Giugno, un'altra metamorfosi.
Cambiano le ore, le luci, le temperature, le correnti d'aria.
Dopo una breve pausa d'incertezza, ho iniziato a muovermi in una nuova, sconosciuta, cucina. Spazi minuscoli rispetto ai precedenti, organizzazione millimetrica, disciplina dell'ordine, precisione e severità, metodi di lavoro inediti ai quali devo plasmarmi, manualità da assorbire. C'è una nuova sala dove buttare lo sguardo di tanto in tanto: tavolini di legno scuro e rugoso, candele colanti, lo spazio dettato dalle casse di legno dei vini, buona musica sempre in sottofondo. Ci sono tardi e rilassati pasti del personale - chiacchierando di grandi chef, piatti e cucina, o di tutto il resto, la libreria dove ho lavorato si trova a due passi dal ristorante, per minare lo stipendio ogni mattina e anche il Lago è vicinissimo, a salutarmi dopo ogni fine e prima di ogni inizio.
Vorrei pensare al futuro con più leggerezza o, forse, vorrei meno incertezze. Accadono cose che mi ricordano quanto ancora sia lontana l'indipendenza e, allo stesso tempo, accadono persone che mi assicurano come non sia l'indipendenza a importare davvero, ma l'autonomia. E, allora, io mi chiedo quanto davvero sia autonoma, quando io sia, etimologicamente pensando, in grado di decidere da sola le leggi secondo cui vivere.
Mentre cerco - ancora, sempre - la misura di me, continuo a crescere, osservare, imparare, amare, fare fatica, cercare, eludere le mie difese, rompere i miei schemi, vivere il più possibile.
Sto leggendo un libro di quelli che desideri non finiscano mai, uno di quei libri che ti offrono la possibilità di vivere mille vite, solamente leggendo, d'imparare mille nuove sfaccettature dell'essere umano e del suo sentire; s'intitola "Atti osceni in luogo privato", l'ha consigliato la mia cara Mareva, qui ne trovate un'esaustiva recensione, io lo suggerisco a voi.
Siamo andati a guardare il nuovo film di Sorrentino e, per quanto mi sia parso un po' troppo costruito sull'ossatura de La grande bellezza e di This must be the place, per quanto alcune inquadrature mi siano sembrate una sfacciata emulazione delle simmetrie magiche di Wes Anderson [Paolo, non basta un hotel per replicare il Grand Budapest], l'ho adorato. M'è scesa anche una lacrima, verso la fine, ma non per il film in sé, ma per quella capacità che hanno i film di piazzare al momento giusto della giusta giornata la giusta battuta - e farti crollare, e farti realizzare [che, poi, forse, si tratta più della battuta sbagliata nel momento sbagliato della giornata sbagliata, comunque]. Per il resto, ricorderò la digressione su orrore e desiderio, qualcuno dei soliti aforismi di Sorrentino sui grandi temi della vita, l'inquietudine che m'ha tenuta sveglia per metà notte, la bellezza di Rachel Weisz.
Vorrei scrivere di più, leggere di più, cucinare - non al lavoro - di più. Vorrei del tempo solo per noi, più passeggiate sul Lago - con le mani sui fianchi e il profumo dei gelsomini a stordirci, più sere libere per guardare film e ricordarci della cena passata la mezzanotte, più mattine trascorse a letto, dimentichi del mondo, più occasioni per scappare da qualche parte insieme, solo noi.
Ogni tanto mi chiedo quand'è che tutto s'è fatto così pratico, concreto, prioritario. Dove sia finito il tempo lento, l'edonismo fine a se stesso, le giornate vuote a contemplare la vita.
È un po' come pensare al freddo di gennaio ora, mentre i piccoli iceberg nel mio caffè gelido si sciolgono a vista d'occhio: è davvero esistito?
Estate chiama leggerezza, piatti freschi e poco impegnativi, verdurine e colori: per questo ho deciso di postare questo riso freddo, incredibilmente sano, senza nemmeno il sale, ma saporito, buono, soddisfacente. Il carboidrato integrale del riso assicura energia per molte ore, le zucchine crude rimangono croccanti, il pomodoro secco dà sapidità, gli edamame dolcezza, il gomasio alle alghe una nota di umami che ci piace sempre molto, la canapa un extra di proteine e una buona dose di preziosi Omega 3 e 6, che abbassano il colesterolo e aiutano a togliere la fame nervosa [ogni tanto rispunta l'erborista che c'è in me], succo di limone, pepe e olio EVO condiscono il tutto.
Ovviamente, la realizzazione è di una semplicità imbarazzante.
Un'insalata di riso
Ingredienti [per 2]
140 g di riso integrale
1 zucchina grande, ma non acquosa
8 pomodori secchi medi
60 g di edamame lessati e tolti dal baccello
2 cucchiai di gomasio alle alghe*
2 cucchiai di semi di canapa* [possibilmente non decorticati]
il succo di un limone
miso [opzionale]
olio EVO
pepe
basilico
Procedimento
Lessate il riso [ci vorranno circa 45 minuti] sciogliendo nell'acqua un cucchiaio di miso al posto del sale e tenendolo piuttosto al dente.
Intanto, tagliate a cubetti piccolissimi la zucchina e lasciatela marinare nel succo di limone.
Scolate il riso, passatelo sotto l'acqua fredda per fermare la cottura, eliminate tutta l'acqua.
Condite il riso con la zucchina, i pomodori tagliati a julienne, gli edamame, il gomasio, la canapa. Regolate di pepe e aggiungete un filo d'olio.
Potete mangiarlo subito, oppure, lasciarlo riposare per qualche ora in frigorifero: i sapori si svilupperanno meglio. Prima di servirlo, aggiungete un paio di foglie di basilico fresco, affettate sottilmente.
*Gomasio: lo trovate ormai in tutte le erboristerie un po' fornite e nei negozi bio; sceglietene uno con una buona percentuale di alghe, conterrà meno sale e vi fornirà tutti i loro super poteri [wakame, dulse, nori e compagnia bella contengono tutti gli amminoacidi essenziali, minerali e fibre. Lo trovate anche di solo sesamo, con sesamo nero, con erbe provenzali, con altre erbe aromatiche, con curcuma e curry; oppure, potete farvelo a casa, tritando sesamo tostato e gli aromi che preferite.
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venerdì 5 giugno 2015
Riso integrale, zucchine, edamame, pomodori secchi, gomasio. | Giugno.
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sabato 6 settembre 2014
Agosto.
Fa un certo effetto ritrovarsi in ferie, per una che non si prendeva una vacanza dal 2011.
[Vacanza... ero in Grecia a dannarmi l'anima per uno che sarebbe sparito a fine estate, eppure - allora - mi sembrava così poetico ignorare il mare per scrivere romantiche lettere inutili. Comunque.]
La prima settimana l'ho trascorsa praticamente a dormire. Quindici, diciotto ore al giorno, una letargia che nemmeno mi ricordavo come si facesse. Mi svegliavo, tornavo a letto, leggevo, dormivo di nuovo, uscivo a correre, ogni tanto mi ricordavo della vita sociale.
Non riuscivo bene a collocarmi "in ferie": cosa si deve fare, in ferie?, come funziona questa lunga serie di martedì [martedì = giorno di riposo]?, come si gestisce tutto questo tempo libero legittimato?
Insomma, ho vivacchiato per cinque-sei giorni, nulla di che, a parte il riuscire a leggere romanzi, saggi, qualcosa che non fosse una ricetta [okay, più o meno, uno dei libri di questo agosto è stato "Il perfezionista", ma devo ancora finirlo, a riprova di quanto sia riuscita ad evadere dalla mia monotematica ossessione culinaria] e - sì, posso dirlo - riposarmi.
E allora capisci che non esistono rinvii, non esistono concessioni, ogni giorno devi alzarti e resistere, anche quando sembra che ci sia solo lei, quella voce maledetta, che copra tutto il resto, che non esista nient'altro.
Credo in te, Martina, come credo in Marina, in Ombrella, in Alice, e in tutti quelli che lottano contro una voce che ha scelto come suo nido la loro mente, e da lì genera caos e pretende attenzioni.
[Prima o poi, inizierò anche a credere in me, sì. Magari quando dalle due cifre passerò alle tre, quando dalle tre passerò alle quattro, magari quando non avrò più bisogno di contare.]
{Paragrafo oscuro ai più, lo so, scusate, ma a volte si devono scrivere cose pubbliche per un pubblico ristretto, con i suoi codici e i suoi messaggi fra le righe.}
Ho vagato per la stazione, fra i negozi ancora chiusi e i binari vuoti, con il mio trolley giallo, leggendo del suicidio di Robin Williams su Twitter, stordendomi con il profumo dei cornetti appena sfornati, contemplando l'atmosfera di rarefatta surrealtà che acquisiscono i luoghi solitamente affollati quando li trovi deserti.
Il viaggio è stato interminabile, e dolorosissimo è stato sfiorare Firenze solamente per un cambio di treno, senza nemmeno il tempo di rincontrare quella città che adoro.
Piombino era torrida, Porto Ferraio caotica, Marciana m'ha accolta con l'odore pungente della macchia mediterranea, che proprio in quei giorni aveva lasciato spuntare i fiori azzurri del suo rosmarino, con il verdeblu incredibile del mare cristallino, con i tramonti incendiari al di là dell'orizzonte frastagliato dalla Corsica.
Sorriderò sempre al ricordo della tua amaca turchese, delle ferite disinfettate col Gin a mezzanotte, delle chiacchierate labirintiche e dei silenzi leggeri, tu che leggi e io che scrivo, degli scogli taglienti che, però, rivelavano sempre un lato gentile dove sdraiarsi a leggere, dei fichi d'India raccolti ai bordi delle strade, della gatta sorda che veniva a farci visita tutte le mattine, delle cenette in quel ristorantino genovese a Poggio ["La Sciamadda", consigliatissimo], di Giove e Venere quasi allineati in un unico, gigantesco, punto luminoso, sbucato inaspettatamente da dietro una rupe la sera del 18, di quell'abbraccio prima che io salissi sul traghetto per ripartire.
Pensavo sarebbe stato strano tornare a fare colazione insieme tutte le mattine, dopo quasi un anno che non viviamo più nella stessa casa, eppure, è stato tutto perfettamente naturale. In fondo, quando i legami sono veri, e non solamente dettati dal sangue, le cose riescono spontanee.
Ho amato e odiato quei giorni lontana da te, dilaniata fra ciò che avevo e ciò che mi mancava. Più godevo di quel mare, di quel cielo e di quel Sole e più quella fitta al centro dello sterno pulsava. Mai sommare della distanza alla lontananza, mai più.
Devo aver sfiorato il punto di saturazione della mancanza, quel sabato sera fuori dal Villa Serbelloni, mentre aspettavo che la cucina ti rilasciasse camminando su e giù da quella discesa, leggendo e rileggendo quel menù che ormai conosco a memoria.
Poi sei comparso, e che sollievo incredibile è stato sfamare finalmente gli occhi, le mani, le labbra, la pelle, i sensi tutti.
Fra tutto ciò che amo di noi, adoro l'irrequietezza iperattiva che ci accomuna: nemmeno dodici ore dopo l'esserci rivisti, eravamo a 4200 metri di altezza, con un paracadute sulle spalle, a lanciarci da un aereo.
{Ora, permettetemi di aprire una breve parentesi su questa esperienza pazzesca. Lanciarsi col paracadute è una fottuta figata - sì, niente poesia, niente giri di parole e ghirigori di aggettivi, proprio così, secco. Lo rifarei anche domani. Una scarica di adrenalina di quell'intensità è impagabile.
Immaginate: siete su un aereo minuscolo, si apre il portellone, otto persone davanti a voi si gettano fuori, inghiottite immediatamente dall'aria, voi vi affacciate, il vento più forte della vostra vita vi frusta il viso, gelido [-6°C circa], e poi, WHAM, via, improvvisamente, caduta libera, a 200 km/h.
Caduta.
Libera.
Ecco, forse quella è la sensazione più preziosa: cadere, poter cadere per davvero, concedersi di cadere, cadere con tutta la consapevolezza di chi si è lanciato da un aereo per farlo, cadere quando fra voi e la terra ci sono 4200 metri e non avete nulla a rallentarvi.
Che libertà purissima, quel minuto di caduta, che delirante indipendenza.
Poi arriva la parte divertente: si apre il paracadute, rimanete frastornati per una manciata di secondi [200 km/h --> 15-20 km/h], stordite l'istruttore con tutto il vostro entusiasmo [che, non te la vuoi fare una chiacchieratina a 1500 metri da terra?], lui vi spiega come guidare il paracadute, ci giocate un po', contemplate campi, casupole, macchinine, fidanzati già atterrati, decidete che volete prendere il brevetto illudendovi di poter volare [ciao, cara vecchia hýbris, ciao], ritornate a terra con un'elegantissima scivolata sul sedere, limonate duramente ancora tutti belli imbragati, eccetera, eccetera, eccetera.
Insomma, fatelo. Punto.}
Forse, ancora più emozionante di quel volo, è il ricordo della sera del tuo compleanno: noi due seduti a quel tavolo del Mistral, a parlare fittamente, occhi lucenti e abiti eleganti.
Non saprei dire se fossi più orgogliosa o più onorata di essere al tuo fianco, di conoscere le persone e le menti con le quali lavori, di carpire stralci di quella quotidianità che non possiamo condividere.
Certamente, dal punto di vista professionale, mangiare certi piatti con qualcuno che ti spiega ingredienti e procedimenti - come solo chi è abituato a stare dietro le quinte può - è decine di volte più stimolante e interessante.
Per quanto, infatti, mi sarei sciolta allo stesso modo assaggiando quel salmone, avrei apprezzato ugualmente la piena soddisfazione delle mie aspettative sul crudo di gamberi con spuma di cocco, gelato al guacamole e cialda al nero, avrei goduto con la stessa intensità di quel trittico di foie gras, avrei comunque provato dello stupore per la consistenza di quello gnocco di sedano rapa, mi sarei meravigliata con altrettanta sincerità di fronte alla preparazione - proprio davanti ai nostri occhi - del gelato con l'azoto liquido, per quanto le mie papille gustative si sarebbero tutte inchinate, nel più totale appagamento, anche fossimo stati incapaci di comunicare, godere-sapendo ha collocato il piacere a un livello più alto - come spesso accade, d'altra parte.
[Credo sia superfluo specificare quanto sia stata una cena eccellente e, d'altra parte, non penso nemmeno vi aspettiate la descrizione e il commento di ogni portata da me: già sappiamo che non sono una foodblogger, figuriamoci se mi metto a recensire ristoranti.]
Bellagio si è fatta perdonare tutti i mesi di lontananza, quella sera.
Quindi, è stato agosto.
Ora sono tornata in cucina, e chissà che non capiti qualche nuova ricetta fra queste pagine.
Devo confessarvi che più faccio la cuoca e meno mi sento di fare la blogger. Ogni tanto, però, questo spazio mi manca, e allora torno.
Tanto avevate già capito che sono lunatica e incostante, no?
[Sono state delle vacanze talmente pigre che la reflex se n'è rimasta bella comoda a casa. Per fortuna c'è Instagram.]
[Vacanza... ero in Grecia a dannarmi l'anima per uno che sarebbe sparito a fine estate, eppure - allora - mi sembrava così poetico ignorare il mare per scrivere romantiche lettere inutili. Comunque.]
La prima settimana l'ho trascorsa praticamente a dormire. Quindici, diciotto ore al giorno, una letargia che nemmeno mi ricordavo come si facesse. Mi svegliavo, tornavo a letto, leggevo, dormivo di nuovo, uscivo a correre, ogni tanto mi ricordavo della vita sociale.
Non riuscivo bene a collocarmi "in ferie": cosa si deve fare, in ferie?, come funziona questa lunga serie di martedì [martedì = giorno di riposo]?, come si gestisce tutto questo tempo libero legittimato?
Insomma, ho vivacchiato per cinque-sei giorni, nulla di che, a parte il riuscire a leggere romanzi, saggi, qualcosa che non fosse una ricetta [okay, più o meno, uno dei libri di questo agosto è stato "Il perfezionista", ma devo ancora finirlo, a riprova di quanto sia riuscita ad evadere dalla mia monotematica ossessione culinaria] e - sì, posso dirlo - riposarmi.
Ho rivisto Persone che pensavo di aver perso, inghiottite dal limbo dei "ci sentiamo presto" che, poi, si sa, la vita trasforma in eterni rimandi.
Parlare con qualcuno di simile, nel bene e nel male - soprattutto nel male, per quanto ci riguarda, purtroppo -, è sempre un'iniezione di verità, un pugno nello stomaco, uno schiaffo d'acqua gelida: sapere che la voce che abita la tua testa da ormai troppi anni, e che non riesci ad ammazzare, è la stessa che schiamazza nella testa di altri ti rende un po' meno folle, un po' meno sola, ma un po' più malata.E allora capisci che non esistono rinvii, non esistono concessioni, ogni giorno devi alzarti e resistere, anche quando sembra che ci sia solo lei, quella voce maledetta, che copra tutto il resto, che non esista nient'altro.
Credo in te, Martina, come credo in Marina, in Ombrella, in Alice, e in tutti quelli che lottano contro una voce che ha scelto come suo nido la loro mente, e da lì genera caos e pretende attenzioni.
[Prima o poi, inizierò anche a credere in me, sì. Magari quando dalle due cifre passerò alle tre, quando dalle tre passerò alle quattro, magari quando non avrò più bisogno di contare.]
{Paragrafo oscuro ai più, lo so, scusate, ma a volte si devono scrivere cose pubbliche per un pubblico ristretto, con i suoi codici e i suoi messaggi fra le righe.}
Sono partita per l'Elba, alle 3.30 di un buio martedì mattina.
Ci siamo salutati nel piazzale di Milano Centrale, con poco più di un paio di ore di sonno negli occhi, tu che mi dicevi di tenere addosso la tua felpa e io che pensavo a come non togliermi di dosso te.Ho vagato per la stazione, fra i negozi ancora chiusi e i binari vuoti, con il mio trolley giallo, leggendo del suicidio di Robin Williams su Twitter, stordendomi con il profumo dei cornetti appena sfornati, contemplando l'atmosfera di rarefatta surrealtà che acquisiscono i luoghi solitamente affollati quando li trovi deserti.
Il viaggio è stato interminabile, e dolorosissimo è stato sfiorare Firenze solamente per un cambio di treno, senza nemmeno il tempo di rincontrare quella città che adoro.
Piombino era torrida, Porto Ferraio caotica, Marciana m'ha accolta con l'odore pungente della macchia mediterranea, che proprio in quei giorni aveva lasciato spuntare i fiori azzurri del suo rosmarino, con il verdeblu incredibile del mare cristallino, con i tramonti incendiari al di là dell'orizzonte frastagliato dalla Corsica.
Sorriderò sempre al ricordo della tua amaca turchese, delle ferite disinfettate col Gin a mezzanotte, delle chiacchierate labirintiche e dei silenzi leggeri, tu che leggi e io che scrivo, degli scogli taglienti che, però, rivelavano sempre un lato gentile dove sdraiarsi a leggere, dei fichi d'India raccolti ai bordi delle strade, della gatta sorda che veniva a farci visita tutte le mattine, delle cenette in quel ristorantino genovese a Poggio ["La Sciamadda", consigliatissimo], di Giove e Venere quasi allineati in un unico, gigantesco, punto luminoso, sbucato inaspettatamente da dietro una rupe la sera del 18, di quell'abbraccio prima che io salissi sul traghetto per ripartire.
Pensavo sarebbe stato strano tornare a fare colazione insieme tutte le mattine, dopo quasi un anno che non viviamo più nella stessa casa, eppure, è stato tutto perfettamente naturale. In fondo, quando i legami sono veri, e non solamente dettati dal sangue, le cose riescono spontanee.
Ho amato e odiato quei giorni lontana da te, dilaniata fra ciò che avevo e ciò che mi mancava. Più godevo di quel mare, di quel cielo e di quel Sole e più quella fitta al centro dello sterno pulsava. Mai sommare della distanza alla lontananza, mai più.
Devo aver sfiorato il punto di saturazione della mancanza, quel sabato sera fuori dal Villa Serbelloni, mentre aspettavo che la cucina ti rilasciasse camminando su e giù da quella discesa, leggendo e rileggendo quel menù che ormai conosco a memoria.
Poi sei comparso, e che sollievo incredibile è stato sfamare finalmente gli occhi, le mani, le labbra, la pelle, i sensi tutti.
Fra tutto ciò che amo di noi, adoro l'irrequietezza iperattiva che ci accomuna: nemmeno dodici ore dopo l'esserci rivisti, eravamo a 4200 metri di altezza, con un paracadute sulle spalle, a lanciarci da un aereo.
{Ora, permettetemi di aprire una breve parentesi su questa esperienza pazzesca. Lanciarsi col paracadute è una fottuta figata - sì, niente poesia, niente giri di parole e ghirigori di aggettivi, proprio così, secco. Lo rifarei anche domani. Una scarica di adrenalina di quell'intensità è impagabile.
Immaginate: siete su un aereo minuscolo, si apre il portellone, otto persone davanti a voi si gettano fuori, inghiottite immediatamente dall'aria, voi vi affacciate, il vento più forte della vostra vita vi frusta il viso, gelido [-6°C circa], e poi, WHAM, via, improvvisamente, caduta libera, a 200 km/h.
Caduta.
Libera.
Ecco, forse quella è la sensazione più preziosa: cadere, poter cadere per davvero, concedersi di cadere, cadere con tutta la consapevolezza di chi si è lanciato da un aereo per farlo, cadere quando fra voi e la terra ci sono 4200 metri e non avete nulla a rallentarvi.
Che libertà purissima, quel minuto di caduta, che delirante indipendenza.
Poi arriva la parte divertente: si apre il paracadute, rimanete frastornati per una manciata di secondi [200 km/h --> 15-20 km/h], stordite l'istruttore con tutto il vostro entusiasmo [che, non te la vuoi fare una chiacchieratina a 1500 metri da terra?], lui vi spiega come guidare il paracadute, ci giocate un po', contemplate campi, casupole, macchinine, fidanzati già atterrati, decidete che volete prendere il brevetto illudendovi di poter volare [ciao, cara vecchia hýbris, ciao], ritornate a terra con un'elegantissima scivolata sul sedere, limonate duramente ancora tutti belli imbragati, eccetera, eccetera, eccetera.
Insomma, fatelo. Punto.}
Forse, ancora più emozionante di quel volo, è il ricordo della sera del tuo compleanno: noi due seduti a quel tavolo del Mistral, a parlare fittamente, occhi lucenti e abiti eleganti.
Non saprei dire se fossi più orgogliosa o più onorata di essere al tuo fianco, di conoscere le persone e le menti con le quali lavori, di carpire stralci di quella quotidianità che non possiamo condividere.
Certamente, dal punto di vista professionale, mangiare certi piatti con qualcuno che ti spiega ingredienti e procedimenti - come solo chi è abituato a stare dietro le quinte può - è decine di volte più stimolante e interessante.
Per quanto, infatti, mi sarei sciolta allo stesso modo assaggiando quel salmone, avrei apprezzato ugualmente la piena soddisfazione delle mie aspettative sul crudo di gamberi con spuma di cocco, gelato al guacamole e cialda al nero, avrei goduto con la stessa intensità di quel trittico di foie gras, avrei comunque provato dello stupore per la consistenza di quello gnocco di sedano rapa, mi sarei meravigliata con altrettanta sincerità di fronte alla preparazione - proprio davanti ai nostri occhi - del gelato con l'azoto liquido, per quanto le mie papille gustative si sarebbero tutte inchinate, nel più totale appagamento, anche fossimo stati incapaci di comunicare, godere-sapendo ha collocato il piacere a un livello più alto - come spesso accade, d'altra parte.
[Credo sia superfluo specificare quanto sia stata una cena eccellente e, d'altra parte, non penso nemmeno vi aspettiate la descrizione e il commento di ogni portata da me: già sappiamo che non sono una foodblogger, figuriamoci se mi metto a recensire ristoranti.]
Bellagio si è fatta perdonare tutti i mesi di lontananza, quella sera.
Quindi, è stato agosto.
Ora sono tornata in cucina, e chissà che non capiti qualche nuova ricetta fra queste pagine.
Devo confessarvi che più faccio la cuoca e meno mi sento di fare la blogger. Ogni tanto, però, questo spazio mi manca, e allora torno.
Tanto avevate già capito che sono lunatica e incostante, no?
[Sono state delle vacanze talmente pigre che la reflex se n'è rimasta bella comoda a casa. Per fortuna c'è Instagram.]
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domenica 6 ottobre 2013
Roma | Non m'importa di cercare leggi di stabilità
Scrivo suol retro della carta d'imbarco, sgualcita dalle decine di passaggi per tasche, borse, angoli della valigia. Sono in aereo, ci siamo da poco staccati dall'asfalto di Fiumicino. Per una volta, non ho un posto sull'ala. Peccato ci siano le nuvole, e non riesca a vedere le luci della costa tirrenica. Scrivo appoggiando il foglio sulla copertina color verde Adelphi di Simic, sulle gambe, perché quelli di EasyJet mai -proprio mai- riescono a pulire i tavolini pieghevoli.
Fra le dita ho una matita rosa fluo, rubata da una scrivania che mi mancherà.
Scrivo, guardo mio fratello dormire nel sedile a fianco, spio le nuvole dall'oblò troppo stretto, sento l'uomo seduto dietro di noi aprire la confezione del suo muffin di plastica.
Ho in testa i Radiohead, i Dire Straits, i Baustelle, Vasco Brondi, gli Air, Le Vergini Suicide, Trainspotting, Dogville che dovevi farmi vedere, ma poi no, e qualche bacio. Meravigliose teste bionde. Tovaglie sporche di tabacco e di vino. Sorprese. Doppi gelati per pranzo. Bottigliette d'acqua svuotate dentro a magliette, prati verdissimi e cieli assurdamente tersi, ad ottobre. Quartieri come opere di Dalì, con lampadari appesi sopra le strade e tappeti sui muri. Tramonti su San Giovanni, quando ti fermi e trattieni il respiro chiedendoti in quale altra città ci sia quella luce, quella che non se va mai, quella che c'è anche di notte, quando torni a casa abbracciata e un po' brilla.
Perdonaci, Roma, se questa volta non siamo rimasti tutta la notte sotto il Colosseo ad aspettare un'alba di nuvole rosa. Perdonaci se ci siamo svegliati a pomeriggio inoltrato, se siamo rimasti felici a cantare canzoni tristi mentre lavavamo i piatti, anziché immergerci nei tuoi musei e nelle tue bellissime rovine. Perdonaci se, come schizofrenici, abbiamo mangiato cacio e pepe, amatriciana e saltinbocca, ma anche wakame e avocado, ceci allo yogurt e pollo al curry. Perdonaci se abbiamo rimandato le Catacombe, Villa Borghese e chissà che altro, ma avevamo qualche film da guardare, tutti insieme nella sua camera azzurra, fra i fili di fumo delle nostre sigarette, i bicchieri di vino, gli incastri di gambe e braccia. Perdonaci, Roma, le nostre "e" troppo aperte, impareremo. Perdonaci, Roma, i nostri sorrisi, i pomeriggi di penombra in camera da letto, il gelato trasformato in cheesecake, i nostri occhi distratti da altri occhi, questo viverti senza sbranarti, ma in un sornione godere della tua bellezza, semplicemente respirando fra le tue strade, lungo il tuo fiume, dentro la tua storia, questo spudorato stare bene, la nostra sana anormalità, l'equilibrio degli squilibri, i brindisi all'eterno entusiasmo, il guardarsi a un binario e dirsi: "Io sono schifosamente felice, e tu?".
Incrocio lo sguardo della hostess. Mi chiede se desidero qualcosa. Rispondo di no, ma la ringrazio.
Penso che, in fondo, per essere schifosamente felici ci vuole poco.
Una serie di incredibili coincidenze.
Un blog. Un commento a un post. Un nickname che si trasforma in un nome. Raccontarsi le proprie vite una sera, su hangout. Decidere di andare a Roma. Pensare di trovarsi per bere qualcosa, per aggiungere un volto a delle parole. Osare un "Io, in questa città, vengo a viverci", mentre il sole cala dietro San Pietro e me ne sto seduta sul parapetto di Ponte Sant'Angelo. Decidere di farlo davvero, di cambiare di nuovo casa, letto, veduta dalla finestra della cucina. Prenotare un biglietto aereo per il proprio compleanno, tornare. Festeggiare con una famiglia conosciuta venti giorni prima.
A rifletterci, ora, non sono solo coincidenze: sono scelte. La felicità deriva sempre da una scelta, come l'infelicità. Scegliere di essere felice non mi appartiene, non sono mai stata capace, perché mai avrei dovuto, c'era così tanto da fare, al di là dell'essere felice.
Il problema della felicità è che, spesso, bisogna essere egoisti per sceglierla. Bisogna davvero mettere tutto il resto da parte: è un aut-aut, non esistono vie di mezzo, se vuoi essere felice devi buttare via quello che non serve, una sorta di minimalismo del benessere.
2 cucchiai di miele
1 kg di ottimo gelato [il nostro era di Gelatario, se non lo conoscete dovete provvedere]
Procedimento
Tritate finemente i biscotti, mescolateli al burro fuso, al miele, alla cannella e al sale.
Disponeteli sul fondo di una tortiera con apertura a cerniera. Mettete in freezer per una decina di minuti.
Intanto, lasciate ammorbidire un po' il gelato.
Riprendete la base, e distribuitevi il gelato. Se scegliete due gusti, come nel nostro caso, vi consiglio di utilizzare una sac à poche per distribuirli in modo che rimangano separati.
Rimettete in tutto in freezer fino al momento di servire il dolce.
[I nostri gusti? Ricotta con pistacchi e cioccolato + crema con biscotti Gentilini]
Alga wakame reidratata
Pinoli
Salsa di soia
Succo di limone
una carota
yogurt [magro o intero, l'importante è che non sia zuccherato]
spezie e aromi a volontà: curcuma, curry, paprika, cumino, coriandolo, origano, pepe nero
Procedimento
Fate saltare in padella i ceci e la carota tagliata sottilmente [se avete pelapatate/mandolina è perfetto].
Intanto, mescolate allo yogurt le spezie, regolandovi con l'assaggio.
Servite i ceci e le carote con la salsa.
Fra le dita ho una matita rosa fluo, rubata da una scrivania che mi mancherà.
Scrivo, guardo mio fratello dormire nel sedile a fianco, spio le nuvole dall'oblò troppo stretto, sento l'uomo seduto dietro di noi aprire la confezione del suo muffin di plastica.
Ho in testa i Radiohead, i Dire Straits, i Baustelle, Vasco Brondi, gli Air, Le Vergini Suicide, Trainspotting, Dogville che dovevi farmi vedere, ma poi no, e qualche bacio. Meravigliose teste bionde. Tovaglie sporche di tabacco e di vino. Sorprese. Doppi gelati per pranzo. Bottigliette d'acqua svuotate dentro a magliette, prati verdissimi e cieli assurdamente tersi, ad ottobre. Quartieri come opere di Dalì, con lampadari appesi sopra le strade e tappeti sui muri. Tramonti su San Giovanni, quando ti fermi e trattieni il respiro chiedendoti in quale altra città ci sia quella luce, quella che non se va mai, quella che c'è anche di notte, quando torni a casa abbracciata e un po' brilla.
Perdonaci, Roma, se questa volta non siamo rimasti tutta la notte sotto il Colosseo ad aspettare un'alba di nuvole rosa. Perdonaci se ci siamo svegliati a pomeriggio inoltrato, se siamo rimasti felici a cantare canzoni tristi mentre lavavamo i piatti, anziché immergerci nei tuoi musei e nelle tue bellissime rovine. Perdonaci se, come schizofrenici, abbiamo mangiato cacio e pepe, amatriciana e saltinbocca, ma anche wakame e avocado, ceci allo yogurt e pollo al curry. Perdonaci se abbiamo rimandato le Catacombe, Villa Borghese e chissà che altro, ma avevamo qualche film da guardare, tutti insieme nella sua camera azzurra, fra i fili di fumo delle nostre sigarette, i bicchieri di vino, gli incastri di gambe e braccia. Perdonaci, Roma, le nostre "e" troppo aperte, impareremo. Perdonaci, Roma, i nostri sorrisi, i pomeriggi di penombra in camera da letto, il gelato trasformato in cheesecake, i nostri occhi distratti da altri occhi, questo viverti senza sbranarti, ma in un sornione godere della tua bellezza, semplicemente respirando fra le tue strade, lungo il tuo fiume, dentro la tua storia, questo spudorato stare bene, la nostra sana anormalità, l'equilibrio degli squilibri, i brindisi all'eterno entusiasmo, il guardarsi a un binario e dirsi: "Io sono schifosamente felice, e tu?".
Incrocio lo sguardo della hostess. Mi chiede se desidero qualcosa. Rispondo di no, ma la ringrazio.
Penso che, in fondo, per essere schifosamente felici ci vuole poco.
Una serie di incredibili coincidenze.
Un blog. Un commento a un post. Un nickname che si trasforma in un nome. Raccontarsi le proprie vite una sera, su hangout. Decidere di andare a Roma. Pensare di trovarsi per bere qualcosa, per aggiungere un volto a delle parole. Osare un "Io, in questa città, vengo a viverci", mentre il sole cala dietro San Pietro e me ne sto seduta sul parapetto di Ponte Sant'Angelo. Decidere di farlo davvero, di cambiare di nuovo casa, letto, veduta dalla finestra della cucina. Prenotare un biglietto aereo per il proprio compleanno, tornare. Festeggiare con una famiglia conosciuta venti giorni prima.
A rifletterci, ora, non sono solo coincidenze: sono scelte. La felicità deriva sempre da una scelta, come l'infelicità. Scegliere di essere felice non mi appartiene, non sono mai stata capace, perché mai avrei dovuto, c'era così tanto da fare, al di là dell'essere felice.
Il problema della felicità è che, spesso, bisogna essere egoisti per sceglierla. Bisogna davvero mettere tutto il resto da parte: è un aut-aut, non esistono vie di mezzo, se vuoi essere felice devi buttare via quello che non serve, una sorta di minimalismo del benessere.
Certe rinunce sono inevitabili: la vita è troppo vasta per un unico luogo, per un'unica famiglia, per un unico gruppo di amici, per un unico grande amore. Non permettersi l'euforico delirio della libertà è un suicidio.
"Se vuoi una storia d'amore eterna, innamorati di una città." [cit. Una Snob]
Io di Roma mi sono proprio innamorata. L'ho considerata una città "da visitare", finché non mi sono trovata sotto le mura della Basilica di Massenzio. E, improvvisamente, ho sentito qualcosa pungermi gli occhi, degli inspiegabili spilli.
Ho camminato urtando i passanti per non distogliere lo sguardo dal Vittoriano, ho girato Roma di notte, a piedi, godendo spudoratamente di quel vuoto di gente, che lascia risuonare l'eco della magnificenza della città. Ho dormito pochissimo, senza mai sentirmi stanca. Abbiamo visitato i Musei Vaticani due volte, tornando all'entrata grazie al passaggio segreto indicatoci da una guida sulla quale -noi biondi in vacanza- avevamo fatto colpo. Sono entrata nella Cappella Sistina e, finché non mi sono trovata al centro, non mi sono voltata a guardare il Giudizio Universale, un'assurda via di mezzo fra Orfeo e Stendhal. Sono rimasta incredula a fissare il soffitto, i colori, la tensione di quelle braccia, di quelle dita. Sarei rimasta per sempre all'interno del Pantheon, ad osservare la pioggia entrare dall'oculo, lenta e fittissima, quell'ipnotico cadere di luce ed acqua.
Sono stata trafitta da troppa Bellezza per rimanere indifferente. Mai potrei anche solo tentare di racchiuderla in delle parole.
Descrivere non serve, raccontare neppure, le fotografie, poi, sono una presa in giro. Bisogna trovarsi lì, e arrendersi. Lasciarsi invadere dallo stupore.
Il retro della carta d'imbarco è finito da un pezzo. Ho continuato a scrivere su una nota dello smartphone.
Siamo appena atterrati.
Scendiamo dall'aereo per ultimi. Torno presto.
"Se vuoi una storia d'amore eterna, innamorati di una città." [cit. Una Snob]
Io di Roma mi sono proprio innamorata. L'ho considerata una città "da visitare", finché non mi sono trovata sotto le mura della Basilica di Massenzio. E, improvvisamente, ho sentito qualcosa pungermi gli occhi, degli inspiegabili spilli.
Ho camminato urtando i passanti per non distogliere lo sguardo dal Vittoriano, ho girato Roma di notte, a piedi, godendo spudoratamente di quel vuoto di gente, che lascia risuonare l'eco della magnificenza della città. Ho dormito pochissimo, senza mai sentirmi stanca. Abbiamo visitato i Musei Vaticani due volte, tornando all'entrata grazie al passaggio segreto indicatoci da una guida sulla quale -noi biondi in vacanza- avevamo fatto colpo. Sono entrata nella Cappella Sistina e, finché non mi sono trovata al centro, non mi sono voltata a guardare il Giudizio Universale, un'assurda via di mezzo fra Orfeo e Stendhal. Sono rimasta incredula a fissare il soffitto, i colori, la tensione di quelle braccia, di quelle dita. Sarei rimasta per sempre all'interno del Pantheon, ad osservare la pioggia entrare dall'oculo, lenta e fittissima, quell'ipnotico cadere di luce ed acqua.
Sono stata trafitta da troppa Bellezza per rimanere indifferente. Mai potrei anche solo tentare di racchiuderla in delle parole.
Descrivere non serve, raccontare neppure, le fotografie, poi, sono una presa in giro. Bisogna trovarsi lì, e arrendersi. Lasciarsi invadere dallo stupore.
Il retro della carta d'imbarco è finito da un pezzo. Ho continuato a scrivere su una nota dello smartphone.
Siamo appena atterrati.
Scendiamo dall'aereo per ultimi. Torno presto.
Fotografie di Roma non ve ne lascio [mi limito ad ammorbare il popolo di Facebook, contenti?], ma la parentesi culinaria voglio farla. Certo, sarei troppo banale a darvi la mia versione della cacio e pepe, vero?
ICE CREAM CAKE
Ingredienti
300 g di biscotti secchi [noi avevamo gli Oro Saiwa, ma potete usare quelli che preferite, anche abbinandoli ai gusti di gelato]
150 g di burro fuso2 cucchiai di miele
cannella, un pizzico di sale
1 kg di ottimo gelato [il nostro era di Gelatario, se non lo conoscete dovete provvedere]
Procedimento
Tritate finemente i biscotti, mescolateli al burro fuso, al miele, alla cannella e al sale.
Disponeteli sul fondo di una tortiera con apertura a cerniera. Mettete in freezer per una decina di minuti.
Intanto, lasciate ammorbidire un po' il gelato.
Riprendete la base, e distribuitevi il gelato. Se scegliete due gusti, come nel nostro caso, vi consiglio di utilizzare una sac à poche per distribuirli in modo che rimangano separati.
Rimettete in tutto in freezer fino al momento di servire il dolce.
[I nostri gusti? Ricotta con pistacchi e cioccolato + crema con biscotti Gentilini]
INSALATA DI AVOCADO, WAKAME E PINOLI [ricetta di Iaia]
Ingredienti [per 5 persone]
2 avocado ben maturiAlga wakame reidratata
Pinoli
Salsa di soia
Succo di limone
Procedimento
Tagliate gli avocado a cubetti. Mescolateli all'alga e ai pinoli [si potrebbero anche tostare, perché no]. Condite con la salsa di soia e il succo di limone, a piacere.
CECI CON CAROTE E SALSA DI YOGURT SPEZIATA
Ingredienti [sempre per 5 persone]
250 g di ceci [una scatola, insomma, ma se li avete secchi è meglio]una carota
yogurt [magro o intero, l'importante è che non sia zuccherato]
spezie e aromi a volontà: curcuma, curry, paprika, cumino, coriandolo, origano, pepe nero
Procedimento
Fate saltare in padella i ceci e la carota tagliata sottilmente [se avete pelapatate/mandolina è perfetto].
Intanto, mescolate allo yogurt le spezie, regolandovi con l'assaggio.
Servite i ceci e le carote con la salsa.
domenica 25 agosto 2013
Gelo di Mellone e cocco, prima che sia troppo tardi.
Mi piace quel momento di agosto in cui inizi a sentire freddo. Quando è bello continuare a uscire con gambe e braccia nude per poi rabbrividire al tocco del vento notturno, quando stacchi dal lavoro e ti fermi in riva al lago a godere del silenzio, di qualche parola fra amici, di una sigaretta, dei lampi che illuminano la sponda opposta.
Il Sole continua a scaldare, ma non incendia più, anche a mezzogiorno la luce è più clemente, puoi andare a correre senza che l'asfalto sembri sabbia mobile, senza che ti si fossilizzino i polmoni; la Golden Hour si ammorbidisce, inizia a virare verso il porpora, abbandonando quell'oro incredibile che è colato, ogni giorno da giugno, verso le diciotto, sui tetti, sulle strade, sul lago, sulla pelle.
Ieri sera un temporale ha svuotato la città, ora, mentre scrivo, fra me e la tastiera c'è una mug di caffè americano bollente, come non accadeva dal almeno tre mesi. Oltrepasso con lo sguardo il vetro delle finestre, lo lascio vagare per un po' nel cielo nuovamente azzurro, e poi arrivo a sfiorare le nubi che ancora incupiscono l'orizzonte. Penso che dovrei prendere una felpa o, almeno, chiudere le finestre.
Ma mi piace quel momento di agosto in cui inizi a sentire freddo, mi piace la malinconia dell'estate che accenna il suo ritiro, quel senso di incompiuto che rimane, le infinite possibilità irrealizzate, l'affacciarsi dell'autunno incerto su ciò che è accaduto, cosa ne rimarrà, cosa ne sarà.
[Lo so, avevate bisogno di una botta di allegria, stamattina.]
Prima che le angurie spariscano dalla circolazione, dunque, eccovi il gelo dell'estate 2013 [qui quello dell'estate 2012 e qui quello dell'inverno 2013]. Per chi non lo sapesse, il gelo è un dolce al cucchiaio di origini siciliane. La tradizione lo prepara di anguria [o mellone, anzi, Mellone, come piace alla mia Ombrella], ma ne esistono varianti di ogni genere: di agrumi, di cannella, di caffè, ad esempio. Estremamente semplice e versatile, per prepararlo occorre solo un po' di fecola [o amido] e di zucchero.
Sulla scia della mia neonata passione per il cocco, ho deciso di lasciarne cadere un po' anche in questa ricetta, dopo aver appurato che l'abbinamento cocco + anguria fosse favoloso. Se avete una tavoletta di cioccolato fondente a portata di mano, qualche scaglia in superficie potrebbe essere decisamente una buona idea.
GELO DI MELLONE E COCCO [4-6 persone]
100 g di zucchero [a seconda del grado di maturazione, potete arrivare a 120, o diminuire a 80, o omettere -nell'ultimo caso, però, la densità ne risentirà un po'-]
90 g di amido/fecola di patate
facoltativi: cannella e cioccolato fondente
100 g di cocco rapè
300 ml di acqua
zucchero a piacere
30 g di amido/fecola
Procedimento
In un pentolino, versate il cocco e lasciare che assorba l'acqua. Aggiungete lo zucchero e l'amido/fecola. Cuocete finché non si raddensa [rimarrà piuttosto solido]. Dividetelo sul fondo dei bicchierini e lasciatelo rapprendere.
In un altro pentolino, sciogliete l'addensante in poco succo di anguria. Quando non ci saranno più grumi, aggiungete il restante succo e lo zucchero. Cuocete a fuoco non troppo vivace, mescolando, finché non si sarà addensato. Versare poi sulla base al cocco.
Il Sole continua a scaldare, ma non incendia più, anche a mezzogiorno la luce è più clemente, puoi andare a correre senza che l'asfalto sembri sabbia mobile, senza che ti si fossilizzino i polmoni; la Golden Hour si ammorbidisce, inizia a virare verso il porpora, abbandonando quell'oro incredibile che è colato, ogni giorno da giugno, verso le diciotto, sui tetti, sulle strade, sul lago, sulla pelle.
Ieri sera un temporale ha svuotato la città, ora, mentre scrivo, fra me e la tastiera c'è una mug di caffè americano bollente, come non accadeva dal almeno tre mesi. Oltrepasso con lo sguardo il vetro delle finestre, lo lascio vagare per un po' nel cielo nuovamente azzurro, e poi arrivo a sfiorare le nubi che ancora incupiscono l'orizzonte. Penso che dovrei prendere una felpa o, almeno, chiudere le finestre.
Ma mi piace quel momento di agosto in cui inizi a sentire freddo, mi piace la malinconia dell'estate che accenna il suo ritiro, quel senso di incompiuto che rimane, le infinite possibilità irrealizzate, l'affacciarsi dell'autunno incerto su ciò che è accaduto, cosa ne rimarrà, cosa ne sarà.
[Lo so, avevate bisogno di una botta di allegria, stamattina.]
Prima che le angurie spariscano dalla circolazione, dunque, eccovi il gelo dell'estate 2013 [qui quello dell'estate 2012 e qui quello dell'inverno 2013]. Per chi non lo sapesse, il gelo è un dolce al cucchiaio di origini siciliane. La tradizione lo prepara di anguria [o mellone, anzi, Mellone, come piace alla mia Ombrella], ma ne esistono varianti di ogni genere: di agrumi, di cannella, di caffè, ad esempio. Estremamente semplice e versatile, per prepararlo occorre solo un po' di fecola [o amido] e di zucchero.
Sulla scia della mia neonata passione per il cocco, ho deciso di lasciarne cadere un po' anche in questa ricetta, dopo aver appurato che l'abbinamento cocco + anguria fosse favoloso. Se avete una tavoletta di cioccolato fondente a portata di mano, qualche scaglia in superficie potrebbe essere decisamente una buona idea.
GELO DI MELLONE E COCCO [4-6 persone]
Ingredienti
1 l di succo di anguria [anguria privata dei semi e frullata]100 g di zucchero [a seconda del grado di maturazione, potete arrivare a 120, o diminuire a 80, o omettere -nell'ultimo caso, però, la densità ne risentirà un po'-]
90 g di amido/fecola di patate
facoltativi: cannella e cioccolato fondente
100 g di cocco rapè
300 ml di acqua
zucchero a piacere
30 g di amido/fecola
Procedimento
In un pentolino, versate il cocco e lasciare che assorba l'acqua. Aggiungete lo zucchero e l'amido/fecola. Cuocete finché non si raddensa [rimarrà piuttosto solido]. Dividetelo sul fondo dei bicchierini e lasciatelo rapprendere.
In un altro pentolino, sciogliete l'addensante in poco succo di anguria. Quando non ci saranno più grumi, aggiungete il restante succo e lo zucchero. Cuocete a fuoco non troppo vivace, mescolando, finché non si sarà addensato. Versare poi sulla base al cocco.
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martedì 13 agosto 2013
Coconut and lime cake | I see humans but no humanity.
Fra uno schiaffo e un'indelicatezza si sopporta meglio lo schiaffo.
Emil Cioran
Mi chiedo che dispendio energetico abbia, per una persona, la gentilezza. Perché, a volte, sembra costare davvero molto.
Credo che essere gentili non sia una caratteristica a sé, ma una semplice conseguenza dell'essere umani.
Che, poi, la vita è molto più leggera, quando non ci si rapporta con gli altri armati di spade, pronti ad affondare il colpo al primo cenno. Eppure, a quanto pare, questa umana gentilezza rimane rarissima.
Sto cercando di diventare impermeabile a questa pioggia acida di mancate attenzioni, che corrode la pelle e inaridisce i capelli. La sensibilità è qualcosa di prezioso, e, come tale, va protetta, al costo di seppellirla sotto una coltre di ghiaccio.
Io sono stanca di stare male per gli altri. [Io sono stanca di stare male. Punto.]
Certo, qualche fenditura, ben nascosta, bisogna lasciarla. Magari per cogliere le parole di qualcuno che, quando rientri dopo il lavoro, stanca e nervosa, ti dice: "Davvero buona questa torta. Complimenti."
Oggi fa caldino, eppure questa ricetta voglio postarvela, così, magari, ne approfittate al primo temporale estivo.
Ho sempre detestato il cocco, forse perché lo collegavo ai venditori urlanti che facevano su e giù dalle spiagge della Riviera, che frequentavo da piccola, forse perché il gelato al cocco del 99% delle gelaterie è nauseante, forse per quella sbronza a base di piña colada di un tot di anni fa, finita non proprio nei migliori dei modi.
Ho sempre detestato il cocco, infatti quest'estate sto recuperando tutto quello che non ho mangiato durante il resto della mia vita. Prima o poi scoprirò un abbinamento vincente per cui metterlo anche sulla pasta, allora sarà la fine. Per ora mi limito a yogurt, gelati, frutta, frullati, geli [ne riparliamo fra un po' ;) ], ghiaccioli, fette biscottate, pane, il classico curry... e torte, ovviamente.
Per questa specie di plum-cake ho utilizzato il latte di cocco, che ho scoperto essere perfetto per rendere l'impasto soffice, morbido e leggero [è l'unico grasso utilizzato, infatti], un po' di cocco disidratato, la scorza e il succo di tre lime: l'abbinamento è fra i più congeniali e rende questo cake perfetto per l'estate.
Ad intensificare ancor di più l'aroma di lime, uno sciroppo lasciato penetrare nell'impasto dopo la cottura, che ne garantisce anche la giusta umidità, mantenendolo perfetto per qualche giorno.
Ah, ve l'ho detto che non ci sono uova? ;)
COCONUT AND LIME CAKE
Ingredienti
350 g di latte di cocco [lasciate la lattina in frigorifero per una notte, prima di preparare il cake]
70 g di cocco disidratato
160 g di zucchero + 70 g per lo sciroppo
250 g di farina bianca 00
8 g di lievito per dolci
3 lime
1 limone
vaniglia [facoltativa]
Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Grattate la scorza e spremete gli agrumi. Con uno sbattitore, montate il latte di cocco [che si sarà rassodato] con lo zucchero. Aggiungete 2/3 della scorze ottenute e 1/2 del succo, il cocco disidratato, l'eventuale vaniglia, la farina e il lievito [meglio se setacciati].
Versate il composto nello stampo che preferite [reso antiaderente da carta forno o burro+farina, nel caso non lo sia già] e infornate per circa mezz'ora.
Mentre il cake cuoce, preparate lo sciroppo versando il succo [misurate che siano almeno 100 ml, nel caso non fosse sufficiente, spremete un altro lime, oppure colmate la differenza con dell'acqua, a vostro rischio e pericolo] e la scorza rimasti, insieme ai 70 g di zucchero, in un pentolino. Fate andare a fuoco dolce finché non si raddenserà.
Secondo me, è più buono se lo tenete in frigorifero [coperto, per non farlo seccare].
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giovedì 4 luglio 2013
Di gelato, gelati e gelaterie.
Sarà l'allergia sviluppata a schermi e tastiere [esattamente come diceva Nena qualche giorno fa], sarà l'estate, la sua ondata di malinconie serali, insonnie, bisogno di evasione, saranno i lavori che si accumulano e l'agenda che straripa, sarà che il futuro è sempre quel dannato orizzonte sullo sfondo, affollato da nubi inquiete e bluastre, lontano e incerto, sarà la stanchezza accumulata in questi mesi -o anni?-, sarà tutto questo e altro, ma trovo sfiancante anche solo l'idea di mettermi a scrivere un post. Sono settimane che ho aperta una scheda di Chrome con Blogger e la sua pagina bianca pronta per essere riempita. Ogni tanto ci provo, ma lascio perdere dopo qualche riga. Fatico a trovare un ritmo per scrivere liberamente, senza fatica, con naturalezza. Forse è il periodo, forse è che quel poco che scrivo, ultimamente, lo sto scrivendo per il lavoro, forse è l'ispirazione, che mi sembra essere entrata a far parte di quegli esseri nei quali una volta credevo, e ora mi sembrano solo miti infantili, o adolescenziali.
Avevo davvero bisogno di un part-time in gelateria? No. Eppure mi ci sono infilata. Per incapacità di dire no a una proposta, per la solita paura nei confronti del tempo libero, per il desiderio di essere sempre -sempre più- indipendente, per curiosità. Soprattutto per curiosità, in realtà. L'idea di imparare a produrre il gelato mi attirava molto e quindi sì, okay, ho sacrificato anche quelle 5 ore quotidiane al grido di "impara l'arte e mettila da parte".
Tento d'ignorare i segnali di cedimento che la mia mente inizia a inviarmi e intanto mi diletto nella pulizia di kg di frutta fresca, nell'affondare il naso nel barattolo dei semi di vaniglia [ebbene sì, facciamo la crema con i semi di vaniglia, ed è uno spettacolo], nell'osservare, in estasi, il gelato al caffè che scivola fuori dalla macchina [il gelato appena, appena, fatto, quello, vale tutti i mal di schiena delle ore in piedi, soprattutto quello al caffè], nel tuffare stecchi di gelato nel cioccolato fuso, nel dosare al grammo paste purissime di nocciola e di pistacchio, nel fare, fare concreto, fare di scatoloni da spostare, carapine di kg di gelato da sollevare [le mie braccia stanno perdendo anche le ultime traccia di femminilità], fare di persone con le quali rapportarsi, ideare nuove ricette, abbinamenti e gusti, fare di soddisfazione quando -a fine giornata- finalmente spengo le luci e chiudo la porta della gelateria a chiave.
Insomma, se non fosse per la stanchezza, direi che mi sto quasi divertendo.
Mi piace stare dietro le quinte, soprattutto quando c'entra il cibo, e soprattutto se il cibo in questione è uno dei miei preferiti.
Non vi stupirà, quindi, l'insinuarsi di preparazioni sottozero fra le pagine di Food Therapy.
Prendendo spunto da uno dei gusti che proponiamo, ho creato questi stecchi formato mini: gelato al fiordilatte, amarene in pezzetti e sciroppo [quello avanzato dalle amarene, non quello fucsia che sta dentro alle bottiglie che si trovano al super ;) ], granella di amaretti e cioccolato fondente.
Prepararsi dei gelati del genere in casa è facilissimo: bastano degli stampi in silicone [si trovano sia sul web che nei negozi di casalinghi], del buon gelato al fiordilatte e un freezer.
Eccovi la non-ricetta, più qualche trucchetto del mestiere ;)
FIORDILATTE, AMARENE, AMARETTI E CIOCCOLATO, SU STECCO
Ingredienti
gelato al fiordilatte, che sia ottimo
amarene e il loro sciroppo
amaretti
cioccolato fondente
Procedimento
Tirate fuori il gelato dal freezer dieci minuti prima di iniziare la preparazione.
Tagliate le amarene a pezzetti. In una ciotola, mantecate il gelato con le amarene e variegatelo con qualche cucchiaio di sciroppo. Con una spatola, riempite gli stampini con il gelato arricchito di amarene.
Inserite gli appositi bastoncini di legno e riponete in freezer, per 2-3 ore [meglio se una notte intera].
Fate fondere il cioccolato. A parte, sbriciolate gli amaretti.
Tips and tricks
Per ora è tutto, spero di aggiornare di nuovo presto, ho giusto qualche ghiacciolo e cake di cui raccontarvi. ;)
PS: per ragioni che ormai tutti ben conoscete, l'intero universo blog si è trasferito su Bloglovin'. Se volete, potete seguirmi anche lì :)
Avevo davvero bisogno di un part-time in gelateria? No. Eppure mi ci sono infilata. Per incapacità di dire no a una proposta, per la solita paura nei confronti del tempo libero, per il desiderio di essere sempre -sempre più- indipendente, per curiosità. Soprattutto per curiosità, in realtà. L'idea di imparare a produrre il gelato mi attirava molto e quindi sì, okay, ho sacrificato anche quelle 5 ore quotidiane al grido di "impara l'arte e mettila da parte".
Tento d'ignorare i segnali di cedimento che la mia mente inizia a inviarmi e intanto mi diletto nella pulizia di kg di frutta fresca, nell'affondare il naso nel barattolo dei semi di vaniglia [ebbene sì, facciamo la crema con i semi di vaniglia, ed è uno spettacolo], nell'osservare, in estasi, il gelato al caffè che scivola fuori dalla macchina [il gelato appena, appena, fatto, quello, vale tutti i mal di schiena delle ore in piedi, soprattutto quello al caffè], nel tuffare stecchi di gelato nel cioccolato fuso, nel dosare al grammo paste purissime di nocciola e di pistacchio, nel fare, fare concreto, fare di scatoloni da spostare, carapine di kg di gelato da sollevare [le mie braccia stanno perdendo anche le ultime traccia di femminilità], fare di persone con le quali rapportarsi, ideare nuove ricette, abbinamenti e gusti, fare di soddisfazione quando -a fine giornata- finalmente spengo le luci e chiudo la porta della gelateria a chiave.
Insomma, se non fosse per la stanchezza, direi che mi sto quasi divertendo.
Mi piace stare dietro le quinte, soprattutto quando c'entra il cibo, e soprattutto se il cibo in questione è uno dei miei preferiti.
Non vi stupirà, quindi, l'insinuarsi di preparazioni sottozero fra le pagine di Food Therapy.
Prendendo spunto da uno dei gusti che proponiamo, ho creato questi stecchi formato mini: gelato al fiordilatte, amarene in pezzetti e sciroppo [quello avanzato dalle amarene, non quello fucsia che sta dentro alle bottiglie che si trovano al super ;) ], granella di amaretti e cioccolato fondente.
Prepararsi dei gelati del genere in casa è facilissimo: bastano degli stampi in silicone [si trovano sia sul web che nei negozi di casalinghi], del buon gelato al fiordilatte e un freezer.
Eccovi la non-ricetta, più qualche trucchetto del mestiere ;)
FIORDILATTE, AMARENE, AMARETTI E CIOCCOLATO, SU STECCO
Ingredienti
gelato al fiordilatte, che sia ottimo
amarene e il loro sciroppo
amaretti
cioccolato fondente
Procedimento
Tirate fuori il gelato dal freezer dieci minuti prima di iniziare la preparazione.
Tagliate le amarene a pezzetti. In una ciotola, mantecate il gelato con le amarene e variegatelo con qualche cucchiaio di sciroppo. Con una spatola, riempite gli stampini con il gelato arricchito di amarene.
Inserite gli appositi bastoncini di legno e riponete in freezer, per 2-3 ore [meglio se una notte intera].
Fate fondere il cioccolato. A parte, sbriciolate gli amaretti.
Sformate i gelatini, ponendoli su una teglia coperta da carta forno/alluminio. "Rigateli" con il cioccolato fuso e lasciateci cadere sopra la granella di amaretti. Rimettete in freezer.
Tips and tricks
- variegatura: il segreto per variegare correttamente un gelato è fare in modo che le due componenti rimangano distinguibili, che si combinino senza fondersi; evitate di mescolare troppo il fiordilatte allo sciroppo, è sufficiente fare in modo che le amarene e il loro sciroppo siano equamente distribuiti nel gelato
- per fare in modo che la superficie dei gelati sia il più possibile regolare, e che all'interno non si formino bolle d'aria, è necessario premere bene il gelato all'interno degli stampi; un modo semplice è quello di spatolare in più riprese il gelato nei bordi e sul fondo, in modo che tutti gli spazi siano accuratamente colmati
- cioccolato: il cioccolato che si utilizza professionalmente è ricco di grassi, per fare in modo che rimanga molto fluido e che si rapprenda facilmente a contatto con la materia fredda; cercate un buon cioccolato di copertura e, se necessario, fondetelo con burro o acqua, in modo che sia molto liquido e coli facilmente sugli stecchi
- ovviamente, volendo si possono ricoprire interamente, come gli stecchi classici
PS: per ragioni che ormai tutti ben conoscete, l'intero universo blog si è trasferito su Bloglovin'. Se volete, potete seguirmi anche lì :)
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sabato 22 settembre 2012
Mangami
A volte ho davvero l'impressione che il tempo si dilati, si sfaldi, si sfilacci fra le mie giornate.
L'ultima settimana mi è sembrata lunghissima, da vivere. Eppure, eccoci, è di nuovo venerdì.
Venerdì scorso arrivava la tempesta. Ora devo socchiudere gli occhi, nel puntarli al cielo, a causa dell'intensità della luce del sole.
E se, da una parte, ho imparato [ormai da un po'] a non credere alla stabilità degli stati d'animo, delle emozioni, dei sorrisi, della luce, dall'altra, devo ancora apprendere pienamente che nemmeno le lacrime e il buio sono eterni e incorruttibili.
"It can't rain all the time", si diceva in un film. Eppure, come può sembrare definitiva la pioggia.
La salvezza sta sempre nelle persone. Che siano Persone, però.
Lo ribadisco, a me più che a voi.
Persone.
Ho questa settimana lunghissima tutta addosso, scusate se sono un po' ermetica.
Ma, come sempre, qualcuno riuscirà a leggere fra le righe.
E, mentre leggerà, saprà esattamente che tutto questo vorticare confuso di parole non è altro che un modo, come sempre maldestro, per dire "grazie". Certi "grazie" sono troppo intensi per essere fermati su una pagina. Certi "grazie" vorrei dirli con gli occhi, più che con le parole.
Ci sarà modo e tempo, anche per questo.
Per ora, ci sono gli ultimi manghi [esiste il plurale di mango? Illuminatemi!] da acciuffare.
[Come cambio discorso io, nessuno.]
La vostra eroina è ormai una professionista dello spaccio clandestino di frutta.
Bastano due parole con la proprietaria della mia gelateria di fiducia, per ritrovarmi con un kg di ottimi frutti rossi, a un prezzo ragionevole.
Fra una chiacchiera e l'altra, mi faccio offrire uva fragola personalmente raccolta.
E mi è sufficiente andare a cena nel ristorantino preferito per tornare a casa con due manghi maturi e saporiti.
Così è successo, un paio di settimane fa.
[Del ristorantino in questione vedrò di parlarvi presto, con accurata descrizione del Tany, del suo cognac alla pera, del suo divino passito, del carpaccio di baccalà con pepe rosa e lime, del godurioso club sandwich, dei dolci che non sai mai quale scegliere e finisce sempre che li provi tutti, e di tutto il resto. Ne parleremo.]
L'amore fra me e il mango è nato anni fa. Ho capito che sarebbe stato il frutto della mia vita quando mi ha punto la lingua con la sua nota pepata finale. Da allora, nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo.
E il Tany, quando mi ha fatto assaggiare quel tiramisù al mango, ha ridestato, nel tempo di un cucchiaino, la mia passione per l'esotico frutto.
Parlando del più e del meno, poi, non so come ma mi sono ritrovata con due manghi da portare a casa. E quindi eccoci qui.
Il dolce al cucchiaio di oggi è nato dopo quasi ventiquattrore di intense elucubrazioni davanti a quei due manghi, che mi fissavano un po' preoccupati della loro sorte, non lo nego.
Uno di loro ha fatto la fine che già avevo premeditato: metà mangiato al naturale, e metà "sorbettato" [con il mio metodo eretico e barbaro, quello che, se proprio volete, trovate qui.]
L'altro è stato per metà frullato e unito a una vellutata crema pasticcera, e per la metà restante flambato al ritmo di "Ti flambo il mango" [perla della sottoscritta durante un elogio al mango intavolato fra un cucchiaino e l'altro del sopracitato tiramisù].
Il risultato è una crema che unisce la golosità della crema pasticcera alla freschezza della polpa del mango. Fra un cucchiaino e l'altro, poi, spuntano cubetti del frutto avvolti da un velo di rhum e zucchero di canna, caramellato a fiamma viva.
"Non so tu, ma io ti mango."
[Questa, invece, è di Marta, via Twitter -qui, il suo profilo-]
CREMA AL MANGO
Ingredienti
Per la crema pasticcera
500 ml di latte fresco intero
4 tuorli [oppure, 2 uova intere*]
90 g di zucchero
i semi di una bacca di vaniglia
40 g di maizena
un grosso mango maturo
rhum e zucchero di canna, q.b.
Procedimento
Preparare innanzitutto la crema pasticcera. Scaldare il latte in un pentolino con la stecca di vaniglia, aperta a metà, e i suoi semini, evitando di far raggiungere il bollore. Spegnere il fuoco e lasciare la vaniglia in infusione per circa 30 minuti, in modo che il latte assimili tutto l'aroma.
Nel frattempo, in una ciotola a parte, sbattere i tuorli [o le uova intere] con lo zucchero. Unire anche la maizena setacciata.
Togliere la bacca di vaniglia dal latte e versarlo, a filo, nel composto di uova.
Rimettere la crema sul fornello e cuocere fino ad addensamento completato.
[A questo punto, se proprio volete fare una cosa bellissima, prendete un cucchiaino di burro e scioglietelo nella crema, mescolando. Lucidità e morbidezza saranno inequiparabili.]
Frullare la polpa di mezzo mango, e unirla alla crema pasticcera. Dividerla poi nei bicchierini.
Tagliare il mango restante a cubetti. Metterlo in una padella con due cucchiai di zucchero e lasciar caramellare a fuoco basso. Quando lo zucchero è completamente sciolto, aggiungere il rhum.
Flambare inclinando leggermente il padellino, finché l'alcol non s'incendia.
Disporre i cubetti di mango sulle creme [ero partita col tentativo di fare qualcosa di ordinato ed elegante, ma poi l'entropia ha, come al solito prevalso, e quindi una montagna di mango è franata nella crema pasticcera mangata -si dirà?-, magari voi potete attenervi a un'idea di pasticceria vagamente più raffinata e presentabile].
*Mi confermo l'eretica di cui sopra dicendovi che ho preparato la crema pasticcera utilizzando anche gli albumi. Dovendo aggiungere un frutto frullato [liquido, quindi], necessitavo di una crema più consistente, quindi, non volendo compromettere la freschezza del dolce, ho preferito sostituire due tuorli con gli albumi, senza aumentare la maizena.
Il risultato è stato molto soddisfacente, direi che è una variante da tenere in considerazione, soprattutto qualora si vogliano tagliare calorie, colesterolo & co.
Bene, post come al solito assurdo e dalla confusione imperante. Fortunatamente ho qualcosa di serio con cui riscattarmi. Vi ricordate il blog di Valeria, di cui avevamo parlato qui?
Proprio qualche giorno fa, su quelle pagine, è uscita la prima ricetta made in Food Therapy.
Nel caso vi venga, dopo esservi divorati quattro manghi, un'improvvisa voglia di zucchine, potete con entusiasmo lanciarvi su questo link.
Ora direi che porto me stessa a letto. O, perlomeno, lontano da una tastiera :)
L'ultima settimana mi è sembrata lunghissima, da vivere. Eppure, eccoci, è di nuovo venerdì.
Venerdì scorso arrivava la tempesta. Ora devo socchiudere gli occhi, nel puntarli al cielo, a causa dell'intensità della luce del sole.
E se, da una parte, ho imparato [ormai da un po'] a non credere alla stabilità degli stati d'animo, delle emozioni, dei sorrisi, della luce, dall'altra, devo ancora apprendere pienamente che nemmeno le lacrime e il buio sono eterni e incorruttibili.
"It can't rain all the time", si diceva in un film. Eppure, come può sembrare definitiva la pioggia.
La salvezza sta sempre nelle persone. Che siano Persone, però.
Lo ribadisco, a me più che a voi.
Persone.
Ho questa settimana lunghissima tutta addosso, scusate se sono un po' ermetica.
Ma, come sempre, qualcuno riuscirà a leggere fra le righe.
E, mentre leggerà, saprà esattamente che tutto questo vorticare confuso di parole non è altro che un modo, come sempre maldestro, per dire "grazie". Certi "grazie" sono troppo intensi per essere fermati su una pagina. Certi "grazie" vorrei dirli con gli occhi, più che con le parole.
Ci sarà modo e tempo, anche per questo.
Per ora, ci sono gli ultimi manghi [esiste il plurale di mango? Illuminatemi!] da acciuffare.
[Come cambio discorso io, nessuno.]
La vostra eroina è ormai una professionista dello spaccio clandestino di frutta.
Bastano due parole con la proprietaria della mia gelateria di fiducia, per ritrovarmi con un kg di ottimi frutti rossi, a un prezzo ragionevole.
Fra una chiacchiera e l'altra, mi faccio offrire uva fragola personalmente raccolta.
E mi è sufficiente andare a cena nel ristorantino preferito per tornare a casa con due manghi maturi e saporiti.
Così è successo, un paio di settimane fa.
[Del ristorantino in questione vedrò di parlarvi presto, con accurata descrizione del Tany, del suo cognac alla pera, del suo divino passito, del carpaccio di baccalà con pepe rosa e lime, del godurioso club sandwich, dei dolci che non sai mai quale scegliere e finisce sempre che li provi tutti, e di tutto il resto. Ne parleremo.]
L'amore fra me e il mango è nato anni fa. Ho capito che sarebbe stato il frutto della mia vita quando mi ha punto la lingua con la sua nota pepata finale. Da allora, nessuno è mai riuscito ad eguagliarlo.
E il Tany, quando mi ha fatto assaggiare quel tiramisù al mango, ha ridestato, nel tempo di un cucchiaino, la mia passione per l'esotico frutto.
Parlando del più e del meno, poi, non so come ma mi sono ritrovata con due manghi da portare a casa. E quindi eccoci qui.
Il dolce al cucchiaio di oggi è nato dopo quasi ventiquattrore di intense elucubrazioni davanti a quei due manghi, che mi fissavano un po' preoccupati della loro sorte, non lo nego.
Uno di loro ha fatto la fine che già avevo premeditato: metà mangiato al naturale, e metà "sorbettato" [con il mio metodo eretico e barbaro, quello che, se proprio volete, trovate qui.]
L'altro è stato per metà frullato e unito a una vellutata crema pasticcera, e per la metà restante flambato al ritmo di "Ti flambo il mango" [perla della sottoscritta durante un elogio al mango intavolato fra un cucchiaino e l'altro del sopracitato tiramisù].
Il risultato è una crema che unisce la golosità della crema pasticcera alla freschezza della polpa del mango. Fra un cucchiaino e l'altro, poi, spuntano cubetti del frutto avvolti da un velo di rhum e zucchero di canna, caramellato a fiamma viva.
"Non so tu, ma io ti mango."
[Questa, invece, è di Marta, via Twitter -qui, il suo profilo-]
CREMA AL MANGO
Ingredienti
Per la crema pasticcera
500 ml di latte fresco intero
4 tuorli [oppure, 2 uova intere*]
90 g di zucchero
i semi di una bacca di vaniglia
40 g di maizena
un grosso mango maturo
rhum e zucchero di canna, q.b.
Procedimento
Preparare innanzitutto la crema pasticcera. Scaldare il latte in un pentolino con la stecca di vaniglia, aperta a metà, e i suoi semini, evitando di far raggiungere il bollore. Spegnere il fuoco e lasciare la vaniglia in infusione per circa 30 minuti, in modo che il latte assimili tutto l'aroma.
Nel frattempo, in una ciotola a parte, sbattere i tuorli [o le uova intere] con lo zucchero. Unire anche la maizena setacciata.
Togliere la bacca di vaniglia dal latte e versarlo, a filo, nel composto di uova.
Rimettere la crema sul fornello e cuocere fino ad addensamento completato.
[A questo punto, se proprio volete fare una cosa bellissima, prendete un cucchiaino di burro e scioglietelo nella crema, mescolando. Lucidità e morbidezza saranno inequiparabili.]
Frullare la polpa di mezzo mango, e unirla alla crema pasticcera. Dividerla poi nei bicchierini.
Tagliare il mango restante a cubetti. Metterlo in una padella con due cucchiai di zucchero e lasciar caramellare a fuoco basso. Quando lo zucchero è completamente sciolto, aggiungere il rhum.
Flambare inclinando leggermente il padellino, finché l'alcol non s'incendia.
Disporre i cubetti di mango sulle creme [ero partita col tentativo di fare qualcosa di ordinato ed elegante, ma poi l'entropia ha, come al solito prevalso, e quindi una montagna di mango è franata nella crema pasticcera mangata -si dirà?-, magari voi potete attenervi a un'idea di pasticceria vagamente più raffinata e presentabile].
*Mi confermo l'eretica di cui sopra dicendovi che ho preparato la crema pasticcera utilizzando anche gli albumi. Dovendo aggiungere un frutto frullato [liquido, quindi], necessitavo di una crema più consistente, quindi, non volendo compromettere la freschezza del dolce, ho preferito sostituire due tuorli con gli albumi, senza aumentare la maizena.
Il risultato è stato molto soddisfacente, direi che è una variante da tenere in considerazione, soprattutto qualora si vogliano tagliare calorie, colesterolo & co.
Bene, post come al solito assurdo e dalla confusione imperante. Fortunatamente ho qualcosa di serio con cui riscattarmi. Vi ricordate il blog di Valeria, di cui avevamo parlato qui?
Proprio qualche giorno fa, su quelle pagine, è uscita la prima ricetta made in Food Therapy.
Nel caso vi venga, dopo esservi divorati quattro manghi, un'improvvisa voglia di zucchine, potete con entusiasmo lanciarvi su questo link.
Ora direi che porto me stessa a letto. O, perlomeno, lontano da una tastiera :)
domenica 2 settembre 2012
Orgoglio e impasti che lievitano
Settembre è arrivato con una puntualità disarmante, quest'anno.
Ciò che adoro, dei lievitati, è proprio il processo di lievitazione in sé. Se da una parte, infatti, sono estremamente indipendenti [io ho lasciato gli impasti a riposare e sono uscita, tranquillamente], dall'altra necessitano un'attenzione estrema. Basta un nulla perché l'impasto, bello gonfio, si appiattisca tristemente.
"I lievitati sono delicati come i lamponi", si diceva con Martina qualche giorno fa. Ed è proprio così.
[Indipendenza ed estrema delicatezza. Uhm. Interessante...]
E agosto mi manca. Mi manca l'essere a casa da sola, con tutta la famiglia in vacanza, i miei ritmi, i miei spazi, gli amici, le cene e i pranzi improvvisati, il poter lavorare al computer dal tavolo della cucina, quello ampio e illuminato alla perfezione, con la moka sempre a portata di mano.
E' stato un agosto strano. Il primo agosto che ho interamente, davvero, trascorso qui. Senza mare, senza viaggi [a parte quelli mentali, s'intende, ovvio], senza giornate in spiaggia a cuocersi. E non mi è dispiaciuto, anzi.
Questo agosto è stato un mese solitario, ma denso di persone. Può sembrare contraddittorio, ma le persone [anzi, le Persone, quelle con la p maiuscola] non necessitano di corporeità per esserci. E' stato un mese davanti allo specchio, quello specchio che non riflette il corpo. E' stato un mese in cui sono arrivata a grattugiarmi, di nuovo, per l'ennesima volta, la faccia sull'asfalto, per poi rialzarmi, però, rialzarmi come non ho mai fatto prima. E di questo sono particolarmente orgogliosa. Sì, orgogliosa.
Per la prima volta in vita mia, sono davvero orgogliosa di qualcosa che mi riguarda.
E' un risultato minuscolo, ho ancora molta strada da fare, tutta quella strada che devono percorrere quelli che hanno appena deciso di alzarsi davvero. Ma è un risultato relativamente immenso. Quell'immensità che hanno le cose che accadono quando ormai avevi smesso di crederci, esattamente quella.
E dovrei scrivere troppi grazie, a questo punto. Ma ne sto spargendo altrove, dovunque, con ogni mezzo.
E' stato un agosto strano. Il primo agosto che ho interamente, davvero, trascorso qui. Senza mare, senza viaggi [a parte quelli mentali, s'intende, ovvio], senza giornate in spiaggia a cuocersi. E non mi è dispiaciuto, anzi.
Questo agosto è stato un mese solitario, ma denso di persone. Può sembrare contraddittorio, ma le persone [anzi, le Persone, quelle con la p maiuscola] non necessitano di corporeità per esserci. E' stato un mese davanti allo specchio, quello specchio che non riflette il corpo. E' stato un mese in cui sono arrivata a grattugiarmi, di nuovo, per l'ennesima volta, la faccia sull'asfalto, per poi rialzarmi, però, rialzarmi come non ho mai fatto prima. E di questo sono particolarmente orgogliosa. Sì, orgogliosa.
Per la prima volta in vita mia, sono davvero orgogliosa di qualcosa che mi riguarda.
E' un risultato minuscolo, ho ancora molta strada da fare, tutta quella strada che devono percorrere quelli che hanno appena deciso di alzarsi davvero. Ma è un risultato relativamente immenso. Quell'immensità che hanno le cose che accadono quando ormai avevi smesso di crederci, esattamente quella.
E dovrei scrivere troppi grazie, a questo punto. Ma ne sto spargendo altrove, dovunque, con ogni mezzo.
La ricetta di quest'estate non posso inserirla in archivio, ma è stata un'estate indimenticabile quanto quest'altra. A quest'autunno alle porte resta qualcosa di un po' più consistente dei ricordi, però.
Insieme a pioggia e freddo, settembre si è presentato con una fortissima voglia di impasti lievitati. Impasti lievitati con spifferi di vento gelido che s'infilano in ogni dove: il tempismo.
E se da una parte la vocina mi diceva "lievitilievitilieviti!", dall'altra questo grigiore autunnale mi ordinava di spargere cannella dovunque. Il compromesso è stata l'invasione della mia cucina da parte di una settantina [settantatré, per la precisione] di cinnamon rolls.
Trattasi di meravigliose briochine alla cannella, profumatissime e fragranti. La libidine inizia durante la preparazione, quando lavorate con le mani questo impasto morbido che sa di uova e zucchero.
Poi aggiungete il mascarpone, ed è il paradiso.
Insieme a pioggia e freddo, settembre si è presentato con una fortissima voglia di impasti lievitati. Impasti lievitati con spifferi di vento gelido che s'infilano in ogni dove: il tempismo.
E se da una parte la vocina mi diceva "lievitilievitilieviti!", dall'altra questo grigiore autunnale mi ordinava di spargere cannella dovunque. Il compromesso è stata l'invasione della mia cucina da parte di una settantina [settantatré, per la precisione] di cinnamon rolls.
Trattasi di meravigliose briochine alla cannella, profumatissime e fragranti. La libidine inizia durante la preparazione, quando lavorate con le mani questo impasto morbido che sa di uova e zucchero.
Poi aggiungete il mascarpone, ed è il paradiso.
[Sì, mascarpone. Apriamo una breve parentesi. Ho seguito la ricetta di Edda, dopo essermi un po' informata. Al mascarpone, infatti, viene sempre associata un'idea di pesantezza, mentre, a ben guardare, in realtà contiene circa la metà delle calorie del burro. E la prova l'ho avuta al momento dell'assaggio: avevo già preparato le cinnamon con il burro, e queste al mascarpone sono risultate molto, molto, più leggere. Oltre al fatto di avere il plus dell'aroma di questo meraviglioso formaggio cremoso. Una variante alla classica pasta brioche che si può, di tanto in tanto, considerare, insomma.]
Ciò che adoro, dei lievitati, è proprio il processo di lievitazione in sé. Se da una parte, infatti, sono estremamente indipendenti [io ho lasciato gli impasti a riposare e sono uscita, tranquillamente], dall'altra necessitano un'attenzione estrema. Basta un nulla perché l'impasto, bello gonfio, si appiattisca tristemente.
"I lievitati sono delicati come i lamponi", si diceva con Martina qualche giorno fa. Ed è proprio così.
[Indipendenza ed estrema delicatezza. Uhm. Interessante...]
Okay, fermiamo le divagazioni e passiamo alla ricetta, questo post è già sufficientemente chilometrico :)
CINNAMON ROLLS [Ricetta di Edda]
Ingredienti
500 g di farina [50% 00 e 50% manitoba, ma anche 100% 00]
250 g di latte intero, tiepido
70 g di mascarpone
70 g di zucchero di canna
un uovo
10 g di sale
15 g di lievito di birra fresco [o 6 g di lievito di birra secco]
un cucchiaino di cannella in polvere
2/3 cucchiai di mascarpone
3/4 cucchiai di zucchero di canna [io ne ho messi 2, assaggiate ;) ]
3/4 cucchiai di zucchero di canna [io ne ho messi 2, assaggiate ;) ]
2 cucchiaini di cannella in polvere
un uovo
zucchero di canna
Procedimento
Sciogliere il lievito in 50 g di latte tiepido, lasciandolo fermentare per circa un quarto d'ora [finché sulla superficie non sia comparso uno strato di schiuma].
Mettere la farina e la cannella in una grande ciotola. Da una parte, versare lo zucchero, dall'altra, il sale [i due non devono entrare in contatto]. Versare al centro il latte con il lievito, l'uovo e, mentre si inizia a impastare, il resto del latte, incorporandolo progressivamente.
Non appena il composto inizia ad avere una forma, aggiungere il mascarpone.
Lavorare l'impasto su un piano infarinato, ripiegandolo più volte verso l'interno. Il risultato dev'essere una palla liscia.
Lasciare riposare per circa un paio d'ore in una ciotola coperta da un panno umido, in luogo riparato dalle correnti d'aria. [Io l'ho messa in forno]
Mettere la farina e la cannella in una grande ciotola. Da una parte, versare lo zucchero, dall'altra, il sale [i due non devono entrare in contatto]. Versare al centro il latte con il lievito, l'uovo e, mentre si inizia a impastare, il resto del latte, incorporandolo progressivamente.
Non appena il composto inizia ad avere una forma, aggiungere il mascarpone.
Lavorare l'impasto su un piano infarinato, ripiegandolo più volte verso l'interno. Il risultato dev'essere una palla liscia.
Lasciare riposare per circa un paio d'ore in una ciotola coperta da un panno umido, in luogo riparato dalle correnti d'aria. [Io l'ho messa in forno]
Quando l'impasto è raddoppiato, riprenderlo e stenderlo su un piano infarinato, a forma di rettangolo.
A questo punto potete:
- utilizzarlo subito
- coprirlo con la pellicola e porlo in frigorifero, per utilizzarlo la mattina seguente
- surgelare la pasta [al momento dell'utilizzo la si dovrà scongelare una notte in frigorifero, prima di poterla usare]
A questo punto potete:
- utilizzarlo subito
- coprirlo con la pellicola e porlo in frigorifero, per utilizzarlo la mattina seguente
- surgelare la pasta [al momento dell'utilizzo la si dovrà scongelare una notte in frigorifero, prima di poterla usare]
Preparare la farcitura mescolando il mascarpone con la cannella e lo zucchero [aggiungere, eventualmente, un po' di latte], stenderla uniformemente sul rettangolo di pasta. Arrotolare delicatamente, partendo dalla base lunga.
Porre il rotolo in freezer per circa un quarto d'ora: una volta ben freddo, sarà più semplice affettarlo.
Dividere il rotolo in fette da circa un cm ciascuna, porle sulla teglia, ben distanziate, e far lievitare per un'altra oretta.
Porre il rotolo in freezer per circa un quarto d'ora: una volta ben freddo, sarà più semplice affettarlo.
Dividere il rotolo in fette da circa un cm ciascuna, porle sulla teglia, ben distanziate, e far lievitare per un'altra oretta.
Spennellare le cinnamon con il tuorlo sbattuto, e spolverarle con lo zucchero.
Infine, infornare a 180°C per venti minuti, o fino a doratura.
Infine, infornare a 180°C per venti minuti, o fino a doratura.
Ogni tanto ho pensieri democratici, quindi ne ho farcite la metà con una crema al cioccolato, preparata sostituendo la cannella con del cacao amaro e aggiungendo delle scaglie di cioccolato. Per quelli che non mangiano cannella a cucchiaiate come me, insomma :)
[Post-it: da provare sostituendo al mascarpone la ricotta.]
Nota sulle foto: Marta non ha improvvisamente disimparato a fotografare, semplicemente, questa volta ho scattato io. E credo la cosa si ripeterà, visto che c'è una nuova arrivata in casa ;)
I feel like
Agnese,
blogosfera e dintorni,
brioche,
british style,
cannella,
chocolate,
colazione,
comfort food,
food around the world,
friends,
lievitati dolci,
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summertime
giovedì 30 agosto 2012
Torino
Siamo andati a trovare Henri Cartier-Bresson a Torino, ieri.
Ci ha accolti nel suo palazzo di marmi, nelle sue stanze dove i pavimenti alternavano il grigio-azzurro al bianco.
Ci ha raccontato il Novecento senza utilizzare parole. E allora ho capito il significato di quel suo “per guardare bene bisognerebbe essere sordomuti”.
Ci ha raccontato lo sguardo di Sartre e quello di Ezra Pound, spiegandoci che, per lui, fare un ritratto significava poggiare un punto interrogativo su qualcuno. E io osservavo quei punti interrogativi attonita, perché stavo guardando negli occhi qualcuno che, per primo, aveva guardato me negli occhi.
Ci ha raccontato di Alberto Giacometti, dei suoi scheletri di metallo e calce, spigolosi come la sua mente.
Ci ha raccontato di strade che non abbiamo mai visto, di luoghi che forse non riusciremo mai a conoscere, di un secolo talmente denso da far apparire come diluito il nostro.
Ci ha accolti nel suo palazzo di marmi, nelle sue stanze dove i pavimenti alternavano il grigio-azzurro al bianco.
Ci ha raccontato il Novecento senza utilizzare parole. E allora ho capito il significato di quel suo “per guardare bene bisognerebbe essere sordomuti”.
Ci ha raccontato lo sguardo di Sartre e quello di Ezra Pound, spiegandoci che, per lui, fare un ritratto significava poggiare un punto interrogativo su qualcuno. E io osservavo quei punti interrogativi attonita, perché stavo guardando negli occhi qualcuno che, per primo, aveva guardato me negli occhi.
Ci ha raccontato di Alberto Giacometti, dei suoi scheletri di metallo e calce, spigolosi come la sua mente.
Ci ha raccontato di strade che non abbiamo mai visto, di luoghi che forse non riusciremo mai a conoscere, di un secolo talmente denso da far apparire come diluito il nostro.
E’ affascinante, Henri.
Ti seduce con le sue diagonali di ringhiere, con le sue cornici di buchi nei muri, con le sue prospettive rassicuranti, con i suoi contrasti che sono spirali in cui ti perdi, con il suo gioco continuo di luce e ombra.
Ti seduce con corpi sfuocati che si mescolano, con scarpe catturate prima che spariscano seguendo la loro proprietaria, già inghiottita dalla stanza, con teste che sembrano annodate nelle tende.
Ti seduce perché è riuscito nella sfida più difficile per noi umani: eternare gli attimi.
Gli attimi, le vite, le sofferenze, gli amori.
Ti seduce con le sue diagonali di ringhiere, con le sue cornici di buchi nei muri, con le sue prospettive rassicuranti, con i suoi contrasti che sono spirali in cui ti perdi, con il suo gioco continuo di luce e ombra.
Ti seduce con corpi sfuocati che si mescolano, con scarpe catturate prima che spariscano seguendo la loro proprietaria, già inghiottita dalla stanza, con teste che sembrano annodate nelle tende.
Ti seduce perché è riuscito nella sfida più difficile per noi umani: eternare gli attimi.
Gli attimi, le vite, le sofferenze, gli amori.
L’ho amato, semplicemente.
E ho amato la città, nonostante un inizio poco entusiasmante nel traffico della periferia.
Non riuscivo a staccare gli occhi dal cielo su Torino.
[Il rimando alla canzone dei Subsonica è tanto istintivo quanto d'obbligo]
Il gelato alla vaniglia di Grom è l’estasi dei sensi. Il sorbetto ai mirtilli, d’altra parte, ha una consistenza divina. Sa di velluto viola, quel viola di cui ti tinge le labbra e che poi ti porti in giro per tutto il pomeriggio.
Piazza Castello è sterminata. La Mole non è mai alta quanto ce la si immagina.
E ho amato la città, nonostante un inizio poco entusiasmante nel traffico della periferia.
Non riuscivo a staccare gli occhi dal cielo su Torino.
[Il rimando alla canzone dei Subsonica è tanto istintivo quanto d'obbligo]
Il gelato alla vaniglia di Grom è l’estasi dei sensi. Il sorbetto ai mirtilli, d’altra parte, ha una consistenza divina. Sa di velluto viola, quel viola di cui ti tinge le labbra e che poi ti porti in giro per tutto il pomeriggio.
Piazza Castello è sterminata. La Mole non è mai alta quanto ce la si immagina.
Abbiamo camminato tutto il giorno, ovviamente perdendoci spesso e volentieri. Noi e le cartine, che strano rapporto.
Via Po è costellata di bancarelle. Ci sono quelle con i libri di edizioni vecchissime che compreresti in blocco. Copertine azzurre e bordeaux di un'eleganza che ora si fatica a trovare sugli scaffali delle librerie.
Qua e là graffiti enormi ricoprono muri dei palazzi e dell'Università. PicTurin è un bellissimo colpo di genio.
Via Po è costellata di bancarelle. Ci sono quelle con i libri di edizioni vecchissime che compreresti in blocco. Copertine azzurre e bordeaux di un'eleganza che ora si fatica a trovare sugli scaffali delle librerie.
Qua e là graffiti enormi ricoprono muri dei palazzi e dell'Università. PicTurin è un bellissimo colpo di genio.
Stamattina il cielo è grigio "settembre in anticipo", nuova tonalità di colore per descrivere un cielo autunnale ad agosto. Pioviggina. Scrivo sorseggiando tè caldo, e ripenso a quando per colazione mangiavo il gelato.
[Momento post-it personale: urge un post riassuntivo di quest'estate.]
La giornata a Torino è volata via.
Questo mese è volato via.
Questa estate è volata via.
Ma rimane. Questa estate rimane.
[Momento post-it personale: urge un post riassuntivo di quest'estate.]
La giornata a Torino è volata via.
Questo mese è volato via.
Questa estate è volata via.
Ma rimane. Questa estate rimane.
Bene, ora che ho fatto la persona seria e culturalmente impegnata [la mia ghost writer è proprio qui di fianco a me, stiamo pensando alla pasticceria dove andare a comprare i dolci per il prossimo post, così, poi, Marta Rizzato può fotografarli. Io pubblico, ma solo quando Blogger è simpatico e fa quello che gli dico. Altrimenti chiamo qualcuno anche per quello], posso aggiornarvi sulle avventure di Andy, Angie ed Audrey [non vedevate l'ora, ammettetelo!].
Erano anche loro a Torino, ieri. Dovevano incontrare Percy, un amico di Angie. In realtà, non si è ben capita la relazione fra i due: Angie è stata piuttosto evasiva, ma, a giudicare da certi sguardi che si lanciavano, si potrebbe dire che Percy ed Angie abbiano condiviso lo stesso naso, e certo non una volta sola.
Percy, d'altronde, è il classico bello e maledetto di cui tutte, prima o poi, s'innamorano. Ha il carisma nei tratti e un'eleganza soffusa, conferita forse dai colori scuri che volentieri indossa, forse dal fascino vintage tipico delle sue linee.
Se con Angie il suo fascino aveva già funzionato, presto anche Andy ed Audrey hanno iniziato a provare una certa simpatia nei suoi confronti.
Erano anche loro a Torino, ieri. Dovevano incontrare Percy, un amico di Angie. In realtà, non si è ben capita la relazione fra i due: Angie è stata piuttosto evasiva, ma, a giudicare da certi sguardi che si lanciavano, si potrebbe dire che Percy ed Angie abbiano condiviso lo stesso naso, e certo non una volta sola.
Percy, d'altronde, è il classico bello e maledetto di cui tutte, prima o poi, s'innamorano. Ha il carisma nei tratti e un'eleganza soffusa, conferita forse dai colori scuri che volentieri indossa, forse dal fascino vintage tipico delle sue linee.
Se con Angie il suo fascino aveva già funzionato, presto anche Andy ed Audrey hanno iniziato a provare una certa simpatia nei suoi confronti.
Li ha accompagnati a vedere una mostra fotografica e, dopo, hanno fatto una lunga passeggiata per Torino.
Nei pressi dell'Università, Audrey s'è invaghita di un letterato che, pigramente, se ne stava appoggiato a una ringhiera, contemplando la profondità delle sue riflessioni.
Andy, che quel genere di letterati lo conosce bene [ne fa parte lui stesso, ma non fateglielo notare], è subito andato a riprendere la figlia. I genitori... mai portarseli in vacanza.
Angie e Percy, nel frattempo, erano altrove. Altrove... forse a ridefinire i tratti della loro relazione?
E dopo questo fondamentale apporto alla vostra giornata, vi auguro che possa proseguire in maniera più significativa.
Magari nel prossimo post inserirò anche una ricetta, che dite? Mi sembra di aver visto la parola "food", da qualche parte, nel titolo di questo blog...
A.
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