lunedì 31 dicembre 2012

Farewell, 2012.

Sul finir dell'anno, mi degno di ricomparire.
Dicembre è sfuggito via, fra turni estenuanti in libreria, festività più o meno sentite [è stato Natale, davvero?] ed organizzazione di serate incredibili, con amici e compagni di avventura [vi ricordate di "A tu per tè", la serata menestrellica di cui vi avevo parlato qui? Presto vi racconterò come è andata, ma prima dobbiamo preparare -il plurale è dato dal contributo essenziale di Arabica Fenice- una piccola sorpresa, che renda sfogliabile quello che è stato assaggiato giovedì sera].
Quindi ricompaio cercando di farmi perdonare l'assenza con un dolce davvero peccaminoso, di quelli da gustare a piccolissime dosi [o da mangiare senza ritegno, a seconda del proprio metabolismo (; ], il fudge di arachidi.


Dalle inconfondibili origini anglosassoni, il fudge è un concentrato unico di scioglievolezza. Non volendo ricadere nel classico cioccolato, ho preso spunto da uno degli ultimi arrivati del settore "cucina" della mia libreria: "La ciliegina sulla torta", l'attesissimo e meraviglioso volume pubblicato dall'autrice dell'omonimo blog.
[Non fate leggere questo post al vostro portafogli e ascoltatemi: acquistatelo. E' un libro unico per cura nei dettagli e perfezione delle ricette, un concentrato dello stile di Jessica, con note di alta pasticceria e idee ricercate.]
Essendo un'amante del burro di arachidi dai tempi delle indimenticabili vacanze studio nelle isole britanniche, è trascorso davvero poco tempo dal momento in cui ho letto la ricetta e quello in cui ho tirato fuori dal frigo il mio fudge pronto.
Perfettamente bilanciato, la salinità del peanut butter e dei granelli di sale [per chi lo avesse, il fleur de sel rimane la scelta migliore] è inaspettata, ma rende meno stucchevoli questi piccoli e buonissimi concentrati di calorie.
Ah, ultimo dettaglio: facilissimo e velocissimo da preparare (;


PEANUT BUTTER FUDGE [tratto da "La ciliegina sulla torta", di Jessica Leone]

Ingredienti
200 g di burro [225 g nella ricetta originale]
250 g di burro di arachidi
400 g di zucchero a velo
mezzo cucchiaino di sale + sale in cristalli a piacere

Procedimento
Sciogliere a bagnomaria il burro e il burro d'arachidi. Versarli sullo zucchero a velo e mescolare, aggiungendo il sale, fino a ottenere un composto omogeneo.
Lasciar raffreddare in uno stampo quadrato, o rettangolare, in frigorifero, per almeno 3 ore [distribuire sulla superficie i cristalli di sale, se si vuole].
Sformare il fudge e dividerlo in cubetti, con l'aiuto di un coltello affilato.


In attesa del 2013, sospendo il giudizio sul mio 2012. E' stato... un anno, mettiamola così. Bello e terribile, come sempre. Fra i vari "grazie" e "scusami" che dovrei dire, scappano anche gli auguri, per voi, e per tutti.
Ci rileggiamo nel 2013.

giovedì 13 dicembre 2012

Agende alla mano

Dicembre è arrivato, con il suo carico di impegni e festività da rincorrere.
Food Therapy è un po' in letargo, in parte perché ho ricominciato a lavorare [la tradizione del periodo natalizio in libreria prosegue], in parte per l'ispirazione culinaria leggermente congelata. Continuo comunque ad affaccendarmi fra sperimentazioni e fotografia, se vi va di sapere quello che combino quotidianamente potete seguirmi sulla pagina Fb del blog. (:
Fatta questa prima premessa, stasera vi scrivo per raccontarvi di due appuntamenti da non perdere, riguardanti questo mese.

Il primo è l'ormai famoso [qui alcuni messaggi lasciati l'anno scorso] #leaveamessage, che si terrà fra pochissimi giorni, il 14 dicembre.
L'idea è di  "Ma che davvero?", ma sono moltissimi i blog che parteciperanno. Io, ovviamente, non mi tiro indietro.



Di che cosa si tratta?
Il 14 dicembre, prendete un fogliettino [potete anche stampare i biglietti "ufficiali", trovate tutto qui] e scriveteci sopra qualcosa di Bello, di divertente, di poetico, di positivo, di allegro, la vostra canzone preferita, il passo del libro che rileggete più spesso, il dialogo di un film particolarmente significativo. Qualcosa che vi piacerebbe leggere, insomma. Lasciate poi il biglietto in un luogo ad alto rischio di ritrovamento accidentale: su un mezzo pubblico, nell'armadietto della palestra, fra le bustine di zucchero di un bar, fra le pagine di un libro in una libreria, nella tasca di un paio di jeans super scontati in un negozio di abbigliamento. Qualcuno lo troverà, leggerà le vostre parole e, si spera, prenderà la giornata in un altro modo, sarà un po' più gentile col barista indaffarato fra mille cappuccini, sorriderà alla segretaria leggermente in ritardo, riuscirà a fare dieci minuti in più di corsa sul tapis roulant, avrà l'ispirazione per cucinare qualcosa di meglio del solito piatto riscaldato nel micro.

Share the love.
Siete social-dotati, venerdì dimostratelo: twittate [#leaveamessage] luogo e messaggio, instagrammate la vostra contorta grafia, condividete l'iniziativa su Facebook. E lo stesso qualora siate così fortunati da trovare un bigliettino: ringraziate pubblicamente.

Fa doppiamente bene.
Sì, perché quest'anno #leaveamessage sostiene l'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. Non solo circoleranno biglietti su biglietti all'interno dei suoi reparti, infatti, ma sarà anche possibile fare una donazione a sostegno della Fondazione Meyer. Per tutte le info, vi rimando da lei, che sicuramente sa essere più precisa ed esaustiva di me.

Nulla di impossibile, quindi: perché no? (;

Il secondo evento che vorrei segnalarvi è organizzato dai Menestrelli di Jorvik [quell'associazione culturale della quale mi ostino a parlarvi, quelli che pubblicano Arabica Fenice, insomma, il bimestrale sul quale, ogni tanto, ho il piacere di scrivere] in collaborazione con Esprit de Provence e -attenzione, attenzione- Food Therapy.


Cosa ci siamo inventati?
Una serata di racconti, sorsi di tè e assaggi di dolci, il tutto di primissima qualità: i Menestrelli narreranno le loro storie ispirate alla bevanda protagonista, l'Esprit de Provence offrirà i profumi e gli aromi dei suoi tè pregiati e inusuali, Food Therapy preparerà biscottini da sgranocchiare e torte da sbocconcellare, come accompagnamento ai tè e ai racconti.

Quando?
Il 27 dicembre, ore 21.00.

Dove?
Al Meltin' Pop di Arona, in via Roma 78/80.

Maggiori informazioni le potete trovare sulla pagina Fb dedicata all'evento, dove potrete inoltre segnalarci la vostra partecipazione.

Vi aspettiamo (:

lunedì 3 dicembre 2012

Muffins are always a good idea

Muffins are always a good idea.
Soprattutto quando ti ritrovi una domenica fra le mani, senza sapere come impiegarla. E allora ti basta riunire tutto nella planetaria: la domenica di noia, la farina, lo zucchero, rompervi le uova, diluire con il latte. Risvegliare il pomeriggio con l'aspro del limone, punteggiare l'impasto chiaro con una manciata di croccanti puntini neri.
Di ricette sull'abbinamento agrumi-semi di papavero ne potete trovare un'infinità in rete. Per questo, ho cercato di seguire la linea più semplice: un impasto molto morbido, grazie all'aggiunta di yogurt, leggero e profumato.

Oggi vi risparmio la solita introduzione prolissa, la giornata è stata lunga e con un continuo incastrarsi di impegni. Ho discusso fino ad ora con l'adorabile Photoshop, che ovviamente sceglie le serate migliori per non funzionare. Ma questi muffins volevo comunque lasciarveli: l'inverno sembra arrivato con decisione, finalmente, e questi pomeriggi bui spesso necessitano di una merenda dolce, magari dal colore vitaminico e con dei simpatici pois blu.

Eccovi la ricetta.


LEMON POPPY SEED MUFFINS

Ingredienti [per una decina di muffins piccoli]
200 g di farina
70-80 g di zucchero
1 uovo grande [2, se piccole]
100 g di yogurt bianco naturale
50 g di latte intero
30 g di olio [io ho usato un extravergine leggero, ma va benissimo anche un olio di semi]
6 g di lievito vanigliato
2 limoni non trattati
2 cucchiai di semi di papavero + un po' per la superficie
un pizzico di bicarbonato
un pizzico di sale

Procedimento
Preriscaldare il forno a 170°C.
Mescolare, da una parte, le polveri, più i semi di papavero. Dall'altra, sbattere leggermente le uova, aggiungervi poi i liquidi, più lo yogurt, la scorza grattugiata dei limoni e il succo di uno di questi. Unire i due composti, mescolando brevemente.
Dividere l'impasto negli stampini [io li ho foderati con della carta forno, ma non è necessaria, potete anche utilizzare dei pirottini], spolverare ogni muffin con un po' di semi di papavero e infornare per 15-20 minuti [prova stecchino].



Comunicazione di servizio: ho creato un nuovo profilo Flickr, non potendo più accedere a quello vecchio, grazie a qualche strano gioco di Yahoo]. Lo trovate qui. :)

martedì 27 novembre 2012

Lasciare che gli altri siano la propria ispirazione

Ways to stay creative.
Pensare. Riflettere. Rigirarsi le idee nella mente, finché non trovano il giusto incastro.
Divorare libri. Fagocitare musica. Consumarsi gli occhi con i film.
Mantenersi in vita. Perché non è semplice, rimanere vivi. Bisogna continuamente richiamarsi, rimanere vigili, svegliarsi al mattino con il pensiero: "Oggi devo vivere".
Uscire di casa. Buttarsi fuori di casa, quando necessario.
Camminare. Correre. Essere famelici anche quando si respira.
Mantenere in moto il cervello. Far sudare i neuroni.
Ascoltare. Guardare. Annusare. Toccare. Assaggiare.
Dare la caccia alla Bellezza. Perché è l'unica a poter salvare il mondo, è l'unica a poterci salvare.
Persone. Trovarle e lasciarsi trovare. Ascoltarle. Raccontarsi. Le Persone sono la chiave, sempre.


Parlo di Persone e di ispirazione perché questa ricetta è nata, come tante altre, dall'idea accesa da una preparazione di qualcun altro.
A volte bisogna lasciare che gli altri siano la propria ispirazione.
Credo non ci sia bisogno di presentarvi Marcello, dato che con la sua bravura ha conquistato tutta la blogosfera.
Marcello ed io ci siamo conosciuti mesi fa, parlando di paure, mele e cannella. Ci teniamo compagnia durante le nostre notti bianche, quando gli unici che ancora sfogliano pagine web, alla ricerca del prossimo dolce da sfornare, siamo noi.
La torta di oggi la devo a questa sua meraviglia, mia fonte di ispirazione di qualche giorno fa.
E' bastato aprire il mobiletto dei té, quello dove ho stipato decine e decine di scatole contenenti foglie di ogni aroma, perché la lista degli ingredienti mi si disegnasse nella mente.
Il risultato è un impasto soffice e leggero, grazie alla sostituzione del burro/olio con la ricotta [ma, fra parentesi, trovate anche le dosi per la versione meno light, per chi volesse qualcosa di un po' più gustoso ;) ].
La nota più particolare è conferita dal té che ho scelto di utilizzare, un rooibos. Il suo aroma dolce, di mandorla e vaniglia, penetra tutto l'impasto, rendendolo davvero speciale. Due parole su questo té? Definirlo tale è improprio, dato che in realtà si tratta delle foglie di una pianta che cresce esclusivamente in Sud Africa, conosciuta anche come Red Bush, grazie alla caratteristica sfumatura rossastra delle foglie e dell'infuso che se ne ricava. E' inoltre privo di teina e questo lo rende davvero adatto a tutti.


Io l'ho acquistato dalla mia spacciatrice di té preferita: Valerie dell'Esprit de Provence, ad Arona. Da lei potete trovare delle vere e proprie chicche: i pregiati té di Le Palais des Thés, spezie di ogni tipo, marmellate e confetture di altissima qualità [come quella ai petali di rosa che avevo utilizzato per i macarons], le bellissime scatole di Derrière La Porte, saponi di marsiglia profumati, sablèes e biscotti bretoni, idee regalo di ogni tipo [Natale, mi leggi?]. Se per caso capitaste sulle rive del Lago Maggiore, quindi, vi consiglio di andare a dare una sbirciatina al suo angolo di Provenza, incastonato in una delle rughe del corso [via Cesare Battisti, 13 - Arona - NO]. In ogni caso, vi consiglio di tenervi aggiornati seguendo la sua pagina Fb, dato che voci indiscrete mi hanno detto di un servizio e-commerce in avviamento.
Forse, forse è giunto il momento della ricetta, che dite?


ROOIBOS TEA CAKE

Ingredienti
200 g di farina 00 + 50 g di fecola [oppure 250 g di farina]
120 g di zucchero
120 g di ricotta [oppure 120 g di burro o olio]
2 uova
150 ml di latte intero
6 g di lievito per dolci
un pizzico di sale

due cucchiai di rooIbos in foglie [oppure altro té -nel caso l'abbiate in bustine, ne occorrono due]

Procedimento
Scaldare il latte, senza farlo bollire, e lasciarvi in infusione le foglie di té.
Accendere il forno sui 160°C.
Nel frattempo, lavorare le uova con lo zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro [il volume dovrebbe essere circa triplicato].
Aggiungere la ricotta, mescolando delicatamente dall'alto verso il basso. Setacciare le polveri e mescolarle all'impasto, insieme al pizzico di sale. Infine, filtrare il latte e versarlo a filo.
Utilizzare uno stampo imburrato e infarinato [18 cm di diametro, il mio, ma potete anche sceglierlo più largo] e cuocere la torta per 45-50 minuti [prova stecchino].

- la cottura a bassa temperatura garantisce una maggiore morbidezza all'impasto
- nel caso la superficie si scurisca troppo, coprirla con un foglio di alluminio
- quelle che vedete sulla torta sono foglie di té, più una scelta estetica che un'esigenza gustativa ;)


mercoledì 21 novembre 2012

Potrei.

"Dovrei scrivere." 
Me lo ripeto ogni volta che apro la cartella contenente le foto in attesa di pubblicazione.
Me lo dico, clicco sulla promettente iconcina di Word. Sporco un nuovo documento con qualche riga svogliata. Lancio il cursore sulla "x" in alto a destra, dopo aver nutrito la mia autostima con un: "Ma cosa stai scrivendo, davvero non riesci a tirare fuori nulla di meglio?".
Forse dovrei arrendermi a scrivere le quattro banalità che di solito si dicono sull'apple pie. Raccontarvi di Biancaneve e delle torte lasciate a raffreddare sulla finestra. Degli uccellini che pinzano i bordi zampettandoci sopra [solo io l'ho sempre reputato terribilmente anti-igienico?]. Del profumo di cannella e di quanto sono rassicuranti le mele morbide che emergono dalla corazza croccante.
Potrei scrivere di questo, come potrei scrivere di mille altri argomenti. Potrei raccontarvi delle mie giornate, potrei raccontarvi dei miei progetti, potrei raccontarvi delle persone che mi riempiono la testa e di quelle che mi riempiono il cuore. Potrei raccontarvi dell'ultima volta in cui sono stata sveglia tutta la notte, potrei raccontarvi del perché. Potrei raccontarvi della palestra e del ragazzo bellissimo che correva di fianco a me, stasera, con quel suo bellissimo tatuaggio. Potrei raccontarvi dei discorsi notturni che facciamo, quelli in cui ci chiediamo "Ma cosa sta succedendo?" -cosa sta succedendo al mondo, a noi, a voi.-. Potrei raccontarvi dei suoi ombromini. Potrei raccontarvi del "Mi mancavi" più puro che abbia mai pensato. Potrei raccontarvi dell'onnipresente "Ma devo andare". Potrei raccontarvi dei kg di zucca che sto mangiando, sotto forma di vellutate zucca&zenzero. Potrei raccontarvi delle dipendenze, dei vizi, della sensazione di libertà assoluta quando te ne liberi, di quanto mi manca, quella sensazione. Potrei raccontarvi delle relazioni, delle loro evoluzioni ed involuzioni. Potrei raccontarvi dei libri che sto leggendo. Potrei raccontarvi delle persone che dopo anni riescono a farti sentire bene, a farti stare bene, a farti bene. Potrei raccontarvi del freddo. Dei cieli azzurri. Dei colori delle foglie. Della nebbia sul Ticino, all'alba.
Potrei raccontare di più, più di quello che ho già lasciato trapelare.
Ma non ne ho voglia.
E non aver voglia di fare qualcosa è il motivo migliore per non farla.


Mentre invece ho voglia di dilungarmi un attimo riguardo l'apple pie o, meglio, il pie in generale.
Se, infatti, il contenuto del vostro pie può variare a piacimento della vostra fantasia, la pie crust segue alcune -semplici, ma fondamentali- regole.
[Questa dicotomia interno-esterno, anarchia-regolamentazione si potrebbe sviluppare meglio, ma stiamo parlando di pie, pie! Concentrazione.]
  • impasto neutro: né zucchero, né sale [va bene, un pizzichino di sale, ma solo per dare una punta di carattere all'insieme], solo farina, burro e acqua
    [Se proprio non ce la fate, mettetecelo, un po' di zucchero. Per me è superfluo, ma, nel caso scegliate della frutta molto acidula o non perfettamente matura, un paio di cucchiai potrebbero aiutare]
  • mente e ingredienti freddi: perché il crust abbia la consistenza giusta, ogni ingrediente deve essere ben freddo, dalla farina, all'acqua. Mettete dunque tutto in frigo almeno mezz'ora prima di iniziare la preparazione del pie. Per un risultato ancora migliore, in frigo metteteci anche gli attrezzi necessari, dal mixer, allo stampo. E il burro? Tagliato a cubetti, in freezer
  • non sprecate l'acqua: aggiungetene poca per volta, un cucchiaio al massimo, fino a ottenere la consistenza ideale [ovvero un impasto liscio, ma non elastico]
  • alternativa light? La friabilità non è identica, ovviamente, ma una ricetta piuttosto soddisfacente per un impasto simile è questa:
    Ingredienti: 300 g di farina [del tipo che preferite, anche integrale], 100 g di yogurt bianco neutro [si può utilizzare anche la ricotta, viene ugualmente bene, solo un po' più soffice], 1-2 cucchiai di olio, acqua fredda q.b.
    Procedimento: Si impastano gli ingredienti molto velocemente, nel mixer, e si lascia riposare l'impasto per un paio di ore in frigo.
  • la cottura: il problema del pie, come di ogni torta di frutta, è che rischia di rimanere umido sul fondo, a causa dei succhi rilasciati dalla frutta stessa in cottura. Per ovviare a questo problema, io completo la cottura senza stampo, semplicemente lasciandolo "nudo" sulla griglia del forno. In questo modo si asciuga perfettamente anche il fondo. 
Tenendo in considerazione questi piccoli accorgimenti non avrete alcun problema con il guscio del vostro pie e  il risultato sarà perfettamente friabile.
Ultime note sulla mia ricetta: l'impasto è composto al 50% da farina integrale [risulta un po' più rustico, ma anche più croccante e saporito, a voi la scelta] e la superficie è spennellata con il rhum utilizzato per reidratare l'uvetta e spolverata con zucchero di canna integrale. Il ripieno? Mele Fuji [che adoro per intensità del profumo e consistenza], uvetta, cannella, chiodi di garofano e una punta di zenzero.
Tutto qui.


APPLE PIE

Ingredienti

Per il pie crust

150 g di farina bianca 00
150 g di farina integrale
175 g di burro ben freddo
un pizzico di sale
acqua gelata q.b.

Per il ripieno

4 mele
due cucchiai di zucchero di canna
tre cucchiai di uvetta reidrata nel rhum
spezie, a volontà

zucchero di canna per la superficie

Procedimento

Nel mixer, impastare ad alta velocità le farine con il burro tagliato a pezzetti e il sale. Quando il composto avrà un aspetto sabbioso, iniziare ad aggiungere l'acqua, un cucchiaio alla volta. L'impasto è pronto quando il mixer riuscirà a formare una palla [mi raccomando, la pasta non deve risultare umida, né elastica].
Lasciare riposare in frigorifero mentre si mondano le mele. Una volta pulite, affettarle a cubetti e mescolarle, in un recipiente, con le spezie, l'uvetta e lo zucchero.
Intanto, accendere il forno a 180°C.
Riprendere l'impasto freddo. Dividerlo in tre parti e utilizzarne due per il fondo. Stendere la pasta in una sfoglia circolare dello spessore di circa un centimetro e usarla per foderare lo stampo [18 cm, il mio] precedentemente imburrato e inzuccherato. Versare il ripieno di mele e ricoprire con il terzo rimanente, anch'esso steso.
Rimboccare i bordi rigirando i lembi su loro stessi e pinzandoli con i polpastrelli [oppure, come ho fatto io, "incastrandoli" nello stampo]. Praticare il classico taglio a croce. Spennellare con il rhum [l'alternativa è il canonico latte & tuorlo sbattuto] e ricoprire di zucchero di canna.
Far cuocere per 40 minuti. Trascorso questo tempo, sfornare, toglierlo dallo stampo e, se il fondo dovesse risultare ancora umido, lasciare in forno, su una griglia, per altri 10 minuti.


lunedì 12 novembre 2012

Satisfaction is the new dessert

Domenica, ore 13.30. Piove, fa freddo, la riproduzione casuale dell'iPod suggerisce canzoni deprimenti, la macchina si appanna, non vuole scaldarsi, c'è traffico.
Ovviamente, sono in ritardo.
Ho dieci minuti -contati- per fare la spesa, e ne passo più della metà a insultare mentalmente i sacchetti di plastica del reparto ortofrutta: possibile che qualcuno non abbia ancora inventato un metodo efficace e rapido per aprire quelle buste poco collaborative?
C'è anche coda alle casse. Meglio, ho tutto il tempo di farmi sommergere dalla sensazione di aver dimenticato qualcosa. Certo, ho fatto la lista della spesa. Peccato l'abbia dimenticata in macchina.
Grazie, arrivederci, quanto ti odio sacchetto in mater bi, almeno facciano le scatole dagli angoli smussati, che poi sono così belli, però mai come gli spigoli, gli spigoli battono tutti gli angoli smussati, soprattutto nel lacerare i sacchetti di mater bi.
[Non vado d'accordo con i sacchetti in generale, sembrerebbe. Qualcuno direbbe che ho difficoltà a tenere unite le diverse parti, a contenerle, a trasportarle senza disperderle.]
Pioggia, freddo e traffico persistono anche dopo la spesa lampo. Anche l'iPod continua la sua accurata scelta. Canticchio ferma a un semaforo.
Le rose lisergiche, le sere a sbranarsi, con me non devi essere niente, non ti preoccupare, che tornino a scoppiare, ma dal ridere, a crepare, ma dal ridere, addio, aspettami, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, portami a vederle.
Mi arriva un sms e penso che ogni tanto è davvero molto rassicurante non essere l'unica in ritardo.
Il semaforo diventa verde, tocca ai Nirvana e io riparto senza ascoltare la canzone, distratta dal ricordo di "Venuto al mondo", guardato l'altra sera. Cosa devono aver vissuto certe persone, per scrivere libri del genere, mi chiedo. Penso a quei capelli striati di rosso. Penso a come si distruggano vite, alla ricerca di qualcosa. Penso a come ci si distrugga, amandosi disperatamente.
[Intanto, faccio scorrere avanti e indietro la barretta del piercing al trago fatto ieri. Non guarirà mai, se continuo a giocarci, lo so. Forse lo faccio apposta.]
Penso a Camus, all'Assurdo, a noi uomini, all'ironia, all'ironia della vita, alla vita.
Interrompo il flusso di ragionamenti, ridendo di me stessa. La vita, la vita, siamo tutti dei grandi filosofi, sì, certo. 
Sto per parcheggiare, quando inizia Just like heaven. Tolgo la freccia, decido di fare un altro giro dell'isolato, per ascoltare la canzone.
Show me, show me, show me. You, lost and lonely. Dancing in the deepest oceans. Twisting in the water.
Le canzoni non hanno bisogno di persone, a volte.
Alla fine, fermo la macchina e mi decido a scendere.

Alessandro è già lì ad aspettarmi. Mentre attendiamo Marco, scarichiamo le nostre attrezzature.
Da una macchina rossa escono teglie, utensili da cucina, farine, zucchero, uova, dall'altra vettura, luci, cavalletto, zaini e borse contenenti strane cose che noi dilettanti nemmeno sappiamo identificare.
Il tempo di scambiarsi qualche particolare della propria vita [i classici chi sei-cosa fai-dove vai] e arriva anche Marco, che ci apre il locale.
I bar, da chiusi, hanno sempre il loro fascino particolare. I tavoli se ne stanno addossati alle pareti, le sedie ammucchiate l'una sull'altra, il silenzio è irreale, le sale sono vuote. Trovi una bottiglia di birra su un davanzale, dimenticata dalla sera precedente.
Io inizio ad accendere il forno, mentre Alessandro sistema il set.
Mettiamo la musica, ci facciamo un caffè.
E poi si inizia.

Okay, Agnese, questa è semplice: devi solo separare i tuorli dagli albumi. 
...
No, non è semplice. Perché non è la tua cucina, ci sono queste luci professionali, c'è Alessandro che continua a scattare foto alle tue mani. E non è che tu ami particolarmente stare davanti all'obiettivo.

Dopo un po', però, mi dimentico dei clic dell'otturatore, delle luci e del resto. Chiacchieriamo, ridiamo del disordine che creo attorno a me mentre cucino, litighiamo con la planetaria che non vuole montare gli albumi, ci meravigliamo per la bellezza della meringa, schizziamo panna ovunque, spargiamo chicchi di melograno per tutto il locale, rimaniamo in attesa davanti al forno, incrociando tutte le dita che si possono immaginare, perché io la pavlova non l'ho mai fatta.
Mentre la meringa cuoce preparo una torta di mele. Alla fine, c'è profumo di torta anche nel nostro bar preferito.

Sforno la meringa. Sembra essere riuscita. Rimango sinceramente sorpresa, ma lo maschero bene.
Monto il dolce, sotto gli occhi di Alessandro e di Marta.
Lo styling, questa volta, è un po' improvvisato. Oggi è una prova, più o meno.
Fa comunque un certo effetto vedere il proprio dolce al centro di un set fotografico professionale.
Io e la piccola Canon assistiamo un po' intimorite allo shooting, azzardandoci a fare qualche foto sul finale, quando la panna inizia a cedere e i chicchi di melograno sono scivolati giù per i fianchi della pavlova.
[Qui, la mia incompetenza immortalata da Marta]

Ritiriamo tutto, tentando di ridare dignità alla cucina. Il locale apre, entrano visi più o meno noti, e io li osservo dalla cucina. Cambiano le prospettive, a volte.
Smontato il set, si affettano e si servono i dolci.

Lo sapete, io sono una di quelle che cucina, ma non mangia. Eppure, me lo godo tutto, quel momento, mettendo temporaneamente a tacere ogni "ma" e ogni "avrei potuto".
Soddisfazione, la chiamano così. E non è male. Non è affatto male.

Il dietro le quinte di questo racconto -come sempre- assurdo e irrazionale?
Alessandro Avondo è fotografo. Dopo aver scoperto Food Therapy, mi ha chiesto se avessi voglia di collaborare con lui per qualche servizio di food photography. Gli serviva, insomma, qualcuno che prestasse i suoi dolci [ma non solo] all'obiettivo della sua macchina fotografica. Occasione migliore, per me, non poteva presentarsi.
Oggi, dunque, abbiamo testato l'affinità, con una pavlova e una torta di mele.
Quelle che vedete nel post sono le foto "rubate" dal set, ma vi mostrerò anche quelle ufficiali [giusto per notare la trascurabile differenza].

Thanks to.
Marco e tutto lo staff del Meltin' Pop di Arona, che ha sopportato -e supportato- la nostra invasione.

Pavlova. What?
Questo dolce di origini australiane, deve il suo nome [davvero incantevole: non suona benissimo "pa-vlo-va"? Sembra la panna che cade a cucchiaiate nel guscio di meringa, e fa "pa-vlo-va".] a una ballerina, tale Anna Pavlova [ecco, chissà se la signorina in questione sarebbe stata felice del mio accostare il suo nome a della panna montata], in onore della quale venne ideato, nel 1926.
Trattasi di un guscio di meringa che raccoglie una nuvola di panna montata, sormontata da una pioggia di frutta fresca. Un efficace gioco di contrasti che si articola fra la dolcezza croccante della meringa, la cremosità avvolgente della panna non zuccherata e la freschezza acidula della frutta.
In più, è semplicissima da preparare.
[Per provarla, non aspettate anni come la sottoscritta, insomma.]

La meringa
Parlo della meringa prima di descrivere il procedimento per la pavlova, dato che è la parte più insidiosa e merita qualche attenzione in più.
  • la tecnica è quella della meringa francese, che prevede il doppio del peso degli albumi in zucchero [lo zucchero può essere anche quello semolato, ma è da preferire quello a velo, almeno per il 50%], il tutto montato molto a lungo [si va dai 10 ai 20-30 minuti]
  • al composto originale vengono aggiunti cremor tartaro e amido di mais [o equivalenti], per stabilizzare il composto
  • gli albumi sono da preferire vecchi di qualche giorno e a temperatura ambiente
  • cottura: solitamente, il metodo migliore è quello di una cottura a bassissima temperatura [anche 50-60 gradi] per un tempo molto lungo [tre ore + raffreddamento in forno spento e chiuso per anche una notte], tuttavia si può arrivare anche a temperature leggermente elevate [120 gradi] e tempi relativamente brevi [un'ora e mezza];
    Per quanto riguarda la pavlova, la meringa non deve risultare completamente "asciugata" [infatti, più che una cottura quella della meringa classica si può definire un'asciugatura]: a un esterno croccante e friabile deve abbinarsi un interno ancora soffice e morbido. 

POMEGRANATE PAVLOVA 

Ingredienti 

Per la meringa

4 albumi [150 g]
150 g di zucchero semolato
150 g di zucchero a velo
un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di cremor tartaro
un cucchiaio di amido di mais

250-300 ml di panna fresca da montare

2 melograni grandi

Procedimento

Preriscaldare il forno a 100°C.

Per la meringa: nella planetaria, o con uno sbattitore elettrico, iniziare a montare le chiare d'uovo con un pizzico di sale. Quando gli albumi iniziano ad essere piuttosto sodi, aggiungere in più riprese i due tipi di zucchero, l'amido e il cremor tartaro. Continuare a montare la meringa finché il composto non risulti stabile e lucido [esattamente come mostra questo post di Sigrid].
Distribuire la meringa su una teglia foderata da carta forno. Creare una forma circolare e scavarla al centro, in modo che possa contenere la panna. Infornare per un'ora e mezza circa [sarà pronta quando si staccherà senza difficoltà dalla carta forno]. Lasciare raffreddare nel forno spento, quanto più tempo possibile [sarebbe perfetto preparare il guscio il giorno, o la sera, prima].

Pulire i melograni e montare la panna.
Assemblare il dolce, ponendo sul piatto di portata la base di meringa raffreddata, ricoprendola di panna e distribuendoci sopra i chicchi di melograno.
Servire subito.


Qui sono le 3 passate e io ho farneticato per mezz'ora riguardo una domenica e una pavlova. Ottimo.
Mi riprometto sempre di pubblicare a orari più decenti, ma evidentemente non sono capace.
Lo mettiamo nella lista dei buoni propositi, sia mai che mi decida a sfoltirla un po', prima o poi.

Goodnight.

lunedì 5 novembre 2012

Le cose che non ci assomigliano

I cupcakes non mi assomigliano, forse per questo non li avevo mai preparati. La glassa, quel tripudio di burro riempito di zucchero, stucchevole solo alla vista. I colori sgargianti. I confetti e gli zuccherini rosa, azzurri, chiassosi.
Non mi assomigliano.
Tuttavia, ogni tanto bisogna cedere ai compromessi, magari per accontentare la richiesta di una sorella minore alle prese con l'organizzazione di una festa di Halloween.
Lo so, avrei potuto sfoderare le mie indubbie doti di cake designer [scroscio di risate registrate, prego!] e creare dei fantastici cupcakes a forma di zucca, magari anche intagliati e con una candela commestibile all'interno, tuttavia, ho optato per la discrezione e il minimalismo [si dice così, vero?].
La ricetta è la più classica che potete trovare. Qualche annotazione?
  • l'impasto base è quello del classico 4/4 [o pound cake], l'ho solamente alleggerito un po';
  • il frosting, indovinate un po', non è preparato con il canonico burro&zucchero, ma con l'alternativa light [tutto è relativo!] del "formaggio spalmabile" [quello, sì, ho ceduto. Ma solo per questa volta]
    A proposito: utilizzate quello in panetto, non quello in vaschetta: il primo risulta infatti molto più compatto, ed è l'ideale per la glassa;
  • resistenza: io li ho preparati nel pomeriggio e la sera non mostravano nessun segno di cedimento, nonostante li avessi lasciati a temperatura ambiente; quelli avanzati, erano ancora perfetti il giorno seguente, dopo una notte in frigorifero;
  • io e la mia analista stiamo lavorando nell'ottica di superare il blocco psicologico da burro&zucchero quanto prima. Quindi non disperate, magari anche qui vedrete, prima o poi, dei cupcakes colorati, allegri e burrosi.

CUPCAKES AL CIOCCOLATO E VANIGLIA

Ingredienti
170 g di farina 00 
30 g di cacao amaro
150 g di burro morbido
175 g di zucchero
2 uova [o 3, se piccole]
mezzo cucchiaino di lievito in polvere
un pizzico di sale

Per il frosting

300 g di formaggio spalmabile 
200 g di zucchero a velo
estratto di vaniglia, o altro aroma, 2 cucchiaini

Procedimento
Accendere il forno a 170°C.
Sbattere il burro con lo zucchero, fino a ottenere una crema morbida e spumosa. Aggiungere un uovo alla volta, mescolando bene. Infine, le polveri setacciate. 
Dividere l'impasto negli stampini e infornare per 15-20 minuti [controllare la cottura con uno stecchino].

Mentre le basi si raffreddano, preparare il frosting: mescolare il formaggio con lo zucchero e l'aroma.
Utilizzare poi una sac à poche per decorare i cupcakes. 




domenica 28 ottobre 2012

Un bouquet di foglie


Perché non siamo sempreverdi, noi. Ci toccano le stagioni, rapide e improvvise nel loro mutare. Cadiamo a terra, rinsecchiti e accartocciati, pronti a perdere aderenza alla prima folata di vento.

Oggi, è arrivato l’autunno, dopo un’estate iniziata una Vita fa.
Questa notte dura un’ora in più.
Il vento ulula fuori dalla finestra, sembra che le tre streghe debbano apparire da un momento all’altro, fra tuoni e lampi.
Scrivo ascoltando Dente e bevendo rovente Earl Grey, in bilico fra l’essere foglia in autunno, oppure in primavera.


Il dolce di questo post è un fondant di castagne, con pezzi di cioccolato.
L’autunno in una fetta. 





FONDANT DI CASTAGNE

Ingredienti
400 g di castagne lessate
250 g di marmellata di castagne
70-100 g di zucchero [scegliete voi il grado di dolcezza che preferite]
50 g di burro
3 uova
due cucchiai di farina
un pizzico di sale

cioccolato fondente, in tavoletta [ma vanno bene anche le comodissime gocce]

Procedimento
Accendere il forno a 180°C.
Passare le castagne lessate nello schiacciapatate. Mescolarle con la marmellata, il burro fuso, la farina setacciata e il pizzico di sale.
Incorporare un uovo alla volta. Concludere con il cioccolato in pezzi.
Cuocere in uno stampo da cake foderato da carta forno per 45-60 minuti.
Il fondant è pronto quando è ben rassodato e sulla superficie presenta delle crepe. Togliere il dolce dallo stampo con l’aiuto della carta forno e lasciarlo raffreddare, prima di dividerlo in fette. 






venerdì 19 ottobre 2012

Trasparenza

Accade, di non aver voglia di scrivere nulla, vero?
Accade, di voler aspettare che le cose accadano, prima di spiegarle, vero?
Accade, di rimanere col fiato sospeso, attraverso i giorni, vero?
Accade un po' tutto. E un po' niente.
Come quando osservi un acquario e posi le dita su quel vetro. E percepisci la vita, al di là. La vedi, la guardi, la studi, la ammiri. Eppure rimane al di là di quella parete impermeabile e indistruttibile, ma trasparente.
La trasparenza è diabolica.

Procediamo per contrasti, come sempre. E ad un'introduzione forse un po' fredda e distante [ma non distaccata], facciamo seguire il comfort food per eccellenza: l'apple crumble. In monoporzione, per giunta.
Da gustarsi col cucchiaino, godendosi, fra le briciole e le mele, l'altalenarsi di croccantezza e morbidezza., mentre la cocotte ancora tiepida riscalda le mani.
Ho aggiunto alla ricetta classica una manciata di avena, tostata e caramellata in padella, per dare un sentore di nocciola al tutto. Il resto è semplice in modo quasi imbarazzante, come ogni comfort food che si rispetti.



APPLE CRUMBLE

Ingredienti
170 g di farina [per me 50 e 50 fra farina bianca e integrale, ma una volta ne ho provata una versione con quella di grano saraceno che non era per niente male...]
30 g di cruschello d'avena*
80 g di burro ben freddo
qualche cucchiaio d'acqua gelida
una manciata di avena
zucchero di canna q.b.
un pizzico di sale

tre mele piuttosto grandi
una spolverata di cannella
un chiodo di garofano sbriciolato
zucchero di canna, eventualmente

Procedimento
In una padella, far tostare l'avena. Aggiungere poi 1-2 cucchiai di zucchero e lasciare caramellare [volendo, si può lasciare sciogliere insieme allo zucchero anche una nocciola di burro, così, giusto per non farsi mancare nulla ;) ]
Intanto, accendere il forno sui 180°C.
Nel mixer, preparare le briciole unendo il burro, la farina, il cruschello e il sale [se necessario aggiungere l'acqua]. Azionare alla massima velocità, ma a scatti, in modo da non creare un impasto omogeneo, ma, piuttosto, le classiche briciolone da crumble. 
Mettere in frigo.
Pulire e tagliare a tocchetti le mele, mescolarle alle spezie e allo zucchero, se si vuole. Dividerle nelle cocotte [si può utilizzare anche un unico stampo]. Riprendere le briciole in frigo, mescolarvi insieme velocemente l'avena, e distribuirle sulle male. Volendo si può concludere con qualche fiocchetto di burro e una crosticina di zucchero di canna.
Infornare per 25-35 minuti [45-50 per un unico stampo], finché la copertura non sarà dorata e si vedranno le mele "ribollire" al di sotto. 
Servire tiepido. Sempre ottima l'abbinata con del gelato o dello yogurt greco, magari con una colata di miele [di castagno, perché no?].

* Se ne parlava con Vaniglia qui, dell'utilizzo del cruschello in cucina, soprattutto nei crumble.
Dà un tocco di croccantezza in più, oltre a un tocco di ruvidità che, in questo tipo di dolci, sta sempre bene.



domenica 7 ottobre 2012

Baking by night

Le torte in forno profumano di più, la notte.
E così ti ritrovi, una notte, a sfornare torte fino alle quattro del mattino.
Un po' è lavoro, anche se ti sembra strano definirlo così, visto quanto è piacevole. Un po' è pura voglia di avere una fetta di torta per colazione, di quelle semplici, che ben si abbinano alla tranquillità della mattina domenicale.
Un po' è che è sempre bellissimo infilarsi nel letto, stanca e con la schiena a pezzi, con la pelle scaldata dal forno e che profuma di dolce.

Pere dolci e succose, al perfetto grado di maturazione. Cioccolato fondente spezzettato al coltello, da far incontrare con il caffè al mattino. Un impasto leggero e morbido, per avvolgere e contenere uno degli abbinamenti che più preferisco [sono pur sempre quella che spolvera le fette di pera, affettate sottilmente, con la polvere di cacao amaro, quando viene assalita dalla voglia di dolce, ma non ha tempo di infornare qualcosa].


PERE E CIOCCOLATO, light version

Ingredienti
200 g di farina 00 [oppure 50% di farina integrale]
125 g di yogurt bianco naturale
60 g di zucchero, grezzo di canna oppure bianco [si può aumentare la quantità in base al grado di maturazione delle pere]
1 uovo di grandi dimensioni
cioccolato fondente, a volontà
3 pere Williams di media dimensione, ben mature
8 g di lievito per dolci
cannella
un pizzico di sale

latte, se necessario.

Procedimento
Accendere il forno a 175°C.
Sbattere l'uovo con lo zucchero, fino a sciogliere quest'ultimo. Aggiungere lo yogurt, le polveri setacciate, il pizzico di sale e la cannella in base al proprio gusto.
Tagliare grossolanamente il cioccolato e aggiungerlo all'impasto.
Versare il tutto in uno stampo [21 cm] precedentemente imburrato e infarinato. Disporre sulla superficie le pere pulite e tagliate a metà. Infornare per 40 minuti, controllando la cottura con uno stecchino.



Breve comunicazione di servizio: ero in dubbio se il web contenesse un numero troppo esiguo di miei account, così ora ho anche Flickr. Trovate il mio profilo esattamente qui. :)

martedì 2 ottobre 2012

Madeleines | Here we are again, October.

Ottobre.
Di nuovo.
Fra poco è ancora una volta il 4.
Il mio ventesimo anno è stato talmente intenso.
Tortuoso. Immenso. Terribile. E magnifico.
[Lumen et umbra sumus. 
Sempre.]

Ricordare tutto, vorrei. Nulla all'oblio concedere.
Questa notte, è notte di madeleines.

Come sempre, le mie ricette sono una collazione di tutte quelle che raccolgo fra libri, web e blog.
La prima che vi propongo è decisamente classica: una madeleine chiara che profuma di miele, bastano pochi accorgimenti perché risulti perfettamente "ingobbita" ;)


MADELEINES AL MIELE

Ingredienti [per circa 16 madeleines]
75 g di farina
40 g di zucchero di canna
2 cucchiai di miele [il vostro preferito]
60 g di burro
1 uovo di grandi dimensioni
1/2 cucchiaino di lievito per dolci
sale

Procedimento
In un pentolino, sciogliere a fuoco dolce il burro con il miele. Intanto, montare le uova con lo zucchero, fino a ottenere una massa molto spumosa. Aggiungere il burro fuso insieme al miele, delicatamente per non smontare le uova. Setacciare le polveri e amalgamare tutto insieme a un pizzico di sale.
Lasciare raffreddare il composto in frigorifero per almeno un'ora [meglio tutta la notte, o diverse ore].
Preriscaldare il forno a 220°C.
Riempire con il composto ben freddo gli stampini, facendo attenzione a lasciare sufficiente spazio per la lievitazione [almeno 1/3].
Infornare e cuocere per 4 minuti. Abbassare la temperatura del forno a 200°C e proseguire la cottura per altri 4-6 minuti, fino a doratura.
Sfornare e lasciar stabilizzare le madeleines nei loro stampini, per almeno 5-10 minuti.

Accorgimenti
Tratto distintivo di questi piccoli dolci è la gobbetta sul dorso. Perché venga perfetta, è fondamentale lo sbalzo termico: far quindi raffreddare completamente il composto in frigo [assicurandosi che non prenda aria, coprirlo quindi con della pellicola o sigillare il contenitore] e cuocere seguendo le due fasi alle diverse temperature.


Meno classiche, ma forse più golose, le madeleines con il cuore di cioccolato fuso, tratte da "L'ABC del cioccolato", di Julie Andrieu [magari riparleremo di questo volumetto di 384 pagine, nella neonata rubrica libraria].
Questa volta, la ricetta è praticamente quasi del tutto copiata e incollata. Se c'è una cosa che apprezzo di Julie, infatti, è la sua precisione nel compilare le ricette: esatte fino all'ultimo grammo.


MADELEINES AU CHOCOLAT FONDANT [tra parentesi le dosi della ricetta originale]

Ingredienti [per 9 madeleines]
50 g di farina [30 g di farina + 20 g di farina di mandorle]
50 g di burro
2 uova intere
2 cucchiai colmi di cacao amaro di ottima qualità
55 g di zucchero [40 g di zucchero + una bustina di zucchero vanigliato]
1 cucchiaino raso di lievito per dolci
9 quadratini di cioccolato fondente

Procedimento
Preriscaldare il forno a 190°C.
Sbattere le uova con lo zucchero, aggiungere le polveri setacciate e il burro fuso.
Lasciare raffreddare il composto in frigorifero, come nella ricetta precedente.
Riempire gli stampini con un cucchiaio di impasto, porre nel centro un pezzo di cioccolato, ricoprire con altro impasto, fino a raggiungere i 2/3 delle cavità.
Infornare e cuore per 8 minuti.
Togliere dal forno e lasciare rassodare negli stampi per 5-10 minuti.
Mangiare le madeleines ancora tiepide, con il cioccolato che cola non appena le si addenta.

giovedì 27 settembre 2012

Contaminazioni librarie

Febbre e influenza hanno raggiunto anche le mie inesistenti difese immunitarie, così, in questo piovoso pomeriggio di fine settembre, ho preso Angie e la Piccola Canon [ché se non diamo dei nomi agli oggetti, qui, non siamo felici] e le ho costrette a strapparmi dalla noia.


In realtà, è da tempo che medito su un qualcosa del genere all'interno di Food Therapy. Almeno un annetto.
E oggi, a tre giorni dalla scadenza del contratto estivo in libreria [posso piangere? Posso disperarmi e sciogliermi in un laghetto di acqua salata?], ho pensato che, in fondo, avrei potuto continuare a fingermi una libraia qui, su queste pagine virtuali.
Ho il piacere di presentarvi, dunque, un nuovo angolo di Food Therapy dedicato ai libri. Ciò che leggo, gli ultimi acquisti, i libri che "abitano" il mio comodino perennemente e quelli che mi porto quotidianamente in borsa. Romanzi, saggi, i classici, libri di cucina, raccolte di racconti, tutto quello che la mia alimentazione onnivora d'ogni tipo di pagina comprende, insomma.

Giusto per sostenere questa ventata d'aria fresca, oggi iniziamo con gli ultimi acquisti. La scelta è piuttosto varia, sia per argomento che "mood" di lettura.


Diario italiano, di Sigrid Verbert

Ebbene sì, è arrivato. E' uscito dagli scatoloni, in libreria, e io l'ho subito puntato. Ho aspettato un po', però, a sfogliarlo. [Da qualche parte ho una coscienza che mi obbliga a riflettere sulla mole di libri di cucina che ormai possiedo, da qualche parte, lo giuro, c'è. Ehi, coscienza? Ehi? EHI? Niente, è già scomparsa, e vabbè, io ci ho provato.]

Il predecessore di questo volumotto è stato il primo libro di cucina acquistato dalla sottoscritta. Lo stile di Sigrid si riconosce nella cura riposta nella
grafica ordinata ed essenziale, nelle fotografie, nelle ricette, di spunto tradizionale ma svolgimento creativo.
Il libro descrive il viaggio di Sigrid per l'Italia. Diviso in tappe, dipinge perfettamente l'atmosfera di ogni zona, città, regione visitata. Sigrid sfrutta fotografie e racconti per riportare, al meglio, i sapori e la bellezza che ha saputo scovare, in ogni angolo del nostro Paese.

Segnalibri: zuppa di topinambur con crema di prezzemolo, fagottini ripieni di brasato al barolo, zuppa di lenticchie e castagne, pasta all'ossolana [gentilmente richiesta da qualcuno che infila foglietti nei miei libri di cucina...], gnocchi di carciofi con fave, asparagi e guanciale croccante, torta sarda di ricotta...


La ragazza delle arance, Jostein Gaarder

Jostein Gaarder mi ha tenuto compagnia quando ero un po' più piccola, lui e Roald Dahl sono stati fra gli autori che più ho amato, nel periodo elementari-medie. Grazie al consiglio di un'amica, ho ripreso in mano un suo libro, una decina di giorni fa. "La ragazza delle arance" è uno di quei libri che non appena li finisci invii subito un sms all'amica in questione: "Grazie". Bisognerebbe sempre ringraziare, per i bei libri [prestati, consigliati, scritti]. Gaarder fonde la filosofia [sempre presente, come da tradizione, ben intrecciata nella trama] con una storia romantica e poco prevedibile, che si dispiega dolcemente in uno dei suoi soliti meccanismi "a incastro", di cui alla fine, soltanto alla fine, riesci ad avere la visione completa.
Un inno alla vita, al carpe diem, all'amore "vivo", in un dialogo, anche un po' commovente, sì, fra padre e figlio. Ma niente picchi glicemici, luoghi comuni o frasi fatte.
Vita, semplice, pura, luminosissima vita.

Sottolineature: 
"Probabilmente non esiste nessuna intimità che possa competere con due sguardi che si incontrano con fermezza e decisione e che semplicemente rifiutano di lasciare la presa"
"Ho paura, Georg. Ho paura di sere come questa, quando non mi viene dato di vivere."


Lacrime e santi, Emil Cioran

Quella fra me e il signor Emil Cioran è la storia di un folgorante colpo di fulmine [avvenuto nel settore di filosofia della Feltrinelli in Centrale, a Milano, una sera, alla fine dell'ennesima giornata universitaria], sfociato in un amore appassionante e fedele, che non si è mai intiepidito dal primo incontro, quando mi corteggiò con i suoi "Sillogismi dell'amarezza", per poi conquistarmi irrimediabilmente con il suo esiziale "Al culmine della disperazione".
Questo volumetto [dal formato davvero comodo, fra l'altro, in borsa non lo senti nemmeno] mi è stato consigliato da un amico. I temi cardine del pensiero di Cioran sono ovvviamente presenti, affilati come sempre, ma davvero piacevoli sono le continue digressioni artistiche, musicali, filosofiche che l'autore compie senza posa, in un crescendo di riflessioni, confronti e annotazioni culturali.
Come descrivervi Cioran... mente quasi contemporanea [è morto nel 1995], stilla fino all'ultima goccia l'essenza dell'esistenzialismo e del nichilismo, animando le sue riflessione con l'ardore del più appassionato dei Romantici. Ma Cioran non è solo filosofia, è riflessione lucida e disillusa, assolutamente consapevole, sulla vita e sulla società, sull'uomo e sul suo animo. Il tutto racchiuso in una delle prose più piacevoli che abbia mai letto, sicura, scorrevole, leggera, puntuale.

Non so se si è capito, ma ve lo consiglio vivamente.

Sottolineature:[apro a caso, la scelta sarebbe troppo difficile]
"La paura è una morte di ogni istante."
"Avrò in me abbastanza musica da non scomparire mai?"
"Siamo condannati a salire una scala senza mai raggiungere l'ultimo gradino."


Di tutte le ricchezze, Stefano Benni


E' arrivato all'inizio di questa settimana, l'ultimo nato dalla penna di Stefano Benni. E' un altro di quegli autori ai quali sono affezionata, poiché i suoi libri mi hanno fatta crescere, in un certo senso. Il mio preferito rimarrà sempre [fino a nuovi aggiornamenti, sempre della serie "evviva la coerenza!] "Saltatempo", ma come dimenticare "Terra!", "Bar Sport" o "Margherita Dolcevita"?

Portato a casa ieri pomeriggio, l'ho iniziato stanotte. Appena stacco col pc vado a riprenderlo, vi saprò dire :)














Narciso e Boccadoro, Hermann Hesse


La bellezza di questa nuova edizione che Mondadori ha riservato all'opera di Hesse meritava la menzione qui. Cinquant'anni dalla morte di Hermann Hesse, sei, fra i suoi titoli, ripubblicati da Mondadori. 
Qui, tutti insieme.




















Ottimo. E' l'1.31 e direi che potremmo anche andare a dormire, o, come al solito, fingere almeno di andare a letto.
Angie vi saluta, come sempre ben accomodata sul dorso del mio naso, e vi rimanda alla prossima carrellata libresca.
A proposito, voi cosa ci raccontate? Ultime letture? Gli imperdibili? Consigli?
Qui siamo sempre pronti a sfogliare e immergerci in nuove pagine :)

Piesse: le foto sono un po' quello che sono, ma pioveva, era buio, avevo freddo e continuavo a starnutire. Sono perdonata?






sabato 22 settembre 2012

Mangami

A volte ho davvero l'impressione che il tempo si dilati, si sfaldi, si sfilacci fra le mie giornate.
L'ultima settimana mi è sembrata lunghissima, da vivere. Eppure, eccoci, è di nuovo venerdì.
Venerdì scorso arrivava la tempesta. Ora devo socchiudere gli occhi, nel puntarli al cielo, a causa dell'intensità della luce del sole.
E se, da una parte, ho imparato [ormai da un po'] a non credere alla stabilità degli stati d'animo, delle emozioni, dei sorrisi, della luce, dall'altra, devo ancora apprendere pienamente che nemmeno le lacrime e il buio sono eterni e incorruttibili.
"It can't rain all the time", si diceva in un film. Eppure, come può sembrare definitiva la pioggia.

La salvezza sta sempre nelle persone. Che siano Persone, però.
Lo ribadisco, a me più che a voi.
Persone.

Ho questa settimana lunghissima tutta addosso, scusate se sono un po' ermetica.
Ma, come sempre, qualcuno riuscirà a leggere fra le righe.
E, mentre leggerà, saprà esattamente che tutto questo vorticare confuso di parole non è altro che un modo, come sempre maldestro, per dire "grazie". Certi "grazie" sono troppo intensi per essere fermati su una pagina. Certi "grazie" vorrei dirli con gli occhi, più che con le parole.
Ci sarà modo e tempo, anche per questo.

Per ora, ci sono gli ultimi manghi [esiste il plurale di mango? Illuminatemi!] da acciuffare.
[Come cambio discorso io, nessuno.]
La vostra eroina è ormai una professionista dello spaccio clandestino di frutta.
Bastano due parole con la proprietaria della mia gelateria di fiducia, per ritrovarmi con un kg di ottimi frutti rossi, a un prezzo ragionevole.
Fra una chiacchiera e l'altra, mi faccio offrire uva fragola personalmente raccolta.
E mi è sufficiente andare a cena nel ristorantino preferito per tornare a casa con due manghi maturi e saporiti.
Così è successo, un paio di settimane fa.
[Del ristorantino in questione vedrò di parlarvi presto, con accurata descrizione del Tany, del suo cognac alla pera, del suo divino passito, del carpaccio di baccalà con pepe rosa e lime, del godurioso club sandwich, dei dolci che non sai mai quale scegliere e finisce sempre che li provi tutti, e di tutto il resto. Ne parleremo.]

L'amore fra me e il mango è nato anni fa. Ho capito che sarebbe stato il frutto della mia vita quando mi ha punto la lingua con la sua nota pepata finale. Da allora, nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo.
E il Tany, quando mi ha fatto assaggiare quel tiramisù al mango, ha ridestato, nel tempo di un cucchiaino, la mia passione per l'esotico frutto.
Parlando del più e del meno, poi, non so come ma mi sono ritrovata con due manghi da portare a casa. E quindi eccoci qui.

Il dolce al cucchiaio di oggi è nato dopo quasi ventiquattrore di intense elucubrazioni davanti a quei due manghi, che mi fissavano un po' preoccupati della loro sorte, non lo nego.
Uno di loro ha fatto la fine che già avevo premeditato: metà mangiato al naturale, e metà "sorbettato" [con il mio metodo eretico e barbaro, quello che, se proprio volete, trovate qui.]
L'altro è stato per metà frullato e unito a una vellutata crema pasticcera, e per la metà restante flambato al ritmo di "Ti flambo il mango" [perla della sottoscritta durante un elogio al mango intavolato fra un cucchiaino e l'altro del sopracitato tiramisù].
Il risultato è una crema che unisce la golosità della crema pasticcera alla freschezza della polpa del mango. Fra un cucchiaino e l'altro, poi, spuntano cubetti del frutto avvolti da un velo di rhum e zucchero di canna, caramellato a fiamma viva.

"Non so tu, ma io ti mango."
[Questa, invece, è di Marta, via Twitter -qui, il suo profilo-]




CREMA AL MANGO

Ingredienti
Per la crema pasticcera
500 ml di latte fresco intero
4 tuorli [oppure, 2 uova intere*]
90 g di zucchero
i semi di una bacca di vaniglia
40 g di maizena

un grosso mango maturo

rhum e zucchero di canna, q.b.

Procedimento
Preparare innanzitutto la crema pasticcera. Scaldare il latte in un pentolino con la stecca di vaniglia, aperta a metà, e i suoi semini, evitando di far raggiungere il bollore. Spegnere il fuoco e lasciare la vaniglia in infusione per circa 30 minuti, in modo che il latte assimili tutto l'aroma.
Nel frattempo, in una ciotola a parte, sbattere i tuorli [o le uova intere] con lo zucchero. Unire anche la maizena setacciata.
Togliere la bacca di vaniglia dal latte e versarlo, a filo, nel composto di uova.
Rimettere la crema sul fornello e cuocere fino ad addensamento completato.
[A questo punto, se proprio volete fare una cosa bellissima, prendete un cucchiaino di burro e scioglietelo nella crema, mescolando. Lucidità e morbidezza saranno inequiparabili.]

Frullare la polpa di mezzo mango, e unirla alla crema pasticcera. Dividerla poi nei bicchierini.

Tagliare il mango restante a cubetti. Metterlo in una padella con due cucchiai di zucchero e lasciar caramellare a fuoco basso. Quando lo zucchero è completamente sciolto, aggiungere il rhum.
Flambare inclinando leggermente il padellino, finché l'alcol non s'incendia.
Disporre i cubetti di mango sulle creme [ero partita col tentativo di fare qualcosa di ordinato ed elegante, ma poi l'entropia ha, come al solito prevalso, e quindi una montagna di mango è franata nella crema pasticcera mangata -si dirà?-, magari voi potete attenervi a un'idea di pasticceria vagamente più raffinata e presentabile].

*Mi confermo l'eretica di cui sopra dicendovi che ho preparato la crema pasticcera utilizzando anche gli albumi. Dovendo aggiungere un frutto frullato [liquido, quindi], necessitavo di una crema più consistente, quindi, non volendo compromettere la freschezza del dolce, ho preferito sostituire due tuorli con gli albumi, senza aumentare la maizena.
Il risultato è stato molto soddisfacente, direi che è una variante da tenere in considerazione, soprattutto qualora si vogliano tagliare calorie, colesterolo & co.




Bene, post come al solito assurdo e dalla confusione imperante. Fortunatamente ho qualcosa di serio con cui riscattarmi. Vi ricordate il blog di Valeria, di cui avevamo parlato qui?
Proprio qualche giorno fa, su quelle pagine, è uscita la prima ricetta made in Food Therapy.
Nel caso vi venga, dopo esservi divorati quattro manghi, un'improvvisa voglia di zucchine, potete con entusiasmo lanciarvi su questo link.

Ora direi che porto me stessa a letto. O, perlomeno, lontano da una tastiera :)

martedì 11 settembre 2012

L'innocenza di una crema alla vaniglia

Oggi parliamo di crème brûlèe.
Chi mi segue su Instagram e su Twitter sa già, fin troppo bene, cosa io pensi di questo capolavoro della pasticceria [lo diciamo fuori dai denti? E diciamolo fuori dai denti, qui].
Perché è un capolavoro, inutile negarlo. Un geniale capolavoro. Un diabolico capolavoro [Fermatemi. Doveva essere un post breve e sintetico, ricordo a me stessa]. Perché non può che essere stata una mente diabolica, ad aver pensato a quella crosticina di caramello, quella brunita sfoglia da rompere con la punta del cucchiaino. Un tac deciso, e si apre una crepa nello specchio di zucchero bruciato. E quella crepa non è altro che l'inizio, l'inizio di quella voluttuosa perdizione che è l'immergersi nella crema inglese sottostante, cucchiaino dopo cucchiaino, scheggia di caramello dopo caramello, fino a ripulire con chirurgica precisione il fondo della cocotte [o bicchierino, o coppetta, o terrina, o quello che volete, insomma.].
La storia di questa crème si fa, per tradizione, risalire a un libro di cucina francese del lontano 1691 [come facevano prima, senza? Che tristezza.] In realtà, un'altra tradizione la vorrebbe di origini inglesi: al francofono "crème brûlèe" si dovrebbe sostituire un più english-friendly "burnt cream", che ci riporterebbe a una crema alla vaniglia, la cui superficie veniva cosparsa di zucchero perché poi fosse possibile "bruciarla", appunto, con il marchio arroventato del Trinity College [quelli di Cambridge ne sapevano, in fatto di comunicazione, non c'è che dire].
Digressioni storiche-glicemiche a parte, la crème brûlèe resta uno dei dolci al cucchiaio più soddisfacenti.
Questa volta, per non rimanere troppo sul classico [ché se non stravolgo qualche ricetta tradizionale non sono contenta], ho deciso di ricoprire il fondo dei bicchierini per la crème con una composta di lamponi freschi, biologici, appena raccolti, buonissimi, superbi, insomma [la mia frutta ha sempre un'autostima altissima].
Il risultato? Come descrivervelo... immaginate: rompete la crosta di caramello, scivolate nella crema alla vaniglia, assaporate questo morbido-croccante, questo dolce punteggiato, qua e là, dai tocchi leggermente amari dello zucchero caramellato, per poi scoprire, in fondo, la nota acidula e fresca del lampone.
Ho reso l'idea? ;)

Buona crème brûlèe a tutti.




Ingredienti
250 ml di latte intero
250 ml di panna fresca [o 500 ml di panna, o 500 ml di latte]
4 tuorli d'uovo
100 g di zucchero 
un baccello di vaniglia
un cucchiaio di maizena [o altro amido]*

zucchero di canna per il caramello in superficie

lamponi freschi 
zucchero a piacere

Procedimento
Scaldare a fuoco dolce la panna e il latte con la vaniglia [sia i semini, prelevati, sia il baccello].
A parte, sbattere i tuorli con lo zucchero. Aggiungere al composto di uova la maizena setacciata.
Togliere il baccello e versare panna e latte, a filo, nelle uova.
Rimettere il tutto sul fornello, e cuocere [a fuoco bassissimo e sempre mescolando] finché la crema non sia ben soda.

Schiacciare i lamponi con una forchetta [magari lasciandone qualcuno intero, come ho fatto io], zuccherate la  "composta" a piacere e versatela sul fondo dei bicchierini.
Aggiungete la crema, livellate bene la superficie, e lasciate raffreddare.

Al momento di servire, cospargete le superfici delle creme con lo zucchero di canna, e caramellate con l'apposito strumento [o con il grill del forno].

*volendo evitare il passaggio in forno, ho aggiunto dell'amido perché la crema si rassodasse sufficientemente con la cottura sul fornello, senza necessitare, quindi, il bagnomaria