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mercoledì 25 giugno 2014

Villa e Palazzo Aminta, Stresa.

Ma il blog?
Ma non scrivi più?
Ma ora cucini e basta?
Quando mi fai trovare un tuo nuovo post? Ho voglia di leggerti.

Lo so, avete ragione, spesso manca anche a me scrivere, fotografare, sfornare dolci tutto il giorno come Agatha di The Grand Budapest Hotel. Ed è per questo che, quando settimana scorsa mi hanno avvertita che il blog era sparito dal web, sono andata vagamente nel panico: mi piace pensare che questo spazio esista a prescindere da quello che accade al di qua dello schermo, come una sorta di casa sull'albero nella quale io possa arrampicarmi all'occorrenza, dove trovare la giusta dose di ricordi, riassemblare me stessa, lasciar respirare i pensieri.
Per fortuna poi è arrivata La Snob, a riassestarmi la casetta virtuale tramite WhatsApp, fra uno screenshot e l'altro.
Il nuovo indirizzo è www.food-t.co, insomma, segnatevelo, ché mi piace avervi qui.

A proposito dei vari e frequenti "Ma ora cucini e basta?", "Ma esci mai da quel ristorante?", "Però stai diventando monotematica, sempre a parlare del tuo lavoro...", ebbene, che posso dirvi? Ovviamente, no, non cucino e basta.
Ad esempio, capitano giornate così.

L'interno del ristorante "Il Calamondino"
Spotted: scottatura da forno
La struttura, la piscina, le lanterne, La Snob ed io che le ce la raccontiamo sui lettini.

Un venerdì come tanti, in cui anziché indossare la mia giacca da cuoca mi sono infilata abitino e sandali per trascorrere una splendida giornata al Villa e Palazzo Aminta di Stresa.
Una vista indescrivibile sul Golfo delle Isole Borromeo, giardini lussureggianti, due ristoranti, piscina e SPA, tutto all'altezza della prestigiosa catena internazionale "The Leading Hotels of the World": potrei fermarmi qui, e avreste già capito tutto.






A riguardare le foto [scattate da Lorenzo Lucca e da Elisa Piemontesi, Alpen Rose] non desidererei altro che tornare negli spazi della SPA a farmi massaggiare le spalle e il viso con tutte quelle cremine fantastiche [ogni tanto comprendo perché il resto della popolazione femminile trascorre ore a scegliere idratanti per la pelle... ogni tanto, per il resto del tempo continuo a trascorrere le mie ore a scegliere padelle o formati di pasta], stare a mollo nella Jacuzzi fra un bagno turco e l'altro, provare tutte le docce cromatiche e aromatizzate, farmi i selfie con La Snob.

Se c'è un particolare che mi ha subito incuriosita quando Stefano mi ha raccontato di questo evento, è stata l'idea di lasciar defluire il benessere infuso dalla permanenza ne "La Grotta" [ovvero la SPA] anche al di fuori delle sue pareti e delle sue porte dorate. Come? Tramite il cibo.
Così è stato ideato e creato "Il Calamondino", il ristorante wellness della Villa Aminta, per offrire all'ospite un'esperienza di benessere e piacere a 360°.






[Ciao, mi chiamo Agnese, faccio la cuoca eppure vado a rompere le scatole agli altri cuochi mentre stanno lavorando, ciao.]


Il mio cuore di mangiatrice seriale di frutta & verdura ha sobbalzato per l'entusiasmo, quando ha avvistato il rigoglioso buffet del pranzo: una distesa di verdurine, cereali, legumi, frutta, carpacci e tartare di carne e pesce, shottini di avocado, condimenti leggeri a base di spezie, semi oleosi, yogurt.
Il tutto presentato con estrema cura e gusto estetico.

Dopo una terribile giornata trascorsa a bordo piscina, con giretto ossigenante sulle Isole tramite battello privato, ci è toccato un perfetto aperitivo allestito attorno alla piscina: una distesa di finger food, il cocktail "Calamondino", creato appositamente per l'evento, chiacchiere con gli altri ospiti, pettegolezzi da Twitter con La Snob, qualche prepotente déjà vu nascosto dentro ai gusci delle ostriche.




Parliamo della cena, di un crepuscolo da togliere il fiato, dell'andare dal cuoco e chiedergli "Vorrei uno scampo, per favore... no, non quello, quell'altro, ecco, sì, grazie", fartelo grigliare e poi vederlo adagiato sul tuo bel piattino [ho scritto scampo, ma poteva essere qualsiasi altro crostaceo, pesce o taglio di carne], della proposta wellness sempre presente e allettante, ma impreziosita da qualche piccolo sgarro [mi hanno raccontato di foie gras - accompagnato da pan brioche croccante, chutney di mango, confettura di fragole e rabarbaro, composta di pesche - e di un luculliano carrello dei dolci, mi hanno raccontato...].




Una giornata di completo relax, un luogo incantevole, un'organizzazione e una gestione impeccabili. In due parole: Villa Aminta.

[Incredibilmente sono riuscita a concentrarmi su un solo argomento, mentre avrei voluto divagare per righe e righe riguardo La Snob, i suoi capelli verdi, i suoi microdermal alla nuca, il suo essere adorabile. Poi, be', prima o poi vi racconterò anche di tutto il resto che sto vivendo. Prima o poi lo faccio, davvero, appena quest'ansia di vivere - e di viverti - si placa un attimo, giusto il tempo per ticchettare qualche frase al pc.]

lunedì 4 novembre 2013

Clafoutis di melanzane e pomodorini. | I am the bones you couldn’t break.

Se ho imparato una cosa, in questi pochi anni, è che creare comporta sempre un mutamento interiore, a prescindere dal risultato.
C'è questo grigio insostenibile, e io combatto la mia personale battaglia per conquistare il Sole nel modo a me più familiare: cucinando. A volte, bisogna tenersi in vita un po' da soli, e creare è il modo più immediato di r-esistere [e cucinare è, per me, il modo più immediato di creare].
La mia insofferenza ieri ha prodotto questo clafoutis di verdure, mi ha fatto guardare un film in lingua originale, leggere un libro, andare al lavoro, allenarmi per un'ora e mezza in palestra dopo aver staccato, programmare un oggi a base di mostre e cinema. E la vostra?



Per riportare indietro un po' di estate, si pescano dal frigorifero le ultime melanzane, qualche pomodorino sfuggito alla pasta del pranzo precedente e si inforna tutto, sommergendolo con una soffice pastella gialla. Qualche fogliolina di origano, timo e maggiorana e scaglie di pecorino, che si scioglieranno a contatto con la superficie calda, completano questa sorta di sformato, cremoso, ma consistente, ottimo a tutte le temperature. 
Ah, la ricetta è ispirata da questa meraviglia qui, della cara Ross [la ragazza ha appena pubblicato un libro, lo sapevate?]: ho semplicemente sostituito la panna con il latte, aggiunto un po' di pecorino, dei pomodorini e un po' di profumo verde. 



CLAFOUTIS DI MELANZANE E POMODORINI

Ingredienti
250 ml di latte [vegetale, nel caso siate intolleranti]
3 uova fresche
70 g di farina 00
30 g di pecorino + q.b. per la superficie
sale&pepe
aromi a scelta

una melanzana grande
6-7 pomodorini

olio evo q.b.
uno spicchio d'aglio

Procedimento
Lavate le melanzane e tagliatele a cubetti. Fatele appassire in padella con un filo d'olio e lo spicchio d'aglio schiacciato, in camicia [per non aggiungere troppi grassi, potete diluire l'olio con dell'acqua]. Salate a piacimento.

Preriscaldate il forno a 180°C.

Separate i tuorli dagli albumi. Mescolate i primi al latte, con la farina e il pecorino grattugiato, pepate.
Montate a neve i bianchi e incorporateli delicatamente agli altri ingredienti. 

In una pirofila, distribuite 1/3 delle melanzane [foderate con la carta forno, oppure ungete leggermente fondo e lati]. Ricoprite con la pastella e terminate con le melanzane rimaste. Affettate in quattro i pomodorini e disponeteli sulla superficie del clafoutis.
Infornate per 20-30 minuti. Quando è ben rassodato, sfornate e cospargete immediatamente la superficie con dell'altro pecorino. 
Prima di servire, aggiungete qualche erba aromatica [mettendole a crude eviterete la nota amarognola che acquistano in cottura].


venerdì 27 settembre 2013

Grape pie | Settembre, ancora una volta

19 settembre 2010. Crumble di uva. Prima ricetta pubblicata su Food Therapy.
Un post senza foto, imbarazzato e indeciso come solo nelle migliori occasioni so essere.
Sono trascorsi tre anni, centonovantasei post, non so quanti "adesso lo chiudo", mesi di pausa, settimane di cucina forsennata, amicizie create, punti di riferimento in ogni parte d'Italia, e non solo, occasioni lavorative, lavori abbandonati, piatti cucinati per la famiglia e per gli amici, pasti a due improvvisati, pastasciutte della mezzanotte mangiate dalla padella e pancakes delle colazioni nel primo pomeriggio, ore con forno e stereo accesi, giornate a farmi insegnare a tenere in mano una reflex da Marta, anni a discutere col cibo senza arrendermi a lasciarlo fuori dalla mia vita, cercando sempre di mantenere vivo questo rapporto assurdo, affettando mele su un tagliere, fondendo cioccolato, separando tuorli e albumi.

Tre anni. Occupo uno spazio nel web da tre anni. Riempio il web di miei fotografie e di mie parole da tre anni. Mi fa un po' impressione.
Eppure, dopo la consueta manciata di settimane di pausa, eccomi di nuovo qui a scrivere, a spostare il tavolo per cercare un po' luce, a montare il gancio giusto al Kitchen Aid, ad attendere, appollaiata sul tavolo della cucina, di fianco al forno, il trillo del timer, con lo smartphone in mano e tre conversazioni di Whatsapp aperte, a fare, senza pensarci troppo.
Ogni volta che mi chiedo il perché di questo blog mi fermo, ogni volta che penso a quanti mi leggono, ogni volta che mi ritrovo una mail di un lettore nella casella, ogni volta che qualcuno mi chiede "Ehi, ma tu sei quella del blog?". Ogni volta che percepisco il pubblico, ogni volta che mi sento in dovere di spiegare, giustificare, dimostrare.
E, invece, a volte, è così bello ritrovare la spontaneità di quando accendevo il forno perché, semplicemente, avevo voglia di torta.

Ho preparato questo pie senza nemmeno considerare Food Therapy. Dopo pochi giorni l'ho rifatto, e l'ho fotografato, perché ho pensato che meritasse di comparire in questa sorta di ricettario virtuale. Aprendo Food Therapy, mi è venuta voglia di andare a ripescare il primo post: settembre, uva.
A volte sembriamo così diversi da come eravamo. Altre volte, invece, ci ritroviamo identici.



Questa è la formula delle torte che preferisco: farina integrale, poco zucchero grezzo di canna, frutta, una cascata di frutta. Sapori netti e decisi, che non te la raccontano con etti di burro e zuccheri raffinati. Qualche noce tritata al coltello e una spolverata di cannella, per non annoiarsi troppo in fretta.

Sono giorni strani, frenetici, sono appena tornata da Roma, e ci tornerò presto, e poi partirò ancora. Ho un nuovo lavoro, ma nessuna voglia di fermarmi.
Il cambio di stagione mi mette fame, di vita, soprattutto.


 GRAPE PIE con farina integrale, noci e cannella

Ingredienti
100 g di farina 0
200 g di farina integrale
50 g di noci tritate finemente [farina]
100-150 g di zucchero grezzo di canna
2 uova
80 g di burro
un pizzico di sale

uva

80-100 g di noci
un cucchiaio di maizena
cannella
zucchero di canna, q.b.

Procedimento
Unite nel mixer [o impastatrice, ma si può tranquillamente fare a mano, basta non averle troppo calde] tutti gli ingredienti. Azionate fino a ottenere un impasto omogeneo [se necessario, aggiungete qualche cucchiaio d'acqua].
Riponete la pasta in frigo.

Mondate l'uva, asciugatela bene, mescolatela, in una ciotola, alle noci tritate [non troppo finemente], la cannella, la maizena, qualche cucchiaio di zucchero se non è abbastanza dolce.

Accendete il forno a 180°C.
Ungete e infarinate [o inzuccherate] uno stampo a cerniera [il mio aveva un diametro di 22 cm].

Stendete 2/3 dell'impasto in una sfoglia sottile circa mezzo cm [utilizzate due fogli di carta forno per non aggiungere ulteriore farina, che asciugherebbe eccessivamente la pasta, già povera di grassi], rivestite lo stampo. Versate l'uva nel guscio. Stendete l'impasto rimanente, e coprite il pie.
Praticate le classiche incisioni in modo da lasciar fuoriuscire il vapore della frutta in cottura. Spolverate con lo zucchero.

Infornate per 45-50 minuti. 





giovedì 7 marzo 2013

Banana pancakes | For the love of breakfast

Sono ormai quasi due mesi che mi sono trasferita qui, a Modena, e settimana prossima sarà il turno di un nuovo trasloco.
Ho trovato il mio bucolocale, la mia mansardina con soffitto di travi in legno e finestre vista tetti, la mia libreria da riempire con i miei libri, la mia cucina eufemisticamente essenziale, persino senza forno [ma chi se ne importa, in qualche modo si farà], con un lavandino da far traboccare di tazze con fondi di caffè e cucchiaini sporchi di yogurt, i miei pochi mq in cui mantenere in ordine il mio disordine.
Non realizzo ancora bene il concetto "casa mia", ma non vedo l'ora di andare a viverci.



Mi sarebbe però dispiaciuto non lasciare traccia di quella che è stata la "casa di transizione", che mi ha ospitata in queste prime settimane modenesi, fra le pagine di Food Therapy.
Sono sicura di aver già sviscerato il mio amore profondo e fedele nei confronti della colazione che, anche vivendo da sola, è rimasta un appuntamento importante, nonostante mi siano mancati prodotti da forno homemade [casa di transizione, dicevo poco sopra, immaginate l'attrezzatura da cucina disponibile, sorvolando, poi, sul forno impossibile da accendere, dato che farebbe saltare la corrente].
Questi pancakes sono stati davvero una rivelazione. [In rete circolano già da un po', io li avevo visti da Stefania qualche tempo fa]. Perfetti per una colazione da favola, non necessitano una dispensa fornitissima, un frigo straripante, e nemmeno il possesso dell'intero catalogo Kitchen Aid. La classica ricetta, insomma, che nei manuali di cucina indirizzerebbero a single, workaholics senza tempo per spesa&fornelli o professionisti in pigrizia.
Bastano due ingredienti: una banana [magari proprio l'ultima rimasta, ormai in fase di mummificazione] e un uovo.
Il risultato? Pancakes.


Dimenticatevi merendine confezionate o il solito yogurt con i cereali: questi pancakes sono velocissimi da preparare e leggerissimi [1 uovo + 1 banana = meno di 200 kcal, giusto per dire], oltre a costituire una colazione equilibrata e sana: proteine, zuccheri, fibre, vitamine, potassio e molto altro.


Sono eccezionali già al naturale [soprattutto se la banana è ben matura], ma volendo si possono declinare in varianti più golose:

- fragole fresche [o confettura di fragole, o coulis di fragole, come quello che trovate qui, o fragole disidratate mescolate alla pastella]
- cioccolato [a pezzi dell'impasto, fuso, tritato grossolanamente e lasciato cadere sulla pila di pancakes]
- sciroppo d'acero o miele [a pioggia]
- una spolverata di cannella [spolverata, o kg, dipende quanto ne siete addicted]
- burro e zucchero di canna [che languidamente si fondono sulla superficie dell'ultimo pancake]
- ogni genere di frutta secca
- Nutella [un evergreen]

Breakfast lovers, vi ho convinti a provarli?


BANANA PANCAKES [per due persone]

Ingredienti
2 banane medie, ben mature
2 uova

Procedimento
In una ciotola, schiacciare le banane con la forchetta [non frullarla, altrimenti la ricetta non funziona!]. Aggiungere poi le uova, mescolando bene.
Scaldare un padellino antiaderente [volendo, si può ungere con un po' di burro].
Versare un'adeguata quantità di pastella. Aspettare finché la superficie non si sia ricoperta di bolle e asciugata, quindi, girare il pancake. Terminare la cottura [ci vorranno circa 3-4 minuti in totale].


Photo: thanks to Marta Rizzato and her gorgeous 35mm.


... siamo delle persone serie, sì.

giovedì 13 dicembre 2012

Agende alla mano

Dicembre è arrivato, con il suo carico di impegni e festività da rincorrere.
Food Therapy è un po' in letargo, in parte perché ho ricominciato a lavorare [la tradizione del periodo natalizio in libreria prosegue], in parte per l'ispirazione culinaria leggermente congelata. Continuo comunque ad affaccendarmi fra sperimentazioni e fotografia, se vi va di sapere quello che combino quotidianamente potete seguirmi sulla pagina Fb del blog. (:
Fatta questa prima premessa, stasera vi scrivo per raccontarvi di due appuntamenti da non perdere, riguardanti questo mese.

Il primo è l'ormai famoso [qui alcuni messaggi lasciati l'anno scorso] #leaveamessage, che si terrà fra pochissimi giorni, il 14 dicembre.
L'idea è di  "Ma che davvero?", ma sono moltissimi i blog che parteciperanno. Io, ovviamente, non mi tiro indietro.



Di che cosa si tratta?
Il 14 dicembre, prendete un fogliettino [potete anche stampare i biglietti "ufficiali", trovate tutto qui] e scriveteci sopra qualcosa di Bello, di divertente, di poetico, di positivo, di allegro, la vostra canzone preferita, il passo del libro che rileggete più spesso, il dialogo di un film particolarmente significativo. Qualcosa che vi piacerebbe leggere, insomma. Lasciate poi il biglietto in un luogo ad alto rischio di ritrovamento accidentale: su un mezzo pubblico, nell'armadietto della palestra, fra le bustine di zucchero di un bar, fra le pagine di un libro in una libreria, nella tasca di un paio di jeans super scontati in un negozio di abbigliamento. Qualcuno lo troverà, leggerà le vostre parole e, si spera, prenderà la giornata in un altro modo, sarà un po' più gentile col barista indaffarato fra mille cappuccini, sorriderà alla segretaria leggermente in ritardo, riuscirà a fare dieci minuti in più di corsa sul tapis roulant, avrà l'ispirazione per cucinare qualcosa di meglio del solito piatto riscaldato nel micro.

Share the love.
Siete social-dotati, venerdì dimostratelo: twittate [#leaveamessage] luogo e messaggio, instagrammate la vostra contorta grafia, condividete l'iniziativa su Facebook. E lo stesso qualora siate così fortunati da trovare un bigliettino: ringraziate pubblicamente.

Fa doppiamente bene.
Sì, perché quest'anno #leaveamessage sostiene l'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. Non solo circoleranno biglietti su biglietti all'interno dei suoi reparti, infatti, ma sarà anche possibile fare una donazione a sostegno della Fondazione Meyer. Per tutte le info, vi rimando da lei, che sicuramente sa essere più precisa ed esaustiva di me.

Nulla di impossibile, quindi: perché no? (;

Il secondo evento che vorrei segnalarvi è organizzato dai Menestrelli di Jorvik [quell'associazione culturale della quale mi ostino a parlarvi, quelli che pubblicano Arabica Fenice, insomma, il bimestrale sul quale, ogni tanto, ho il piacere di scrivere] in collaborazione con Esprit de Provence e -attenzione, attenzione- Food Therapy.


Cosa ci siamo inventati?
Una serata di racconti, sorsi di tè e assaggi di dolci, il tutto di primissima qualità: i Menestrelli narreranno le loro storie ispirate alla bevanda protagonista, l'Esprit de Provence offrirà i profumi e gli aromi dei suoi tè pregiati e inusuali, Food Therapy preparerà biscottini da sgranocchiare e torte da sbocconcellare, come accompagnamento ai tè e ai racconti.

Quando?
Il 27 dicembre, ore 21.00.

Dove?
Al Meltin' Pop di Arona, in via Roma 78/80.

Maggiori informazioni le potete trovare sulla pagina Fb dedicata all'evento, dove potrete inoltre segnalarci la vostra partecipazione.

Vi aspettiamo (:

martedì 27 novembre 2012

Lasciare che gli altri siano la propria ispirazione

Ways to stay creative.
Pensare. Riflettere. Rigirarsi le idee nella mente, finché non trovano il giusto incastro.
Divorare libri. Fagocitare musica. Consumarsi gli occhi con i film.
Mantenersi in vita. Perché non è semplice, rimanere vivi. Bisogna continuamente richiamarsi, rimanere vigili, svegliarsi al mattino con il pensiero: "Oggi devo vivere".
Uscire di casa. Buttarsi fuori di casa, quando necessario.
Camminare. Correre. Essere famelici anche quando si respira.
Mantenere in moto il cervello. Far sudare i neuroni.
Ascoltare. Guardare. Annusare. Toccare. Assaggiare.
Dare la caccia alla Bellezza. Perché è l'unica a poter salvare il mondo, è l'unica a poterci salvare.
Persone. Trovarle e lasciarsi trovare. Ascoltarle. Raccontarsi. Le Persone sono la chiave, sempre.


Parlo di Persone e di ispirazione perché questa ricetta è nata, come tante altre, dall'idea accesa da una preparazione di qualcun altro.
A volte bisogna lasciare che gli altri siano la propria ispirazione.
Credo non ci sia bisogno di presentarvi Marcello, dato che con la sua bravura ha conquistato tutta la blogosfera.
Marcello ed io ci siamo conosciuti mesi fa, parlando di paure, mele e cannella. Ci teniamo compagnia durante le nostre notti bianche, quando gli unici che ancora sfogliano pagine web, alla ricerca del prossimo dolce da sfornare, siamo noi.
La torta di oggi la devo a questa sua meraviglia, mia fonte di ispirazione di qualche giorno fa.
E' bastato aprire il mobiletto dei té, quello dove ho stipato decine e decine di scatole contenenti foglie di ogni aroma, perché la lista degli ingredienti mi si disegnasse nella mente.
Il risultato è un impasto soffice e leggero, grazie alla sostituzione del burro/olio con la ricotta [ma, fra parentesi, trovate anche le dosi per la versione meno light, per chi volesse qualcosa di un po' più gustoso ;) ].
La nota più particolare è conferita dal té che ho scelto di utilizzare, un rooibos. Il suo aroma dolce, di mandorla e vaniglia, penetra tutto l'impasto, rendendolo davvero speciale. Due parole su questo té? Definirlo tale è improprio, dato che in realtà si tratta delle foglie di una pianta che cresce esclusivamente in Sud Africa, conosciuta anche come Red Bush, grazie alla caratteristica sfumatura rossastra delle foglie e dell'infuso che se ne ricava. E' inoltre privo di teina e questo lo rende davvero adatto a tutti.


Io l'ho acquistato dalla mia spacciatrice di té preferita: Valerie dell'Esprit de Provence, ad Arona. Da lei potete trovare delle vere e proprie chicche: i pregiati té di Le Palais des Thés, spezie di ogni tipo, marmellate e confetture di altissima qualità [come quella ai petali di rosa che avevo utilizzato per i macarons], le bellissime scatole di Derrière La Porte, saponi di marsiglia profumati, sablèes e biscotti bretoni, idee regalo di ogni tipo [Natale, mi leggi?]. Se per caso capitaste sulle rive del Lago Maggiore, quindi, vi consiglio di andare a dare una sbirciatina al suo angolo di Provenza, incastonato in una delle rughe del corso [via Cesare Battisti, 13 - Arona - NO]. In ogni caso, vi consiglio di tenervi aggiornati seguendo la sua pagina Fb, dato che voci indiscrete mi hanno detto di un servizio e-commerce in avviamento.
Forse, forse è giunto il momento della ricetta, che dite?


ROOIBOS TEA CAKE

Ingredienti
200 g di farina 00 + 50 g di fecola [oppure 250 g di farina]
120 g di zucchero
120 g di ricotta [oppure 120 g di burro o olio]
2 uova
150 ml di latte intero
6 g di lievito per dolci
un pizzico di sale

due cucchiai di rooIbos in foglie [oppure altro té -nel caso l'abbiate in bustine, ne occorrono due]

Procedimento
Scaldare il latte, senza farlo bollire, e lasciarvi in infusione le foglie di té.
Accendere il forno sui 160°C.
Nel frattempo, lavorare le uova con lo zucchero, fino a ottenere un composto molto chiaro [il volume dovrebbe essere circa triplicato].
Aggiungere la ricotta, mescolando delicatamente dall'alto verso il basso. Setacciare le polveri e mescolarle all'impasto, insieme al pizzico di sale. Infine, filtrare il latte e versarlo a filo.
Utilizzare uno stampo imburrato e infarinato [18 cm di diametro, il mio, ma potete anche sceglierlo più largo] e cuocere la torta per 45-50 minuti [prova stecchino].

- la cottura a bassa temperatura garantisce una maggiore morbidezza all'impasto
- nel caso la superficie si scurisca troppo, coprirla con un foglio di alluminio
- quelle che vedete sulla torta sono foglie di té, più una scelta estetica che un'esigenza gustativa ;)


lunedì 12 novembre 2012

Satisfaction is the new dessert

Domenica, ore 13.30. Piove, fa freddo, la riproduzione casuale dell'iPod suggerisce canzoni deprimenti, la macchina si appanna, non vuole scaldarsi, c'è traffico.
Ovviamente, sono in ritardo.
Ho dieci minuti -contati- per fare la spesa, e ne passo più della metà a insultare mentalmente i sacchetti di plastica del reparto ortofrutta: possibile che qualcuno non abbia ancora inventato un metodo efficace e rapido per aprire quelle buste poco collaborative?
C'è anche coda alle casse. Meglio, ho tutto il tempo di farmi sommergere dalla sensazione di aver dimenticato qualcosa. Certo, ho fatto la lista della spesa. Peccato l'abbia dimenticata in macchina.
Grazie, arrivederci, quanto ti odio sacchetto in mater bi, almeno facciano le scatole dagli angoli smussati, che poi sono così belli, però mai come gli spigoli, gli spigoli battono tutti gli angoli smussati, soprattutto nel lacerare i sacchetti di mater bi.
[Non vado d'accordo con i sacchetti in generale, sembrerebbe. Qualcuno direbbe che ho difficoltà a tenere unite le diverse parti, a contenerle, a trasportarle senza disperderle.]
Pioggia, freddo e traffico persistono anche dopo la spesa lampo. Anche l'iPod continua la sua accurata scelta. Canticchio ferma a un semaforo.
Le rose lisergiche, le sere a sbranarsi, con me non devi essere niente, non ti preoccupare, che tornino a scoppiare, ma dal ridere, a crepare, ma dal ridere, addio, aspettami, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica, portami a vederle.
Mi arriva un sms e penso che ogni tanto è davvero molto rassicurante non essere l'unica in ritardo.
Il semaforo diventa verde, tocca ai Nirvana e io riparto senza ascoltare la canzone, distratta dal ricordo di "Venuto al mondo", guardato l'altra sera. Cosa devono aver vissuto certe persone, per scrivere libri del genere, mi chiedo. Penso a quei capelli striati di rosso. Penso a come si distruggano vite, alla ricerca di qualcosa. Penso a come ci si distrugga, amandosi disperatamente.
[Intanto, faccio scorrere avanti e indietro la barretta del piercing al trago fatto ieri. Non guarirà mai, se continuo a giocarci, lo so. Forse lo faccio apposta.]
Penso a Camus, all'Assurdo, a noi uomini, all'ironia, all'ironia della vita, alla vita.
Interrompo il flusso di ragionamenti, ridendo di me stessa. La vita, la vita, siamo tutti dei grandi filosofi, sì, certo. 
Sto per parcheggiare, quando inizia Just like heaven. Tolgo la freccia, decido di fare un altro giro dell'isolato, per ascoltare la canzone.
Show me, show me, show me. You, lost and lonely. Dancing in the deepest oceans. Twisting in the water.
Le canzoni non hanno bisogno di persone, a volte.
Alla fine, fermo la macchina e mi decido a scendere.

Alessandro è già lì ad aspettarmi. Mentre attendiamo Marco, scarichiamo le nostre attrezzature.
Da una macchina rossa escono teglie, utensili da cucina, farine, zucchero, uova, dall'altra vettura, luci, cavalletto, zaini e borse contenenti strane cose che noi dilettanti nemmeno sappiamo identificare.
Il tempo di scambiarsi qualche particolare della propria vita [i classici chi sei-cosa fai-dove vai] e arriva anche Marco, che ci apre il locale.
I bar, da chiusi, hanno sempre il loro fascino particolare. I tavoli se ne stanno addossati alle pareti, le sedie ammucchiate l'una sull'altra, il silenzio è irreale, le sale sono vuote. Trovi una bottiglia di birra su un davanzale, dimenticata dalla sera precedente.
Io inizio ad accendere il forno, mentre Alessandro sistema il set.
Mettiamo la musica, ci facciamo un caffè.
E poi si inizia.

Okay, Agnese, questa è semplice: devi solo separare i tuorli dagli albumi. 
...
No, non è semplice. Perché non è la tua cucina, ci sono queste luci professionali, c'è Alessandro che continua a scattare foto alle tue mani. E non è che tu ami particolarmente stare davanti all'obiettivo.

Dopo un po', però, mi dimentico dei clic dell'otturatore, delle luci e del resto. Chiacchieriamo, ridiamo del disordine che creo attorno a me mentre cucino, litighiamo con la planetaria che non vuole montare gli albumi, ci meravigliamo per la bellezza della meringa, schizziamo panna ovunque, spargiamo chicchi di melograno per tutto il locale, rimaniamo in attesa davanti al forno, incrociando tutte le dita che si possono immaginare, perché io la pavlova non l'ho mai fatta.
Mentre la meringa cuoce preparo una torta di mele. Alla fine, c'è profumo di torta anche nel nostro bar preferito.

Sforno la meringa. Sembra essere riuscita. Rimango sinceramente sorpresa, ma lo maschero bene.
Monto il dolce, sotto gli occhi di Alessandro e di Marta.
Lo styling, questa volta, è un po' improvvisato. Oggi è una prova, più o meno.
Fa comunque un certo effetto vedere il proprio dolce al centro di un set fotografico professionale.
Io e la piccola Canon assistiamo un po' intimorite allo shooting, azzardandoci a fare qualche foto sul finale, quando la panna inizia a cedere e i chicchi di melograno sono scivolati giù per i fianchi della pavlova.
[Qui, la mia incompetenza immortalata da Marta]

Ritiriamo tutto, tentando di ridare dignità alla cucina. Il locale apre, entrano visi più o meno noti, e io li osservo dalla cucina. Cambiano le prospettive, a volte.
Smontato il set, si affettano e si servono i dolci.

Lo sapete, io sono una di quelle che cucina, ma non mangia. Eppure, me lo godo tutto, quel momento, mettendo temporaneamente a tacere ogni "ma" e ogni "avrei potuto".
Soddisfazione, la chiamano così. E non è male. Non è affatto male.

Il dietro le quinte di questo racconto -come sempre- assurdo e irrazionale?
Alessandro Avondo è fotografo. Dopo aver scoperto Food Therapy, mi ha chiesto se avessi voglia di collaborare con lui per qualche servizio di food photography. Gli serviva, insomma, qualcuno che prestasse i suoi dolci [ma non solo] all'obiettivo della sua macchina fotografica. Occasione migliore, per me, non poteva presentarsi.
Oggi, dunque, abbiamo testato l'affinità, con una pavlova e una torta di mele.
Quelle che vedete nel post sono le foto "rubate" dal set, ma vi mostrerò anche quelle ufficiali [giusto per notare la trascurabile differenza].

Thanks to.
Marco e tutto lo staff del Meltin' Pop di Arona, che ha sopportato -e supportato- la nostra invasione.

Pavlova. What?
Questo dolce di origini australiane, deve il suo nome [davvero incantevole: non suona benissimo "pa-vlo-va"? Sembra la panna che cade a cucchiaiate nel guscio di meringa, e fa "pa-vlo-va".] a una ballerina, tale Anna Pavlova [ecco, chissà se la signorina in questione sarebbe stata felice del mio accostare il suo nome a della panna montata], in onore della quale venne ideato, nel 1926.
Trattasi di un guscio di meringa che raccoglie una nuvola di panna montata, sormontata da una pioggia di frutta fresca. Un efficace gioco di contrasti che si articola fra la dolcezza croccante della meringa, la cremosità avvolgente della panna non zuccherata e la freschezza acidula della frutta.
In più, è semplicissima da preparare.
[Per provarla, non aspettate anni come la sottoscritta, insomma.]

La meringa
Parlo della meringa prima di descrivere il procedimento per la pavlova, dato che è la parte più insidiosa e merita qualche attenzione in più.
  • la tecnica è quella della meringa francese, che prevede il doppio del peso degli albumi in zucchero [lo zucchero può essere anche quello semolato, ma è da preferire quello a velo, almeno per il 50%], il tutto montato molto a lungo [si va dai 10 ai 20-30 minuti]
  • al composto originale vengono aggiunti cremor tartaro e amido di mais [o equivalenti], per stabilizzare il composto
  • gli albumi sono da preferire vecchi di qualche giorno e a temperatura ambiente
  • cottura: solitamente, il metodo migliore è quello di una cottura a bassissima temperatura [anche 50-60 gradi] per un tempo molto lungo [tre ore + raffreddamento in forno spento e chiuso per anche una notte], tuttavia si può arrivare anche a temperature leggermente elevate [120 gradi] e tempi relativamente brevi [un'ora e mezza];
    Per quanto riguarda la pavlova, la meringa non deve risultare completamente "asciugata" [infatti, più che una cottura quella della meringa classica si può definire un'asciugatura]: a un esterno croccante e friabile deve abbinarsi un interno ancora soffice e morbido. 

POMEGRANATE PAVLOVA 

Ingredienti 

Per la meringa

4 albumi [150 g]
150 g di zucchero semolato
150 g di zucchero a velo
un pizzico di sale
mezzo cucchiaino di cremor tartaro
un cucchiaio di amido di mais

250-300 ml di panna fresca da montare

2 melograni grandi

Procedimento

Preriscaldare il forno a 100°C.

Per la meringa: nella planetaria, o con uno sbattitore elettrico, iniziare a montare le chiare d'uovo con un pizzico di sale. Quando gli albumi iniziano ad essere piuttosto sodi, aggiungere in più riprese i due tipi di zucchero, l'amido e il cremor tartaro. Continuare a montare la meringa finché il composto non risulti stabile e lucido [esattamente come mostra questo post di Sigrid].
Distribuire la meringa su una teglia foderata da carta forno. Creare una forma circolare e scavarla al centro, in modo che possa contenere la panna. Infornare per un'ora e mezza circa [sarà pronta quando si staccherà senza difficoltà dalla carta forno]. Lasciare raffreddare nel forno spento, quanto più tempo possibile [sarebbe perfetto preparare il guscio il giorno, o la sera, prima].

Pulire i melograni e montare la panna.
Assemblare il dolce, ponendo sul piatto di portata la base di meringa raffreddata, ricoprendola di panna e distribuendoci sopra i chicchi di melograno.
Servire subito.


Qui sono le 3 passate e io ho farneticato per mezz'ora riguardo una domenica e una pavlova. Ottimo.
Mi riprometto sempre di pubblicare a orari più decenti, ma evidentemente non sono capace.
Lo mettiamo nella lista dei buoni propositi, sia mai che mi decida a sfoltirla un po', prima o poi.

Goodnight.

martedì 2 ottobre 2012

Madeleines | Here we are again, October.

Ottobre.
Di nuovo.
Fra poco è ancora una volta il 4.
Il mio ventesimo anno è stato talmente intenso.
Tortuoso. Immenso. Terribile. E magnifico.
[Lumen et umbra sumus. 
Sempre.]

Ricordare tutto, vorrei. Nulla all'oblio concedere.
Questa notte, è notte di madeleines.

Come sempre, le mie ricette sono una collazione di tutte quelle che raccolgo fra libri, web e blog.
La prima che vi propongo è decisamente classica: una madeleine chiara che profuma di miele, bastano pochi accorgimenti perché risulti perfettamente "ingobbita" ;)


MADELEINES AL MIELE

Ingredienti [per circa 16 madeleines]
75 g di farina
40 g di zucchero di canna
2 cucchiai di miele [il vostro preferito]
60 g di burro
1 uovo di grandi dimensioni
1/2 cucchiaino di lievito per dolci
sale

Procedimento
In un pentolino, sciogliere a fuoco dolce il burro con il miele. Intanto, montare le uova con lo zucchero, fino a ottenere una massa molto spumosa. Aggiungere il burro fuso insieme al miele, delicatamente per non smontare le uova. Setacciare le polveri e amalgamare tutto insieme a un pizzico di sale.
Lasciare raffreddare il composto in frigorifero per almeno un'ora [meglio tutta la notte, o diverse ore].
Preriscaldare il forno a 220°C.
Riempire con il composto ben freddo gli stampini, facendo attenzione a lasciare sufficiente spazio per la lievitazione [almeno 1/3].
Infornare e cuocere per 4 minuti. Abbassare la temperatura del forno a 200°C e proseguire la cottura per altri 4-6 minuti, fino a doratura.
Sfornare e lasciar stabilizzare le madeleines nei loro stampini, per almeno 5-10 minuti.

Accorgimenti
Tratto distintivo di questi piccoli dolci è la gobbetta sul dorso. Perché venga perfetta, è fondamentale lo sbalzo termico: far quindi raffreddare completamente il composto in frigo [assicurandosi che non prenda aria, coprirlo quindi con della pellicola o sigillare il contenitore] e cuocere seguendo le due fasi alle diverse temperature.


Meno classiche, ma forse più golose, le madeleines con il cuore di cioccolato fuso, tratte da "L'ABC del cioccolato", di Julie Andrieu [magari riparleremo di questo volumetto di 384 pagine, nella neonata rubrica libraria].
Questa volta, la ricetta è praticamente quasi del tutto copiata e incollata. Se c'è una cosa che apprezzo di Julie, infatti, è la sua precisione nel compilare le ricette: esatte fino all'ultimo grammo.


MADELEINES AU CHOCOLAT FONDANT [tra parentesi le dosi della ricetta originale]

Ingredienti [per 9 madeleines]
50 g di farina [30 g di farina + 20 g di farina di mandorle]
50 g di burro
2 uova intere
2 cucchiai colmi di cacao amaro di ottima qualità
55 g di zucchero [40 g di zucchero + una bustina di zucchero vanigliato]
1 cucchiaino raso di lievito per dolci
9 quadratini di cioccolato fondente

Procedimento
Preriscaldare il forno a 190°C.
Sbattere le uova con lo zucchero, aggiungere le polveri setacciate e il burro fuso.
Lasciare raffreddare il composto in frigorifero, come nella ricetta precedente.
Riempire gli stampini con un cucchiaio di impasto, porre nel centro un pezzo di cioccolato, ricoprire con altro impasto, fino a raggiungere i 2/3 delle cavità.
Infornare e cuore per 8 minuti.
Togliere dal forno e lasciare rassodare negli stampi per 5-10 minuti.
Mangiare le madeleines ancora tiepide, con il cioccolato che cola non appena le si addenta.

giovedì 27 settembre 2012

Contaminazioni librarie

Febbre e influenza hanno raggiunto anche le mie inesistenti difese immunitarie, così, in questo piovoso pomeriggio di fine settembre, ho preso Angie e la Piccola Canon [ché se non diamo dei nomi agli oggetti, qui, non siamo felici] e le ho costrette a strapparmi dalla noia.


In realtà, è da tempo che medito su un qualcosa del genere all'interno di Food Therapy. Almeno un annetto.
E oggi, a tre giorni dalla scadenza del contratto estivo in libreria [posso piangere? Posso disperarmi e sciogliermi in un laghetto di acqua salata?], ho pensato che, in fondo, avrei potuto continuare a fingermi una libraia qui, su queste pagine virtuali.
Ho il piacere di presentarvi, dunque, un nuovo angolo di Food Therapy dedicato ai libri. Ciò che leggo, gli ultimi acquisti, i libri che "abitano" il mio comodino perennemente e quelli che mi porto quotidianamente in borsa. Romanzi, saggi, i classici, libri di cucina, raccolte di racconti, tutto quello che la mia alimentazione onnivora d'ogni tipo di pagina comprende, insomma.

Giusto per sostenere questa ventata d'aria fresca, oggi iniziamo con gli ultimi acquisti. La scelta è piuttosto varia, sia per argomento che "mood" di lettura.


Diario italiano, di Sigrid Verbert

Ebbene sì, è arrivato. E' uscito dagli scatoloni, in libreria, e io l'ho subito puntato. Ho aspettato un po', però, a sfogliarlo. [Da qualche parte ho una coscienza che mi obbliga a riflettere sulla mole di libri di cucina che ormai possiedo, da qualche parte, lo giuro, c'è. Ehi, coscienza? Ehi? EHI? Niente, è già scomparsa, e vabbè, io ci ho provato.]

Il predecessore di questo volumotto è stato il primo libro di cucina acquistato dalla sottoscritta. Lo stile di Sigrid si riconosce nella cura riposta nella
grafica ordinata ed essenziale, nelle fotografie, nelle ricette, di spunto tradizionale ma svolgimento creativo.
Il libro descrive il viaggio di Sigrid per l'Italia. Diviso in tappe, dipinge perfettamente l'atmosfera di ogni zona, città, regione visitata. Sigrid sfrutta fotografie e racconti per riportare, al meglio, i sapori e la bellezza che ha saputo scovare, in ogni angolo del nostro Paese.

Segnalibri: zuppa di topinambur con crema di prezzemolo, fagottini ripieni di brasato al barolo, zuppa di lenticchie e castagne, pasta all'ossolana [gentilmente richiesta da qualcuno che infila foglietti nei miei libri di cucina...], gnocchi di carciofi con fave, asparagi e guanciale croccante, torta sarda di ricotta...


La ragazza delle arance, Jostein Gaarder

Jostein Gaarder mi ha tenuto compagnia quando ero un po' più piccola, lui e Roald Dahl sono stati fra gli autori che più ho amato, nel periodo elementari-medie. Grazie al consiglio di un'amica, ho ripreso in mano un suo libro, una decina di giorni fa. "La ragazza delle arance" è uno di quei libri che non appena li finisci invii subito un sms all'amica in questione: "Grazie". Bisognerebbe sempre ringraziare, per i bei libri [prestati, consigliati, scritti]. Gaarder fonde la filosofia [sempre presente, come da tradizione, ben intrecciata nella trama] con una storia romantica e poco prevedibile, che si dispiega dolcemente in uno dei suoi soliti meccanismi "a incastro", di cui alla fine, soltanto alla fine, riesci ad avere la visione completa.
Un inno alla vita, al carpe diem, all'amore "vivo", in un dialogo, anche un po' commovente, sì, fra padre e figlio. Ma niente picchi glicemici, luoghi comuni o frasi fatte.
Vita, semplice, pura, luminosissima vita.

Sottolineature: 
"Probabilmente non esiste nessuna intimità che possa competere con due sguardi che si incontrano con fermezza e decisione e che semplicemente rifiutano di lasciare la presa"
"Ho paura, Georg. Ho paura di sere come questa, quando non mi viene dato di vivere."


Lacrime e santi, Emil Cioran

Quella fra me e il signor Emil Cioran è la storia di un folgorante colpo di fulmine [avvenuto nel settore di filosofia della Feltrinelli in Centrale, a Milano, una sera, alla fine dell'ennesima giornata universitaria], sfociato in un amore appassionante e fedele, che non si è mai intiepidito dal primo incontro, quando mi corteggiò con i suoi "Sillogismi dell'amarezza", per poi conquistarmi irrimediabilmente con il suo esiziale "Al culmine della disperazione".
Questo volumetto [dal formato davvero comodo, fra l'altro, in borsa non lo senti nemmeno] mi è stato consigliato da un amico. I temi cardine del pensiero di Cioran sono ovvviamente presenti, affilati come sempre, ma davvero piacevoli sono le continue digressioni artistiche, musicali, filosofiche che l'autore compie senza posa, in un crescendo di riflessioni, confronti e annotazioni culturali.
Come descrivervi Cioran... mente quasi contemporanea [è morto nel 1995], stilla fino all'ultima goccia l'essenza dell'esistenzialismo e del nichilismo, animando le sue riflessione con l'ardore del più appassionato dei Romantici. Ma Cioran non è solo filosofia, è riflessione lucida e disillusa, assolutamente consapevole, sulla vita e sulla società, sull'uomo e sul suo animo. Il tutto racchiuso in una delle prose più piacevoli che abbia mai letto, sicura, scorrevole, leggera, puntuale.

Non so se si è capito, ma ve lo consiglio vivamente.

Sottolineature:[apro a caso, la scelta sarebbe troppo difficile]
"La paura è una morte di ogni istante."
"Avrò in me abbastanza musica da non scomparire mai?"
"Siamo condannati a salire una scala senza mai raggiungere l'ultimo gradino."


Di tutte le ricchezze, Stefano Benni


E' arrivato all'inizio di questa settimana, l'ultimo nato dalla penna di Stefano Benni. E' un altro di quegli autori ai quali sono affezionata, poiché i suoi libri mi hanno fatta crescere, in un certo senso. Il mio preferito rimarrà sempre [fino a nuovi aggiornamenti, sempre della serie "evviva la coerenza!] "Saltatempo", ma come dimenticare "Terra!", "Bar Sport" o "Margherita Dolcevita"?

Portato a casa ieri pomeriggio, l'ho iniziato stanotte. Appena stacco col pc vado a riprenderlo, vi saprò dire :)














Narciso e Boccadoro, Hermann Hesse


La bellezza di questa nuova edizione che Mondadori ha riservato all'opera di Hesse meritava la menzione qui. Cinquant'anni dalla morte di Hermann Hesse, sei, fra i suoi titoli, ripubblicati da Mondadori. 
Qui, tutti insieme.




















Ottimo. E' l'1.31 e direi che potremmo anche andare a dormire, o, come al solito, fingere almeno di andare a letto.
Angie vi saluta, come sempre ben accomodata sul dorso del mio naso, e vi rimanda alla prossima carrellata libresca.
A proposito, voi cosa ci raccontate? Ultime letture? Gli imperdibili? Consigli?
Qui siamo sempre pronti a sfogliare e immergerci in nuove pagine :)

Piesse: le foto sono un po' quello che sono, ma pioveva, era buio, avevo freddo e continuavo a starnutire. Sono perdonata?