Domenica, ore 13.30. Piove, fa freddo, la riproduzione casuale dell'iPod suggerisce canzoni deprimenti, la macchina si appanna, non vuole scaldarsi, c'è traffico.
Ovviamente, sono in ritardo.
Ho dieci minuti -contati- per fare la spesa, e ne passo più della metà a insultare mentalmente i sacchetti di plastica del reparto ortofrutta: possibile che qualcuno non abbia ancora inventato un metodo efficace e rapido per aprire quelle buste poco collaborative?
C'è anche coda alle casse. Meglio, ho tutto il tempo di farmi sommergere dalla sensazione di aver dimenticato qualcosa. Certo, ho fatto la lista della spesa. Peccato l'abbia dimenticata in macchina.
Grazie, arrivederci, quanto ti odio sacchetto in mater bi, almeno facciano le scatole dagli angoli smussati, che poi sono così belli, però mai come gli spigoli, gli spigoli battono tutti gli angoli smussati, soprattutto nel lacerare i sacchetti di mater bi.
[Non vado d'accordo con i sacchetti in generale, sembrerebbe. Qualcuno direbbe che ho difficoltà a tenere unite le diverse parti, a contenerle, a trasportarle senza disperderle.]
Pioggia, freddo
e traffico persistono anche dopo la spesa lampo. Anche l'iPod continua la sua accurata scelta. Canticchio ferma a un semaforo.
Le rose lisergiche, le sere a sbranarsi, con me non devi essere niente, non ti preoccupare, che tornino a scoppiare, ma dal ridere, a crepare, ma dal ridere, addio, aspettami, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, portami a vederle
.
Mi arriva un sms e penso che ogni tanto è davvero molto rassicurante non essere l'unica in ritardo.
Il semaforo diventa verde, tocca ai Nirvana e io riparto senza ascoltare la canzone, distratta dal ricordo di "
Venuto al mondo", guardato l'altra sera. Cosa devono aver vissuto certe persone, per scrivere libri del genere, mi chiedo. Penso a quei capelli striati di rosso. Penso a come si distruggano vite, alla ricerca di qualcosa. Penso a come ci si distrugga, amandosi disperatamente.
[Intanto, faccio scorrere avanti e indietro la barretta del piercing al trago fatto ieri. Non guarirà mai, se continuo a giocarci, lo so. Forse lo faccio apposta.]
Penso a Camus, all'Assurdo, a noi uomini, all'ironia, all'ironia della vita, alla vita.
Interrompo il flusso di ragionamenti, ridendo di me stessa.
La vita, la vita, siamo tutti dei grandi filosofi, sì, certo.
Sto per parcheggiare, quando inizia
Just like heaven. Tolgo la freccia, decido di fare un altro giro dell'isolato, per ascoltare la canzone.
Show me, show me, show me. You, lost and lonely. Dancing in the deepest oceans. Twisting in the water.
Le canzoni non hanno bisogno di persone, a volte.
Alla fine, fermo la macchina e mi decido a scendere.
Alessandro è già lì ad aspettarmi. Mentre attendiamo Marco, scarichiamo le nostre attrezzature.
Da una macchina rossa escono teglie, utensili da cucina, farine, zucchero, uova, dall'altra vettura, luci, cavalletto, zaini e borse contenenti strane
cose che noi dilettanti nemmeno sappiamo identificare.
Il tempo di scambiarsi qualche particolare della propria vita [i classici
chi sei-cosa fai-dove vai] e arriva anche Marco, che ci apre
il locale.
I bar, da chiusi, hanno sempre il loro fascino particolare. I tavoli se ne stanno addossati alle pareti, le sedie ammucchiate l'una sull'altra, il silenzio è irreale, le sale sono vuote. Trovi una bottiglia di birra su un davanzale, dimenticata dalla sera precedente.
Io inizio ad accendere il forno, mentre Alessandro sistema il set.
Mettiamo la musica, ci facciamo un caffè.
E poi si inizia.
Okay, Agnese, questa è semplice: devi solo separare i tuorli dagli albumi.
...
No, non è semplice. Perché non è la tua cucina, ci sono queste luci professionali, c'è Alessandro che continua a scattare foto alle tue mani. E non è che tu ami particolarmente stare davanti all'obiettivo.
Dopo un po', però, mi dimentico dei clic dell'otturatore, delle luci e del resto. Chiacchieriamo, ridiamo del disordine che creo attorno a me mentre cucino, litighiamo con la planetaria che non vuole montare gli albumi, ci meravigliamo per la bellezza della meringa, schizziamo panna ovunque, spargiamo chicchi di melograno per tutto il locale, rimaniamo in attesa davanti al forno, incrociando tutte le dita che si possono immaginare, perché
io la pavlova non l'ho mai fatta.
Mentre la meringa cuoce preparo una torta di mele. Alla fine, c'è profumo di torta anche nel nostro bar preferito.
Sforno la meringa. Sembra essere riuscita. Rimango sinceramente sorpresa, ma lo maschero bene.
Monto il dolce, sotto gli occhi di Alessandro e di Marta.
Lo styling, questa volta, è un po' improvvisato. Oggi è una prova, più o meno.
Fa comunque un certo effetto vedere il proprio dolce al centro di un set fotografico professionale.
Io e la piccola Canon assistiamo un po' intimorite allo shooting, azzardandoci a fare qualche foto sul finale, quando la panna inizia a cedere e i chicchi di melograno sono scivolati giù per i fianchi della pavlova.
[
Qui, la mia incompetenza immortalata da Marta]
Ritiriamo tutto, tentando di ridare dignità alla cucina. Il locale apre, entrano visi più o meno noti, e io li osservo dalla cucina. Cambiano le prospettive, a volte.
Smontato il set, si affettano e si servono i dolci.
Lo sapete, io sono una di quelle che cucina, ma non mangia. Eppure, me lo godo tutto, quel momento, mettendo temporaneamente a tacere ogni "ma" e ogni "avrei potuto".
Soddisfazione, la chiamano così. E non è male. Non è affatto male.
Il dietro le quinte di questo racconto -come sempre- assurdo e irrazionale?
Alessandro Avondo è fotografo. Dopo aver scoperto Food Therapy, mi ha chiesto se avessi voglia di collaborare con lui per qualche servizio di food photography. Gli serviva, insomma, qualcuno che prestasse i suoi dolci [ma non solo] all'obiettivo della sua macchina fotografica. Occasione migliore, per me, non poteva presentarsi.
Oggi, dunque, abbiamo testato l'affinità, con una pavlova e una torta di mele.
Quelle che vedete nel post sono le foto "rubate" dal set, ma vi mostrerò anche quelle ufficiali [giusto per notare la
trascurabile differenza].
Thanks to.
Marco e tutto lo staff del
Meltin' Pop di Arona, che ha sopportato -e supportato- la nostra invasione.
Pavlova. What?
Questo dolce di origini australiane, deve il suo nome [davvero incantevole: non suona benissimo "
pa-vlo-va"? Sembra la panna che cade a cucchiaiate nel guscio di meringa, e fa "
pa-vlo-va".] a una ballerina, tale Anna Pavlova [ecco, chissà se la signorina in questione sarebbe stata felice del mio accostare il suo nome a della panna montata], in onore della quale venne ideato, nel 1926.
Trattasi di un guscio di meringa che raccoglie una nuvola di panna montata, sormontata da una pioggia di frutta fresca. Un efficace gioco di contrasti che si articola fra la dolcezza croccante della meringa, la cremosità avvolgente della panna non zuccherata e la freschezza acidula della frutta.
In più, è semplicissima da preparare.
[Per provarla, non aspettate anni come la sottoscritta, insomma.]
La meringa
Parlo della meringa prima di descrivere il procedimento per la pavlova, dato che è la parte più insidiosa e merita qualche attenzione in più.
- la tecnica è quella della meringa francese, che prevede il doppio del peso degli albumi in zucchero [lo zucchero può essere anche quello semolato, ma è da preferire quello a velo, almeno per il 50%], il tutto montato molto a lungo [si va dai 10 ai 20-30 minuti]
- al composto originale vengono aggiunti cremor tartaro e amido di mais [o equivalenti], per stabilizzare il composto
- gli albumi sono da preferire vecchi di qualche giorno e a temperatura ambiente
- cottura: solitamente, il metodo migliore è quello di una cottura a bassissima temperatura [anche 50-60 gradi] per un tempo molto lungo [tre ore + raffreddamento in forno spento e chiuso per anche una notte], tuttavia si può arrivare anche a temperature leggermente elevate [120 gradi] e tempi relativamente brevi [un'ora e mezza];
Per quanto riguarda la pavlova, la meringa non deve risultare completamente "asciugata" [infatti, più che una cottura quella della meringa classica si può definire un'asciugatura]: a un esterno croccante e friabile deve abbinarsi un interno ancora soffice e morbido.

POMEGRANATE PAVLOVA
Ingredienti
Per la meringa
4 albumi [150 g]
150 g di zucchero semolato
150 g di zucchero a velo
un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di cremor tartaro
un cucchiaio di amido di mais
250-300 ml di panna fresca da montare
2 melograni grandi
Procedimento
Preriscaldare il forno a 100°C.
Per la meringa: nella planetaria, o con uno sbattitore elettrico, iniziare a montare le chiare d'uovo con un pizzico di sale. Quando gli albumi iniziano ad essere piuttosto sodi, aggiungere in più riprese i due tipi di zucchero, l'amido e il cremor tartaro. Continuare a montare la meringa finché il composto non risulti stabile e lucido [esattamente come mostra
questo post di Sigrid].
Distribuire la meringa su una teglia foderata da carta forno. Creare una forma circolare e scavarla al centro, in modo che possa contenere la panna. Infornare per un'ora e mezza circa [sarà pronta quando si staccherà senza difficoltà dalla carta forno]. Lasciare raffreddare nel forno spento, quanto più tempo possibile [sarebbe perfetto preparare il guscio il giorno, o la sera, prima].
Pulire i melograni e montare la panna.
Assemblare il dolce, ponendo sul piatto di portata la base di meringa raffreddata, ricoprendola di panna e distribuendoci sopra i chicchi di melograno.
Servire subito.
Qui sono le 3 passate e io ho farneticato per mezz'ora riguardo una domenica e una pavlova. Ottimo.
Mi riprometto sempre di pubblicare a orari più decenti, ma evidentemente non sono capace.
Lo mettiamo nella lista dei buoni propositi, sia mai che mi decida a sfoltirla un po', prima o poi.
Goodnight.