Visualizzazione post con etichetta light. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta light. Mostra tutti i post

venerdì 24 ottobre 2014

Torta di zucca e semi di papavero.

C'è un momento, incastrato fra le notti di ottobre, in cui clac, cambia la stagione.
Fino a quel clac le giornate si sono susseguite in un rassicurante altalenarsi di mattine fresche, pomeriggi caldi, serate tiepide. Poi, clac, tre gradi.
L'altra sera c'era un vento forte, che, infido, s'infilava nelle fessure delle finestre lasciate socchiuse. Il mattino dopo, l'eco del clac si avvertiva distintamente: sono scivolata fuori dal letto e l'aria fredda [ma fredda davvero, non fresca, fredda] che ancora entrava, decisa, dagli abbaini mi ha stretto le gambe nude, mi sono preparata una tazza di caffè più bollente del solito, ho guardato le briciole di foglie secche che il vento mi aveva portato in casa, sbocconcellando una fetta di torta, controllando la to do list della mattinata in cucina, ricoprendoti un braccio sgusciato fuori dalle coperte. Sono uscita di casa avvolta in una sciarpa e stringendomi nel mio maglione bordeaux [dichiaro ufficialmente iniziata la stagione del bordeaux ovunque], rifiutando la pedalata fino al ristorante e salutando il vicino, che sollevava la serranda del negozio indossando soprabito e bavero alzato.
Clac.
Erano mesi che non accendevo forno e fuochi così volentieri.

-

È difficile spiegare agli altri come cambi il rapporto col cibo facendo questo lavoro, come dopo qualche settimana l'odore della carne cruda, i porri, le cipolle, l'aglio sfrigolanti di primo mattino, i pesci da sfilettare non ti diano più fastidio. Così come, d'altra parte, non ti fa più gola preparare l'ennesima cheesecake, mescolare 5 kg di mousse, riempire la sac à poche di crema.
Sono ingredienti. Sono preparazioni da spuntare dalla lista di cose da fare. Sono pezzi di quel puzzle che è un piatto. Sono minuti che scorrono sull'orologio alla tua destra.
E se, da un certo punto di vista, il cibo smette di essere strettamente connesso con l'azione di mangiarlo, dall'altra, questo continuo toccare, tagliare, cuocere ti porta a riflettere molto su quello di cui ci nutriamo, sul feuerbachiano "siamo ciò che mangiamo".
Nel sottofondo della mia testa, c'è sempre stato un certo mormorio salutista, alimentato dagli articoli che ho sempre letto di qua e di là, dalle persone con cui spesso mi capita di parlare, dalla quantità di vegani e vegetariani che ci ritroviamo come clienti, da un passato di mangiatrice compulsiva di frutta e verdura [Presente il troppo sano che diventa nocivo? Ecco.].
Una fa le sue considerazione, nella sua testa, magari prova a non mangiare latticini per un paio di settimane [e, vi giuro, è difficilissimo, quando vi si sciolgono le papille al solo pensiero di una fetta di quel gorgonzola, di quella robiolina, di un piatto di cacio e pepe, di una burrata appena aperta - okay, la pianto], nota che sta effettivamente meglio - lo stomaco, la pelle, i capelli, l'umore -, però non prende decisioni drastiche di stile di vita.
Poi, capita di trascorrere una settimana con lei, senza toccare alcun derivato animale, scoprendo le consistenze del cibo crudo [ora che ho sdoganato i broccoli non cotti è finita: mi ci faccio di quelle insalate col melograno che dovreste provare], aprendo il proprio palato a una gamma di gusti completamente nuovi e comprendendo la facilità - e la serenità - di nutrirti di alimenti il meno processati possibile.
Poi, ancora, ci si ritrova a parlarne una sera, fra cuochi pensanti [no, non è scontato, sappiatelo]:
- Sai, ho deciso di non acquistare più carne, di mangiarla solo quando esco a cena, in casi in cui abbia davvero un senso. Idem per il pesce. E vorrei anche limitare i latticini.
Si discute, ci si scambiano punti di vista ed esperienze, articoli da leggere o interviste da ascoltare, si cerca, insieme, un punto di consapevolezza più profondo, uno stile di vita più coerente con le proprie necessità reali.
Ci vuole una certa lucidità per capire quando il cibo dev'essere nutrimento [la quotidianità] e quando deve essere piacere estatico [specifico "estatico" perché non vorrei mai si pensasse che nutrirsi significhi mangiare cibi noiosi e poco appaganti: c'è una scala di piacere, come per tutto; ovvio che sarebbe un sogno cenare in stellati tutti i giorni, ma non lo credo fisicamente sostenibile].
Dunque, è ovvio che la prossima volta che uscirò a cena non chiederò un menù personalizzato 
[fingiamo che sia solo per dovere professionale di ampliare il più possibile le proprie conoscenze gastronomiche, ehm], ma vorrei che la mia alimentazione quotidiana fosse il più pulita possibile: posso stare meglio, perché non dovrei?
Lo so, ci sarebbe anche tutta la questione etica da scomodare, ma rimanderei alla prossima volta. [anche perché trovo più efficace e motivante il discorso legato alla propria salute e al proprio benessere, piuttosto che quello etico: i polli stipati nelle gabbie non li vediamo, il nostro stomaco che si contorce lo avvertiamo forte e chiaro - datemi dell'egoista, ma l'egoismo è sempre molto più umano di ogni patinata convinzione benpensante].


Introduzione doppia senza alcuna connessione fra le due: sarei ammattita, se la ricetta di oggi non le riunisse, non avesse questo doppio volto autunnale-salutista.
Insieme al bordeaux, l'altra protagonista indiscussa dei miei autunni è la zucca. Non dovrei, ma finisco per mangiarla [in un modo o nell'altro] quasi tutti i giorni. Questa volta l'ho infilata anche in una torta, così sono riuscita a portarla in tavola persino a colazione.

L'abbinata con i semi di papavero è nata dalla richiesta di un amico [chiedetemi una torta con semi di papavero e limone, io vi risponderò con una torta che del limone non ha nemmeno una goccia #ops #scusaAndy], al posto di olio o burro ho utilizzato del latte di cocco, ho scelto una farina integrale di farro e zucchero grezzo di canna per dare ruvidità e aroma e completato con una spolverata abbondante di cannella perché... perché siamo tutti dipendenti dal suo profumo.

Il fidanzato cuoco ha subito commentato con un "Ma la zucca non si sente!" e io vi confermo che, in effetti, non è il gusto principale che si avverte: rimane sullo sfondo, mentre il suo merito maggiore è quello di conferire una straordinaria morbidezza all'impasto [che si mantiene umido anche dopo tre giorni - la torta non è sopravvissuta oltre]. 
Ah, finita la fetta ha anche aggiunto un "Però è buona". È piaciuta a tutti, in realtà.
Spero piaccia anche a voi.



Torta di zucca e semi di papavero

Ingredienti

350 g di zucca cotta in forno, al netto degli scarti
200 g di latte di cocco [quello denso]
350 g di farina di farro integrale
150 g di zucchero grezzo di canna
2 uova
12 g di lievito in polvere per dolci
1 arancia, scorza e succo
2 cucchiaini di cannella
1 chiodo di garofano pestato
3 g di sale

Procedimento

Preriscaldate il forno a 170°C.
Frullate la polpa di zucca con il latte di cocco e aggiungetela alle uova montate con lo zucchero. Unite le spezie, il sale, la scorza dell'arancia e le polveri setacciate.
Versate l'impasto ottenuto in uno stampo [io ho usato quello da ciambella, ma scegliete quello che preferite] oliato e infarinato e infornate per 40-50 minuti [prova stecchino].
Nel mentre che la torta cuoce, preparate uno sciroppo con il succo dell'arancia e un cucchiaio di zucchero: lo verserete sulla torta appena tolta dal forno.
Lasciate raffreddare nello stampo, sformate e servite.

Note

- ho usato la Delica: a mio parere, è la migliore per gli impasti di ogni genere, perché non trattiene troppa acqua, ha una carnosità che adoro ed è decisamente saporita
- cuocete la zucca con la buccia, spolpatela con un cucchiaio, rimettete la buccia affettata in forno, finché non diventa croccante: ne otterrete delle chips, ottime condite con sale e pepe
- con 400 g di polpa di zucca e 150-200 di latte di cocco si fa una vellutata squisita: se vi piace, aggiungete una grattugiata di zenzero fresco

sabato 11 gennaio 2014

Vegan carrot cake. | Il brunch a Cucina 41 e altre novità.

Sono giorni davvero vivaci, in cui Madame Noia ed io riusciamo a incrociarci ben poco [non che mi dispiaccia, chiaro]. Dormo poco senza avvertire la stanchezza, al mattino mi alzo prima che la sveglia abbia occasione di rimproverarmi per la mia pigrizia, rimango a casa solo per cucinare e dormire.
In effetti, credo sia giunto il momento di raccontarvi ciò che sta succedendo alla vostra ventiduenne caotica, che si è sempre lasciata distrarre da qualsiasi opportunità le passasse di fianco, terrorizzata all'idea di proseguire in un'unica direzione.
Gente del web, sto imparando a cucinare seriamente. E per seriamente intendo nella cucina di un ristorante, di quelle in cui, nell'arco della giornata, fai i chilometri, passando dalle celle frigorifere, ai fuochi, al forno, con attrezzature che non so quando smetterò di osservare con religioso timore, una disponibilità di ingredienti paradisiaca, delle padelle pesanti quanto il carico dell'attrezzo per i dorsali che uso in palestra.
Ovviamente, è solo l'inizio, ma quanto è rassicurante, benefica, importante la consapevolezza di aver finalmente messo un punto fermo alla mia esistenza. Capire quanto faccia bene costruirsi, ogni giorno, un pezzetto di futuro non è così immediato [almeno, per me non lo è stato, ho sempre dato la precedenza all'ammaliante volubilità del presente], ma ora mi sembra vitale, e, forse, è uno dei modi in cui sto imparando a farmi del bene. Non saprei come spiegarlo, ma è come se, a un tratto, la vita mi avesse messa alle strette, chiedendomi cosa volessi davvero fare, diventare, essere, e qualcosa, forse orgoglio, forse curiosità di scoprire dove sarei potuta arrivare, si fosse incendiato, da qualche parte nella mia testa.
Mi sono chiesta cosa volessi fare da grande, e mi sono data una risposta sincera.
Quindi, ecco, ora sapete uno dei motivi per cui sono tanto straripante di voglia di fare ed insopportabilmente entusiasta.


Già che siamo in argomento, mi piacerebbe invitarvi [chi in zona, ovviamente] ai brunch domenicali che il sopracitato ristorante [fra poco avrà anche un nome, sì, voglio solo aumentare la suspense] e Food Therapy organizzeranno a partire dal 26 gennaio.
Una volta al mese [per il momento! (;], presso Cucina 41, a Borgomanero [NO], potrete godervi il tradizionale brunch americano [americano, okay, ma con qualche trucchetto tutto nostro, if you know what I mean...], dalle 11 del mattino fino al primo pomeriggio.
Scrambled eggs, pancakes, cheesecakes, brownies, pies, cakes dolci e salati, e molto altro, il tutto accompagnato da caffè americano e succhi di frutta, ma anche espresso, tè e cappuccino.
Qui, l'evento su Facebook.

Uno dei motivi per cui Cucina 41 mi è piaciuto fin dall'inizio è la sua attenzione verso ogni abitudine alimentare: nei suoi menù non mancano mai alternative gluten free, vegetariane e vegane.
Non potevo, quindi, che scegliere un cake vegano per raccontarvi questo appuntamento, uno di quei dolci guardati con sospetto da ogni fermo sostenitore di uova&latticini, che non riesce a spiegarsi come, senza i suoi capisaldi, una torta possa riuscire così buona.
Io e la carrot cake non abbiamo mai avuto un buon rapporto: mi sono sempre uscite deludenti, forse anche perché non impazzivo per le loro eccessive quantità di zuccheri e frutta secca.
Poi ho trovato questa formula, che sembra funzionare alla grande. La torta rimane leggera, profumata grazie a cannella, arancia e cocco, umida e compatta per merito delle carote. Personalmente, preferisco non tritare le mandorle fino a polverizzarle, ma lasciare qualche scheggia croccante da sentire sotto i denti.
Lo sciroppo all'arancia si può ovviamente omettere, ma le conferisce una consistenza fondente davvero interessante, soprattutto se, magari, volete gustare il cake in momenti diversi dalla colazione. Può essere servita con una glassa, oppure un frosting, io ho solamente aggiunto una cucchiaiata di yogurt di soia [lasciato precedentemente colare a mo' di yogurt greco, per renderlo più consistente].



VEGAN CARROT CAKE

Ingredienti

250 g di carote pulite e grattugiate
200 g di fecola/amido/maizena
100 g di farina integrale
50 g di farina di cocco
16 g lievito per dolci
100 g di mandorle tritate non troppo finemente
180-200 g di zucchero grezzo di canna
70 g di olio di semi
200 g di latte di soia
la scorza di un'arancia non trattata + 50 g del succo
cannella q.b.
un pizzico di sale

Per lo sciroppo

200 ml di spremuta d'arancia
50 g di zucchero [di canna o bianco]
la scorza di un'arancia

Procedimento 

Preriscaldate il forno a 190°C.
Mescolate tutti gli ingredienti, tranne quelli per lo sciroppo. Ungete uno stampo da ciambella, versatevi l'impasto, infornate per 35-40 minuti [prova stecchino].

In un pentolino, fate bollire dolcemente, per una decina di minuti, la spremuta, lo zucchero e le scorze.
Quando lo sciroppo si sarà addensato, versatelo sulla torta [precedentemente bucherellata con uno stecchino, in modo che il liquido s'infiltri per bene].

Lasciate riposare per almeno un paio d'ore [meglio tutta la notte/giornata], dopo di che, sformatela e servite.



Trovate Cucina 41 in via Alfieri 7, a Borgomanero [NO]. E su Facebook.

sabato 23 novembre 2013

Curry di verdure al limone.

Ogni tanto scrivo per puro bisogno di qualcosa da fare.
Oggi, alle 1.01, ho bisogno di qualcosa da fare.

Ho lavorato fino alle 21, poi sono andata in palestra.
Il più delle volte corro contando i km e le calorie bruciate. Di tanto in tanto, mi capita di correre finché non mi chiedono di scendere dal tapis roulant, perché devono chiudere.
Certe sere rido di me, mentre osservo il mio riflesso, affannato e sudato, nello specchio: correre per chilometri senza spostarsi di un metro, che follia, che cosa stupida e insensata.
[Poi, penso che, spesso, accade anche nella vita, come se fosse tutto un'immensa ruota per criceti.]
Sono una professionista delle fughe immaginarie, soprattutto quando devo sfuggire a me stessa. E la mia fantasia è talmente vivace che mi illude di riuscire a scappare correndo forsennatamente su un macchinario inchiodato a terra.
Corro da una vita, senza mai riuscire a seminarmi. Ci vuole del talento.

Ma direi che l'1.19 di venerdì sera [che, tecnicamente, sarebbe già sabato, ma è oggettivamente troppo presto per parlare già di domani, e poi domani ho troppo da fare, non so se voglio che arrivi, o, forse, sì, che arrivi, in fretta, e mi riempia dei suoi impegni e non mi lasci nemmeno un attimo di noia assassina] non è un orario consono a sviscerare un argomento già vagamente affrontato da scrittori e filosofi di giusto qualche secolo di civiltà umana.
Facciamo che vi racconto del curry di oggi, ché le spezie fanno decisamente meglio dell'esistenzialismo.

Da quando un mio carissimo amico, il biondo che avrà sempre un posto esclusivo nel mio cuore [sì, Lorenzo, sto parlando di te ♥], mi ha portata a pranzo in quel meraviglioso ristorantino thailandese a Soho [del quale, ça va sans dire, non ricordo il nome], ho sviluppato una leggera ossessione per il curry. Da allora ricerco la ricetta perfetta, collezionando miscele di ogni sfumatura e profumo.
Effettivamente, potrei inaugurare una nuova categoria di ricette, qui su Food Therapy, non so perché non mi sono mai fermata a fotografarne qualche versione.
Oggi, però, mi sono decisa - finalmente - a dedicare un post all'ennesimo piatto giallo di curcuma e speziato ai limiti della fusione delle papille.
L'idea di questo curry nasce dalla summa di altre versioni, c'è un po' del mio classico curry di verdure, un po' del curry di pollo di Luis, un po' del contorno al curry ideato da un talentuoso cuoco amico di Marta.
E un po' della mia mania di prendere tutte le spezie possibili, e infilarle nel wok.

Rimane molto fresco, il limone si bilancia magicamente col curry, che ne smorza l'acidità, in una salsa cremosa che s'infiltra nel basmati alla perfezione. Grassi? Praticamente zero.






CURRY DI VERDURE AL LIMONE 

Ingredienti [per tre]
verdure miste [io ho usato due carote, tre zucchine e un paio di manciate di fagiolini]
2 limoni piccoli [o uno grande]
1 cucchiaio di olio 

1 spicchio d'aglio
1 cucchiaio abbondante di fecola di patate [o amido, o farina]


spezie e aromi: curry [quello normale, che trovate in qualsiasi supermercato], paprika, coriandolo, un paio di foglie d'alloro, cannella, noce moscata, semi di nigella, quello che vi capita sottomano

riso basmati per servire

Procedimento
Fate soffriggere lo spicchio d'aglio in camicia nell'olio. Aggiungete le carote a tocchetti, e togliete l'aglio. In successione, con un paio di minuti di differenza fra una verdura e l'altra, aggiungete i fagiolini e le zucchine, sempre tagliati in modo che abbiano, più o meno, la stessa dimensione.
Versate il succo dei limoni e acqua sufficiente a coprire le verdure. 

In una tazza, mescolate le spezie [abbondate col curry, per quanto riguarda le altre, invece, regolatevi secondo il vostro gusto], la fecola e l'acqua sufficiente a sciogliere quest'ultima. Aggiungete il tutto alle verdure.
Cuocete, aggiungendo altra acqua se necessario [ricordate che deve rimanere ben cremoso], finché le verdure non siano pronte, mantenendole comunque un po' croccanti. Servite con il riso.

+ quando sono in fase no carbs me lo preparo senza riso, è comunque ottimo
+ i più arditi, possono aggiungere un paio di cucchiai di cocco grattugiato: secondo me ci sta alla perfezione

+ potete aggiungere un cucchiaio di miele, per rendere il tutto un po' agrodolce











martedì 19 novembre 2013

Yogurt greco, kaki e pistacchi. | Il Sole di mezzanotte.

Novembre sembra insormontabile, quando stai cercando un lavoro che ti renda indipendente a tempo indeterminato e quando, mentre spargi curricula, senti confondersi i lineamenti, perdi di vista i tuoi confini e i tuoi limiti, dubiti delle tue capacità e dei tuoi desideri.
[A volte, ho la vaga impressione di complicarmi l'esistenza.]
In certi giorni di novembre non puoi che fotografare l'assenza di luce, ti arrendi, l'accetti, e ti lasci inglobare, assecondando le ombre con della stoffa nera.
Poi, inaspettatamente, tutto si rischiara, passata la mezzanotte, quando, anziché tornare a casa, inizi ad arrampicarti su per stradine annodate, con due amiche e la riproduzione casuale dell'iPod, alla ricerca della vista migliore per godere del lago di notte [la Bellezza salva sempre, o è il pretesto per salvarsi, quando non ci si arrende al bilancio della giornata e allora si spera che possa esserci dell'altro].
Rincorri un notturno e lo trovi punteggiato di luci. E ti lasci tirare su, quasi di peso, da qualcuno che ti racconta scorci di vita, dalle risate leggere, dai paesini deserti con i cancelli da scavalcare, dall'asfalto che, dopo la pioggia, riflette i lampioni gialli, dalla puntualità delle canzoni, dalla colata di smalto lucido e nero del lago, dall'arancione tondo dei kaki sugli alberi spogli.
[Certi entusiasmi notturni sono talmente regalati, liberi, che davvero ti chiedi che senso abbia ostinarsi a stare - farsi - male.]
C'è chi dipinge immagini destinate a divenire realtà, e chi cucina preludi di stupore.
Vi ho già detto quanto mi piacciono gli alberi di kaki?


La ricetta di oggi è davvero di una semplicità imbarazzante. Oltretutto, è velocissima da preparare, ideale quindi per un last minute.
La dolcezza di questo frutto-capolavoro ammorbidisce l'acido dello yogurt greco che, grazie alla sua compattezza, ben si presta a creare illusioni di mousse, golose e leggere. I pistacchi sono un vezzo cromatico che, in realtà, rivelano anche un vincente abbinamento.


YOGURT GRECO, KAKI E PISTACCHI

Ingredienti [per 4]
500 g di yogurt greco
2 + 1 cucchiaio di miele [se ha un sapore un po' intenso è meglio]
2 kaki
un cucchiaio di rum
un cucchiaino di estratto di vaniglia
pistacchi

Procedimento
Pulite i kaki, prelevatene la polpa e mettetela in un pentolino. Fate scaldare con un cucchiaio di miele e il rum, finché non si saranno disfatti.
Lavorate lo yogurt con il miele rimasto e l'estratto di vaniglia.
Componete i bicchierini versando, sul fondo, un cucchiaio di coulis di kaki, ricopritelo con lo yogurt, completate con altro coulis di kaki e con i pistacchi, tritali al coltello.


Cachi o kaki?
Ho cercato di togliermi questo atavico dubbio e, a quanto pare, entrambe le versioni sono corrette, sebbene sarebbe da preferire kaki, che richiama il nome latino Diòspyros Kaki.


lunedì 14 ottobre 2013

Pumpkin crush.

Ottobre è, senza dubbio, il mese più hipster di tutti.
Aprite Tumblr: verrete sommersi da cumuli di foglie variopinte, con i vari "October", "Hello, October", "Welcome back, October" -possibilmente in helvetica-. Anche su Instagram la situazione è simile: tutti a salutare il decimo mese.

A me ottobre piaceva. Sono nata ad ottobre, adoravo l'aria che tornava fredda, in un perfetto ossimoro con lo scaldarsi dei colori, sono sempre stata il contrario delle meteoropatia [umore pessimo quando fuori splendeva il sole, energia ed entusiasmo con cieli grigi e pioggia battente - ora le cose sono un po' cambiate, la mia serotonina è ormai troppo provata per non trovare conforto in un cielo blu M&M's], mi sollazzavo in pomeriggi bigi, fra tazze di tè, piumoni, letti e divani, luci oblique.
Quindi, ottobre rientra ufficialmente nella lista di ciò che amavo anche prima che diventasse mainstream [come gli occhiali con montature importanti, Harry Potter, Holly Golightly, cerchi e triangoli -doppi sensi, portatemi via-, libri, librerie e biblioteche, David Foster Wallace etc].
Mentre mi trattengo dal convertire il nickname di ognuna delle mie personalità presenti sul web in "Ottobre", spargere foglie secche sulle copertine di Facebook e Twitter, riempire un album di Flickr con foto di alberi spogli e tatuarmi in fronte "Autumn", godo silenziosamente di questo ottobre un po' freddo, degli stivali -quando solo una settimana fa me ne stavo spiaggiata sui prati di Villa Torlonia in shorts e canottiera-, della pioggia e dei lampi che mi entrano in camera di notte, dei litri di tè che mi bevo ogni giorno -tanto fa bene, no?-, dei pomeriggi a prender freddo camminando lungo il fiume.
Fra i must have di ogni autunno, un posto d'onore è riservato alla zucca.
Appurato che Halloween, per me, rimarrà sempre un inutile secondo Carnevale, lascio ai colleghi anglosassoni tutto il divertimento di tagliuzzare queste tondeggianti meraviglie arancioni secondo canoni estetici a me incomprensibili. Da parte mia, mi limiterò a mangiarne giusto qualche kg, sotto qualsiasi forma: vellutate, chips, gnocchi, tortelli [sono per metà mantovana, ve l'ho mai detto? *sopracciglio inarcato e ammiccante*], muffins, dolci, cakes e. Suggerimenti?
Dai, che punto a diventare arancione prima di dicembre anche quest'anno.

Nel caso non sia chiaro che, in quanto a zucca, faccio sul serio, oggi vi propongo ben due ricette.
Un dignitoso cake di zucca e gorgonzola, perfetto sia come aperitivo [se riuscite a non mangiarne cinque o sei fette] sia come piatto principale, magari accompagnato a un'insalata di rucola o radicchio [o radicchio e rucola, o quello che volete: perché mi fate parlare di abbinamenti?], e una versione molto light but tasty: zucca al forno, con semini vari [in una vita precedente devo essere stata un pappagallo], pepe, salvia e rosmarino.




CAKE DI ZUCCA AL GORGONZOLA

Sono partita dalla base dei cake salati di Ilona Chovancova [il suo libro rimane la Bibbia dei cakes, dolci e salati, sebbene io mi ritrovi sempre a modificare qualche grammatura -alcuni risultano un po' troppo pesanti, o sbaglio?], togliendo qualche grasso e sostituendo il groviera con della crescenza. Il risultato è un cake molto morbido, grazie alla zucca, e saporito.


Ingredienti
200 g di farina 00
2 uova
100 ml di latte
200 g di crescenza
200 g di gorgonzola a cubetti
300 g di zucca grattugiata
16 g di lievito in polvere istantaneo [non vanigliato]
sale, pepe
semi di zucca tostati

Procedimento

Preriscaldate il forno a 180°C.
Sbattete le uova con il latte e la crescenza e mescolate bene, in modo che non rimangano grumi [le fruste sono l'ideale]. Aggiungete la zucca grattuggiata e la farina. Salate, pepate, incorporate il lievito e, infine, il gorgonzola [senza mescolare troppo, in modo che i cubetti non si disfino].
Versate l'impasto in uno stampo oliato e cosparso di pan grattato [ma va bene anche della normale farina].
Distribuite un po' di semi di zucca sulla superficie, infornate per circa 50 minuti.
Prova stecchino. 




ZUCCA AL FORNO

Ingredienti
Zucca
Semi misti [io ho usato un mix Rapunzel con zucca, girasole, lino e grano saraceno, ma solo perché non avevo mandorle o pinoli]
Aglio
Pepe
Rosmarino
Salvia
Sale
Olio e.v.o.

Procedimento
Preriscaldate il forno a 200°C.
Affettate la zucca sottilmente [potete utilizzare una mandolina per un effetto chips] e distribuitela su una teglia ricoperta da carta forno [se volete potete anche oliarla un po'].
Condite con i profumi, i semi, il sale. Aggiungete qualche spicchio d'aglio in camicia, semplicemente schiacciato. 
Infornate per 20-30 minuti [sempre per un effetto chips: modalità ventilata].




giovedì 10 ottobre 2013

Chocolate and banana chips cookies | You know

Sono una che prepara dolci, non una che fa del bene. Sforno biscotti, non consolazioni. Posso abbracciarti, mentre aspetto che la torta cuocia, ma non so risolvere i problemi. Ti porto una scatola di cookies, ma non chiedermi di rimanere, di tornare, di esserci. Impasto egoismo e incontentabile insoddisfazione, come posso renderti felice? Rimango sveglia la notte e al mattino ti faccio trovare croissants appena sfornati, ma che ne sai dei fantasmi che mi hanno aiutata ad arrotolare i triangoli di pasta sfoglia? Lascio scivolare nell'impastatrice qualche grammo del mio incomunicabile affetto, sperando di non esagerare - ché, si sa, troppo amore fa male.
Sono così maldestra, a volte. Con i sentimenti, con le emozioni. Nemmeno dovessi portare, con una mano, dodici uova. Così, preferisco allontanarmi, osservare da lontano incrociando le dita.
Perché, lo sai, "everything will be ok, in the end; if it's not ok, it's not the end".
Tutto passa, passerà anche questa. Io continuo a sfornare dolci. E a volerti bene.


Cookies di sostegno, per l'amica sotto esami, o per qualsiasi altra emergenza. Croccanti chips di banana, scaglie di cioccolato fondente, poco [o zero, decidete voi quanto essere salutisti!] burro per non non appesantirsi con i sensi di colpa.  Morbidi e fragranti, profumatissimi. Come tutti i cookies, dopo un paio di giorni migliorano.



CHOCOLATE AND BANANA CHIPS COOKIES

Ingredienti
200 g di banana matura schiacciata [o 100 g di burro + 100 g di banana]
170 g di zucchero di canna
250 g di farina 0
2 uova grandi
un cucchiaino di bicarbonato
un pizzico di sale
cannella, rhum, vaniglia, gli aromi che preferite
latte q.b.

100 g di cioccolato fondente, spezzettato [oppure gocce]
60 g di chips di banana

Procedimento
Accendete il forno a 180°C-
Se utilizzate il burro, montatelo con lo zucchero fino a renderlo ben spumoso.
Altrimenti, mescolate la banana, le due uova e gli zuccheri, senza montare il composto.
Aggiungete gli aromi che avete scelto, la farina setacciata, il bicarbonato e il sale.
Unire infine il cioccolato e le chips di banana a pezzetti. Se necessario, ammorbidite l'impasto con qualche cucchiaio di latte.

Con due cucchiai, oppure con l'attrezzo per servire il gelato, formate delle palline grandi come noci. Distribuitele sulla teglia, lasciando qualche centimentro di distanza fra l'una e l'altra.
Infornate per 10-13 minuti [i cookies risulteranno ancora un po' morbidi, lasciateli rassodare su una griglia finché non si saranno raffreddati].


Questa ricetta è piaciuta moltissimo anche agli amici di The Breakfast Review, che l'hanno pubblicata qui



venerdì 27 settembre 2013

Grape pie | Settembre, ancora una volta

19 settembre 2010. Crumble di uva. Prima ricetta pubblicata su Food Therapy.
Un post senza foto, imbarazzato e indeciso come solo nelle migliori occasioni so essere.
Sono trascorsi tre anni, centonovantasei post, non so quanti "adesso lo chiudo", mesi di pausa, settimane di cucina forsennata, amicizie create, punti di riferimento in ogni parte d'Italia, e non solo, occasioni lavorative, lavori abbandonati, piatti cucinati per la famiglia e per gli amici, pasti a due improvvisati, pastasciutte della mezzanotte mangiate dalla padella e pancakes delle colazioni nel primo pomeriggio, ore con forno e stereo accesi, giornate a farmi insegnare a tenere in mano una reflex da Marta, anni a discutere col cibo senza arrendermi a lasciarlo fuori dalla mia vita, cercando sempre di mantenere vivo questo rapporto assurdo, affettando mele su un tagliere, fondendo cioccolato, separando tuorli e albumi.

Tre anni. Occupo uno spazio nel web da tre anni. Riempio il web di miei fotografie e di mie parole da tre anni. Mi fa un po' impressione.
Eppure, dopo la consueta manciata di settimane di pausa, eccomi di nuovo qui a scrivere, a spostare il tavolo per cercare un po' luce, a montare il gancio giusto al Kitchen Aid, ad attendere, appollaiata sul tavolo della cucina, di fianco al forno, il trillo del timer, con lo smartphone in mano e tre conversazioni di Whatsapp aperte, a fare, senza pensarci troppo.
Ogni volta che mi chiedo il perché di questo blog mi fermo, ogni volta che penso a quanti mi leggono, ogni volta che mi ritrovo una mail di un lettore nella casella, ogni volta che qualcuno mi chiede "Ehi, ma tu sei quella del blog?". Ogni volta che percepisco il pubblico, ogni volta che mi sento in dovere di spiegare, giustificare, dimostrare.
E, invece, a volte, è così bello ritrovare la spontaneità di quando accendevo il forno perché, semplicemente, avevo voglia di torta.

Ho preparato questo pie senza nemmeno considerare Food Therapy. Dopo pochi giorni l'ho rifatto, e l'ho fotografato, perché ho pensato che meritasse di comparire in questa sorta di ricettario virtuale. Aprendo Food Therapy, mi è venuta voglia di andare a ripescare il primo post: settembre, uva.
A volte sembriamo così diversi da come eravamo. Altre volte, invece, ci ritroviamo identici.



Questa è la formula delle torte che preferisco: farina integrale, poco zucchero grezzo di canna, frutta, una cascata di frutta. Sapori netti e decisi, che non te la raccontano con etti di burro e zuccheri raffinati. Qualche noce tritata al coltello e una spolverata di cannella, per non annoiarsi troppo in fretta.

Sono giorni strani, frenetici, sono appena tornata da Roma, e ci tornerò presto, e poi partirò ancora. Ho un nuovo lavoro, ma nessuna voglia di fermarmi.
Il cambio di stagione mi mette fame, di vita, soprattutto.


 GRAPE PIE con farina integrale, noci e cannella

Ingredienti
100 g di farina 0
200 g di farina integrale
50 g di noci tritate finemente [farina]
100-150 g di zucchero grezzo di canna
2 uova
80 g di burro
un pizzico di sale

uva

80-100 g di noci
un cucchiaio di maizena
cannella
zucchero di canna, q.b.

Procedimento
Unite nel mixer [o impastatrice, ma si può tranquillamente fare a mano, basta non averle troppo calde] tutti gli ingredienti. Azionate fino a ottenere un impasto omogeneo [se necessario, aggiungete qualche cucchiaio d'acqua].
Riponete la pasta in frigo.

Mondate l'uva, asciugatela bene, mescolatela, in una ciotola, alle noci tritate [non troppo finemente], la cannella, la maizena, qualche cucchiaio di zucchero se non è abbastanza dolce.

Accendete il forno a 180°C.
Ungete e infarinate [o inzuccherate] uno stampo a cerniera [il mio aveva un diametro di 22 cm].

Stendete 2/3 dell'impasto in una sfoglia sottile circa mezzo cm [utilizzate due fogli di carta forno per non aggiungere ulteriore farina, che asciugherebbe eccessivamente la pasta, già povera di grassi], rivestite lo stampo. Versate l'uva nel guscio. Stendete l'impasto rimanente, e coprite il pie.
Praticate le classiche incisioni in modo da lasciar fuoriuscire il vapore della frutta in cottura. Spolverate con lo zucchero.

Infornate per 45-50 minuti. 





domenica 25 agosto 2013

Gelo di Mellone e cocco, prima che sia troppo tardi.

Mi piace quel momento di agosto in cui inizi a sentire freddo. Quando è bello continuare a uscire con gambe e braccia nude per poi rabbrividire al tocco del vento notturno, quando stacchi dal lavoro e ti fermi in riva al lago a godere del silenzio, di qualche parola fra amici, di una sigaretta, dei lampi che illuminano la sponda opposta.
Il Sole continua a scaldare, ma non incendia più, anche a mezzogiorno la luce è più clemente, puoi andare a correre senza che l'asfalto sembri sabbia mobile, senza che ti si fossilizzino i polmoni; la Golden Hour si ammorbidisce, inizia a virare verso il porpora, abbandonando quell'oro incredibile che è colato, ogni giorno da giugno, verso le diciotto, sui tetti, sulle strade, sul lago, sulla pelle.
Ieri sera un temporale ha svuotato la città, ora, mentre scrivo, fra me e la tastiera c'è una mug di caffè americano bollente, come non accadeva dal almeno tre mesi. Oltrepasso con lo sguardo il vetro delle finestre, lo lascio vagare per un po' nel cielo nuovamente azzurro, e poi arrivo a sfiorare le nubi che ancora incupiscono l'orizzonte. Penso che dovrei prendere una felpa o, almeno, chiudere le finestre.
Ma mi piace quel momento di agosto in cui inizi a sentire freddo, mi piace la malinconia dell'estate che accenna il suo ritiro, quel senso di incompiuto che rimane, le infinite possibilità irrealizzate, l'affacciarsi dell'autunno incerto su ciò che è accaduto, cosa ne rimarrà, cosa ne sarà.

[Lo so, avevate bisogno di una botta di allegria, stamattina.]

Prima che le angurie spariscano dalla circolazione, dunque, eccovi il gelo dell'estate 2013 [qui quello dell'estate 2012 e qui quello dell'inverno 2013]. Per chi non lo sapesse, il gelo è un dolce al cucchiaio di origini siciliane. La tradizione lo prepara di anguria [o mellone, anzi, Mellone, come piace alla mia Ombrella], ma ne esistono varianti di ogni genere: di agrumi, di cannella, di caffè, ad esempio. Estremamente semplice e versatile, per prepararlo occorre solo un po' di fecola [o amido] e di zucchero.
Sulla scia della mia neonata passione per il cocco, ho deciso di lasciarne cadere un po' anche in questa ricetta, dopo aver appurato che l'abbinamento cocco + anguria fosse favoloso. Se avete una tavoletta di cioccolato fondente a portata di mano, qualche scaglia in superficie potrebbe essere decisamente una buona idea.


GELO DI MELLONE E COCCO [4-6 persone]

Ingredienti
1 l di succo di anguria [anguria privata dei semi e frullata]
100 g di zucchero [a seconda del grado di maturazione, potete arrivare a 120, o diminuire a 80, o omettere -nell'ultimo caso, però, la densità ne risentirà un po'-]
90 g di amido/fecola di patate

facoltativi: cannella e cioccolato fondente

100 g di cocco rapè
300 ml di acqua
zucchero a piacere
30 g di amido/fecola

Procedimento
In un pentolino, versate il cocco e lasciare che assorba l'acqua. Aggiungete lo zucchero e l'amido/fecola. Cuocete finché non si raddensa [rimarrà piuttosto solido]. Dividetelo sul fondo dei bicchierini e lasciatelo rapprendere.

In un altro pentolino, sciogliete l'addensante in poco succo di anguria. Quando non ci saranno più grumi, aggiungete il restante succo e lo zucchero. Cuocete a fuoco non troppo vivace, mescolando, finché non si sarà addensato. Versare poi sulla base al cocco.


lunedì 15 luglio 2013

Tiramisù in a jar | It's always darkest before the dawn

Arriva un momento in cui mi accorgo di star vivendo troppo male, ed è sempre come svegliarsi di soprassalto -una secchiata d'acqua gelida, uno schiaffo in pieno viso.
Capitano periodi molto frenetici in cui perdo di vista la vita. Poi, ad un tratto, mi fermo e mi rendo conto di aver toccato il fondo, di avergli dato una bella mano di bianco, averlo arredato in modo apparentemente anche decente, un bel trompe-l'œil a simulare una finestra, e averci abitato per fin troppo tempo.
Ma è sufficiente svegliarsi, riacquisire sensibilità, ritornare cosciente; la concretezza muta di conseguenza, senza sforzo -forse per istinto di sopravvivenza, forse per la necessità di Bellezza, forse grazie all'aver, a volte, intravisto, intuito, quel fulgido di più che ha fatalmente condannato la bidimensionalità della routine, l'accontentarsi delle abitudini, gli abbagli delle false soddisfazioni-.
Concedersi una buona pizza la domenica sera, dopo la maratona lavorativa della domenica, prenotare un biglietto aereo, qualche capatina in libreria ad assaggiare lo scaffale Adelphi, bussare quotidianamente allo studio del pittore che abita vicino a dove lavoro, per osservare i quadri crescere, godersi una serata a girovagare per la città con un paio di Persone, dopo una giornata di gente, a parlare e a sedersi sul molo, con i piedi che sfiorano l'acqua del lago, rimanere a baciarsi in auto, con i finestrini abbassati e le zanzare che banchettano sulle tue gambe, concedersi un'altra chance per quel futuro ormai ritenuto archiviato.
Risparmiarsi il male gratuito ed autoinflitto. Trattarsi un po' meglio, accorgersi che è possibile.


Della serie "godersela", eccovi un tiramisù versione estiva, quasi light. 
Il tiramisù, di per sé, non posso dire che mi faccia impazzire: lo trovo inflazionato, difficilmente mi stupisce, non mi affascina la pesantezza "vintage" del mascarpone. Tuttavia, non riesco ad ignorarlo: il caffè è un forte richiamo e, anche quando non decido di prepararlo di mia volontà, rimane uno dei dolci più richiesti. 
Credo di non preparare un tiramisù classico, "100% mascarpone", da anni: ho provato la versione con la ricotta, con lo yogurt, con la panna, l'ho trasformato in cheesecake, e anche in una torta di crepes, ho testato l'assorbimento del caffè da parte di biscotti di tutti i generi, dai savoiardi homemade ai frollini al cacao, ho aggiunto al cacao scaglie di cioccolato fondente e su Twitter c'è chi mi ha raccontato di scegliere la combo crema pasticcera e panna montata. 
Questa volta, ho mescolato ricotta e yogurt greco, pastorizzato le uova e chiuso nel barattolo [molto sul fighetto andante, I know, ma perfetto per una serata ad ascoltare jazz di fronte al lago, muniti di cucchiaini]. Nel caso vogliate tagliare ancor di più le calorie, potete dolcificare con lo stevia, un dolcificante 100% naturale che non alza nemmeno l'indice glicemico.

Ah, e se qualcuno fosse interessato alla versione latticini-free, può utilizzare il tofu silk, che ha un'ottima resa nei dolci al cucchiaio.
Ecco la ricetta. ;)


TIRAMISÙ IN A JAR

Ingredienti [5-7 persone]
3 uova grandi
4-6 cucchiai di zucchero [dipende da quanto vi piace dolce]
400 g di ricotta
100 g di yogurt greco [intero o magro, as you prefer]
baccello di vaniglia [se volete, io trovo arrotondi la punta acidula dello yogurt]
nota alcolica a vostra scelta

savoiardi [non devo specificare che devono essere buoni, vero?]

caffè [vade retro surrogati solubili: prendetevi una bella moka king size e fatevi il caffè come si deve]

cacao amaro


Procedimento
Preparate caffè a sufficienza, versatelo in un piatto fondo e lasciatelo raffreddare.
Per pastorizzare le uova [il mio post di riferimento è questo, di Milena]: scaldate una soluzione di acqua e zucchero [1:3] fino ai 121°C [raggiungete il punto di bollore, e poi lasciate andare ancora per un po', se non avete il termometro].
Intanto, montate gli albumi. Quando la neve inizia a formarsi, aggiungete, a filo, metà dello sciroppo. Continuate a montare fino ad ottenere una meringa soda e lucida.
A parte, montate i tuorli con lo sciroppo caldo rimanente, sempre inserito a filo. Mescolate poi la ricotta e lo yogurt, i semi di vaniglia e il liquore scelto. Infine, incorporate delicatamente gli albumi.
Distribuite un cucchiaio di crema sul fondo dei barattoli. Spezzate i savoiardi, inzuppateli nel caffè [se volete, zuccheratelo, io lo lascio amaro] solo da una parte, ordinateli sulla crema, con il lato incaffeinato verso l'alto. Alternate savoiardi e crema fino a riempimento dei barattoli. Chiudete e lasciate in frigorifero fino al momento di servire [oppure tirateli fuori dieci minuti prima, dipende quanto vi piace l'effetto "freddo"]. Spolverate di cacao all'ultimo.


PS: barattoli sterilizzati e ben asciutti, mi raccomando ;)

venerdì 24 maggio 2013

Moelleux di ricotta, con miele e fragole | Nothing is real and nothing to get hung about


- Sono qui. Salgo? Scendi? Vado via?
Sali. Ti sento chiudere la porta d'ingresso, sotto, con quel tonfo metallico e pesante. Allungo la mano verso l'altra sedia, prendo la felpa e la indosso, dimenandomi in quel labirinto di maniche e colletto e cappuccio e stoffa spessa calda blu. Cerco di farmi una coda, ma niente, annodo i capelli in uno chignon disordinato. Mi alzo, vado ad appoggiarmi alla parete a fianco della porta. In quell'istante entri tu. Per un attimo la porta aperta ti nasconde, poi, quando la richiudi, compari. E hai quel tuo sorriso che, in realtà, è più una smorfia tragica, quella di quando mi vieni a recuperare.
Ti avvicini.
- Allora, che succede?-, chiedi a voce bassa.
Succede che, dai, abbracciami, non farmi queste domande, tanto lo sai, quello che succede, succede che sono io, succede che siamo ancora là, a sei mesi fa, a sei anni fa, succede che, guardami, ho quasi ventidue anni e non so badare a me stessa, mi perdo senza nemmeno uscire di casa, guardami, cado rimanendo seduta. Succede che, dai, fammi restare un po' immobile, ti prego, mi incastro fra le tue braccia così riesco a rimanere ferma, guarda, così non crollo nemmeno.
- Non sparire-, mi dici, con le labbra sulla mia clavicola sinistra.
Non rispondo, mentre gioco con il colletto della tua tee, percorrendolo col dito, ipnotizzata da quella sorta di corda di cotone, dove i polpastrelli fanno i funamboli.
Salto dalla maglia alla tua pelle, forse la realtà s'è nascosta là sotto, fra le tue vertebre e sui tuoi nei. Dal colletto, ora, esce solo il mio polso, stritolato dall'elastico per i capelli, troppo stretto.
C'è un punto, dietro le mie pupille, che si sta riempiendo di spilli, cerco di ignorarli, fuggo nel calore che sale dalla tua schiena.
- Ehi...
Ehi. Tre lettere e quegli spilli impazziscono, partono alla carica, mi sfondano la cornea.
Fuori c'è il temporale, puntuale come ogni pomeriggio, puntuale come i miei piccoli, ma irrisolvibili, crolli quotidiani.
Dieci minuti lì, a farci sostenere dal muro, col citofono contro la tempia, quasi fosse una pistola, e la luce bianca e verde degli alberi e delle nuvole che entra dalle finestre.
Ti guardo. I tuoi occhi verdi. Le tue ciglia trasparenti.
- Ho sotto la tua maglia.-, mormoro, così, una frase inutile perché dirti che ho bisogno di te non mi riesce.
Ci stacchiamo dal muro, cambiamo stanza. Rimaniamo un po' in silenzio, un po' parliamo.
Trascorre mezz'ora. Mi convinci a uscire. Mi porti fuori, fuori da me.

Nothing is real and nothing to get hung about.



MOELLEUX CON RICOTTA, MIELE E FRAGOLE [ricetta di Mon petit bistrot, liberamente stravolta]

Immaginate una cheesecake senza la base di biscotti e aggiungeteci delle fragole fresche, l'aroma del miele, la scorza di limone appena grattata, un po' di vaniglia. Tutto qui. 


Ingredienti [per uno stampo da 18 cm di diametro]400 g di ricotta [meglio se di pecora]
3 uova
50-70 g di miele [scegliete voi il grado di dolcezza, anche in base al tipo di miele che utilizzate]
50 g di fecola di patate / amido di mais
la scorza di un limone bio
un cucchiaino di estratto di vaniglia

una decina di fragole ben mature

burro e zucchero q.b.

Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Dividete gli albumi dai tuorli, e montate a neve i primi, con un pizzico di sale.
A parte, mescolate la ricotta con il miele, la fecola, i tuorli, la scorza di limone e l'estratto di vaniglia.
Aggiungete gli albumi, in più riprese e mescolando dall'alto verso il basso, per non smontarli.
Versate il composto nello stampo imburrato e inzuccherato. Disponete sulla superficie le fragole, pulite e affettate. Infornate per 45-50 minuti [uno stecchino, infilato nel centro, deve emergerne pulito].
Lasciate raffreddare. 
E' più buono il giorno dopo, soprattutto se ha trascorso la notte in frigo.


giovedì 7 marzo 2013

Banana pancakes | For the love of breakfast

Sono ormai quasi due mesi che mi sono trasferita qui, a Modena, e settimana prossima sarà il turno di un nuovo trasloco.
Ho trovato il mio bucolocale, la mia mansardina con soffitto di travi in legno e finestre vista tetti, la mia libreria da riempire con i miei libri, la mia cucina eufemisticamente essenziale, persino senza forno [ma chi se ne importa, in qualche modo si farà], con un lavandino da far traboccare di tazze con fondi di caffè e cucchiaini sporchi di yogurt, i miei pochi mq in cui mantenere in ordine il mio disordine.
Non realizzo ancora bene il concetto "casa mia", ma non vedo l'ora di andare a viverci.



Mi sarebbe però dispiaciuto non lasciare traccia di quella che è stata la "casa di transizione", che mi ha ospitata in queste prime settimane modenesi, fra le pagine di Food Therapy.
Sono sicura di aver già sviscerato il mio amore profondo e fedele nei confronti della colazione che, anche vivendo da sola, è rimasta un appuntamento importante, nonostante mi siano mancati prodotti da forno homemade [casa di transizione, dicevo poco sopra, immaginate l'attrezzatura da cucina disponibile, sorvolando, poi, sul forno impossibile da accendere, dato che farebbe saltare la corrente].
Questi pancakes sono stati davvero una rivelazione. [In rete circolano già da un po', io li avevo visti da Stefania qualche tempo fa]. Perfetti per una colazione da favola, non necessitano una dispensa fornitissima, un frigo straripante, e nemmeno il possesso dell'intero catalogo Kitchen Aid. La classica ricetta, insomma, che nei manuali di cucina indirizzerebbero a single, workaholics senza tempo per spesa&fornelli o professionisti in pigrizia.
Bastano due ingredienti: una banana [magari proprio l'ultima rimasta, ormai in fase di mummificazione] e un uovo.
Il risultato? Pancakes.


Dimenticatevi merendine confezionate o il solito yogurt con i cereali: questi pancakes sono velocissimi da preparare e leggerissimi [1 uovo + 1 banana = meno di 200 kcal, giusto per dire], oltre a costituire una colazione equilibrata e sana: proteine, zuccheri, fibre, vitamine, potassio e molto altro.


Sono eccezionali già al naturale [soprattutto se la banana è ben matura], ma volendo si possono declinare in varianti più golose:

- fragole fresche [o confettura di fragole, o coulis di fragole, come quello che trovate qui, o fragole disidratate mescolate alla pastella]
- cioccolato [a pezzi dell'impasto, fuso, tritato grossolanamente e lasciato cadere sulla pila di pancakes]
- sciroppo d'acero o miele [a pioggia]
- una spolverata di cannella [spolverata, o kg, dipende quanto ne siete addicted]
- burro e zucchero di canna [che languidamente si fondono sulla superficie dell'ultimo pancake]
- ogni genere di frutta secca
- Nutella [un evergreen]

Breakfast lovers, vi ho convinti a provarli?


BANANA PANCAKES [per due persone]

Ingredienti
2 banane medie, ben mature
2 uova

Procedimento
In una ciotola, schiacciare le banane con la forchetta [non frullarla, altrimenti la ricetta non funziona!]. Aggiungere poi le uova, mescolando bene.
Scaldare un padellino antiaderente [volendo, si può ungere con un po' di burro].
Versare un'adeguata quantità di pastella. Aspettare finché la superficie non si sia ricoperta di bolle e asciugata, quindi, girare il pancake. Terminare la cottura [ci vorranno circa 3-4 minuti in totale].


Photo: thanks to Marta Rizzato and her gorgeous 35mm.


... siamo delle persone serie, sì.

giovedì 31 gennaio 2013

Gelo di arancia | Modena Days

E, poi, accade.
Un lunedì mattina, in pieno hangover causa festa della sera precedente, carichi la tua macchina con quasi tutto quello che è tuo [libri, qualche vestito, molti ricordi, valigie intere di fame di futuro] e parti. Guidi per trecento chilometri cantando le canzoni di mezzo iPod, fra picchi di entusiasmo e minuti di grigia malinconia, con gli occhiali da sole, nonostante il cielo nuvoloso, e il maglione più sformato che possiedi addosso.
Arrivi. Scarichi la macchina. Perlustri il tuo appartamentino. Apri i cassetti in cucina. Ti sciacqui la faccia in bagno. Sali in camera tua. Ti chiudi la porta alle spalle. E scoppi a ridere.
Perché sei sola. Perché quella stanza è tua.
Togli giusto le camicie dalla valigia, così non si stropicciano troppo. Liberi i libri e li impili tutti di fianco al comodino. Respiri un po'. Ed esci, impaziente di innamorarti della città.

Il nuovo capitolo è iniziato.
La mia stanza è minuscola. Ha il parquet. Il letto è matrimoniale, di fianco a me, di solito, dormono PC, libri e quaderni. La finestra lascia entrare la giusta dose di luce al mattino. Di sera rimango affacciata a prendere freddo e a fumare sigarette, rischiando di essere beccata dalla padrona di casa, che non vuole si fumi nei suoi appartamenti. Ogni tanto passa qualche treno, che sferraglia sui binari del paese vicino.
Fuori è tutta ansiogena pianura, a perdita d'occhio. Di giorno sembra quasi sempre un mare di nebbia dal quale, di tanto in tanto, emergono file calligrafiche di alberi neri. Di notte, quell'orizzonte immobile è rischiarato dalle luci della centrale elettrica.
In cucina ho una macchinetta del caffè che minaccia già di scioperare causa sfruttamento eccessivo.
Al mattino improvviso outfits da persona seria arrampicandomi su una sedia, perché non ho uno specchio a figura intera. Percorro i dieci minuti di tangenziale che mi separano dall'ufficio con il volume dello stereo al massimo, per svegliare le idee. Di sera, sfrutto il traffico per godermi la radio, e stiracchiarmi sul sedile. In pausa pranzo faccio su e giù per i corsi principali, per ossigenare muscoli e cervello. Oppure mi perdo nel labirinto di viuzze che ramificano dal centro di Modena. In dieci giorni ho visto due mostre fotografiche. Sono iscritta in biblioteca. Mi sono persa non so quante volte, alla ricerca di un supermercato, di questa o di quella via, dell'uscita giusta in tangenziale, della stazione ferroviaria, di un parcheggio non a pagamento, di un bar con free-wifi. Ho letto pagine economiche di quotidiani e chiacchierato di drammaturgia in pausa caffè. Ho cenato con barattoli da 500 g di yogurt, in mutande e maglietta, mentre guardavo una serie televisiva a letto. Mi sono cambiata in auto, passando da skinny bordeaux e converse, a collant, vestito e tacchi. Ho salutato qualcuno a un binario, dopo avergli rubato il maglione. Paolo Rossi mi è passato di fianco in centro e io, anziché riconoscerlo, mi sono chiesta "Ma questo cos'ha da guardarmi, ci conosciamo?". Sto imparando un lavoro. Sto imparando.

Più o meno, nelle ultime settimane è successo questo.
E' solo l'inizio. Nel bene e nel male.
Mi manca giusto una connessione internet a casa, ma posso sopravvivere.
Ovviamente, vivendo da sola, non ho quasi mai occasione di cucinare qualcosa di elaborato.
Ripescando dall'archivio, eccovi un dolce che qualche settimana fa vi avevo mostrato su Facebook.
Si tratta di un gelo di arancia, ispirato al suo gemello estivo, di qualche mese fa.
Il procedimento è semplicissimo e il risultato è ultra-light, ma anche molto soddisfacente, grazie alle scaglie di cioccolato [rigorosamente extra-dark], la dolcezza delle arance in questa stagione e l'aroma di cannella.
Eccovi la ricetta. (:


GELO DI ARANCIA CON CIOCCOLATO FONDENTE

Ingredienti
500 ml di spremuta d'arancia
100 ml di acqua
100 g di zucchero [io l'ho omesso, ma va un po' a gusti: potete anche aumentare la dose, magari fino a 200 g]
50 g di maizena
cannella macinata [facoltativa]

cioccolato fondente [dal 70% in su]

Procedimento
Scaldare in un pentolino abbastanza capiente 1/3 del liquido totale [spremuta + acqua]. Sciogliervi lo zucchero e la maizena. Aggiungere i liquidi restanti e la cannella. Cuocere finché il composto non si sia raddensato, come una sorta di budino.
Dividere negli stampi singoli e lasciar raffreddare per 3-4 ore.
Spolverare con scaglie di cioccolato fondente.


Spero di riuscire ad aggiornare di nuovo presto.
Per il momento vi auguro un buon finesettimana, alla prossima. (: