mercoledì 10 dicembre 2014

Parigi | Le Chateaubriand

Sono passate tre settimane, forse un post riguardante Parigi potrei degnarmi di scriverlo - anche se penso che la bellezza di Parigi sia ormai nota a tutti e tutti ne abbiano anche abbastanza di Louvre, macarons, Senna e via discorrendo.
Quindi, tralascerò le romantiche passeggiante lungo il fiume, le ore trascorse fra le sale del Louvre, a commuoversi dinnanzi al Canova e a sentirsi minuscoli sotto la Nike di Samotracia, l'indiscutibile talento di Pierre Hermé nel palesarsi a metà pomeriggio con un macaron al tartufo bianco d'Alba [e la conseguente scelta di tutto l'assortimento presente in negozio, perché noi, le cose, le si fa seriamente], la vista dall'ultimo piano del Centre Pompidou [come se la bellezza che si ha stipata negli occhi dopo tutta quell'Arte non fosse abbastanza], la vista dal Sacré Coeur, lauta ricompensa per aver scalato tutte le strette scale di Montmartre, la vista dal nostro tavolo al Jules Verne [perché non gli bastava portarmi da Ducasse per il mio compleanno, no, mi ha portata a cenare sulla Tour Eiffel - okay, trattengo gli occhi a cuore e il languorino al ricordo di quelle sette portate per-fet-te], la vista di Parigi, delle sue strade, dei suoi viali, dei suoi ponti, dei suoi tetti, delle sue innumerabili porte blu, dei rivoli di fumo che escono dai suoi comignoli, delle sue luci.








Sì, ho trascorso una mattinata a fotografare porte.
E non sono neppure tutte qui.

Dicevo, tralascerei di descrivere Parigi, ma non posso esimermi dal raccontarvi quella che è stata, senza ombra di dubbio, la migliore cena della mia vita.
Il luogo si chiama Le Chateaubriand, lo chef è Inaki Aizpitarte.

Arriviamo al 129 di Avenue Parmentier stravolti, dopo aver camminato per circa trenta chilometri attraverso Parigi, con appetito e aspettativa alle stelle.
Il locale è un bistrot degli anni Trenta rimasto intatto nello stile: gli arredi sono di legno scuro, lineari e ridotti ai minimi termini, le pareti chiare e nude - eccezion fatta per un largo specchio che occupa interamente quella in fondo alla sala, il bancone corre lungo l'entrata e accompagna i clienti verso i tavoli, l'eleganza minimalista della dicotomia nero-bianco [rotta solamente dal grembiule blu dello chef, che entra ed esce dalla cucina e dal locale, col viso serio e lo sguardo inflessibile, statuario nel fisico asciutto] impera anche nel pavimenti.
Il personale è giovane e l'uniforme sembra consistere in piercing e tatuaggi, jeans e rossetti, shorts con collant e camicie leggere incuranti della trasparenza.
Il menù viene stampato ogni sera, la carta dei vini è un plico di A4 pinzato poco prima dell'inizio del servizio; il tutto ci viene illustrato in un inglese allenato, addolcito da qualche erre squisitamente francese.
L'informalità generale [coerente con l'anima di bistrot] non sacrifica il servizio, che è presente, gentile e rapido.
Beviamo un Borgogna superbo e incredibilmente accessibile, il pane del cestino è caldo, appena uscito dalla cucina e affettato in sala, sbricioliamo tranquillamente sul tavolo senza tovaglia e chiacchieriamo fitto [essere gli unici italiani, nonostante la clientela davvero internazionale, crea come una parentesi di intimità, fortuita soluzione alla vicinanza, eccessiva ma comprensibile, dei tavoli].

Quattro amuses bouche aprono le danze: uno shottino ghiacciato e meravigliosamente acido [acqua di pomodoro e di cipollotto] con un cubetto di avocado fondente in sospensione, gamberi fritti con polvere di frutti rossi [espediente davvero intelligente per sgrassare la frittura senza ricorrere al turpiloquio del succo di limone], brodo di cavolfiore affumicato con passion fruit, veli di sedano rapa, foglie di nasturzio [la ragazza che ci serviva ha coinvolto tutta la cucina per trovare il nome in italiano di quelle foglie carnose e pungenti, alla fine è arrivata con Google Images aperto sull'iPhone e il mistero è stato risolto] e guanciale.

Alle fine di questo tourbillion di sensazioni, ci guardiamo stupefatti e con le papille eccitate, impazienti.

Col primo piatto si svela appieno il già preannunciato minimalismo estetico di Aizpitarte: in una fondina grigio-blu, che ricorda la ghisa al tatto, ma non nel peso, sono posati - in basso a destra - calamari crudi e finocchi, legati da una salsa allo yogurt e coperti da qualche ciuffetto di aneto bronzeo.
Essenziale ed elegante quanto alla vista tanto al palato, interessante nel gioco di carnosità e croccantezza.

Continuiamo con un filetto di merluzzo [materia prima eccelsa] su una stupefacente [davvero, mi viene l'acquolina al solo ricordarla] salsa di uova affumicate di aringa, il tutto ricoperto da una pioggia di acetosella.

Splendida, poi, l'animella [morbida, ma croccante all'esterno, eseguita alla perfezione], accompagnata alle vescicole di uno spicchio di pomelo [frutto per il quale ho un debole e piacevole contraltare acido] e da spinaci al vapore: un piatto di una semplicità e di un equilibrio quasi matematici.

A questo punto della cena, siamo già totalmente conquistati: piatti creativi e gustosi, abbinamenti accattivanti senza che si ricada in un'insensata avanguardia, pochi e riconoscibili ingredienti, trattati con cotture leggere nel massimo rispetto della materia prima.

Fresco, bilanciato e puntuale il primo dessert: granita neutra [non dolce] alla mandorla, setosa crema di topinambur - molto interessante -, spicchi di mela cotogna caramellata - unica nota spiccatamente dolce.

E, infine, il coup de théâtre.

Una delle nostre prima conversazione fu a proposito del perché cucinassi prevalentemente dolci. Io gli risposi che li trovavo una sfida maggiore, perché rare volte mi erano capitati sotto il cucchiaino desserts che m'avessero davvero sorpresa [ad oggi, direi che si possono contare sulle dita di una mano]. Nella maggior parte dei casi il dolce si sceglie per golosità, è qualcosa di rassicurante che corrisponde a un'esigenza quasi infantile, a volte capitano desserts che meravigliano per la tecnica con la quale sono eseguiti, per la perfezione millimetrica [la Tower Nut del Jules Verne, ad esempio], ammirevoli e innegabilmente buoni, ma. Senza stupore.
Senza lo stupore puro, quello che fa dubitare dei vostri sensi, che porta a domandarsi se tutto quel godimento sia reale.
Ecco. Non ho memoria di un dessert che mi abbia stupita, incantata e rapita come il signature dessert de Le Chateaubriand.


Mezzo macaron alla nocciola, posato, dal lato curvo, su una polvere della medesima meringa.
Salsa al caramello salato.
Tuorlo d'uovo pochè, tiepido.
Caramellatura superficiale.

Il Tocino de cielo di Aizpitarte si gusta in un boccone solo: il tuorlo esplode in bocca, mescolandosi al caramello e aggrappandosi al macaron.
Sapido, dolce, vellutato, croccante.
Estatico, assolutamente estatico.

Sono poche le cene che mi hanno lasciato questa urgenza di scriverne [poco importa se ho posticipato fino ad ora il post, la concretezza, come sempre, s'impadronisce di ogni priorità], pochi i ristoranti per i quali prenderei un aereo domani. Se c'era qualcosa di Parigi che, davvero, volevo raccontarvi, era la cucina di Inaki Aizpitarte.


[Ah, anche i prezzi sono da bistrot: il nostro menù si aggirava attorno ai 60 euro]