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giovedì 16 maggio 2013

Modena, cinque mesi dopo


E' stato normale, quel giorno di gennaio, partire, mettere due valigie in macchina e trasferirmi. E' stato altrettanto normale, quella mattina, mentre giocavo con le ultime gocce di caffè rimaste nella tazzina, ruotandola per farle scivolare, decidere di tornare.
A volte, fai delle cose senza davvero realizzarle, solamente inseguendo un pensiero che ti si è materializzato nella mente, e le senti dopo, quelle cose, quando ti chiazzano la pelle, ti vociano nella testa, ti si agitano nel petto, un giorno ti svegli e senti come un peso sulle spalle, non appena ti metti a sedere, come se tutta la forza di gravità avesse deciso, quel giorno, di concentrarsi su di te.
Ma è tutto normale, per me. E' normale perché è mio, e io appaio, a me stessa, normale.

Cinque mesi.

E' complicato costruire una relazione con un luogo. Non me ne intendo di relazioni umane [forse non è del tutto vero, ma mi piace far credere che sia così], ma suppongo che trasferirsi sia un po' come incominciare a frequentare qualcun altro dopo la fine di una lunga relazione: la fatica di ricominciare da zero. Allora, se con le persone si prendono i caffè, si esce in centro, si va a cena, ci si bacia sotto casa, etc, con le città si cercano i parcheggi liberi, il supermercato, il bar col wifi, il distributore della benzina. Si tenta di tessere una rete di punti di riferimento, che ti protegga da eventuali cadute [è fortissimo il senso di precarietà, di continuo squilibrio, quando si va a vivere altrove].

Forse, esiste davvero un Destino, un Dio ironico, che ci guarda e ride.
Sono partita perché volevo costruirmi una vita altrove, perché sentivo di aver raggiunto il punto di saturazione dei luoghi in cui ero cresciuta, e, prima di tornare, mi è stato regalato "La vita altrove", di Kundera.
Forse, invece, certe persone, che incontri per incredibili coincidenze, riescono a comprenderti con un'esattezza prodigiosa.
Sarà che fra misantrope ci si capisce. Sarà che certe affinità sono davvero rare e che fortuna, che fortuna, quando ti capitano.
[Ora che ci penso, c'è sempre una mail, a un certo punto della mia vita, che arriva quando mi sto richiudendo troppo -troppo- in me stessa, e mi tira su e fuori dal buco che mi sto scavando. Di solito, queste mail sono preludi di meravigliose amicizie.]
Di certo, quel sabato sera in cui avevamo deciso di non uscire, per poi ritrovarci alle dieci e trenta sul tetto di un cinema, sedute sul cofano della tua auto, a guardare i lampi e a prendere la pioggia, sarà uno dei ricordi più belli che conserverò di Modena.

In generale, ho dei ricordi belli di Modena.
Forse non facili, ma belli sì.
Innanzitutto, perché è stato un cambiamento, e quindi una crescita.
"Tout commence par une interruption."
Vivere da sola mi ha reso parecchio selvatica, più del gatto randagio che ero prima. Ma anche forte, mi ha scolpito il carattere: sapere di poter contare solo su se stessi ti fa valutare con maggiore lucidità le tue effettive capacità, e i tuoi limiti.
La solitudine consapevole è terapeutica. Il silenzio, la sera, quando rientri dopo una giornata intensa, è bellissimo e terribile allo stesso tempo.  Vivendo da soli, si impara a gestire se stessi, a porsi dei limiti, a organizzarsi.

Ma non sono stati cinque mesi di solitudine, per quanto io sia asociale e consideri una serata con film/libro migliore di qualsiasi sabato sera in un locale, con musica che non mi piace a impedirmi di parlare con chi ho di fianco.
Innanzitutto, i colleghi  la lavoro. Persone più o meno adulte di me, più o meno simili, con le quali mi sono ritrovata a trascorrere la giornata. E ci sono le pause caffè, le pause tè [voi, nel vostro ufficio, avete l'appassionato di tè che a metà mattina e a metà pomeriggio vi offre una tazza di tè, ogni giorno un tipo diverso? No? Peccato.], Anna e Debora con cui condividere scrivania e spaccati di vita, ma anche pettegolezzi e tragedie da PMS, pacchetti di M&M's e liquirizia, la Vale che è la prima persona che incontri al mattino, le quattro chiacchiere con il primo caffè della giornata.
Costruirsi dei rapporti umani completamente nuovi comprende anche certi incantevoli fuochi di paglia. Ho visto meteore incendiare il cielo di aprile, posso assicurarvelo, e poi sbriciolarsi, senza nemmeno riuscire a imprimere un solco nella terra.
[Disinnesco equilibri. Sono un consapevole elemento di disturbo.]
Ma anche questi ricordi sono belli,  hanno le braccia scoperte per assorbire tutta la luce del primo giorno di primavera [non avete idea di quanto possa essere lungo e grigio e umido e gelido e ostile l'inverno a Modena] e trascorrono le pause pranzo in libreria, a scambiarsi titoli come regali. Oppure, bevono la prima birra della bella stagione, seduti a un tavolino incerto sui ciottoli di una via del centro, dimenticandosi di contare le sigarette, spostando posaceneri, boccali e portatovaglioli come fossero elementi d'arredo, cercando una simmetria, un ordine, un'idea che, per una sera, possa funzionare. O, ancora, pescano, da un sacchetto di carta, tigelle fumanti, bevendo Lambrusco [vivi a Modena per un tot e preparati a scrivere odi al Lambrusco], chiacchierando, lasciando scivolare parole, sguardi, dita fra i capelli, risate.
Ci sono gli amici che vengono a trovarti, ci sono i weekend di pioggia trascorsi insieme, la bottiglia di passito finita alle cinque del pomeriggio, le colazioni preparate per gli altri, magari dopo un concerto, il fruttivendolo che ti riconosce, il gelataio che tiene da parte le noci solo per te, le cassiere del supermercato vicino all'ufficio che, ogni giorno, osservano rassegnate la tua spesa, magari composta da broccoli e fragole. Ci sono le persone che ti salutano con un "Vengo a trovarti", e quelle che ti abbracciano un'ultima volta dicendoti: "Mi aspetto grandi cose da te."

Ho visitato qualche  città, approfittando di un punto di partenza favorevole, di un punto di vista differente sull'Italia.
Il mare della mia preadolescenza a un'ora e poco più da casa, con i soliti bar, i locali che, invece, hanno cambiato gestione e nome, la spiaggia irrealmente deserta, il panettiere dei krapfen alla crema all'alba, dopo la notte a ballare o in spiaggia, ad aspettare che il barista di turno staccasse, il parco dei giri in bicicletta, lo squacquerone con la piadina calda e i fichi caramellati, il canale con le barche a vela e i gabbiani, una Riviera che sembra minuscola, dopo questa manciata di anni.
Bologna.
Ravenna. L'inquietante complessità della psiche umana, nella mostra "Borderline", che vi consiglio vivamente. Il gelato allo sciroppo d'acero di Milk. Il sole con la pioggia, con i papaveri, con il mare.
La pianura emiliana in lungo e in largo.
Firenze. Firenze di allora e Firenze di oggi, Firenze che guardo il tuo appartamento dall'argine opposto dell'Arno, chiedendomi "Chissà dove sei", cantandomi quella canzone nella testa. Firenze che, di una persona o dell'altra, ci capito sempre da innamorata. Firenze che, Dio, quanto sei bella. Firenze del gelato al basilico e zenzero che avrei voluto prendere la vaschetta intera, quella del gelataio, ovviamente. Firenze che giri in un giorno e la sera sei distrutta, a pezzi, con la schiena che ulula, ma Vin Santo, cantucci e un mazzo di carte guariscono tutto.

Modena. E' raccolta, anche se all'inizio mi sembrava immensa. E' indubbiamente bella, con i suoi vicoletti, il Duomo onnipresente, i palazzi antichi [adoravo, la sera, camminare per il centro con il naso all'insù, spiare i soffitti di affreschi e di stucchi che le persiane ancora aperte e le tende scostate lasciavano intravedere], i portici e quello che la luce fa con loro, il suo insinuarsi e il suo attorcigliarsi sulle colonne.

Ci sarebbe molto altro da raccontare, ovviamente. In cinque mesi s'incastra moltissima vita.
Ma questo post è già troppo lungo. In fondo, volevo solo dirvi che "Ehi, sono tornata, e oggi accendo il forno."




























[Ho una vaga ossessione per cieli, luci, geometrie e finestre.]



Qualche indirizzo?

- Gelateria Pomposa
Via Del Voltone 16/A, Modena
Materia prima di notevole qualità, pochi gusti, laboratorio a vista. Ogni settimana viene proposto un gusto nuovo, ieri c'era un favoloso "yogurt, miele e pinoli caramellati", ma la scelta è complessa: pere e cannella, kiwi, ricotta, miele e noci, mascarpone e fichi caramellati, cheesecake.

- Gelateria Milk
Via Cavour 92, Ravenna
Puntano sul biologico e sulla particolarità dei gusti. Mi aveva colpita la comunicazione originale, alla prima palettina di gelato ero innamorata.
Con le papille in estasi, ho fatto i complimenti al proprietario per il gusto "sciroppo d'acero", e lui mi ha raccontato dei cinque anni trascorsi in Canada, prima di far ritorno a Ravenna e aprire quel punto vendita.
[Di persone che amano quello che fanno.]

- Gelateria Mordilatte
Via dei Servi, 1/R | Via D'Annunzio, 105, Firenze
Ai piedi della cattedrale di Santa Maria del Fiore, un gelato basilico e zenzero da rimanerci secchi.
Niente male nemmeno la pera, il ricotta, miele e noci e il cioccolato.

- La Bicicletta
Via Sant'Eufemia 92, Modena
Un po' enoteca, un po' bistrot [pain au chocolat a tutte le ore], un po' osteria, un po' ritrovo di universitari [una delle sedi di Lettere e Filosofia è proprio di fronte], un po' perfetto per il classico aperitivo che scivola in cena, fra vino, tigelle, ottimi salumi e formaggi. Ambiente molto carino e curato, ma comunque piuttosto informale, a due passi da Duomo. Prendete una sera tiepida, uno dei tavolini all'aperto, qualcuno con cui state bene ed è fatta.

- Persepolis
Avete mai provato la cucina persiana? Io sì, a Modena, e l'ho adorata.
L'atmosfera è perfetta sia per una cenetta a due, che per una serata a chiacchierare con amici, il personale gentile e disponibile [se non sapete da che parte del menù girarvi vi consigliano loro, a seconda dei vostri gusti].
Ammetto di essere una di quelle che infila spezie dovunque, alla continua ricerca di sapori che la prendano alla gola, ma questa cucina è interessante anche per chi non ama ritrovarsi lacrimante e felice alla fine di un piatto di curry: i sapori sono freschi e leggeri, si punta sugli accostamenti armoniosi, piuttosto che sull'incisività del picco di sapore. Lime, menta, cannella anche col salato, succo di melograna e frutta, io l'ho trovata favolosa.

- Esàt
Via Omero 61, Modena
Pausa pranzo? Questo è il locale perfetto. Gnocco, tigelle e molto altro, dalla colazione al bicchiere di vino. Il servizio è veloce e organizzato: scegliete, ordinate, vi viene assegnato un numero, ritirate e decidete dove mangiare: ai tavoli, nel parco [basta attraversare la strada], passeggiando per il centro [che è giusto dietro], a casa [un sacchetto di carta e via].
La scelta è molto vasta, se vi ritrovate indecisi, puntate sul menù: 4 tigelle salate, ognuna con un abbinamento particolare, + 1 dolce.

giovedì 28 marzo 2013

Sacher rimpicciolite | Time may change me, but I can't trace time.

Avevo scritto un post.
Bello, forse. Scritto bene, magari. Senza fare strage della grammatica italiana, si spera.
Era una digressione di quelle che, un tempo, mi piacevano tanto, e mi facevano sentire come una che aveva capito tutto della vita. Una di quelle pagine da Romantica nata nel secolo sbagliato. Una ventina di righe da sedicenne-diciassettenne che sente palpitare il cuore mentre legge di Streben e di Sehnsucht. Uno sfogo da esistenzialista fallita. Un tributo a Nietzsche da filosofa di provincia. 
E poi, niente, l'ho cancellato.
Perché? Perché mi racconto le stesse, identiche, cose da anni, ormai. 
Ogni tanto ci credo ancora, ogni tanto non molto. In ogni caso, non volevo pubblicare l'ennesimo post wannabe-esistenzialista.
Ultimamente non scrivo molto, ed è strano, per me. Leggo, questo sì, sempre. Ma scrivo con poco entusiasmo. Gli stravolgimenti che hanno interessato la mia vita in questi ultimi mesi [trasferimento, lavoro/i, persone e Persone] mi hanno fatto capire che sto cercando qualcosa di nuovo, che pretendo qualcosa di diverso da me stessa, che tutto quello che prima mi faceva sentire appagata ora non mi basta più.
[E mi fermo, perché sto per ricadere in un ragionamento sulle dinamiche dei desideri che renderebbe la cancellazione della bozza di cui sopra inutile.]


Forse, riscoprirò il piacere vivo dello scrivere quando avrò qualcosa di nuovo da dire. Come afferma Franzen in uno dei saggi contenuti nell'ultimo "Più lontano ancora" [ve ne consiglio la lettura, è un libro illuminante, e le parti in cui parla dell'amico suicida David Foster Wallace sono di dolorosa bellezza], non è possibile continuare a scrivere rimanendo identici a se stessi, bisogna cambiare di continuo, crescere.
Ecco, forse, sto crescendo. Forse. Non diciamolo troppo forte, che qualcuno potrebbe illudersi.


In realtà non avrei mai pubblicato questa ricetta, perché le foto non mi soddisfano. Ma su Fb l'anteprima vi era piaciuta, come queste tortine cioccolatose erano piaciute a chi le aveva assaggiate, quindi mi son detta: "E scrivilo, un post, a che ti serve un blog se lo aggiorni una volta al mese?".
Quindi eccomi qui a proporvi delle mini-sacher che della sacher classica non hanno nulla, se non l'abbinamento di cioccolato e albicocca. Non sono dei muffins, ma si fingono cupcakes grazie al cucchiaio di panna a coprire la cupoletta. L'impasto ha un intenso profumo di cioccolato e custodisce un cuore morbido di confettura di albicocche. In più, se li consumate caldi [altrimenti basta riscaldarli per 20-30 secondi nel microonde], hanno quell'effetto "fondant au chocolat" che di certo non dispiace [le foto, purtroppo, non rendono: le ho fatte il giorno dopo con l'ultimo superstite].

Insomma, fingiamo che aprile non sia alle porte e, approfittando di questo inverno persistente, concediamoci questa iniezione di cioccolato.


MINI-SACHER [o piccoli coulants au chocolat con cuore di albicocca]

Ingredienti [per 4 tortini]
80 g di cioccolato fondente [dal 50% al 65%, se la percentuale di cacao è più alta, eliminate il cacao in polvere e aggiungete 20 g di farina]*
20 g di farina
20 g di cacao amaro
70/80 g di zucchero [dipende da quanto è fondente il vostro cioccolato e dalla dolcezza della vostra confettura]
80 g di burro
2 uova
una punta di lievito per dolci

confettura di albicocche q.b.

panna montata e cacao amaro [o scaglie di cioccolato] per servire

Procedimento
Accendere il forno sui 180°C.
Fondere il cioccolato con il burro a bagnomaria o nel microonde. Mescolarvi, poi, lo zucchero, la farina e il cacao setacciati, il lievito. Infine, le uova, uno alla volta.
Dividete il composto in uno stampo per muffins: riempite gli spazi con un paio di cucchiai, ponete un cucchiaino circa di confettura nel centro, ricoprite con dell'altro impasto.
Infornate e cuocete per 10 minuti [potete arrivare fino a 15 nel caso vogliate un risultato più stabile].

Servite, se volete, con un cucchiaio di panna montata posto sulla cima, o di fianco, e spolverato con un po' di cacao amaro o con qualche scaglia di cioccolato fondente. 

giovedì 7 marzo 2013

Banana pancakes | For the love of breakfast

Sono ormai quasi due mesi che mi sono trasferita qui, a Modena, e settimana prossima sarà il turno di un nuovo trasloco.
Ho trovato il mio bucolocale, la mia mansardina con soffitto di travi in legno e finestre vista tetti, la mia libreria da riempire con i miei libri, la mia cucina eufemisticamente essenziale, persino senza forno [ma chi se ne importa, in qualche modo si farà], con un lavandino da far traboccare di tazze con fondi di caffè e cucchiaini sporchi di yogurt, i miei pochi mq in cui mantenere in ordine il mio disordine.
Non realizzo ancora bene il concetto "casa mia", ma non vedo l'ora di andare a viverci.



Mi sarebbe però dispiaciuto non lasciare traccia di quella che è stata la "casa di transizione", che mi ha ospitata in queste prime settimane modenesi, fra le pagine di Food Therapy.
Sono sicura di aver già sviscerato il mio amore profondo e fedele nei confronti della colazione che, anche vivendo da sola, è rimasta un appuntamento importante, nonostante mi siano mancati prodotti da forno homemade [casa di transizione, dicevo poco sopra, immaginate l'attrezzatura da cucina disponibile, sorvolando, poi, sul forno impossibile da accendere, dato che farebbe saltare la corrente].
Questi pancakes sono stati davvero una rivelazione. [In rete circolano già da un po', io li avevo visti da Stefania qualche tempo fa]. Perfetti per una colazione da favola, non necessitano una dispensa fornitissima, un frigo straripante, e nemmeno il possesso dell'intero catalogo Kitchen Aid. La classica ricetta, insomma, che nei manuali di cucina indirizzerebbero a single, workaholics senza tempo per spesa&fornelli o professionisti in pigrizia.
Bastano due ingredienti: una banana [magari proprio l'ultima rimasta, ormai in fase di mummificazione] e un uovo.
Il risultato? Pancakes.


Dimenticatevi merendine confezionate o il solito yogurt con i cereali: questi pancakes sono velocissimi da preparare e leggerissimi [1 uovo + 1 banana = meno di 200 kcal, giusto per dire], oltre a costituire una colazione equilibrata e sana: proteine, zuccheri, fibre, vitamine, potassio e molto altro.


Sono eccezionali già al naturale [soprattutto se la banana è ben matura], ma volendo si possono declinare in varianti più golose:

- fragole fresche [o confettura di fragole, o coulis di fragole, come quello che trovate qui, o fragole disidratate mescolate alla pastella]
- cioccolato [a pezzi dell'impasto, fuso, tritato grossolanamente e lasciato cadere sulla pila di pancakes]
- sciroppo d'acero o miele [a pioggia]
- una spolverata di cannella [spolverata, o kg, dipende quanto ne siete addicted]
- burro e zucchero di canna [che languidamente si fondono sulla superficie dell'ultimo pancake]
- ogni genere di frutta secca
- Nutella [un evergreen]

Breakfast lovers, vi ho convinti a provarli?


BANANA PANCAKES [per due persone]

Ingredienti
2 banane medie, ben mature
2 uova

Procedimento
In una ciotola, schiacciare le banane con la forchetta [non frullarla, altrimenti la ricetta non funziona!]. Aggiungere poi le uova, mescolando bene.
Scaldare un padellino antiaderente [volendo, si può ungere con un po' di burro].
Versare un'adeguata quantità di pastella. Aspettare finché la superficie non si sia ricoperta di bolle e asciugata, quindi, girare il pancake. Terminare la cottura [ci vorranno circa 3-4 minuti in totale].


Photo: thanks to Marta Rizzato and her gorgeous 35mm.


... siamo delle persone serie, sì.

giovedì 31 gennaio 2013

Gelo di arancia | Modena Days

E, poi, accade.
Un lunedì mattina, in pieno hangover causa festa della sera precedente, carichi la tua macchina con quasi tutto quello che è tuo [libri, qualche vestito, molti ricordi, valigie intere di fame di futuro] e parti. Guidi per trecento chilometri cantando le canzoni di mezzo iPod, fra picchi di entusiasmo e minuti di grigia malinconia, con gli occhiali da sole, nonostante il cielo nuvoloso, e il maglione più sformato che possiedi addosso.
Arrivi. Scarichi la macchina. Perlustri il tuo appartamentino. Apri i cassetti in cucina. Ti sciacqui la faccia in bagno. Sali in camera tua. Ti chiudi la porta alle spalle. E scoppi a ridere.
Perché sei sola. Perché quella stanza è tua.
Togli giusto le camicie dalla valigia, così non si stropicciano troppo. Liberi i libri e li impili tutti di fianco al comodino. Respiri un po'. Ed esci, impaziente di innamorarti della città.

Il nuovo capitolo è iniziato.
La mia stanza è minuscola. Ha il parquet. Il letto è matrimoniale, di fianco a me, di solito, dormono PC, libri e quaderni. La finestra lascia entrare la giusta dose di luce al mattino. Di sera rimango affacciata a prendere freddo e a fumare sigarette, rischiando di essere beccata dalla padrona di casa, che non vuole si fumi nei suoi appartamenti. Ogni tanto passa qualche treno, che sferraglia sui binari del paese vicino.
Fuori è tutta ansiogena pianura, a perdita d'occhio. Di giorno sembra quasi sempre un mare di nebbia dal quale, di tanto in tanto, emergono file calligrafiche di alberi neri. Di notte, quell'orizzonte immobile è rischiarato dalle luci della centrale elettrica.
In cucina ho una macchinetta del caffè che minaccia già di scioperare causa sfruttamento eccessivo.
Al mattino improvviso outfits da persona seria arrampicandomi su una sedia, perché non ho uno specchio a figura intera. Percorro i dieci minuti di tangenziale che mi separano dall'ufficio con il volume dello stereo al massimo, per svegliare le idee. Di sera, sfrutto il traffico per godermi la radio, e stiracchiarmi sul sedile. In pausa pranzo faccio su e giù per i corsi principali, per ossigenare muscoli e cervello. Oppure mi perdo nel labirinto di viuzze che ramificano dal centro di Modena. In dieci giorni ho visto due mostre fotografiche. Sono iscritta in biblioteca. Mi sono persa non so quante volte, alla ricerca di un supermercato, di questa o di quella via, dell'uscita giusta in tangenziale, della stazione ferroviaria, di un parcheggio non a pagamento, di un bar con free-wifi. Ho letto pagine economiche di quotidiani e chiacchierato di drammaturgia in pausa caffè. Ho cenato con barattoli da 500 g di yogurt, in mutande e maglietta, mentre guardavo una serie televisiva a letto. Mi sono cambiata in auto, passando da skinny bordeaux e converse, a collant, vestito e tacchi. Ho salutato qualcuno a un binario, dopo avergli rubato il maglione. Paolo Rossi mi è passato di fianco in centro e io, anziché riconoscerlo, mi sono chiesta "Ma questo cos'ha da guardarmi, ci conosciamo?". Sto imparando un lavoro. Sto imparando.

Più o meno, nelle ultime settimane è successo questo.
E' solo l'inizio. Nel bene e nel male.
Mi manca giusto una connessione internet a casa, ma posso sopravvivere.
Ovviamente, vivendo da sola, non ho quasi mai occasione di cucinare qualcosa di elaborato.
Ripescando dall'archivio, eccovi un dolce che qualche settimana fa vi avevo mostrato su Facebook.
Si tratta di un gelo di arancia, ispirato al suo gemello estivo, di qualche mese fa.
Il procedimento è semplicissimo e il risultato è ultra-light, ma anche molto soddisfacente, grazie alle scaglie di cioccolato [rigorosamente extra-dark], la dolcezza delle arance in questa stagione e l'aroma di cannella.
Eccovi la ricetta. (:


GELO DI ARANCIA CON CIOCCOLATO FONDENTE

Ingredienti
500 ml di spremuta d'arancia
100 ml di acqua
100 g di zucchero [io l'ho omesso, ma va un po' a gusti: potete anche aumentare la dose, magari fino a 200 g]
50 g di maizena
cannella macinata [facoltativa]

cioccolato fondente [dal 70% in su]

Procedimento
Scaldare in un pentolino abbastanza capiente 1/3 del liquido totale [spremuta + acqua]. Sciogliervi lo zucchero e la maizena. Aggiungere i liquidi restanti e la cannella. Cuocere finché il composto non si sia raddensato, come una sorta di budino.
Dividere negli stampi singoli e lasciar raffreddare per 3-4 ore.
Spolverare con scaglie di cioccolato fondente.


Spero di riuscire ad aggiornare di nuovo presto.
Per il momento vi auguro un buon finesettimana, alla prossima. (: