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domenica 6 ottobre 2013

Roma | Non m'importa di cercare leggi di stabilità

Scrivo suol retro della carta d'imbarco, sgualcita dalle decine di passaggi per tasche, borse, angoli della valigia. Sono in aereo, ci siamo da poco staccati dall'asfalto di Fiumicino. Per una volta, non ho un posto sull'ala. Peccato ci siano le nuvole, e non riesca a vedere le luci della costa tirrenica. Scrivo appoggiando il foglio sulla copertina color verde Adelphi di Simic, sulle gambe, perché quelli di EasyJet mai -proprio mai- riescono a pulire i tavolini pieghevoli. 
Fra le dita ho una matita rosa fluo, rubata da una scrivania che mi mancherà. 

Scrivo, guardo mio fratello dormire nel sedile a fianco, spio le nuvole dall'oblò troppo stretto, sento l'uomo seduto dietro di noi aprire la confezione del suo muffin di plastica. 
Ho in testa i Radiohead, i Dire Straits, i Baustelle, Vasco Brondi, gli Air, Le Vergini Suicide, Trainspotting, Dogville che dovevi farmi vedere, ma poi no, e qualche bacio. Meravigliose teste bionde. Tovaglie sporche di tabacco e di vino. Sorprese. Doppi gelati per pranzo. Bottigliette d'acqua svuotate dentro a magliette, prati verdissimi e cieli assurdamente tersi, ad ottobre. Quartieri come opere di Dalì, con lampadari appesi sopra le strade e tappeti sui muri. Tramonti su San Giovanni, quando ti fermi e trattieni il respiro chiedendoti in quale altra città ci sia quella luce, quella che non se va mai, quella che c'è anche di notte, quando torni a casa abbracciata e un po' brilla.

Perdonaci, Roma, se questa volta non siamo rimasti tutta la notte sotto il Colosseo ad aspettare un'alba di nuvole rosa. Perdonaci se ci siamo svegliati a pomeriggio inoltrato, se siamo rimasti felici a cantare canzoni tristi mentre lavavamo i piatti, anziché immergerci nei tuoi musei e nelle tue bellissime rovine. Perdonaci se, come schizofrenici, abbiamo mangiato cacio e pepe, amatriciana e saltinbocca, ma anche wakame e avocado, ceci allo yogurt e pollo al curry. Perdonaci se abbiamo rimandato le Catacombe, Villa Borghese e chissà che altro, ma avevamo qualche film da guardare, tutti insieme nella sua camera azzurra, fra i fili di fumo delle nostre sigarette, i bicchieri di vino, gli incastri di gambe e braccia. Perdonaci, Roma, le nostre "e" troppo aperte, impareremo. Perdonaci, Roma, i nostri sorrisi, i pomeriggi di penombra in camera da letto, il gelato trasformato in cheesecake, i nostri occhi distratti da altri occhi, questo viverti senza sbranarti, ma in un sornione godere della tua bellezza, semplicemente respirando fra le tue strade, lungo il tuo fiume, dentro la tua storia, questo spudorato stare bene, la nostra sana anormalità, l'equilibrio degli squilibri, i brindisi all'eterno entusiasmo, il guardarsi a un binario e dirsi: "Io sono schifosamente felice, e tu?".

Incrocio lo sguardo della hostess. Mi chiede se desidero qualcosa. Rispondo di no, ma la ringrazio.
Penso che, in fondo, per essere schifosamente felici ci vuole poco.
Una serie di incredibili coincidenze.
Un blog. Un commento a un post. Un nickname che si trasforma in un nome. Raccontarsi le proprie vite una sera, su hangout. Decidere di andare a Roma. Pensare di trovarsi per bere qualcosa, per aggiungere un volto a delle parole. Osare un "Io, in questa città, vengo a viverci", mentre il sole cala dietro San Pietro e me ne sto seduta sul parapetto di Ponte Sant'Angelo. Decidere di farlo davvero, di cambiare di nuovo casa, letto, veduta dalla finestra della cucina. Prenotare un biglietto aereo per il proprio compleanno, tornare. Festeggiare con una famiglia conosciuta venti giorni prima.
A rifletterci, ora, non sono solo coincidenze: sono scelte. La felicità deriva sempre da una scelta, come l'infelicità. Scegliere di essere felice non mi appartiene, non sono mai stata capace, perché mai avrei dovuto, c'era così tanto da fare, al di là dell'essere felice.
Il problema della felicità è che, spesso, bisogna essere egoisti per sceglierla. Bisogna davvero mettere tutto il resto da parte: è un aut-aut, non esistono vie di mezzo, se vuoi essere felice devi buttare via quello che non serve, una sorta di minimalismo del benessere. 
Certe rinunce sono inevitabili: la vita è troppo vasta per un unico luogo, per un'unica famiglia, per un unico gruppo di amici, per un unico grande amore. Non permettersi l'euforico delirio della libertà è un suicidio.

"Se vuoi una storia d'amore eterna, innamorati di una città." [cit. Una Snob]
Io di Roma mi sono proprio innamorata. L'ho considerata una città "da visitare", finché non mi sono trovata sotto le mura della Basilica di Massenzio. E, improvvisamente, ho sentito qualcosa pungermi gli occhi, degli inspiegabili spilli.
Ho camminato urtando i passanti per non distogliere lo sguardo dal Vittoriano, ho girato Roma di notte, a piedi, godendo spudoratamente di quel vuoto di gente, che lascia risuonare l'eco della magnificenza della città. Ho dormito pochissimo, senza mai sentirmi stanca. Abbiamo visitato i Musei Vaticani due volte, tornando all'entrata grazie al passaggio segreto indicatoci da una guida sulla quale -noi biondi in vacanza- avevamo fatto colpo. Sono entrata nella Cappella Sistina e, finché non mi sono trovata al centro, non mi sono voltata a guardare il Giudizio Universale, un'assurda via di mezzo fra Orfeo e Stendhal. Sono rimasta incredula a fissare il soffitto, i colori, la tensione di quelle braccia, di quelle dita. Sarei rimasta per sempre all'interno del Pantheon, ad osservare la pioggia entrare dall'oculo, lenta e fittissima, quell'ipnotico cadere di luce ed acqua.
Sono stata trafitta da troppa Bellezza per rimanere indifferente. Mai potrei anche solo tentare di racchiuderla in delle parole.
Descrivere non serve, raccontare neppure, le fotografie, poi, sono una presa in giro. Bisogna trovarsi lì, e arrendersi. Lasciarsi invadere dallo stupore.

Il retro della carta d'imbarco è finito da un pezzo. Ho continuato a scrivere su una nota dello smartphone.
Siamo appena atterrati.
Scendiamo dall'aereo per ultimi. Torno presto. 

Fotografie di Roma non ve ne lascio [mi limito ad ammorbare il popolo di Facebook, contenti?], ma la parentesi culinaria voglio farla. Certo, sarei troppo banale a darvi la mia versione della cacio e pepe, vero?




ICE CREAM CAKE

Ingredienti
300 g di biscotti secchi [noi avevamo gli Oro Saiwa, ma potete usare quelli che preferite, anche abbinandoli ai gusti di gelato]
150 g di burro fuso
2 cucchiai di miele
cannella, un pizzico di sale

1 kg di ottimo gelato [il nostro era di Gelatario, se non lo conoscete dovete provvedere]

Procedimento
Tritate finemente i biscotti, mescolateli al burro fuso, al miele, alla cannella e al sale.
Disponeteli sul fondo di una tortiera con apertura a cerniera. Mettete in freezer per una decina di minuti.
Intanto, lasciate ammorbidire un po' il gelato.

Riprendete la base, e distribuitevi il gelato. Se scegliete due gusti, come nel nostro caso, vi consiglio di utilizzare una sac à poche per distribuirli in modo che rimangano separati.

Rimettete in tutto in freezer fino al momento di servire il dolce.

[I nostri gusti? Ricotta con pistacchi e cioccolato + crema con biscotti Gentilini]


INSALATA DI AVOCADO, WAKAME E PINOLI [ricetta di Iaia]

Ingredienti [per 5 persone]
2  avocado ben maturi
Alga wakame reidratata
Pinoli
Salsa di soia
Succo di limone

Procedimento
Tagliate gli avocado a cubetti. Mescolateli all'alga e ai pinoli [si potrebbero anche tostare, perché no]. Condite con la salsa di soia e il succo di limone, a piacere.


CECI CON CAROTE E SALSA DI YOGURT SPEZIATA

Ingredienti [sempre per 5 persone]
250 g di ceci [una scatola, insomma, ma se li avete secchi è meglio]
una carota
yogurt [magro o intero, l'importante è che non sia zuccherato]
spezie e aromi a volontà: curcuma, curry, paprika, cumino, coriandolo, origano, pepe nero

Procedimento
Fate saltare in padella i ceci e la carota tagliata sottilmente [se avete pelapatate/mandolina è perfetto].
Intanto, mescolate allo yogurt le spezie, regolandovi con l'assaggio.
Servite i ceci e le carote con la salsa.

giovedì 4 luglio 2013

Di gelato, gelati e gelaterie.

Sarà l'allergia sviluppata a schermi e tastiere [esattamente come diceva Nena qualche giorno fa], sarà l'estate, la sua ondata di malinconie serali, insonnie, bisogno di evasione, saranno i lavori che si accumulano e l'agenda che straripa, sarà che il futuro è sempre quel dannato orizzonte sullo sfondo, affollato da nubi inquiete e bluastre, lontano e incerto, sarà la stanchezza accumulata in questi mesi -o anni?-, sarà tutto questo e altro, ma trovo sfiancante anche solo l'idea di mettermi a scrivere un post. Sono settimane che ho aperta una scheda di Chrome con Blogger e la sua pagina bianca pronta per essere riempita. Ogni tanto ci provo, ma lascio perdere dopo qualche riga. Fatico a trovare un ritmo per scrivere liberamente, senza fatica, con naturalezza. Forse è il periodo, forse è che quel poco che scrivo, ultimamente, lo sto scrivendo per il lavoro, forse è l'ispirazione, che mi sembra essere entrata a far parte di quegli esseri nei quali una volta credevo, e ora mi sembrano solo miti infantili, o adolescenziali.

Avevo davvero bisogno di un part-time in gelateria? No. Eppure mi ci sono infilata. Per incapacità di dire no a una proposta, per la solita paura nei confronti del tempo libero, per il desiderio di essere sempre -sempre più- indipendente, per curiosità. Soprattutto per curiosità, in realtà. L'idea di imparare a produrre il gelato mi attirava molto e quindi sì, okay, ho sacrificato anche quelle 5 ore quotidiane al grido di "impara l'arte e mettila da parte".
Tento d'ignorare i segnali di cedimento che la mia mente inizia a inviarmi e intanto mi diletto nella pulizia di kg di frutta fresca, nell'affondare il naso nel barattolo dei semi di vaniglia [ebbene sì, facciamo la crema con i semi di vaniglia, ed è uno spettacolo], nell'osservare, in estasi, il gelato al caffè che scivola fuori dalla macchina [il gelato appena, appena, fatto, quello, vale tutti i mal di schiena delle ore in piedi, soprattutto quello al caffè], nel tuffare stecchi di gelato nel cioccolato fuso, nel dosare al grammo paste purissime di nocciola e di pistacchio, nel fare, fare concreto, fare di scatoloni da spostare, carapine di kg di gelato da sollevare [le mie braccia stanno perdendo anche le ultime traccia di femminilità], fare di persone con le quali rapportarsi, ideare nuove ricette, abbinamenti e gusti, fare di soddisfazione quando -a fine giornata- finalmente spengo le luci e chiudo la porta della gelateria a chiave.
Insomma, se non fosse per la stanchezza, direi che mi sto quasi divertendo.
Mi piace stare dietro le quinte, soprattutto quando c'entra il cibo, e soprattutto se il cibo in questione è uno dei miei preferiti.

Non vi stupirà, quindi, l'insinuarsi di preparazioni sottozero fra le pagine di Food Therapy.
Prendendo spunto da uno dei gusti che proponiamo, ho creato questi stecchi formato mini: gelato al fiordilatte, amarene in pezzetti e sciroppo [quello avanzato dalle amarene, non quello fucsia che sta dentro alle bottiglie che si trovano al super ;) ], granella di amaretti e cioccolato fondente.
Prepararsi dei gelati del genere in casa è facilissimo: bastano degli stampi in silicone [si trovano sia sul web che nei negozi di casalinghi], del buon gelato al fiordilatte e un freezer.
Eccovi la non-ricetta, più qualche trucchetto del mestiere ;)




FIORDILATTE, AMARENE, AMARETTI E CIOCCOLATO, SU STECCO

Ingredienti
gelato al fiordilatte, che sia ottimo
amarene e il loro sciroppo
amaretti
cioccolato fondente

Procedimento
Tirate fuori il gelato dal freezer dieci minuti prima di iniziare la preparazione.
Tagliate le amarene a pezzetti. In una ciotola, mantecate il gelato con le amarene e variegatelo con qualche cucchiaio di sciroppo. Con una spatola, riempite gli stampini con il gelato arricchito di amarene.
Inserite gli appositi bastoncini di legno e riponete in freezer, per 2-3 ore [meglio se una notte intera].

Fate fondere il cioccolato. A parte, sbriciolate gli amaretti.



Sformate i gelatini, ponendoli su una teglia coperta da carta forno/alluminio. "Rigateli" con il cioccolato fuso e lasciateci cadere sopra la granella di amaretti. Rimettete in freezer. 

Tips and tricks
  • variegatura: il segreto per variegare correttamente un gelato è fare in modo che le due componenti rimangano distinguibili, che si combinino senza fondersi; evitate di mescolare troppo il fiordilatte allo sciroppo, è sufficiente fare in modo che le amarene e il loro sciroppo siano equamente distribuiti nel gelato
  • per fare in modo che la superficie dei gelati sia il più possibile regolare, e che all'interno non si formino bolle d'aria, è necessario premere bene il gelato all'interno degli stampi; un modo semplice è quello di spatolare in più riprese il gelato nei bordi e sul fondo, in modo che tutti gli spazi siano accuratamente colmati
  • cioccolato: il cioccolato che si utilizza professionalmente è ricco di grassi, per fare in modo che rimanga molto fluido e che si rapprenda facilmente a contatto con la materia fredda; cercate un buon cioccolato di copertura e, se necessario, fondetelo con burro o acqua, in modo che sia molto liquido e coli facilmente sugli stecchi
  • ovviamente, volendo si possono ricoprire interamente, come gli stecchi classici
Per ora è tutto, spero di aggiornare di nuovo presto, ho giusto qualche ghiacciolo e cake di cui raccontarvi. ;)

PS: per ragioni che ormai tutti ben conoscete, l'intero universo blog si è trasferito su Bloglovin'. Se volete, potete seguirmi anche lì :)

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Ah, con l'acquisto del dominio Blogger ha gentilmente deciso di privarmi di un/una blogroll. La ristabilisco appena possibile. Intanto, i vostri blog -quelli che sono riuscita a raggruppare- compaiono nella sezione "Links". Non vi perdo d'occhio.

giovedì 30 agosto 2012

Torino


Siamo andati a trovare Henri Cartier-Bresson a Torino, ieri.
Ci ha accolti nel suo palazzo di marmi, nelle sue stanze dove i pavimenti alternavano il grigio-azzurro al bianco.
Ci ha raccontato il Novecento senza utilizzare parole. E allora ho capito il significato di quel suo “per guardare bene bisognerebbe essere sordomuti”.
Ci ha raccontato lo sguardo di Sartre e quello di Ezra Pound, spiegandoci che, per lui, fare un ritratto significava poggiare un punto interrogativo su qualcuno. E io osservavo quei punti interrogativi attonita, perché stavo guardando negli occhi qualcuno che, per primo, aveva guardato me negli occhi.
Ci ha raccontato di Alberto Giacometti, dei suoi scheletri di metallo e calce, spigolosi come la sua mente.
Ci ha raccontato di strade che non abbiamo mai visto, di luoghi che forse non riusciremo mai a conoscere, di un secolo talmente denso da far apparire come diluito il nostro.
E’ affascinante, Henri.
Ti seduce con le sue diagonali di ringhiere, con le sue cornici di buchi nei muri, con le sue prospettive rassicuranti, con i suoi contrasti che sono spirali in cui ti perdi, con il suo gioco continuo di luce e ombra.
Ti seduce con corpi sfuocati che si mescolano, con scarpe catturate prima che spariscano seguendo la loro proprietaria, già inghiottita dalla stanza, con teste che sembrano annodate nelle tende.
Ti seduce perché è riuscito nella sfida più difficile per noi umani: eternare gli attimi.
Gli attimi, le vite, le sofferenze, gli amori.
L’ho amato, semplicemente.
E ho amato la città, nonostante un inizio poco entusiasmante nel traffico della periferia.
Non riuscivo a staccare gli occhi dal cielo su Torino.
[Il rimando alla canzone dei Subsonica è tanto istintivo quanto d'obbligo]
Il gelato alla vaniglia di Grom è l’estasi dei sensi. Il sorbetto ai mirtilli, d’altra parte, ha una consistenza divina. Sa di velluto viola, quel viola di cui ti tinge le labbra e che poi ti porti in giro per tutto il pomeriggio.
Piazza Castello è sterminata. La Mole non è mai alta quanto ce la si immagina.
Abbiamo camminato tutto il giorno, ovviamente perdendoci spesso e volentieri. Noi e le cartine, che strano rapporto.
Via Po è costellata di bancarelle. Ci sono quelle con i libri di edizioni vecchissime che compreresti in blocco. Copertine azzurre e bordeaux di un'eleganza che ora si fatica a trovare sugli scaffali delle librerie.
Qua e là graffiti enormi ricoprono muri dei palazzi e dell'Università. PicTurin è un bellissimo colpo di genio.
Stamattina il cielo è grigio "settembre in anticipo", nuova tonalità di colore per descrivere un cielo autunnale ad agosto. Pioviggina. Scrivo sorseggiando tè caldo, e ripenso a quando per colazione mangiavo il gelato.
[Momento post-it personale: urge un post riassuntivo di quest'estate.]
La giornata a Torino è volata via.
Questo mese è volato via.
Questa estate è volata via.
Ma rimane. Questa estate rimane. 















Bene, ora che ho fatto la persona seria e culturalmente impegnata [la mia ghost writer è proprio qui di fianco a me, stiamo pensando alla pasticceria dove andare a comprare i dolci per il prossimo post, così, poi, Marta Rizzato può fotografarli. Io pubblico, ma solo quando Blogger è simpatico e fa quello che gli dico. Altrimenti chiamo qualcuno anche per quello], posso aggiornarvi sulle avventure di Andy, Angie ed Audrey [non vedevate l'ora, ammettetelo!].
Erano anche loro a Torino, ieri. Dovevano incontrare Percy, un amico di Angie. In realtà, non si è ben capita la relazione fra i due: Angie è stata piuttosto evasiva, ma, a giudicare da certi sguardi che si lanciavano, si potrebbe dire che Percy ed Angie abbiano condiviso lo stesso naso, e certo non una volta sola.
Percy, d'altronde, è il classico bello e maledetto di cui tutte, prima o poi, s'innamorano. Ha il carisma nei tratti e un'eleganza soffusa, conferita forse dai colori scuri che volentieri indossa, forse dal fascino vintage tipico delle sue linee.



Se con Angie il suo fascino aveva già funzionato, presto anche Andy ed Audrey hanno iniziato a provare una certa simpatia nei suoi confronti. 

Li ha accompagnati a vedere una mostra fotografica e, dopo, hanno fatto una lunga passeggiata per Torino. 


Nei pressi dell'Università, Audrey s'è invaghita di un letterato che, pigramente, se ne stava appoggiato a una ringhiera, contemplando la profondità delle sue riflessioni.
Andy, che quel genere di letterati lo conosce bene [ne fa parte lui stesso, ma non fateglielo notare], è subito andato a riprendere la figlia. I genitori... mai portarseli in vacanza.
Angie e Percy, nel frattempo, erano altrove. Altrove... forse a ridefinire i tratti della loro relazione?

E dopo questo fondamentale apporto alla vostra giornata, vi auguro che possa proseguire in maniera più significativa.
Magari nel prossimo post inserirò anche una ricetta, che dite? Mi sembra di aver visto la parola "food", da qualche parte, nel titolo di questo blog...

A. 

lunedì 20 agosto 2012

Con questo caldo un post utile sarebbe chiedere troppo.

Agosto incendia persino l'aria, quest'anno.
Osservo il cielo dalla finestra e mi sembra che sia evaporato anche l'azzurro.
Sopravvivo con caffè ghiacciato [litri e litri di questo, per intenderci], gelato, granita, gelo, gazpacho [devo pagare qualche extra, per l'utilizzo di tutte queste g?]. Non credo di aver mai chiesto tanto ghiaccio al mio freezer come in questi giorni.

D'altra parte, però, dalle sette di sera alle sette del mattino l'estate è magnifica.
Prima di attaccare al lavoro, alle otto, mi godo la pioggia di luce calda che bagna i tetti, l'asfalto bollente, le montagne che circondano il Lago, quella luce bassa che filtra fra gli alberi, che sembra infilarsi sotto pelle.
Il finestrino dell'auto abbassato, la musica giusta, le strade secondarie per evitare il traffico.
L'estate si fa perdonare così, con la luce.
E con i cieli stellati, che sono davvero immensi, in queste notti. Immensi da perdercisi, per poi ritrovarsi nelle albe, che ad agosto sono davvero atomiche, con il rosa e l'arancione che esplodono nel cielo violetto, ancora livido di notte.
Non mi perdo un'alba, ultimamente. E ogni mattina, mentre bevo la mia dose maxi di caffè, seduta sul balcone, gli occhi nel cielo, mi ritrovo a ringraziare l'insonnia: perché l'estate è magnifica, dalle sette di sera alle sette del mattino. Davvero magnifica.

Il post in programma per oggi prevedeva cioccolato e panna. Mi scioglievo al solo scriverne.
E allora, anziché evitare di pubblicare inutilità, ho pensato bene vi spargere anche qui qualche estratto del mio imperdibile account Instagram.


In realtà, un sottofondo utile potrebbe anche esserci.  Per esempio, potrei raccontarvi dei chili di frutta surgelata che vivono, beati loro, nel mio freezer. Pesche, frutti di bosco, anguria, quellochetrovo.
Quando ho voglia di qualcosa di fresco, tiro fuori un sacchettino [non sono assolutamente maniacale, no, nel pesare ogni singola porzione al grammo, affatto.] e scelgo fra tre opzioni: smoothie, granita, o gelato.

How to? 

Nell'ordine:

- smoothie: mixer + frutta surgelata + acqua fredda

- granita: mixer + frutta surgelata [+ eventualmente un goccio d'acqua]

- gelato: mixer + frutta surgelata + 2-3 cucchiai di yogurt [per 180 g di frutta]
Okay, quest'ultimo è più un facciamo-finta-sia-gelato, lo ammetto, ma risulta comunque cremoso e buonissimo -ecco, mi raccomando la frutta, che sia matura e che sappia di qualcosa-]

Più che semplice. E non ho inventato nulla: l'idea del simil-gelato l'ho trovata da Elisa.
Potete aggiungere zucchero, ovviamente. Io macino cannella un po' dovunque, con le pesche bianche è divina. Anche il cardamomo non è male. E un mezzo limone spremuto, qua e là, ci sta sempre bene.





Che dire, forse ho finito di blaterare.
Vado a cercare di abbassare la mia temperatura corporea sotto una doccia gelida, sempre non mi si siano fusi i polsi sul portatile.

Buona serata a tutti! :)

A.

Ps: Grazie, con la G maiuscola e gli occhi a pronunciarlo, per le risposte all'ultimo post. Quelle arrivate tramite i commenti, quelle tramite mail, quelle via sms, quelle altrove.
La salvezza sta nel riconoscersi. 
Grazie.