Le giornate mi sfuggono dalle mani. Ogni tanto, mentre vivo, mi si formano nella mente delle frasi, penso di scriverle, immagino il loro ritmo sulla tastiera del computer, ma, poi, è inutile, non mi fermo mai abbastanza per farlo.
Sto bene, maledettamente bene.
Un paio di settimane ho rivisto un amico che non incontravo da più di un anno e la prima cosa che mi ha detto è stata: "Sei felice"; ci ho riflettuto un attimo e poi ho annuito, sorridendo.
Piove sempre, ieri sera ci si è allagata la cucina. Abbiamo continuato a lavorare con l'acqua alle caviglie, il montacarichi che non funzionava, l'assurdo delle porte che fermano il fuoco, ma non l'acqua.
[A me, l'acqua non piace. Non mi piace quando se ne sta sei suoi bacini - mari, laghi e fiumi -, figuriamoci quando esce dalle grate e m'invade gli spazi. L'acqua rientra fra le cose che non posso controllare e, quindi, che preferisco se ne stiano alla larga da me.]
Eppure, il servizio di ieri sera ha acceso una scintilla che nessun altro servizio era mai riuscito ad innescare: quando sei in difficoltà, lavori con più ordine, più efficacia, aumenta la cooperazione, aiuti senza che ti venga chiesto.
A riprova di quanto, in fondo, apparteniamo al regno animale e, quando la natura si adira, ci rendiamo branco per sopravvivere.
Lui è tornato, finalmente. Niente più autostrade di notte o all'alba, niente più ore contate, niente più telefonate infinite per raccontarsi le giornate a distanza.
Lui è tornato, ma non stiamo mai a casa.
C'è stata la presentazione del nuovo libro di Bottura da Eataly Smeraldo. Lui che mi dice di non mitizzare un essere umano e io che non riesco a non ritenerlo un genio. Sono molti gli uomini che hanno fatto qualcosa di eccezionale nella loro vita, ma l'eccezionale, senza entusiasmo, senza passione, senza umanità, è solo un'opera. Bottura ha entusiasmo, passione e l'umanità per raccontarli, per farti azzardare il pensiero che sognare non sia una follia.
"Vieni in Italia con me" è un libro di cucina con le ricette scritte, minuscole, nelle ultime pagine. Perché ciò che importa non sono le materia e le tecniche, ma il pensiero, l'ispirazione [si parla più di arte che di cucina, più di musica che di cotture, più di vita che di procedimenti], la componente umana che non può prescindere alcuna opera - nemmeno un piatto di tagliatelle al ragù.
Bottura appaga l'intelletto prima dello stomaco. Fossi in voi, leggerei il suo libro.
Abbiamo partecipato a una Cena al buio, ad Alba, in occasione della Fiera del Tartufo.
Organizzata dall'UIC, si tratta di una cena in cui si è immersi nel buio più totale [buio pesto, davvero, non c'è modo di vedere, di intuire, nulla]. Ovviamente, è stata molto interessante a livello gustativo-professionale [la difficoltà, anche per palati allenati, di riconoscere alcuni ingredienti mi ha davvero sorpresa], ma, soprattutto, a livello sensoriale: eliminata la vista, gli altri sensi si amplificano, lasciandoti cogliere sfumature della realtà che, spesso, si ignorano. Il buio totale è divertente e ansiogeno allo stesso tempo, e fortissimo è il sollievo quando, dopo il dessert, iniziano ad accendersi delle piccole candele, per riabituare progressivamente l'occhio alla luce.
Un'esperienza che fa pensare, che ti rende consapevole della potenzialità dei tuoi sensi, che ti inietta una - sempre utile - dose di gratitudine perché, per te, la luce si riaccende finita la cena.
Ci siamo infiltrati alla festa di Italia Squisita, Let's Meat Again: un party per carnivori che, fra un assaggio e l'altro, ci ha mandato in visibilio le papille [penso che difficilmente dimenticheremo la carne cruda-cotta di Matias Perdomo].
[Come sempre, a questi eventi, io faccio la cuoca insospettabile, mentre tu ti muovi con scioltezza fra chef e colleghi, mi presenti tizio piuttosto che caio, mi racconti i pettegolezzi dell'alta cucina mentre ce ne stiamo in disparte a dissezionare un piatto per carpirne ingredienti e tecniche.
Per me, tutto questo, è ancora un gioco, divertente e serissimo.]
La serata si è conclusa con un'obbligatoria passeggiata sui Navigli, un drink al Rebelot del Pont e un giro delle loro irrinunciabili tapas [vorrei un litro di quella crema di zucca, ora].
Eppure, nonostante la qualità indiscutibile di queste serate, il ricordo più bello di questi ultimi quindici giorni è quella cena a casa tua, fra amici, cibo sublime e ottimo vino.
[Per quanto stanca e paranoica io possa essere, non mi perderò mai una cena cucinata da te e tu, per me e per il mio capriccioso palato, sarai sempre il numero uno.]
Per il resto, che dirvi? Il lavoro prosegue, liscio e frenetico come sempre. Trascorriamo il mio giorno libero all'IKEA, a fare la coppietta innamorata che compra squali di peluche e alberelli di Natale al posto di mobili. Ogni tanto riesco ancora ad andare a correre. A volte provo ad individuare, di ricordarmi, il rumore che fa una famiglia quando si rompe, poi penso che non ci siamo rotti, ma solo divisi, come le componenti di una soluzione instabile, non so. Sogno ladri che mi entrano in casa e mi sveglio terrorizzata, poi ti vedo al mio fianco e mi placo. Mi si è chiuso il foro del piercing fatto questa primavera e la cosa mi rattrista un po' - speravo fosse guarito da un pezzo, ma non voglio fare discorsi metafisici sui fori dei piercing, come Vasco Brondi. Cerco di trovare il tempo per tutti, fino al momento in cui mi chiudo in casa da sola per avere costringermi ad usare il tempo anche per me. Spesso mi guardo allo specchio e fatico a trovare tracce della me di un anno fa. Gli amici mi chiedono di cucinare al loro matrimonio e non so cosa mi faccia più impressione - forse l'idea che sono abbastanza grande perché i miei amici inizino a sposarsi. Abbiamo visto The Judge, e l'abbiamo trovato bellissimo e doloroso.
Fra qualche ora parto per Parigi, quindi, forse, è il caso che vada a fare la valigia.
Sì, vi lascio anche una ricetta, ché - lo so - a nessuno importa della mia vita privata.
Torta di ricotta con cacao, cocco e banane
Una delle torte che vanno a ruba durante i brunch di Cucina 41.
La consistenza fondente data dalla ricotta si somma al gusto di cocco e cacao. Aggiungo le banane un po' perché trovo ci stiano benissimo, un po' perché mi gridano di salvarle dalla morte in cella frigorifera, un po' perché adoro fare quel giochetto di dividere le banane in tre per il lungo con un dito, come Matthew in The Dreamers [e anche perché sistemate così, sulla superficie, con una spolverata di zucchero, si caramellano, ma rimangono carnose, non perdono consistenza].
La ricetta, in origine, era di Trish Deseine, ma l'ho modificata così tante volte che mi chiedo quali tracce dell'originale rimangano.
Ingredienti
120 g di burro morbido
120 g di zucchero + un po'
250 g di ricotta
3 uova
90 g di farina 00
40 g di cacao amaro
50 g di farina di cocco
10 g di lievito per dolci
un pizzico di sale
tre banane mature
Procedimento
Preriscaldate il forno a 170°C.
Lavorate il burro con i 120 g di zucchero, fino a ottenere la consistenza di una pomata.
Aggiungete i tuorli, la ricotta e le polveri.
Infine, incorporate gli albumi montati a neve ben ferma.
Versate l'impasto in uno stampo circolare imburrato e infarinato [il mio aveva 22 cm di diametro], disponete, sulla superficie, le bannane tagliate per il lungo, in una spirale. Spolverate con lo zucchero rimasto e infornate per 40 minuti.
Prova stecchino.
