.
Ogni giorno penso che non potrò mai accettarlo, che io, semplicemente, non ce la faccio a darmi pace per tutti i buchi neri che esistono nel mio universo.
Ogni giorno penso di scriverti, di cercare di spiegare quanto mi faccia sinceramente male l'averti lasciata così, col silenzio e nel silenzio.
Ogni giorno penso che non devo e non posso sentirmi in colpa perché mi sono innamorata.
Ogni giorno penso che dovrei volermi bene, che anche se ora me ne voglio un po' di più rispetto prima non riesco ancora a trattarmi come una persona dovrebbe trattare se stessa.
Ogni giorno penso di essere di una banalità volgarissima, quando rincaso sapendo di aver corrisposto le aspettative di qualcuno.
Ogni giorno penso di essere unica e speciale, quando tu mi descrivi e quando le tue mani mi delineano.
Ogni giorno penso di essere geniale, per poi scoprire che altri mille hanno avuto la mia stessa idea, hanno dato la mia stessa interpretazione del mondo, hanno abbinato due ingredienti al mio stesso modo.
Ogni giorno penso che, forse, l'unico modo per risolvermi sarebbe resettarmi, ma non è possibile, e allora mi sembra di impazzire, nel più completo rifiuto di questo stato di cose.
Ogni giorno penso che dovrei scrivere qualcosa di più generale, indeterminato, nebuloso, metaforico, che non dovrei espormi così, che la gente non sa trattare con i pensieri nudi - come non sa trattare con la nudità dei corpi.
Ogni giorno penso che dovrei leggere di più.
Ogni giorno penso che dovrei tornare all'Università, laurearmi, fingermi realizzata con quattro ciuffi di alloro sulla testa.
Ogni giorno penso a tutti gli stereotipi in cui ho cercato di rientrare, senza mai riuscirci.
Ogni giorno penso a tutti i cibi che dovrei provare, a tutti i ristoranti dove dovrei cenare, a tutte le volte in cui lo chef mi cazzia perché non assaggio.
Ogni giorno penso di essere una povera illusa a credere di poter far convivere terrore e passione.
Ogni giorno penso di odiarti, perché non riesco a liberarmi di te, e ogni giorno penso che senza di te tutta questa dedizione non esisterebbe.
Ogni giorno penso a quanto sono diventata folle, a darti anche del tu.
Ogni giorno penso che non esiste alcun "qui" che sia per sempre, e va bene così.
Ogni giorno mi guardo allo specchio, occhi negli occhi, raddrizzo le sopracciglia, alzo il mento, mi raccolgo i capelli, cerco di costruirmi una sorta di fierezza per questa vita mia che è solo mia.
Ogni giorno provo, ogni giorno cado, ogni giorno mi rialzo.

Ogni giorno penso che vada tutto bene, ma che nulla sia semplice.



CAKE CON ARACHIDI E CARAMELLO SALATO

Circa una settimana fa ho visto questa torta al mascarpone da lei e mi è tornata, istantanea, la voglia di infornare qualcosa del genere, di tornare per un attimo ad essere quella che preparava la torta per la colazione, di abbandonare per un paio di ore la ricerca dell'ennesimo dessert al piatto.
Ricordavo di aver già infilato il mascarpone in qualche torta [capita che ne avanzi un po' dal classico tiramisù, no?], e il risultato ottenuto con la ricetta [leggermente modificata] di Barbara non ha deluso le mie aspettative: un cake soffice e per nulla asciutto, morbidissimo.
Volevo usare le arachidi per un primo piatto, e invece sono finite nel dolce: col caramello salato sono diaboliche.
"Ho preparato un cake che sa di... hai presente lo Snickers? Ecco. Ti aspetta per la colazione di domattina."
Fidanzato, papà e fratello se lo sono spazzolato.


Ingredienti

400 g di farina 00
16 g di lievito per dolci
200 g di zucchero di canna
200 g di mascarpone
200 g di latte intero caldo
3 uova

caramello salato*
arachidi

Procedimento

Montate le uova con lo zucchero, fino al raddoppio di volume. Incorporate, un cucchiaio alla volta, il mascarpone. Aggiungete farina e lievito gradualmente, alternandoli con il latte. Mescolate fino a ottenere un impasto omogeneo.
Versate metà del composto in uno stampo da plumcake imburrato e infarinato, distribuite un po' di caramello salato e un po' di arachidi, ricoprite con l'impasto rimanente, altro caramello e altre arachidi.
Mescolate leggermente con un cucchiaio, in modo che il cake risulti variegato.
Infornate per 30-40 minuti a 175°C.


*per il caramello salato: in una casseruola, fate caramellare 100 g di zucchero a secco, senza farlo scurire troppo; intanto, scaldate 200 ml di panna. Una volta ottenuto un caramello biondo, toglietelo dal fornello e versatevi a filo la panna bollente, facendo attenzione agli schizzi. Aggiungete 5 g di sale e continuate a mescolare fino a sciogliere gli eventuali grumi. 

lunedì 15 settembre 2014

Mousse ai Brutti ma buoni.

Ci sono giorni che nascono sbagliati e non li puoi modificare, tantomeno cercare di capire. Provi ad ammettere un significato, a delimitare un mondo che sia valido per te, senza riuscire a chiuderlo, a renderlo plastico, perfetto. Resta sempre una piccola emorragia che tenti di bloccare, una fuoriuscita di cui ignori la causa ma comprendi l’effetto, di cui sei figlio tu stesso, di cui sono figli i tuoi limiti.

Ecco, ieri mattina mi è tornato in mente questo passo, estrapolato da un articolo su Formavera.
Ho aperto gli occhi, annegata nel mare lattiginoso del mio letto, ho cercato il cellulare per guardare l'ora, ho scoperto di aver dormito circa 180 insulsi minuti, ho maledetto la notte trascorsa a contare i nodi nel legno delle travi del soffitto, in compagnia di un'ansia immotivata.
Sono riaffondata sotto il piumone, percependo che sarebbe stata una giornata faticosa e affaticata. [Poi, è ovvio, una si alza, si veste, evita gli specchi, si prende e si butta fuori di casa, ma non è che le cose-da-fare cambino l'umore, rilassino le sopracciglia contratte, diano una mano di bianco alle occhiaie.]
Certi giorni non funzionano, hanno un qualche intrinseco difetto non del tutto decifrabile. E io sempre mi chiedo se sia colpa del fisiologico alternarsi degli stati d'animo, dei giorni in sé, della qualità della luce, di me stessa - possibile che io non sia abbastanza forte da divellere 24 ore, trasformarle, renderle bianche da nere? -, di un certo tipo di stanchezza esistenziale che a volte si percepisce più intensamente, di.
Di niente?

Ci metto qualche ora a darmi pace, a rassegnarmi alla natura di questi giorni. Alla fine, sì, cerco di arrivare a sera, di sopravvivere con una certa dignità, eppure mi rimane l'amarezza di una giornata arrancante.
Ma ci sono giorni che nascono sbagliati e non li puoi modificare, tantomeno cercare di capire.


E, poi, ci sono quei giorni meravigliosi, quelli in cui ti svegli e non pesi niente. Tutto è facile, lineare, nel minimalismo di pensieri limpidissimi, coordinati alla perfezione. La testa è come una fucina, lavoro con ordine, leggo, scrivo con ritmo, ribalto casa e la riordino, corro più veloce e senza contare i km, mi godo ogni stralcio di cielo e ogni incantevole luce, arriva la sera e non riesco ad enumerare le cose fatte. Come non avessi niente fra me e la realtà, come riuscissi a recepirla nell'immediatezza, su tutta la pelle, una realtà plastica della quale posso fare ciò che desidero.

Capita, allora, che mi svegli con un'idea, faccia colazione velocemente, delineandola mentre bevo il caffè, e mi fiondi in cucina, nonostante la mattinata libera, il ristorante deserto, il Sole tiepido e invitante fuori.
Qualche mattinata fa è successo questo, mi sono svegliata con l'impiattamento di questa mousse in testa e in meno di un paio d'ore era pronto e fotografato.



Quando mi sono trasferita qui non avevo idea della fortissima tradizionalità che imperasse, dei prodotti e dei piatti cardine di questa piccola cittadina del novarese. Fra questi, ci sono i Brutti ma buoni, biscotti croccanti di meringa, nocciole e mandorle. Ricordo di averli spesso assaggiati da piccola, e riprendere in mano quell'involucro scricchiolante di velina stampata, con in blu il nome della pasticceria storica, è stato un piccolo déjà vu [ecco, magari non all'ottantesimo Brutto ma buono scartato...].

La ricetta originale di questa mousse prevedeva crema pasticcera, albumi a neve e panna montata. Mi sono permessa di modificarla, sostituendo la pasticcera + gli albumi con una chibouste, e togliendo la panna, che, secondo me, rarefaceva solo il gusto dei Brutti ma buoni.
Per la base ho utilizzato un biscotto fondente al cioccolato, una sorta di brownie sottile: se proprio non v'interessa la mousse, almeno fatevi questo, è spettacolare.
A chiudere il cerchio, una salsa al caffè, con qualche punta di salsa al cacao.
Ovviamente, la trovate sul menù di Cucina 41.




MOUSSE AI BRUTTI MA BUONI

Ingredienti

500 g di latte intero
4 tuorli
75 g di zucchero
50 g di farina 00
6 g di gelatina

2 albumi
75 g di zucchero + 25 g di acqua

300 g di Brutti ma buoni sbriciolati

Procedimento

Preparate la crema pasticcera: portate a bollore il latte, intanto mescolate i tuorli con lo zucchero e la farina, versatevi il latte bollente e rimettete tutto a cuocere, finché la crema non si sarà addensata.
Incorporate la gelatina reidratata, mescolate in modo da scioglierla completamente.
Versate la crema in un contenitore e lasciatela raffreddare con un velo di pellicola a ricoprirne la superficie.


Preparate la meringa italiana: montate gli albumi a neve, intanto, portate a 121°C lo sciroppo di acqua e zucchero, versatelo a filo sugli albumi già spumosi, continuare a far lavorare la planetaria finché la meringa non sarà soda e lucida.

Unite i Brutti ma buoni sbriciolati alla crema pasticcera. Infine, incorporate la meringa.
Servite dopo almeno 10 ore di frigorifero.




BISCOTTO FONDENTE AL CIOCCOLATO 

[Maurizio Santin, trovato qui]

Ingredienti

250 g di cioccolato [50%-60%]
200 g di burro a pomata
180 g di zucchero
200 g di uova intere
70 g di farina 

3 g di sale [mia aggiunta]

Procedimento

Preriscaldate il forno a 170°C.

Fate fondere il cioccolato.
Intanto, montate il burro con lo zucchero. Una volta ottenuto un composto spumoso, aggiungete gradualmente le uova, poi la farina e, infine, il cioccolato fuso.
Stendete il biscotto su una teglia [30x40 cm] foderata di carta forno e infornate per 14 minuti, tenendo il forno leggermente aperto [vi sembrerà ancora crudo, ma è pronto].



SALSA AL CAFFE'

Ehm. Qui ho un po' improvvisato: 250 g di crema inglese, una tazzina di espresso, un cucchiaio di caffè solubile forte [regolatevi secondo il vostro gusto, a me piaceva che fosse piuttosto forte per bilanciare la dolcezza della mousse].



SALSA AL CACAO

In un pentolino, fate cuocere 150 g di cacao amaro, 100 g di acqua e 300 g di zucchero, finché non si sia addensato e frustando continuamente. 


MONTAGGIO

[Non credo ci sia bisogno di scriverlo, ma] In un piatto, posate un rettangolo di biscotto, ricopritelo con tre ciuffi di mousse [sac à poche], decorate con le due salse e con un Brutto ma buoni a pezzi.

sabato 13 settembre 2014

#lecenedelmercoledì, un risotto e una pavlova.

Ricordo un pomeriggio, doveva essere attorno agli inizi di marzo, durante il quale stavo facendo una camminata ossigenante con un collega, approfittando di un'oretta di pausa fra un turno e l'altro in cucina.
Passeggiavamo appena fuori città, fra gli alberi ancora spogli di un sentiero costeggiante un campo. Il sole iniziava ad essere tiepido, si stava tranquillamente in maglione e jeans.
Chiacchieravamo di cucina - ma dai? - e di cuochi, quando, all'improvviso, mi sono voltata verso di lui e, con tutta l'euforia di una fanatica, anche saltellando un po', ho esclamato: - Dai, facciamo il mestiere più bello del mondo! Non trovi?
Lui ha ridacchiato: - Aspetta, vedrai fra qualche anno...
Ma, in fondo, credo lo pensasse anche lui.

Un simile picco di entusiasmo mi è capitato anche qualche sera fa, durante i titoli di coda dell'ennesimo film ambientato in una cucina ["Chef", quello di Jon Favreau, ma anche quello di Daniel Cohen è molto carino].
Ho chiuso il pc, mi sono rotolata sul letto, ho lanciato gli occhi sul soffitto, spalancato le braccia, e sospirato, felice.
Quanto amo il mio lavoro, penso di aver detto.

Forse, tutto sta nel realizzare che il cibo non è e non può essere solamente nutrimento. Non può ricoprire un ruolo semplicemente pratico.
Non saremo mai scevri da pensieri ed emozioni nello schiudere le labbra dinnanzi a una forchetta, a un cucchiaio, a un cucchiaino, a due dita che trattengono un boccone.
Il cibo ha una componente psicologica troppo forte [basti pensare a tutte le perversioni cui può giungere il rapporto con esso] perché possa essere ignorata.
E io, ogni volta che me ne ricordo, mi sento una privilegiata a poter cucinare per qualcuno, a poterlo appagare con qualcosa preparato da me. E il privilegio è uguale alla responsabilità del decidere del pasto di una persona: niente mi fa mantenere la concentrazione in cucina come pensare a quanto mi metta di cattivo umore mangiare male [così come poche altre cose mi lasciano un ricordo felice come un'ottima cena].
Dico di fare il mestiere più bello del mondo perché ho capito la potenzialità del cibo, e se ogni sera in cui mi metto ai fornelli si conclude con qualcuno che mi ringrazia, sorridente, per la cena, vado a dormire decisamente soddisfatta.
E, poi, cucinare è un gioco infinito e stare in cucina è quanto di più spossante e divertente ci sia ["divertente" non vuol dire "non-serio": ho sempre ammirato chi riuscisse a godersela senza perdere di professionalità, e io spero di arrivare al punto in cui sarò bravina, ma senza aver perso l'entusiasmo]. Ad esempio, ieri sera ho fatto il mio primo venerdì da sola e, se all'inizio ero nel panico, sommersa da comande e con tutti i fuochi occupati, a fine servizio il mio unico pensiero era "Dai, rifacciamolo", da quanta adrenalina avevo in corpo.
Forse hanno ragione quelli che dicono che se fai il lavoro che ami, non lavorerai un solo giorno della tua vita.

Certo, cucinare per i clienti è soddisfacente, ma mai quanto cucinare con qualcuno che sia più di un numero. Fra i momenti della settimana che preferisco ci sono #lecenedelmercoledì [sì, ci siamo inventati anche l'hashtag, perché siamo una famiglia di social-stressati], con Padre e Fratello.
E' incredibile come la famiglia diventi importante quando non è più una convivenza necessaria. E loro, d'altra parte, sono le mie cavie preferite.

Ho pensato di rubare due minuti alla cena per scattare qualche foto, perché - è assurdo - ma cucinando sempre al ristorante [facciamo che non vi racconto delle mie cene stanche e imbarazzanti di quando sono a casa da sola], di materiale per il blog ne ho davvero poco.
La luce è quella che è, i piatti magari non sono perfetti, ma visto il successo che hanno riscosso ho pensato di buttare giù un post.


RISOTTO AI PORRI E BOTTARGA, CON OLIVE, CAPPERI E LIMONE

Spesso sfrutto parenti o amici per sperimentare procedimenti o abbinamenti che voglio provare.
Alla base di questo piatto c'è del porro fondente [porri lasciati cuocere per ore, in pratica], in contrappasso alla loro dolcezza c'è la mia adorata bottarga [ho degli ingredienti-feticcio e la bottarga è uno di questi, al momento], usata sia in mantecatura che come spolverata finale, e la sapidita di capperi e acciughe arrostiti in forno [volevo farne una polvere, ma poi ho pensato che ci sarebbe stata già la bottarga grattugiata, non volevo sembrasse tutto troppo uniforme]. Infine, qualche scorzetta di limone, per l'acidità - e perché metterei scorza di limone ovunque, ammettiamolo.
L'ho mantecato all'olio, perché mi sembrava che il burro stonasse un po' in mezzo a questi ingredienti. L'unico consiglio che posso darvi è quello di tenere la bottiglia dell'olio in frigo, in modo che sia ben freddo: sarà più semplice.
Perdonate le dosi un po' approssimative.



Ingredienti [per 2]

200 g di riso [scegliete il vostro preferito per i risotti, ma che ve lo dico a fare?]
1 porro
50 g circa di bottarga di muggine grattugiata
un cucchiaio di olive taggiasche
un cucchiaio di frutti del cappero
1-2 scorze di limone
olio evo

Procedimento

Affettate sottilmente il porro, mettetelo in una casseruola con un paio di cucchiaio di olio e lasciatelo stufare per 2-3 ore, a fuoco bassissimo [in caso di necessità aggiungete poca acqua].
Quando sarà completamente sfaldato, frullatelo col minipimer.

Dividete a metà capperi e olive, asciugateli fra due pezzi di carta assorbente, disponeteli su una teglia rivestita di carta forno e fate arrostire in forno a 100°C per circa 2 ore.

Usate il porro come fondo per il risotto [io non ho aggiunto olio]: fatelo rosolare leggermente, tostateci il riso finché diventi traslucido e procedete con la cottura [io ho usato della semplice acqua mantenuta a bollore, ma se avete un buon brodo usate pure quello].
Mantecate con metà della bottarga grattugiata e l'olio freddo di frigo.
Servite con le olive, i capperi, la scorza di limone a julienne e la bottarga restante.




PAVLOVA CON SUSINE E POLLINE

Non ho mai amato meringhe e meringate, poi ho scoperto le pavlove, con la loro cascata di frutta fresca e acida, e me ne sono innamorata.
Questa volta l'ho proposta con delle susine fatte leggermente caramellare in uno sciroppo di melograno [Andy, non ti ringrazierò mai abbastanza per avermelo portato dall'Azerbaijan ] e del polline [così, l'ho visto sulla scaffale e ho pensato di aggiungerlo, ma devo ammettere che la leggera punta di amaro-mieloso ci sta anche bene, oltre al fatto che è bellissimo].
Per qualche minuto, a tavola è calato il silenzio, mentre i cucchiaini affondavano nella panna grondante di frutta e sciroppo, incontravano lo scudo di meringa e poi, rompendolo, scivolavano nel cuore morbido e cedevole [la meringa della pavlova non dev'essere completamente asciutta].
Ah, forse manca di contrasto cromatico, ma non mi è spiaciuto questo semplice sovrapporsi di ori e bianchi.



Ingredienti

120 g di albumi a temperatura ambiente
240 g di zucchero semolato finissimo [passatelo un attimo al mixer, nel caso]

250 g di panna montata [non zuccherata, ma a voi la scelta]

3 susine
1 cucchiaio di zucchero di canna
2 cucchiai di sciroppo di melograno [facoltativo]

polline

Procedimento

Montate gli albumi, aggiungendo gradualmente lo zucchero quando iniziano ad essere spumosi. Quando avete ottenuto una meringa lucida e compatta, distribuitela su una placca da forno [ovviamente rivestita] in più porzioni, ricavando una conca al centro di ognuna.
Cuocete in forno a 90°C-100°C per circa un'ora [le meringhe devono staccarsi dalla carta, ma senza essere totalmente asciutte: picchiettate il fondo, quando è cotto, ma l'interno non suona vuoto, sono pronte].

In un padellino, cuocete brevemente le susine affettate con lo zucchero e lo sciroppo di melograno.

Al momento del servizio, ponete una meringa su ogni piatto, ricopritela con un paio di cucchiaiate di panna, lasciateci scivolare sopra un po' di susine col loro sciroppo, completate con una spolverata di polline.

sabato 6 settembre 2014

Agosto.

Fa un certo effetto ritrovarsi in ferie, per una che non si prendeva una vacanza dal 2011.
[Vacanza... ero in Grecia a dannarmi l'anima per uno che sarebbe sparito a fine estate, eppure - allora - mi sembrava così poetico ignorare il mare per scrivere romantiche lettere inutili. Comunque.]
La prima settimana l'ho trascorsa praticamente a dormire. Quindici, diciotto ore al giorno, una letargia che nemmeno mi ricordavo come si facesse. Mi svegliavo, tornavo a letto, leggevo, dormivo di nuovo, uscivo a correre, ogni tanto mi ricordavo della vita sociale.
Non riuscivo bene a collocarmi "in ferie": cosa si deve fare, in ferie?, come funziona questa lunga serie di martedì [martedì = giorno di riposo]?, come si gestisce tutto questo tempo libero legittimato?
Insomma, ho vivacchiato per cinque-sei giorni, nulla di che, a parte il riuscire a leggere romanzi, saggi, qualcosa che non fosse una ricetta [okay, più o meno, uno dei libri di questo agosto è stato "Il perfezionista", ma devo ancora finirlo, a riprova di quanto sia riuscita ad evadere dalla mia monotematica ossessione culinaria] e - sì, posso dirlo - riposarmi.





Ho rivisto Persone che pensavo di aver perso, inghiottite dal limbo dei "ci sentiamo presto" che, poi, si sa, la vita trasforma in eterni rimandi.
Parlare con qualcuno di simile, nel bene e nel male - soprattutto nel male, per quanto ci riguarda, purtroppo -, è sempre un'iniezione di verità, un pugno nello stomaco, uno schiaffo d'acqua gelida: sapere che la voce che abita la tua testa da ormai troppi anni, e che non riesci ad ammazzare, è la stessa che schiamazza nella testa di altri ti rende un po' meno folle, un po' meno sola, ma un po' più malata.
E allora capisci che non esistono rinvii, non esistono concessioni, ogni giorno devi alzarti e resistere, anche quando sembra che ci sia solo lei, quella voce maledetta, che copra tutto il resto, che non esista nient'altro.
Credo in te, Martina, come credo in Marina, in Ombrella, in Alice, e in tutti quelli che lottano contro una voce che ha scelto come suo nido la loro mente, e da lì genera caos e pretende attenzioni.
[Prima o poi, inizierò anche a credere in me, sì. Magari quando dalle due cifre passerò alle tre, quando dalle tre passerò alle quattro, magari quando non avrò più bisogno di contare.]

{Paragrafo oscuro ai più, lo so, scusate, ma a volte si devono scrivere cose pubbliche per un pubblico ristretto, con i suoi codici e i suoi messaggi fra le righe.}


Sono partita per l'Elba, alle 3.30 di un buio martedì mattina.
Ci siamo salutati nel piazzale di Milano Centrale, con poco più di un paio di ore di sonno negli occhi, tu che mi dicevi di tenere addosso la tua felpa e io che pensavo a come non togliermi di dosso te.
Ho vagato per la stazione, fra i negozi ancora chiusi e i binari vuoti, con il mio trolley giallo, leggendo del suicidio di Robin Williams su Twitter, stordendomi con il profumo dei cornetti appena sfornati, contemplando l'atmosfera di rarefatta surrealtà che acquisiscono i luoghi solitamente affollati quando li trovi deserti.
Il viaggio è stato interminabile, e dolorosissimo è stato sfiorare Firenze solamente per un cambio di treno, senza nemmeno il tempo di rincontrare quella città che adoro.
Piombino era torrida, Porto Ferraio caotica, Marciana m'ha accolta con l'odore pungente della macchia mediterranea, che proprio in quei giorni aveva lasciato spuntare i fiori azzurri del suo rosmarino, con il verdeblu incredibile del mare cristallino, con i tramonti incendiari al di là dell'orizzonte frastagliato dalla Corsica.
Sorriderò sempre al ricordo della tua amaca turchese, delle ferite disinfettate col Gin a mezzanotte, delle chiacchierate labirintiche e dei silenzi leggeri, tu che leggi e io che scrivo, degli scogli taglienti che, però, rivelavano sempre un lato gentile dove sdraiarsi a leggere, dei fichi d'India raccolti ai bordi delle strade, della gatta sorda che veniva a farci visita tutte le mattine, delle cenette in quel ristorantino genovese a Poggio ["La Sciamadda", consigliatissimo], di Giove e Venere quasi allineati in un unico, gigantesco, punto luminoso, sbucato inaspettatamente da dietro una rupe la sera del 18, di quell'abbraccio prima che io salissi sul traghetto per ripartire.
Pensavo sarebbe stato strano tornare a fare colazione insieme tutte le mattine, dopo quasi un anno che non viviamo più nella stessa casa, eppure, è stato tutto perfettamente naturale. In fondo, quando i legami sono veri, e non solamente dettati dal sangue, le cose riescono spontanee.











Ho amato e odiato quei giorni lontana da te, dilaniata fra ciò che avevo e ciò che mi mancava. Più godevo di quel mare, di quel cielo e di quel Sole e più quella fitta al centro dello sterno pulsava. Mai sommare della distanza alla lontananza, mai più.
Devo aver sfiorato il punto di saturazione della mancanza, quel sabato sera fuori dal Villa Serbelloni, mentre aspettavo che la cucina ti rilasciasse camminando su e giù da quella discesa, leggendo e rileggendo quel menù che ormai conosco a memoria.
Poi sei comparso, e che sollievo incredibile è stato sfamare finalmente gli occhi, le mani, le labbra, la pelle, i sensi tutti.

Fra tutto ciò che amo di noi, adoro l'irrequietezza iperattiva che ci accomuna: nemmeno dodici ore dopo l'esserci rivisti, eravamo a 4200 metri di altezza, con un paracadute sulle spalle, a lanciarci da un aereo.

{Ora, permettetemi di aprire una breve parentesi su questa esperienza pazzesca. Lanciarsi col paracadute è una fottuta figata - sì, niente poesia, niente giri di parole e ghirigori di aggettivi, proprio così, secco. Lo rifarei anche domani. Una scarica di adrenalina di quell'intensità è impagabile.
Immaginate: siete su un aereo minuscolo, si apre il portellone, otto persone davanti a voi si gettano fuori, inghiottite immediatamente dall'aria, voi vi affacciate, il vento più forte della vostra vita vi frusta il viso, gelido [-6°C circa], e poi, WHAM, via, improvvisamente, caduta libera, a 200 km/h.
Caduta.
Libera.
Ecco, forse quella è la sensazione più preziosa: cadere, poter cadere per davvero, concedersi di cadere, cadere con tutta la consapevolezza di chi si è lanciato da un aereo per farlo, cadere quando fra voi e la terra ci sono 4200 metri e non avete nulla a rallentarvi.
Che libertà purissima, quel minuto di caduta, che delirante indipendenza.
Poi arriva la parte divertente: si apre il paracadute, rimanete frastornati per una manciata di secondi [200 km/h --> 15-20 km/h], stordite l'istruttore con tutto il vostro entusiasmo [che, non te la vuoi fare una chiacchieratina a 1500 metri da terra?], lui vi spiega come guidare il paracadute, ci giocate un po', contemplate campi, casupole, macchinine, fidanzati già atterrati, decidete che volete prendere il brevetto illudendovi di poter volare [ciao, cara vecchia hýbris, ciao], ritornate a terra con un'elegantissima scivolata sul sedere, limonate duramente ancora tutti belli imbragati, eccetera, eccetera, eccetera.
Insomma, fatelo. Punto.}


Forse, ancora più emozionante di quel volo, è il ricordo della sera del tuo compleanno: noi due seduti a quel tavolo del Mistral, a parlare fittamente, occhi lucenti e abiti eleganti.
Non saprei dire se fossi più orgogliosa o più onorata di essere al tuo fianco, di conoscere le persone e le menti con le quali lavori, di carpire stralci di quella quotidianità che non possiamo condividere.
Certamente, dal punto di vista professionale, mangiare certi piatti con qualcuno che ti spiega ingredienti e procedimenti - come solo chi è abituato a stare dietro le quinte può - è decine di volte più stimolante e interessante.
Per quanto, infatti, mi sarei sciolta allo stesso modo assaggiando quel salmone, avrei apprezzato ugualmente la piena soddisfazione delle mie aspettative sul crudo di gamberi con spuma di cocco, gelato al guacamole e cialda al nero, avrei goduto con la stessa intensità di quel trittico di foie gras, avrei comunque provato dello stupore per la consistenza di quello gnocco di sedano rapa, mi sarei meravigliata con altrettanta sincerità di fronte alla preparazione - proprio davanti ai nostri occhi - del gelato con l'azoto liquido, per quanto le mie papille gustative si sarebbero tutte inchinate, nel più totale appagamento, anche fossimo stati incapaci di comunicare, godere-sapendo ha collocato il piacere a un livello più alto - come spesso accade, d'altra parte.
[Credo sia superfluo specificare quanto sia stata una cena eccellente e, d'altra parte, non penso nemmeno vi aspettiate la descrizione e il commento di ogni portata da me: già sappiamo che non sono una foodblogger, figuriamoci se mi metto a recensire ristoranti.]
Bellagio si è fatta perdonare tutti i mesi di lontananza, quella sera.

Quindi, è stato agosto.
Ora sono tornata in cucina, e chissà che non capiti qualche nuova ricetta fra queste pagine.
Devo confessarvi che più faccio la cuoca e meno mi sento di fare la blogger. Ogni tanto, però, questo spazio mi manca, e allora torno.
Tanto avevate già capito che sono lunatica e incostante, no?

[Sono state delle vacanze talmente pigre che la reflex se n'è rimasta bella comoda a casa. Per fortuna c'è Instagram.]